Le Borse hanno festeggiato in questi giorni il cosiddetto commissariamento di Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco. Secondo la lettura trionfalistica amplificata dalla stampa, è stata la conseguenza del duro scontro avvenuto nell’ultima riunione dei Ministri dell’economia europei dove sono volati insulti anche sul piano personale. Il Ministro dilettante e perditempo, anche se con un curriculum da fare invidia a due terzi dei suoi colleghi, sarebbe l’unico ostacolo perché la Grecia possa concludere un accordo con l’eurogruppo. Un accordo che sostanzialmente ribadisca la linea portata avanti dalla Troika, con la complicità della politica di Atene, che non ha risolto la situazione debitoria del paese ellenico, non ha rilanciato l’economia, e ha creato nel frattempo quella che viene definita un’emergenza umanitaria. L’Europa non ha voluto consapevolmente registrare il chiaro segnale, europeista e riformista, dato dall’elettorato greco che ha scelto con il voto un governo, che pur ribadendo la volontà di rimanere in Europa chiede anche un cambio dei paradigmi economici. Varoufakis ha portato in seno ai salotti buoni di Bruxelles un punto di vista diverso, maggioritario nell’opinione pubblica che da tempo ha capito che qualcosa non funziona in questo bizzarro condominio che ha adottato in modo ferreo i dogmi  dell’austerità, ribadendo un pensiero unico in materia economica che la storia ha già condannato all’oblio in tante altre parti del mondo a partire dagli Stati Uniti.

Varoufakis è stato il parafulmine messo in campo da Siryza in questa fase tormentata attirando su di se odi e dispetti da parte dei colleghi, mentre Tsipras apriva un canale diretto con Angela Merkel, il vero nodo della questione. Ora la delegazione greca diventa più importante e non è più legata a una sola persona, come è giusto che sia quando il gioco si fa duro ed è in discussione l’interesse nazionale. Chi pensava che affondando Varoufakis affondava la Grecia ci dovrà ricredere. L’accordo che potrebbe essere raggiunto aveva bisogno di una rottura anche estetica del grigiore impersonale di Bruxelles e Varoufakis ha fatto la sua parte e continuerà a farla. Come scrive lui stesso “la nostra sfida, a questo punto, è convincere i nostri partner del fatto che i nostri impegni sono strategici, non tattici, e che la logica è dalla nostra parte”. Le riforme sul piano fiscale e pensionistico annunciate da Atene fanno bene sperare, ma non sono imposizioni della Troika, ma parte importante del programma di riforme di Siryza. Lotta all’evasione e alla corruzione, ripensamento dell’apparato statale, rilancio dell’industria sono riforme che hanno bisogno di tempo e di respiro. Se ciò avverrà con la Grecia ancora membro del club dell’euro non sarà merito di Varoufakis ma della forza politica che lo ha nominato ministro e che non ha chiesto affatto le sue dimissioni. Sarà invece duro per i critici di oggi accettare che il loro approccio ha fallito.

Alexis Tsipras, Yanis Varoufakis

Trent’anni fa, quando si comprava il caffè nicaraguense o il miele cileno nelle “botteghe del Terzo Mondo” si faceva una scelta politica, solidaristica e raramente di convenienza. Oggi le cose non stanno più proprio così.

Negli ultimi decenni tantissima acqua è passata sotto i ponti del commercio internazionale: sono cambiati i gusti dei consumatori e i Paesi di provenienza delle merci globali, eppure la nicchia rappresentata dal commercio equo e solidale è sempre presente. Anzi, è continuamente cresciuta anche in questi anni di crisi economica. Si tratta di un comparto che ha assunto come valori centrali la sostenibilità ambientale e sociale e che mette sul mercato prodotti di fascia qualitativa alta, il cui valore mondiale nel 2004 era di 850 milioni di euro e dieci anni dopo è salito a 5,5 miliardi. Una storia di successo ancora piccola, rispetto al commercio globale, ma che beneficia in modo sensibile 1.200.000 contadini e 200.000 lavoratori generici.

I prodotti equi e solidali “parlano” al consumatore, raccontando storie di lotta e di superamento delle difficoltà. Storie che spiegano come l’unione tra i piccoli agricoltori faccia la forza e come la scommessa sul biologico, alla lunga, paghi in termini di salute, tanto per i contadini quanto per i consumatori. Sono prodotti in grado di “formare” chi li acquista, insomma, anche se di solito vengono apprezzati soprattutto dai consumatori già formati. Ed è questo uno dei limiti storici dei produttori e dei rivenditori dell’equo e solidale: la difficoltà a spiegare ai consumatori generici la differenza tra il loro caffè e quello degli altri.

Qualche anno fa, quando nei supermercati di alcune catene della grande distribuzione furono allestiti i primi scaffali dedicati a questi prodotti, le botteghe che fino ad allora erano gli unici punti vendita protestarono dicendo che questa mossa avrebbe banalizzato l’equo e solidale: nei supermercati, infatti, nessuno avrebbe spiegato la storia nascosta dietro l’etichetta, come invece fanno i volontari delle botteghe. La critica era in parte motivata, ma non prendeva in considerazione il fatto che il prodotto equo e solidale esposto sullo scaffale della Coop o di Esselunga arriva davanti agli occhi del consumatore generico, e non solo di quello già sensibilizzato che frequenta la bottega.

Oggi queste critiche sono state superate, e proprio la grande distribuzione ha fatto la differenza in termini di fatturato. Tuttavia stiamo sempre parlando di una nicchia che, se anche crescesse per i prossimi 30 anni agli ottimi ritmi attuali, nicchia rimarrebbe.

Quanto è stato rilevante, allora, l’impatto dei principi del commercio equo e solidale sul commercio senza aggettivi? La risposta potrebbe essere “poco” ma anche “molto”. Nel senso che oggi c’è indubbiamente una maggiore attenzione sui temi ambientali e sociali. Per esempio, al di là della normativa di legge, molte aziende hanno adottato l’etichetta trasparente, che entra nel merito anche della qualità o delle condizioni dei lavoratori. Alcuni grandi marchi, come l’italiana Lavazza o i francesi di Carrefour, hanno creato linee di prodotti con caratteristiche, spesso certificate, di commercio equo e solidale. Insomma, c’è stato un moderato travaso di buone pratiche verso l’industria tradizionale, ma soprattutto c’è stato un forte lavoro di sensibilizzazione del consumatore.

Tendenzialmente il consumatore odierno sta attento soprattutto al prezzo e alla qualità, ma spesso cerca anche garanzie in materia ambientale o di diritti. È un consumatore che, anche se non acquista il prodotto del commercio equo e solidale, lo apprezza e riconosce in esso un valore qualitativo: valore che è dato da elementi oggettivi, per esempio la scelta del biologico, ma anche da valutazioni sulle politiche ambientali o lavorative. Per molti aspetti il commercio equo e solidale anticipa il concetto di qualità del futuro. Non più soltanto di tipo organolettico o sanitario, ma anche ricco di indicatori per misurare la sostenibilità ambientale e sociale del prodotto.

La “provocazione” è servita, dunque, non perché oggi il commercio mondiale sia ancora cambiato, ma perché ha seminato il dubbio e ha fornito a una massa sempre più grande di consumatori gli elementi necessari per esigere prodotti (non necessariamente “equi e solidali”) che facciano bene alla natura e a noi. Se è vera l’affermazione secondo la quale il consumatore vota attraverso la scelta di ciò che compra, il “partito” della sostenibilità è sicuramente una piccola forza in crescita, e alimenta un’egemonia culturale che va ben oltre i suoi numeri di fatturato.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Sono tempi bui per la democrazia nel mondo. All’indomani della caduta del Muro di Berlino, la democrazia pareva il destino ineluttabile dell’umanità, insieme all’economia globalizzata di mercato: ma quell’illusione viene smentita ogni giorno dai fatti. Sarà perché la globalizzazione non era in sé tanto democratica, e ha finito con il creare una schiera di vincitori e di perdenti senza possibilità d’appello. Sarà anche perché, per entrare nel club dei vincitori, non è stato mai richiesto un passe-partout democratico. Anzi, non a caso, i primi e fondamentali passi per dare il via al processo globale furono mossi verso la Cina, diventata oggi una potenza mondiale pur avendo mantenuto gli stessi livelli di autoritarismo di un tempo.

E così è accaduto che, mentre nei Paesi democratici le riforme imprescindibili per agganciarsi al carro della globalizzazione si sono tradotte in un calo notevole dei diritti individuali, nei Paesi guidati da dittature la crescita economica ha consolidato le strutture di potere senza metterle in discussione.

Appurato che la crescita economica non coincide necessariamente con l’aumento delle libertà individuali e collettive, bisogna aggiungere che oggi la democrazia è sotto tiro anche in aree dove la povertà regna indisturbata: in particolare in quelle aree dove, senza risparmiare mezzi militari, sono state tentate diverse operazioni fallimentari di “esportazione” della democrazia, come se questa forma di governo fosse anch’essa una merce, a disposizione di tutti sul mercato. L’amaro risveglio dalle cosiddette “primavere arabe” ha visto il ritorno dei generali in Egitto, la fine della Libia come Stato unitario, la lotta all’ultimo sangue per rovesciare la democrazia tunisina.

Le forze antagoniste o terroristiche che operano in questi Paesi sono state allevate e foraggiate da diversi regimi totalitari del Golfo, che però nel gioco della globalizzazione siedono al tavolo delle potenze credibili e autorevoli grazie al loro portafoglio gonfio di petrodollari. Non si è mai vista, per esempio, un’operazione miliardaria di marketing turistico come quella che da alcuni anni decanta i Paesi del Golfo come nuovi paradisi terrestri, quando in realtà si tratta di Stati che si reggono sullo sfruttamento disumano del lavoro immigrato, sull’intolleranza culturale e di genere, su amicizie pericolose sulla scacchiera internazionale. E anche di sicuri paradisi fiscali. Insomma, quando si decantano i fasti di Dubai o di Doha si cancella l’altra faccia, quella sporca, perché la democrazia, se si è ricchi, diventa un optional.

Per l’ISIS e simili non ci sono invece dubbi. Nel ristretto orizzonte culturale di questi movimenti non c’è spazio per un sistema di governo che permetta di scegliere, dissentire o contestare il capo. La recente scena dei deputati tunisini rinchiusi in Parlamento a cantare il loro inno nazionale ci riporta a pagine epiche della resistenza all’autoritarismo e chiarisce definitivamente quanto la lotta in corso in Medio Oriente nulla abbia a che fare con la religione, ma piuttosto con la democrazia. Una guerra che riduce gli spazi di libertà anche in Occidente, dove le leggi antiterroristiche varate d’urgenza stanno consegnando agli Stati poteri d’intromissione, controllo e polizia nei confronti dei cittadini inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Winston Churchill riteneva che la democrazia fosse la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre: il suo celebre aforisma rischia però di essere definitivamente consegnato alla storia, se l’internazionale del terrore riuscirà a imporre anche a noi la sua visione. Perché, se la risposta delle democrazie mature sarà quella di misurarsi sul campo (minato) preferito dal nemico, la guerra per la democrazia a livello mondiale sarà definitivamente persa.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Un uomo mite, un uomo impegnato, un uomo che non si è mai arreso, un uomo che ha ridato significato all’utopia. Eduardo Galeano ha plasmato la narrazione dei vinti di tutte le latitudini. Uomini, donne, schiavi, contadini, rivoluzionari vincenti e perdenti.  Con le Vene Aperte del 1971 si scrisse per la prima volta la storia di sopraffazione e violenze del colonialismo in America, con la trilogia delle Memorie del Fuoco, le lotte anonime e i sogni delle persone spintonate dalla storia divennero epica. Eduardo, uruguayano oriundo ligure e svizzero, confermò il ruolo della letteratura, se di qualità, come strumento in mano ai popoli. Quei popoli che difese con il suo impegno decennale, lui che era scappato al massacro delle dittature uruguayana e argentina per regalarci poesie scritte durante quei “giorni e notti di amore e di guerra”. Malgrado Eduardo, i suoi libri divennero best seller ed entrarono nella biblioteca di Bill Clinton e Obama. Letteratura, racconto, storia romanzata, poesia un tutt’uno che non basta per raccontare la sua figura. Voglio ricordarlo una sera di primavera a Santiago del Cile, appena dopo la sconfitta di Pinochet nel referendum per perpetuarsi. Uno stadio chiuso che vibrava con le sue parole, perché Eduardo parlava di speranza, di quella dimensione umana che guai se ci abbandona. Nell’universo di Galeano i popoli sono lotta, pensiero, azione, cultura e, se non perdono la speranza, marciatori sulla strada che porta all’utopia.

 

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Quando si chiudono oltre 50 anni di scontri, verbali e talvolta fisici, non ci sono mai vincitori o perdenti netti. Ma la stretta di mano di ieri consegna alla storia una fotografia nella quale c’è Barak Obama, diventato un gigante a fine mandato, insieme al fratello minore dei Castro, il cinese come viene chiamato per i suoi gusti politici. Non ci sono in questa foto né Fidel, ancora vivo, né i duri di Miami e i loro rappresentanti politici repubblicani.

Con questo dialogo vincono le multinazionali statunitensi che fremevano per potere tornare a investire su un mercato monopolizzato da canadesi ed europei, ma vincono anche i cittadini cubani che finalmente vedranno scomparire l’embargo economico che ha strangolato a lungo l’isola.

Vince la linea di Obama che impone agli Stati Uniti un avvicinamento con l’America Latina anche a costo di ingoiare la stretta di mano con un Castro.

Vince l’America Latina progressista, che ha sempre difeso la sovranità territoriale e politica di Cuba e per decenni denunciò la politica statunitense di aggressione.

Vincono i colombiani che hanno scommesso sulla pace, grazie alla mediazione di Cuba e il beneplacito degli USA. mettendo in minoranza chi soffiava sul più antico conflitto americano per legittimarsi.

Stravince Papa Francesco, silenzioso tessitore della mediazione iniziata da Wojtyla e continuata da Ratzinger. Il Vaticano a guida del primo Papa latinoamericano e gesuita è tornato un protagonista della politica internazionale.

Perdono infine i settori più recalcitranti della destra repubblicana, l’incontro di ieri tra Castro e Obama è una delle loro più grandi sconfitte nella storia degli Stati Uniti: un regime che hanno tentato di rovesciare, un paese che hanno tentato di invadere, una leadership che hanno tentato di uccidere ieri ha sigillato con il Presidente dell’Unione, a pari dignità, la fine della Guerra Fredda.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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La Via della Seta, quel dedalo di rotte terrestri, marittime e fluviali lungo 8.000 km che dal II secolo dopo Cristo collegava l’Impero Romano con la Cina, fa parte della storia antica dell’umanità. Vie carovaniere che attraversavano l’Asia Centrale e il Medio Oriente, con diramazioni verso nord (Corea) e sud (India) e che Marco Polo percorse nel XIII secolo tornando non solo con merci pregiate, ma con impressioni di prima mano sulla magnificenza e modernità dello spazio culturale cinese. Seta, argento, spezie, polvere da sparo, carta, strumenti astronomici sono solo alcuni dei prodotti che le carovane portavano in Occidente, innescando nei nostri Paesi piccole e grandi rivoluzioni produttive e commerciali.

Tra tutte le civiltà che costruirono e per secoli mantennero vivo quel ponte commerciale che anticipava la globalizzazione, solo una è ancora viva e vitale: la Cina. I neo-imperatori del popolo di Pechino hanno sicuramente riletto i testi storici quando hanno lanciato la colossale “nuova Via della Seta”, che per la delizia degli storici ricollegherà Cina ed Europa seguendo le antiche vie carovaniere e marittime.

C’erano pochi tessuti in seta, però, tra le mille tonnellate di merci a bordo del treno che da Yiwu, 300 chilometri a sud di Shangai, ha raggiunto Madrid lo scorso dicembre, dopo avere percorso 13.000 chilometri e attraversato 6 Paesi. È stato solo un test per la gigantesca opera di collegamenti ad alta velocità che si vorrebbe concludere nel 2025. Quello che già si annuncia come il progetto del secolo, e per il quale la Banca di Sviluppo cinese ha stanziato inizialmente 40 miliardi di dollari USA, dovrebbe permettere di fare arrivare le merci delle grandi fabbriche cinesi in Europa in soli due giorni, contro i 21 richiesti dalle rotte marittime oggi percorse dal 90% dei container in partenza dalla Cina.

Il tracciato della nuova Via della Seta avrà anche altri due rami. Uno, marittimo, toccherà porti delle Maldive, dell’India, dello Sri Lanka, del Corno d’Africa e finirà simbolicamente a Venezia; l’altro si collegherà alla Russia tramite la Transiberiana, riducendo i tempi di viaggio tra Mosca e Pechino, oggi di 6 giorni, a sole 33 ore. Alta velocità e treni cargo si collegheranno con le reti europee per arrivare fino a Rotterdam, Berlino, Parigi.

Per le imprese di Pechino si apre dunque una stagione di grandi appalti nel campo delle infrastrutture ferroviarie, portuali, delle comunicazioni e anche dell’energia. Infatti è intenzione della Cina creare una propria rete di gasdotti e oleodotti per importare energia dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. Si tratta di una grande opportunità anche per questi Stati dell’Asia Centrale, finora schiacciati dalla dipendenza dalla Russia, che non sempre si è dimostrata un partner economico all’altezza. Kazakistan e Uzbekistan avranno i maggiori benefici, trovandosi a metà strada del reticolo ferroviario che li collegherà in tempi brevi con l’Europa occidentale, la Russia e l’Oriente.

Mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella creazione di due aree di libero commercio, il TTIP con l’UE e il TPP con un gruppo di Stati del Pacifico, la Cina riempie il “vuoto” di quella gigantesca terra di mezzo rimasta orfana di potenze di riferimento con una presenza che rilancia gli affari e lo sviluppo di decine di Paesi. E anche qui, come in Africa e America Latina, la Cina butta sul piatto del partenariato politico due merci rare e ambitissime: capitali in abbondanza e infrastrutture per le comunicazioni.

L’apertura della Via della Seta 2.0 è sicuramente il progetto geopolitico più ambizioso oggi sulla Terra, ma è praticamente sconosciuto all’opinione pubblica. Un silenzio cercato e voluto da Pechino, che non ama i discorsi roboanti né la pubblicità mediatica sulla sua programmazione strategica. Che è chiarissima: piaccia o meno, la Cina oggi è l’unica potenza al mondo che ha una chiara visione del suo futuro, e sta lavorando per farla diventare tangibile e concreta come l’acciaio dei binari.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Alla vigilia di Expo 2015 si moltiplicano le riflessioni e le polemiche sulle caratteristiche che l’agricoltura dovrebbe assumere nel prossimo futuro per riuscire a sfamare i 9 miliardi di abitanti del pianeta previsti per il 2050. Secondo la FAO, la produzione mondiale di alimenti dovrebbe crescere almeno del 60%, riducendo però il consumo di acqua, di energia e di suolo. Un’impresa quasi impossibile, ci viene spiegato spesso da una certa scienza, a meno di non ricorrere in modo massiccio all’agricoltura OGM. Discorsi sterili e vuoti di significato, perché per decantare le virtù degli organismi geneticamente modificati si tirano sempre in ballo le banane arricchite o il golden rice alla vitamina A, che potrebbero debellare diverse malattie nei Paesi poveri, mentre il mercato delle sementi OGM offre solo commodities tradizionali destinate ai grandi produttori. Cioè soia, mais, grano, pomodori e patate: tutti rigorosamente di un solo tipo, trattabili solo con antiparassitari venduti dalla stessa ditta che ne detiene i diritti e incassa le royalties.

L’agricoltura, nata come attività economica durante la rivoluzione neolitica, si basa da sempre su una premessa: la sovranità dell’agricoltore sul suo prodotto. Nel mondo dell’agricoltura OGM, invece, i proprietari del lavoro altrui sono Monsanto, Dupont, Pioneer e non più i coltivatori. Contro questo stravolgimento lottano i movimenti contadini che rivendicano il diritto a produrre in proprio e a scambiarsi le sementi.

L’opposizione più seria all’agricoltura geneticamente modificata non si basa sui dubbi scientifici circa le eventuali conseguenze sulla salute dell’uomo o sull’ambiente, ma parte proprio da una riflessione sul modello agricolo. Il mondo OGM è costituito da grandi soggetti multinazionali ed espelle i contadini dalle campagne verso le città. Non prevede varietà né biodiversità, dunque espone l’agricoltura ad altissimi rischi in caso di comparsa di nuove malattie che colpiscano le poche specie coltivate. E non risolve il problema della fame, che non dipende dal tipo di produzione agricola bensì dall’accesso al cibo e dalla proprietà della terra.

Quali sono allora le alternative per far fronte alla sfida della sicurezza alimentare globale? Sicuramente bisogna cercarle nella tecnologia, intesa però come risorsa al servizio del bene comune. Oggi si lavora sull’agricoltura di precisione, in cui tutti i processi e i dosaggi sono ottimizzati per evitare gli sprechi, e si sviluppano interessanti tecniche come il miglioramento vegetale e la reintroduzione delle piante perenni.

Il miglioramento vegetale, o intercropping, consiste nel coltivare specie diverse una accanto all’altra, per lottare contro i parassiti in maniera naturale. La coltivazione alternata di carote e cipolle, per esempio, evita la proliferazione delle larve della mosca della carota senza bisogno di nessun tipo di pesticida. Questo nuovo approccio all’agricoltura può portare a un abbattimento fino all’80% della chimica usata nei campi, consentendo di fare ricorso ai trattamenti antiparassitari non più a scadenze regolari, ma solo in modo mirato e in caso di necessità.

L’altra faccia di questo nuovo approccio è la reintroduzione delle specie perenni al posto di quelle annuali. Il vantaggio è avere piante con radici più lunghe, dunque meno bisognose d’acqua e di fertilizzanti, in grado anche di rendere più stabile il suolo.

Oggi il neo delle piante perenni è che hanno una resa inferiore rispetto a quelle annuali, ma la scienza è al lavoro per selezionare varietà più produttive. In questo caso, per ottenere maggiore resa e qualità la ricerca genetica non si basa sull’inserimento di un gene in laboratorio, violentando il DNA della pianta, ma su criteri di selezione naturale, gli stessi che per millenni hanno guidato i contadini di tutto il mondo.

Insomma, se scienza e agricoltura collaborano, libere dalle pressioni delle multinazionali, allora la fame può essere debellata.

Resta l’altro tema, ancora più complesso, che riguarda l’accesso al cibo, cioè la possibilità di acquistarlo, e la questione della terra. Che ieri veniva sottratta ai coltivatori dai latifondisti, oggi dalle grandi multinazionali del land grabbing e dei biocombustibili, a discapito della produzione di alimenti. Una moratoria sui contratti di concessione di terreni agricoli, almeno nelle zone a rischio sicurezza alimentare, sarebbe un primo passo necessario.

Questi sono i temi sui quali si è chiamati a discutere durante Expo 2015, che si spera sia una manifestazione “OGM free” soprattutto a livello intellettuale. Perché la sfida della sicurezza alimentare non può essere affidata a un ramo dell’industria: è un’impresa che coinvolge anzitutto chi la terra la lavora e chi dalla terra trae il proprio sostentamento.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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L’AGOA (African Growth and Opportunity Act, “atto di crescita e opportunità per l’Africa”) è un atto legislativo emesso nel maggio 2000 dal Congresso degli Stati Uniti per la collaborazione e l’assistenza economica e commerciale nei confronti dei Paesi dell’Africa subsahariana. Non un vero accordo di libero scambio, sul modello di Nafta o TTIP, bensì un atto unilaterale, teso a favorire l’ingresso nel mercato nordamericano di prodotti africani non petroliferi.

In base a questa risoluzione, anno per anno il presidente degli Stati Uniti decide quali sono i Paesi idonei a godere di agevolazioni all’export verso gli USA e quali i prodotti che possono beneficiarne. E lo fa considerando anche, si fa per dire, che i Paesi in questione siano democrazie e che aderiscano ai principi dell’economia di mercato.

L’AGOA è in realtà solo una deroga ai vincoli creati a protezione del mercato statunitense, e ha suscitato non poche polemiche. Nei fatti si applicherebbe a 39 Stati africani, ma finora solo 7 ne hanno beneficiato e tre di essi (Nigeria, Angola e Sudafrica) garantiscono l’80% dell’export complessivo.

Il secondo punto critico riguarda la composizione dei 5 miliardi di dollari di esportazioni africane negli USA finora avvenute nel quadro dell’accordo. Il mix, infatti, è fortemente sbilanciato sui settori tessile e dell’abbigliamento, con prodotti realizzati all’interno di zone franche gestite sul modello delle maquiladoras messicane. Un grosso limite è che l’accordo non comprende l’importante settore alimentare ed esclude buona parte dei prodotti agricoli africani (tabacco, cotone, zucchero). Questo perché le norme sanitarie statunitensi bloccano l’import di molti prodotti alimentari e perché l’apertura sulle commodities agricole creerebbe una pericolosa concorrenza ai produttori a stelle e strisce.

L’impatto positivo dell’AGOA riguarda invece l’occupazione: si calcola infatti che abbia creato almeno 80.000 posti di lavoro.

Se non verrà rinnovato, nel corso del 2015 questo partenariato scadrà. Al momento è difficile capire come evolverà la situazione. Ciò che emerge chiaramente è che si tratta di una relazione commerciale di tipo neocoloniale: date le gigantesche asimmetrie tra le parti, l’AGOA favorisce in primo luogo il Paese più forte in assoluto, gli Stati Uniti, e secondariamente quelli più forti dell’Africa. Inoltre si può affermare che gli investimenti diretti statunitensi nell’ambito dell’AGOA, 7 miliardi di dollari nell’ultimo periodo, sono insignificanti rispetto a quelli nel frattempo effettuati dall’altra potenza presente nella regione, la Cina.

Gli accordi bilaterali che il gigante asiatico ha stipulato con decine di Paesi africani partono da basi diverse e, soprattutto, prevedono investimenti diretti sulle infrastrutture locali e sulla capacità produttiva. In Africa, gli Stati Uniti hanno l’unico obiettivo di rifornirsi di materie prime e di importare prodotti utili al loro mercato, mentre la Cina, pur essendo anch’essa interessata a minerali e petrolio, segue un’idea di partenariato economico strategico, anche perché non ha un sistema protezionistico da tutelare. Nel primo caso, se va bene, parliamo della creazione di qualche posto di lavoro in più, nel secondo delle premesse per un vero sviluppo delle economie africane: quelle premesse, cioè, che negli ultimi 5 anni hanno consentito all’Africa subsahariana di diventare una delle regioni al mondo con la più alta percentuale di crescita del PIL.

Insomma, per gli Stati Uniti, come prima per il Regno Unito o la Francia, l’Africa rimane solo un fornitore di materie prime a basso costo, mentre per la Cina il continente nero è ormai parte del “cortile di casa”. Un cortile che si estende su tre continenti, a differenza di quello degli Stati Uniti, che si sviluppa in Centroamerica. E in questa nuova versione del “Grande Gioco” su scala globale, anche la marginalizzata Africa, per la prima volta, ha qualche carta da giocare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Barack Obama vuole concludere il suo mandato rilanciando i rapporti con i “vicini” latinoamericani. Così, dopo decenni di incomprensioni, disinteresse e ridimensionamento anche dal punto di vista della presenza economica, gli Stati Uniti tornano prepotentemente ad affacciarsi sul continente che si estende a sud del Rio Bravo. Durante la lunga assenza del “fratello del Nord”, però, nel vicinato sono accadute molte cose. Un grande Paese, il Messico, è precipitato in una guerra civile sanguinosa tra Stato e narcotraffico. Un altro grande Paese, il Brasile, è diventato potenza globale. In diversi piccoli Paesi, come Ecuador, Uruguay e Bolivia, sono avvenuti profondi cambiamenti nell’ambito della sovranità economica e dei diritti sociali e individuali. Altri Stati ancora, come Cile e Perú, conoscono alti tassi di crescita economica, mentre Argentina e Venezuela si trascinano in una crisi politica quasi endemica.

Situazioni molto diverse ma con elementi comuni: la crescita delle società latinoamericane degli ultimi vent’anni è stata proporzionale al ridimensionamento delle relazioni economiche e politiche con gli Stati Uniti e alla diversificazione dei partner internazionali. Per diversi Paesi dell’America centro-meridionale, la potenza economica di riferimento è oggi la Cina. E proprio questo ha fatto scattare l’allarme, in ritardo, a Washington. La strategia del ritorno degli Stati Uniti in America Latina prevede la guarigione delle due ferite che in passato hanno compromesso i rapporti tra le due aree: cioè i “casi” Cuba e Colombia. Le trattative che si stanno svolgendo a L’Avana tra le FARC e lo Stato colombiano per porre fine alla guerra civile più lunga del continente americano, 50 anni e 200.000 morti, è strettamente legata ai round negoziali tra USA e Cuba, in svolgimento sempre a L’Avana, per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e commerciali dopo decenni di inutile embargo. In entrambi i casi gli Stati Uniti sono stati sconfitti, non essendo riusciti a rovesciare Castro né a liquidare la guerriglia delle FARC. Ma il danno è stato ancora maggiore se si considera che l’ostinata difesa di questa fallimentare politica di ingerenza ha alienato, con pochissime eccezioni, qualsiasi simpatia nei confronti degli USA da parte di governi di destra come di sinistra. E già nel 2005 gli errori hanno pesato nella decisione degli Stati latinoamericani di rifiutare l’accordo ALCA, il disegno – ormai sepolto – di costruzione di un unico mercato dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco.

Obama ora sta dimostrando coraggio. Nel discorso in cui annunciava l’apertura del dialogo con Cuba ha fatto giustizia storica citando il patriota cubano José Martí e restituendo a 400 milioni di persone la denominazione di “americani”, a segnalare un destino comune. Tuttavia lo slogan “siamo tutti americani” ha per ora provocato solo sorrisi in America Latina. E questo perché da quelle parti sono abituati all’uso alternato del bastone e della carota da parte dei vicini del Nord. Gli Stati Uniti, dopo le aperture di Obama, dovranno così riguadagnarsi sul campo ciò che la globalizzazione ha loro tolto. In primo luogo, prendendo atto del fatto che l’America Latina della Guerra Fredda, quella schiacciata nell’alleanza obbligatoria con gli Stati Uniti, che non risparmiarono mezzi né tragedie per perpetuarla, non esiste più.

Ora il rapporto deve essere alla pari, perché i latinoamericani per la prima volta possono scegliere con chi stare e con chi fare affari. È uno scenario al quale a Washington faticano ad abituarsi, ma con il quale devono fare i conti. Per la prima volta, nelle relazioni diplomatiche tra i mondi separati del Nuovo Continente sono gli americani del Nord ad avanzare proposte di cooperazione e a proporsi come forza di pace: le parti si stanno rovesciando, e questo non può che essere un bene.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La fine annunciata dei reality che facevano furore nei primi anni 2000, quelli dove un gruppo di “famosi” o aspiranti tali doveva sopravvivere in qualche isola remota, ci racconta i cambiamenti nella sensibilità media. Ora che l’etere è stato saturato da cuochi veri o improvvisati e da medici legali che dall’esame di ossa e tessuti riescono a ricostruire crimini sempre più raccapriccianti, l’esotismo naif dei reality ai Tropici sembra fuori luogo. In fondo, cosa sarà mai doversi districare tra zanzare aggressive e granchi minuscoli, quando i drammi veri sono diventati il dilagare dei serial killer o il rischio della pasta scotta?

Le varie isole dei famosi, format internazionale replicato ovunque, arrivavano due decenni dopo l’inizio del turismo di massa nei villaggi-vacanze, tutti uguali, dislocati alle latitudini equatoriali. Il set era l’antitesi del “tutto compreso”: il cibo andava conquistato con sudore e perseveranza. Il contrario, appunto, dello spreco delle mense dei villaggi, dove si trova di tutto a tutte le ore, dove si riempiono i piatti per poi lasciare metà del cibo intatto. E spesso questo accade in Paesi dove si soffre la fame, con bilance dei pagamenti che devono sopportare il fardello dell’import di beni di lusso, almeno per gli standard locali, da consumarsi solo dentro i villaggi.

Altre caratteristiche di questi reality ricalcano invece aspetti culturali tipici dei villaggi turistici, come la totale mancanza di rispetto nei confronti della natura. È noto che i beach resort sono stati costruiti quando non si pensava ancora agli studi di impatto ambientale, si tagliavano a cuor leggero le mangrovie, si incidevano le barriere coralline, spesso si trascurava perfino il problema del trattamento delle acque nere e dello smaltimento dei rifiuti. Anche i reality in passato si sono contraddistinti per proporre un rapporto traumatico con l’ambiente. Sono ancora fresche le denunce contro quei “famosi” che in Repubblica Dominicana organizzavano i giochi con le fiaccole dentro una grotta con incisioni rupestri, utilizzavano pezzi di stalattite per costruire tavoli e avevano come mascotte un’iguana protetta e in via di estinzione, alla quale erano state tagliate le unghie perché i protagonisti non si facessero male.

Insomma, il villaggio turistico ai Tropici era un assaggio di natura esotica assoggettata ai bisogni di serenità e spensieratezza del cliente. Quella stessa natura, appena fuori dal villaggio, nelle isole dei famosi, tornava ostile. Ovviamente era solo un gioco di specchi e di inganni: in ambedue i casi si riproponevano le miserie della civiltà occidentale opulenta e annoiata.

Oggi l’esotismo non è più così invitante perché, nell’immaginario collettivo, i naufraghi che giocavano a Robinson Crusoe sono stati in qualche modo rimpiazzati dai combattenti “all black” dell’ISIS. Dai Tropici siamo passati ai deserti, dal consumo dell’ambiente al consumo di esseri umani. Ma dove l’occidentale diventa preda, ostaggio e carne da macello, il gioco è stato bandito. Così la paura di quel mondo ignoto, che prima invece ci attirava, sta rilanciando il turismo domestico, comprese nicchie che si consideravano quasi esaurite come il turismo di montagna. Va bene tutto purché alla fine ci si ritrovi vicino a casa, in un luogo sotto controllo, riconoscibile e gestibile. L’esatto contrario dell’era (recente) dei viaggiatori-esploratori che annoiavano parenti e amici con migliaia di fotografie dell’ultimo Paese-trofeo.

Il mondo globalizzato rimane tale solo quando siamo seduti davanti alla televisione, mentre il turismo, tradizionale veicolo di contaminazioni culturali concrete, si è ristretto. L’orticello torna il centro del mondo e della cultura di massa. Ma attenzione, perché dietro la casa di ciascuno di noi potrebbe aggirarsi un cuoco-assassino, l’ultima frontiera della televisione dell’angoscia.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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