Il fino a poco tempo fa “misterioso”, l’accordo sul commercio e sui servizi tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, il TTIP, si sta ora dispiegando in tutte le sue contraddizioni, dopo le anticipazioni dei leaks e la pubblicazione ufficiale del mandato negoziale. I punti caldi di questo accordo, contestato da centinaia di associazioni europee, sono il meccanismo di risoluzione delle dispute (l’Investor-State Dispute Settlement, ISDS) e l’agricoltura.

Contro il primo punto si sono scagliati soprattutto movimenti e uomini politici dell’Europa settentrionale: in Olanda, Germania, Francia non piacciono la privatizzazione della giustizia né la sottrazione della sovranità giuridica allo Stato, che equipara sostanzialmente una società multinazionale a un Paese. Si tratta di un meccanismo copiato da quello già esistente in ambito WTO e in base al quale, in questi anni, si sono moltiplicati i ricorsi di aziende che si considerano danneggiate da uno Stato. Per esempio il potente gruppo svedese Vattenfall, che gestisce due centrali nucleari nel Nord della Germania, nel 2014 ha intentato una causa al governo tedesco chiedendo un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari dopo che Berlino ha annunciato di voler rinunciare alla produzione di energia dall’atomo. In Sudamerica, la Philip Morris ha agito contro il governo uruguayano sostenendo che le rigorose norme antifumo applicate da Montevideo equivalgono sostanzialmente a un’espropriazione dei suoi investimenti e chiedendo un risarcimento di ben due miliardi di dollari. E l’ICSID, il tribunale presso la Banca Mondiale istituito dal WTO, ha ritenuto ammissibile la causa.

Sul fronte agricolo i timori riguardano – per esempio – l’invasione paventata di alimenti contenenti organismi geneticamente modificati. La recente direttiva UE che trasferisce ai singoli Stati la facoltà di approvare o vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio è da considerarsi come un indebolimento della linea europea comune. Soprattutto, renderà possibili azioni giudiziarie da parte delle lobby del transgenico contro i Paesi che non si apriranno ai loro prodotti. L’Italia, in particolare, rischia una perdita consistente del suo export agroalimentare di qualità sui mercati europei.

Se il modello che si applicherà per il TTIP sarà lo stesso dell’accordo con il Canada, lo scambio previsto non sarà affatto alla pari. A livello mondiale, infatti, l’Italia è il Paese con più marchi di tutela sull’alimentazione, ben 264. Marchi che in Nordamerica non sono riconosciuti: anzi, in USA e Canada per ogni prodotto tipico italiano esiste un clone, che però finora non poteva entrare nel mercato europeo. Il “modello Canada” prevede invece che i due contraenti l’accordo riconoscano reciprocamente i loro marchi: quindi d’ora in poi il prosciutto di San Daniele e quello di Parma potranno essere venduti con i loro nomi in Canada e non più con la precisazione “original ham”; nel frattempo, sul mercato europeo potranno arrivare i sedicenti prosciutti “San Daniele” e “di Parma” prodotti in America senza dover cambiare nome. Una concorrenza micidiale sui mercati europei perché questi prodotti, ovviamente, hanno un costo (e una qualità) inferiore rispetto ai nostri.

Sul tema della giustizia nei mesi scorsi è stata organizzata una consultazione online con cui formalmente si è data a cittadini e organizzazioni della società civile la possibilità di esprimersi sul trattato, in particolare sull’ISDS. Le risposte sono state 150.000, al 97% negative. Ora la nuova commissaria europea per il commercio Cecilia Malmström e l’intera Commissione UE vorrebbero liquidare il risultato essenzialmente in due modi: insinuare un possibile pilotaggio di ONG e associazioni che avrebbe alterato i risultati, e dichiarare che l’ISDS è perfettibile senza necessità di eliminarlo. Propongono dunque un “ISDS riformato”, che non ne cambi però la sostanza.

Si tratta di un tema delicatissimo, al punto che se l’ISDS saltasse gli Stati Uniti probabilmente perderebbero interesse nei confronti dell’intero accordo. La strategia di recupero potrebbe essere quella di dividere in due parti la mozione cui stava lavorando il Parlamento europeo: una sull’ISDS “riformato” e una sul resto del negoziato. Una soluzione che potrebbe ricompattare PPE e PSE, attualmente divisi.

Cina e India, le grandi escluse dalla “strategia del ragno” portata avanti da Washington attraverso accordi bilaterali, stanno nel frattempo dando segnali di vita in sede WTO, organizzazione che finora era stata paralizzata proprio dai Paesi BRICS. Paradossalmente una delle conseguenze della guerra dei trattati oggi in corso potrebbe essere un nuovo impulso del multi-bilaterale (cioè del WTO) promosso dagli Stati esclusi dagli accordi bilaterali. In realtà la partita è aperta. Il TTP, cioè l’accordo del Pacifico, è fermo per la frenata del Giappone, e negli Stati Uniti è cambiata maggioranza in Parlamento: non è scontato che i repubblicani approvino qualcosa che sta molto a cuore al presidente Obama.

Tornando all’Europa, il TTIP, che sarebbe problematico per i Paesi mediterranei come l’Italia, potrebbe invece rivelarsi vantaggioso per Stati come la Germania, sede di importanti gruppi industriali, o il Regno Unito, sede di grandi società di servizi bancari, finanziari e assicurativi. Perciò i sostenitori europei del Trattato stanno lavorando per cambiare qualcosa nella sua formula, senza però che ciò incida sulla sua essenza.

Questa manovra gattopardesca prevede anche il declassamento del TTIP a questione puramente tecnica e foriera di opportunità, mentre in realtà ci troviamo davanti a una colossale questione politica dai rischi ancora sottovalutati. Escludere la possibilità che un governo decida di cambiare rotta sull’energia, come accaduto alla Germania, o di tutelare la salute dei propri cittadini, come l’Uruguay, mette in gioco la sovranità nazionale e l’autorità delle massime istituzioni di Paesi democratici.

La logica più intrinseca agli accordi come il TTIP è, infatti, la cessione al mercato di quote rilevanti della sovranità popolare e democratica: il principio della libera concorrenza e la deregolamentazione prevalgono cioè su qualsiasi idea o proposta possa raccogliere consenso popolare. Se il trattato sarà firmato ci potremo dimenticare di referendum come quello sull’acqua, così come della “preferenza” per l’agricoltura a chilometro zero, i prodotti “OGM free” o il biologico. Ogni esaltazione delle caratteristiche positive di un prodotto diventerebbe automaticamente discriminatoria nei confronti di altri.

Il TTIP sta mutando, dunque, ma l’essenza rimane intatta: è un accordo sostanzialmente immodificabile e non può essere davvero migliorato. Anche perché da una parte lo sta negoziando un Paese, gli USA, dall’altra un conglomerato di 28 diversi Stati che non hanno un “interesse nazionale” comune e vedono prevalere gli interessi dei Paesi più forti. Quelli che dirigono l’orchestra e che, come si è già visto con la vicenda greca, non sono proprio sensibili al bene comune.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La partita a scacchi dell’IS per prendere il controllo del frantumato mondo sunnita continua a registrare successi. Le conquiste militari in Libia confermano che ormai nulla si può opporre alla forza degli uomini di Al-Baghdadi: un gruppo armato dai contorni molto più definiti rispetto ad Al-Qaida, una vera milizia che i commentatori nostrani continuano a definire “terrorista” nonostante stia combattendo sul terreno, assemblando nuovi pezzi di quell’entità territoriale che è stata ribattezzata “Califfato”.

È un retroterra, quello dell’IS, che si alimenta attraverso i canali tradizionali di finanziamento dell’estremismo sunnita armato (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Yemen), ma che sta costruendo una sua autonomia economica muovendosi sullo scenario mediorientale e nordafricano per conquistare il controllo del petrolio. Si tratta di un gruppo che sta combattendo una guerra territoriale ma che fa propaganda globale, minacciando di far sventolare drappi neri sul Vaticano: una propaganda che serve a reclutare “internazionalisti” e a incassare sostegni economici. Le minacce sono chiaramente una cortina fumogena e vengono considerate reali solo da qualche ministro degli Esteri improvvisato.

La Libia, fin dal 2011, era uno di quei “Paesi falliti” facili da conquistare oltre che ricchi di petrolio. Dopo la detronizzazione di Gheddafi, avvenuta senza che esistesse nessun piano per gestirne le conseguenze, lo Stato aveva cessato di esistere (almeno così come l’avevamo conosciuto fino a quel momento) ed era caduto preda del caos e delle scorribande di opposte bande armate, sostenute da diverse potenze straniere.

Eppure la situazione non turbava l’Occidente, fatta eccezione per i barconi di disperati in viaggio dalle coste libiche verso Lampedusa. Insomma, tutto bene tranne il fastidio dei clandestini. Ma è bastato l’affacciarsi degli jihadisti di Al-Baghdadi perché all’improvviso la Libia diventasse un problema internazionale degno di essere discusso dall’ONU, e sicuramente meritevole di un intervento militare urgente. Come nel 2011 con Gheddafi, come nel 2001 con l’Afghanistan, come nel 2003 in Iraq, come nel 2014 in Siria, anche stavolta qualcuno vorrebbe partire armati per mettere ordine, abbattere dittatori, occupare Paesi senza avere la minima idea di come uscirne, di che cosa succederà dopo. Una politica internazionale che è tale solo per modo di dire non può che produrre risultati sempre più negativi.

Le armi, e soprattutto i droni, nella testa di strateghi e politici sono diventati strumenti risolutivi non soltanto dal punto di vista militare ma anche da quello politico. Ma questa teoria viene regolarmente smentita al momento della verità, cioè quando i “Paesi canaglia” si disfano, si polverizzano, cadono nelle mani degli invasati di turno, sempre foraggiati da coloro che sulla carta sarebbero i “nostri” alleati.

Ora sarebbe di nuovo il turno della Libia che già non esiste più, divisa in due entità territoriali a loro volta frantumate da contrapposizioni di stampo più etnico che politico. Solo l’ENI resisteva, e forse per questo fino a ieri ci si comportava come se tutto stesse andando per il meglio. Ma quando i pozzi non pompano più petrolio per le nostre automobili e cominciano a rifornire il Califfato, allora le cose si mettono ufficialmente male.

L’ONU ormai dimenticata da tutti sarà di nuovo tirata in ballo. Ban ki-Moon farà il suo classico appello alla pace. Poi potrebbe ripartire all’improvviso la storia che conosciamo e che sta condannando interi popoli a regredire fino ai tempi dei Califfati veri. Noi però, come Europa, per l’ennesima volta non avremo il coraggio di darci una politica estera comune e credibile, di formulare una politica per il Mediterraneo che ne metta in sicurezza la sponda sud attraverso la cooperazione.

Il dramma della nostra politica estera è che, quando vuole guardare oltre i barconi, non ha più gli strumenti né per capire né per intervenire. Parla (e agisce) inevitabilmente a vanvera.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Tra gli Stati BRICS, l’India è quello che ancora deve affrontare le più grandi sfide sociali ed economiche. Un Paese-continente con un’impressionante biodiversità culturale. Un Paese spaccato in almeno tre mondi: quello rurale, quello delle grandi ricchezze e quello della modernità. L’unica potenza globale refrattaria all’ondata di globalizzazione degli anni ’90 e dei primi anni 2000 e lo Stato più agguerrito nel difendere l’economia nazionale, sempre tentata dall’autarchia.

La svolta economica introdotta dal nuovo premier Narendra Modi, che sta semplificando la spaventosa burocrazia statale e liberalizzando alcuni comparti economici, pare ora dirigersi a passi da gigante verso il più grande investimento mai effettuato da un Paese per adeguarsi alla rivoluzione digitale. Non si tratta semplicemente di tutelare e sostenere il comparto high-tech che si è sviluppato negli anni nella regione di Bangalore, bensì di lanciare la sfida tecnologica alla società nel suo complesso, quindi anche al dimenticato mondo rurale nel quale vive la maggioranza degli indiani. Il contesto è quello di un Paese per il quale la “lentezza” della crescita del PIL è ormai un ricordo. Quest’anno il prodotto interno lordo indiano dovrebbe aumentare del 6,3% e, secondo il FMI, tra due anni questa sarà l’economia a più rapida crescita del mondo.

Il piano Digital India del premier Modi prevede di offrire infrastrutture digitali a tutti, come servizio di pubblica utilità. Si prevedono infatti interventi per 18 miliardi di dollari USA per portare la fibra ottica in 250.000 villaggi e l’attivazione di reti di wi-fi pubblico nelle grandi città. Gli smartphone, attualmente posseduti da una minoranza di indiani, circa 60 milioni, si pensa potranno diventare 800 milioni nel 2025: cioè praticamente due a famiglia. Un’iniziativa che si potenzia con il piano Smart Cities, finalizzato a fornire soluzioni tecnologiche d’avanguardia alle prime 100 città del Paese.

Non solo internet, ovviamente. Si prevede anche un investimento massiccio sull’energia rinnovabile, con una produzione che dagli attuali 1,7 gigawatt dovrebbe passare a 43 gigawatt nel 2025. Lo stesso con il gas da fonti non convenzionali: dagli attuali 283 milioni di metri cubi all’anno tra dieci anni si arriverà a 6,7 miliardi. Sarebbe un grande sollievo per l’India, oggi terzo compratore mondiale di energia, che ha il 17% della popolazione mondiale ma possiede solo lo 0,6% delle riserve planetarie di greggio.

L’altra faccia di questa grande scommessa, che la celebre agenzia di consulenza aziendale McKinsey considera una vera e propria rivoluzione, è la fine della moratoria della ricerca nel campo degli OGM per migliorare la resa agricola. Il Paese della rivoluzione verde, quel mix di tecnologia, pesticidi e sementi ibride che negli anni ’60 cambiarono la faccia dell’agricoltura indiana, ora rischia di vedere scomparire progressivamente la biodiversità della produzione agricola in nome della sicurezza alimentare.

Sono queste le luci e le ombre di un piano di sviluppo di portata storica per l’India. La strategia di base è già stata corroborata da successi in altri luoghi, per esempio in Africa. La rivoluzione digitale, infatti, è in grado di fare saltare ai Paesi emergenti alcune tappe della strada a suo tempo percorsa dagli Stati industrializzati occidentali: tappe che fino a pochi anni fa sembravano obbligatore per raggiungere un alto livello di sviluppo. La tecnologia, insomma, offre scorciatoie che si sposano perfettamente con le esigenze dei Paesi oggi in bilico tra “primo” e “terzo mondo”. Così come i satelliti utilizzati per le telecomunicazioni hanno portato internet nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, senza dovere piantare un solo palo nel terreno, anche l’India vuole ora colmare il divario collegando i villaggi rurali del “Paese profondo” con il resto del mondo.

Difficile prevedere se l’India, come già ha fatto la Cina, riuscirà davvero a ridimensionare la povertà quasi ancestrale della sua popolazione e, al tempo stesso, a tenere coeso un Paese dalle proporzioni continentali.  Ma è proprio questa la sfida, tra mille contraddizioni e in un clima molto più turbolento rispetto a quello cinese: è la differenza che passa tra un regime autoritario e una democrazia, per quanto imperfetta.

L’India “inventata” e saccheggiata dagli inglesi, l’India autarchica e diffidente nei confronti del resto del mondo oggi comincia a mettersi in marcia, ponendosi obiettivi che soltanto i Paesi con il futuro davanti a sé possono immaginare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La senatrice a vita Elena Cattaneo torna su Repubblica per illustrare, a nome della scienza, quanto “perdiamo senza gli OGM”. Un chiodo fisso quello della nota ricercatrice, che continua a fare un ragionamento che contiene anche alcune verità, ma che crolla quando si arriva alle conclusioni.

Le verità riguardano il fatto che l’Italia (e l’Europa in generale), importa milioni di tonnellate di mangimi OGM dalle Americhe per l’alimentazione animale. La Sen. Cattaneo commenta che si toglie con i divieti la possibilità ai nostri agricoltori di essere concorrenziali sul mercato e alla scienza di potere “brevettare” specie OGM nostrane. La Sen. Cattaneo probabilmente non ha mai messo piede in campagna e non sa che le aziende agricole italiane hanno in media 7,9 ettari di terreno coltivabile a disposizione. E che su una dimensione così ridotta la coltura estensiva di cereali OGM o non OGM non è particolarmente redditizia.  E cioè che l’Italia da sempre e per sempre sarà dipendente dalle commodities agricole esportate dai paesi americani, OGM o non OGM.  Il deficit produttivo  dei paesi europei, con poche eccezioni, e la conseguente dipendenza dai cereali prodotti altrove ha radici antiche e si è sempre risolta con ciò che offre il mercato mondiale, controllato da 5 grandi produttori (Canada, USA, Argentina, Brasile, Australia). Nulla cambia, dal punto di vista quantitativo, se anche in Europa si converte la superficie cerealicola esistente agli OGM. Oltre al fatto che chi produce mais non ogm ha un prodotto di valore superiore sul mercato, per non parlare di chi produce mais bio.

Il secondo punto totalmente sottovalutato nella sua analisi è il ruolo delle multinazionali delle sementi: “sono già onnipresenti sul mercato non ogm, cosa cambia se lo sono anche su quello OGM”: Un ragionamento che non fa una piega secondo la logica appunto delle multinazionali, ma al quale bisogna opporsi con forza perché la molteplicità di soggetti e la possibilità della produzione delle sementi da parte dell’agricoltore (cosa che le multinazionali vorrebbero vietare) sono anche la garanzia della biodiversità agricola. I soggetti che controllano il mercato mondiale delle sementi (e della chimica associata all’agricoltura) sono 3-4 che non solo impongono standard e varietà, ma sono”di fatto” i proprietari del prodotto agricolo, protetto da copyright, espropriando il  coltivatore della paternità sul suo prodotto. L’agricoltura, nata come attività economica durante la rivoluzione  neolitica, si basa sulla premessa della sovranità dell’agricoltore sul suo prodotto. Nel mondo dell’agricoltura OGM il prodotto finale è coperto dai diritti di chi ha brevettato la semente. Una rivoluzione copernicana  contro la quale lottano i movimenti contadini dell’America Latina che hanno coniato lo slogan “per un’agricoltura con agricoltori”. L’opposizione all’agricoltura ogm, contrariamente a quanto pensa la Sen. Cattaneo, non si basa sugli aspetti scientifici circa le positività o negatività sull’uomo o sull’ambiente degli organismi geneticamente modificati (e ci sono fior di ricerche su questi aspetti che dicono che non è vero non abbiano effetti negativi), ma sul modello agricolo. Il mondo OGM al quale siamo invitati a partecipare in nome della scienza, è un mondo fatto da grandi soggetti multinazionali che vendono pochissime specie, anzi, un paio per ogni tipo di produzione. Un’agricoltura senza varietà né biodiversità, un’agricoltura ad altissimo rischio in caso di nuove malattie, un’agricoltura che fa a meno dell’agricoltore e che espelle contadini verso le città. Un’agricoltura che non risolve, come si vorrebbe fare capire, il problema della fame che è legato non al tipo di produzione, ma all’accesso al cibo.

Il dibattito sugli OGM comprende argomenti scientifici, ma anche economici e politici. Forse quest’ultimi sono estranei alla cultura scientifica della Sen. Cattaneo della quale ricordiamo il suo impegno come ricercatrice sulle staminali. Ecco, forse se ognuno parlasse delle cose che conosce sarebbe meglio.

Alfredo Somoza

 

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Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’emergere dei ceti medi in Paesi e continenti dove questa classe sociale non era mai esistita. Centinaia di milioni di persone in Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico sono uscite dalla povertà estrema grazie alla creazione di nuovo impiego soprattutto nel settore industriale e nei servizi. Tuttavia, la linea di demarcazione che separa questa nuova middle class dalla condizione di povertà è incredibilmente sottile rispetto agli standard europei.

Nei Paesi emergenti si considera appartenente al ceto medio un nucleo familiare che non soffre la fame, manda i figli a scuola ed è in grado di acquistare un frigorifero o un motorino, ma non si può permettere, per esempio, un’automobile. Queste famiglie oggi godono di una migliore aspettativa di vita e hanno consumi più elevati, ma si trovano costrette a usufruire degli stessi, pessimi, servizi che lo Stato mette a disposizione dei poveri: infatti trasporti, sanità, scuola pubblica in questi Paesi sono tarati per soddisfare – si fa per dire – le esigenze di chi non ha nulla. Chi è diventato operaio, e quindi contribuente, esige però uno standard superiore di servizi pubblici, che gli Stati non vogliono o non possono garantire. Proprio questa è stata una delle ragioni delle rivolte avvenute nel 2014 in Brasile: il Paese ingiusto per antonomasia ora deve fare i conti con un ceto medio, figlio del boom economico degli anni scorsi, che vuole di più.

Non si tratta certo dell’unica contraddizione legata al ripianamento delle disuguaglianze sociali che, a giudizio di molti, sarebbe attualmente in corso. In particolare secondo l’ONG inglese Oxfam, attenta osservatrice del problema della povertà, dal 2009 il numero di miliardari nel mondo è più che raddoppiato. Un fenomeno che si sta stabilizzando con numeri da capogiro. Nel 2014 le 85 persone più ricche al mondo possedevano la stessa ricchezza della metà della popolazione più povera al mondo. Un rapporto 1 a 10 milioni, insomma, che potrebbe compromettere le istituzioni democratiche e la stabilità globale.  La sperequazione sociale non riguarda soltanto l’Africa o altri Paesi lontani: in Italia, secondo i dati OCSE, tra gli anni ’80 del secolo scorso e il 2010 la diseguaglianza sociale è cresciuta del 35%, e oggi l’1% degli italiani detiene un patrimonio pari a quello del 60% della popolazione.

Le immense fortune possedute dai super-ricchi non sono certo spendibili nell’arco di una vita. Diventano quindi garanzia della ricchezza e del potere dei discendenti di questa vera e propria casta del denaro, così come documentato recentemente dall’economista francese Thomas Piketty. Parallelamente l’esigenza di fruire di migliori servizi, che a questo punto possono essere soltanto privati, sta portando all’indebitamento delle famiglie della middle class e dunque all’impossibilità di un’uscita stabile e sostanziale della povertà. Non solo in India o in Cina, ma anche negli Stati Uniti è ormai noto il fenomeno dei lavoratori poveri, cioè di persone regolarmente inserite nei circuiti di lavoro che però non riescono a soddisfare i bisogni di base. La differenza fondamentale con l’Europa è che il welfare del vecchio continente riesce ancora fare la differenza: anche un lavoratore che percepisce un salario modesto gode di una serie di servizi di primo livello, in buona parte gratuiti.

La chiave che può permettere di stabilizzarsi al nuovo ceto dei Paesi emergenti è dunque nelle mani della politica, della sua capacità di progettare una società in cambiamento. Corruzione, autoritarismi, discriminazioni di genere e di etnia sono i maggiori ostacoli. Nessun aiuto verrà dal mondo dei super-ricchi, indifferente alle condizioni di vita non soltanto della società in generale ma anche dei “propri” lavoratori. Più in generale, nessun impulso per il cambiamento sociale arriverà mai da chi ha tutto da guadagnare con la pace sociale. Secondo l’economista Susan George la lotta di classe è stata stravinta dai ricchi. Già, ma difficilmente questa vittoria potrà essere ribadita in eterno.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Ogni primavera alle latitudini settentrionali si ripete la risalita dei fiumi da parte dei salmoni che sono cresciuti a valle. Un percorso guidato dalla natura, perché in quello specifico momento le condizioni migliori per la riproduzione si trovano proprio laddove i pesci sono nati.

Anche in economia esistono flussi periodici simili, determinati dal mercato. Il cosiddetto reshoring, cioè la rilocalizzazione produttiva negli Stati d’origine, è infatti una tendenza ormai visibile in quasi tutti i Paesi di vecchia industrializzazione. Le prime imprese a risalire virtualmente il fiume sono state quelle statunitensi, richiamate in patria dal basso costo dell’energia e dal pacchetto di incentivi fiscali e di servizi all’impresa varato dall’amministrazione Obama. Molte altre aziende non sono tornate esattamente a casa ma si sono stabilite “nei dintorni”, trasferendo in Messico gli impianti produttivi fino a ieri localizzati in Cina: nel Paese asiatico, infatti, il costo del lavoro è triplicato rispetto a 10 anni fa.

Anche in Germania e in Italia si verificano casi di ritorno di imprese che avevano delocalizzato nell’Europa orientale. In Italia oltre un centinaio di imprenditori sono tornati soprattutto dalla Romania, dove oggi i costi sono aumentati ed è difficile reperire manodopera qualificata, perché l’emigrazione l’ha portata altrove. L’ultimo Paese che registra ritorni di imprese è il Giappone: qui colossi come Panasonic e Honda stanno riportando a casa intere linee produttive dalla Corea del Sud e dal Vietnam. Parallelamente, l’industria cinese sta cominciando a delocalizzare in Cambogia o Vietnam inseguendo il costo della manodopera inferiore. Una parabola fulminea, quella della Cina: da Paese meta della delocalizzazione degli anni ’90, quando ospitava le imprese in fuga dall’Occidente, a Paese che delocalizza anch’esso per motivi di costo del lavoro. Lo stesso vale per l’India, che ha delocalizzato una parte della sua industria tessile in Bangladesh.

Questo capitolo della globalizzazione segna un cambiamento notevole rispetto a quello precedente. Se, fino a 10 anni fa, i Paesi “centrali” producevano in quelli emergenti per poi vendere i prodotti sui propri mercati, ora chi investe in Cina o in Indonesia lo fa per vendere proprio in questi Stati. Diventa cioè “produttore locale”, anche se con una un’identità e una presenza globale. Nel frattempo, infatti, il mercato mondiale è diventato più vasto, perché gli operai dei Paesi emergenti sono diventati anche consumatori. Cina, India, Corea o Brasile investono (e a volte producono) negli Stati dai quali, fino a poco tempo fa, partivano i capitali per industrializzarli.

In questo scenario radicalmente mutato, l’unico soggetto economico che non registra scossoni sono le multinazionali: imprese che erano globali ancor prima che ci fossero le condizioni per operare a pieno regime sull’intero pianeta. Le aziende che impongono brand mondiali, gusti e modalità di consumi, producono ovunque ci sia un mercato consumatore promettente.

Le nostre imprese salmone, che tornano a casa dopo l’ubriacatura della manodopera a costo quasi zero, non sono però al sicuro: come lungo i torrenti del Canada o dell’Alaska, sono in agguato gli orsi, pronti a catturare i pesci mentre risalgono il fiume. Il mercato che le aziende avevano abbandonato è stato nel frattempo colonizzato dai grandi gruppi multinazionali, e addirittura a fare concorrenza compaiono operatori provenienti dai Paesi nei quali avevamo delocalizzato. Insomma, il ritorno in uno scenario radicalmente cambiato non garantisce il futuro: la vacanza all’estero, costata agli Stati milioni di posti di lavoro e miliardi di euro in welfare, ha lasciato tracce profondissime, che soltanto il tempo potrà cancellare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Il prorompente settore energetico nato dalla possibilità di attingere alle riserve di shale gas e shale oil registra la prima vittima causata dal calo del prezzo del greggio. La texana WBH Energy, con sede a Austin, ha chiesto qualche giorno fa la protezione della legge sui fallimenti perché non regge la quotazione del petrolio, ormai scivolata attorno a quota 40 dollari USA al barile. È la prima vittima e non sarà l’ultima.

Le imprese nate attorno al miraggio del petrolio “sotto casa” sono di piccole e medie dimensioni, a differenza di quanto si potrebbe credere osservando i devastanti impatti ambientali delle loro attività. E hanno un bisogno quotidiano di investimenti per mantenere e implementare gli impianti che permettono di effettuare il fracking, ossia di frantumare in profondità le rocce contenenti idrocarburi. Queste rocce, infatti, si esauriscono velocemente e obbligano a una continua attività di prospezione e allargamento dei giacimenti. Si tratta di un’industria che divora denaro, preso a prestito a cuor leggero dalle banche statunitensi quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile. La sostenibilità finanziaria di queste imprese varia in base alla geologia dei siti, con un pareggio rispetto ai costi che può andare dai 30 agli 85 dollari al barile. Ciò significa che ormai oltre il 60% dell’industria energetica del fracking negli Stati Uniti lavora in perdita, e con il fardello di importanti rate di prestiti da restituire alle banche.

La grande concorrenza e la corsa statunitense all’estrazione di gas e petrolio non convenzionali hanno portato a una sovrapproduzione, diventata un boomerang per le nuove compagnie. Come insegnano i fondamentali dell’economia di mercato, se aumenta la produzione e parallelamente calano i consumi il crollo dei prezzi è garantito. La crisi annunciata dell’industria del fracking, che ha rappresentato il 40% degli investimenti USA negli ultimi anni, rischia di compromettere la crescita economica del Paese e di esporre di nuovo il sistema finanziario a una situazione di emergenza.

Paradossalmente, ma forse no, ciò che ha fatto precipitare la situazione è stata la mossa dell’Arabia Saudita: che ha diminuito il prezzo e aumentato le sue estrazioni di greggio. Una decisione che difficilmente può essere stata presa senza il beneplacito di Washington. Forse, in questa scelta hanno pesato più i fattori geopolitici che quelli economici. Nel senso che un petrolio a questi prezzi mette in difficoltà diversi Paesi ostili agli Stati Uniti, dalla Russia al Venezuela, dall’Iraq all’Iran. Mentre porta benefici a Paesi amici come quelli europei, o a partner d’affari come la Cina.

Forse questo è bastato ad affondare, almeno per ora, un’industria nazionale nascente che aveva contribuito a rompere la dipendenza degli USA dai tradizionali produttori di greggio. Per completare il dibattito in corso bisogna considerare anche un’altra voce, quella delle “sette sorelle” che controllano da un secolo le risorse energetiche mondiali. Le multinazionali del petrolio non si erano fatte prendere dal furore dello shale oil, e oggi sono sedute sulla riva del fiume a guardare i cadaveri delle giovani rivali che passano sotto i loro occhi.

La guerra per quella che troppo frettolosamente è stata definita “energia del passato”, gli idrocarburi, è più che mai in corso. E ancora non si intravvede quale potrebbe essere la fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Quanta fatica si fa quando si vuole analizzare un fatto di guerra come se fosse un problema di devianza sociale o di misticismo religioso degenerato ben oltre le righe. Gli esperti che hanno esaminato per primi le riprese della strage di Parigi non hanno avuto dubbi sulla condizione di “reduci di guerra” dei due killer in azione: spigliatezza, freddezza, ma soprattutto l’utilizzo di armi automatiche come i kalashnikov a colpo singolo. Una scelta che può essere fatta soltanto da un professionista, sicuro di centrare il bersaglio senza dover mitragliare e sprecare pallottole. Si tratta dunque di reduci di uno dei conflitti mediorientali che, nel cuore di Parigi, sono stati in grado di procurarsi kalashnikov e lanciarazzi. Nulla di più lontano dalla narrazione delle destre, che presentano tali combattenti come invasati che agiscono per conto di Allah.

Ma anche a sinistra c’è confusione. Si rifiuta il concetto di “guerra” perché lo si associa automaticamente al concetto di “scontro di civiltà” che, da Samuel Huntington a Oriana Fallaci, ci accompagna da un paio di decenni. Tuttavia parlare di guerra è inevitabile, quando dal pazzo isolato che impugna un martello e colpisce a casaccio si passa al commando di reduci ben armati e organizzati. Una guerra reale, però, e non virtuale o culturale. È quella, infinita, per la spartizione dei territori mediorientali che diventarono Stati alla fine del colonialismo e che oggi sono parzialmente regrediti alla condizione precedente, teatro di scontri tra diverse fazioni, tra diverse etnie, tra diversi interessi economici e politici.
Un grande caos nel quale l’Occidente è immerso fino al collo con i suoi alleati e i suoi nemici, con la sua intelligence e i suoi droni. Con i soldati, le multinazionali e i “consulenti”.

Come in tutte le guerre, il contendente più debole sfrutta quanto è a sua disposizione per mandare messaggi, per veicolare la sua propaganda, per fare reclutamento. La strage di Parigi è tutte queste cose insieme: un avvertimento alla Francia, protagonista delle scorribande mediorientali, sulla sua debolezza in casa; un momento di violenta propaganda e uno spot per il reclutamento di nuove leve di combattenti da portare sul fronte.
La battaglia dei gruppi jihadisti ha come obiettivo la conquista di visibilità politica e di spazi geografici in Asia e Africa settentrionale. Da Al Qaida all’ISIS, oggi la vera posta in gioco sono l’Iraq, l’Arabia Saudita, la Libia. Non certo le metropoli occidentali. L’abbattimento delle Torri Gemelle e l’attentato di Madrid non preannunciavano un’invasione delle truppe del Califfo, ma lanciavano un mostruoso avvertimento che, per esempio, la Spagna colse al volo ritirandosi dall’Iraq.

Dovremmo purtroppo dare meno credito ai sociologi e agli esperti di Islam, e più agli analisti bellici. Stiamo assistendo a un conflitto sempre più globale per il controllo di una zona strategica del pianeta, e in questo conflitto ci siamo anche noi. Papa Francesco recentemente ha parlato di una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” e forse non si è sbagliato. Una conflitto sporco che contamina tutti i contendenti e che non risparmia mezzi o sofferenze. Ieri a Parigi e a Kobane, per qualche minuto, è andato in scena lo stesso orrore.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

middleeast

Quale futuro per una radio che, anche se si è lanciata su un’avventura nazionale, rimane fortemente ancorata a una comunità territoriale? Di radio comunitarie, ai tempi delle webradio, non si parla più da tempo. Cioè di radio che sono il mezzo di comunicazione corale di una comunità occupandosi di temi di interesse comune, di comunicazioni di servizio, di interpretare i sentimenti e i bisogni del proprio ascolto. Su Facebook, Twitter o Google+ la “condivisione” è solo “esposizione” di fatti privati in pubblico oppure copia incolla di notizie scritte da qualcun altro. La radio crea una platea, e quando ha dimensione comunitarie, un legame anche identitario.

In questi giorni è in corso una campagna di abbonamento per Radio Popolare. Sono tempi durissimi per l’editoria in generale e per le radio in particolare: la frammentazione dell’ascolto, la concorrenza dei nuovi media, il calo generalizzato della pubblicità concorrono a creare incertezza sul futuro dell’avventura editoriale iniziata a Milano negli anni ’70. Ma Radio Popolare ha un arma unica per difendersi, l’abbonamento volontario dei suoi sostenitori. Un fenomeno unico al mondo date le dimensioni, circa 15.000 persone. Migliaia di ascoltatori che pagano volontariamente un servizio gratuito. Mi correggo, non “pagano un servizio”, ma sostengono l’indipendenza e il progetto editoriale della “loro” radio, della radio della “loro” comunità. Una comunità che non è solo territoriale (Lombardia), ma anche culturale e politica. Migliaia di persone controtendenza, che si ostinano a pagare in questi tempi di gratuità fasulle. Servizi e news offerte da media sempre più complessi e intrecciati che si vantano di non farci pagare nulla, ma che in realtà ci succhiano come vampiri informazioni sui nostri dati, gusti, desideri, frequentazioni per potere personalizzare al millimetro le pubblicità che poi misteriosamente ci ritroviamo anche dentro la lavatrice. Uno scambio mai fino in fondo chiaro o chiarito, fatto tra l’altro da soggetti per lo più esteri che non rispettano la legislazione europea e che addirittura non pagano le tasse nei paesi in cui operano sfruttando i nostri “beni comuni”, come la rete, che in Italia sta in piede grazie al rame posato decenni  fa dalla compagnia telefonica pubblica e pagata da tutti noi.

Abbonarsi a Radio Popolare vuol dire sostenere la “mia” comunità, ribadire che la libertà dell’informazione è un principio sacrosanto e mantenere viva la pluralità dell’informazione ai tempi di Google.

Lunga vita agli abbonati di RP, baluardi della libertà di informazione in Italia.

 

Alfredo Somoza

 

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