Quanta fatica si fa quando si vuole analizzare un fatto di guerra come se fosse un problema di devianza sociale o di misticismo religioso degenerato ben oltre le righe. Gli esperti che hanno esaminato per primi le riprese della strage di Parigi non hanno avuto dubbi sulla condizione di “reduci di guerra” dei due killer in azione: spigliatezza, freddezza, ma soprattutto l’utilizzo di armi automatiche come i kalashnikov a colpo singolo. Una scelta che può essere fatta soltanto da un professionista, sicuro di centrare il bersaglio senza dover mitragliare e sprecare pallottole. Si tratta dunque di reduci di uno dei conflitti mediorientali che, nel cuore di Parigi, sono stati in grado di procurarsi kalashnikov e lanciarazzi. Nulla di più lontano dalla narrazione delle destre, che presentano tali combattenti come invasati che agiscono per conto di Allah.

Ma anche a sinistra c’è confusione. Si rifiuta il concetto di “guerra” perché lo si associa automaticamente al concetto di “scontro di civiltà” che, da Samuel Huntington a Oriana Fallaci, ci accompagna da un paio di decenni. Tuttavia parlare di guerra è inevitabile, quando dal pazzo isolato che impugna un martello e colpisce a casaccio si passa al commando di reduci ben armati e organizzati. Una guerra reale, però, e non virtuale o culturale. È quella, infinita, per la spartizione dei territori mediorientali che diventarono Stati alla fine del colonialismo e che oggi sono parzialmente regrediti alla condizione precedente, teatro di scontri tra diverse fazioni, tra diverse etnie, tra diversi interessi economici e politici.
Un grande caos nel quale l’Occidente è immerso fino al collo con i suoi alleati e i suoi nemici, con la sua intelligence e i suoi droni. Con i soldati, le multinazionali e i “consulenti”.

Come in tutte le guerre, il contendente più debole sfrutta quanto è a sua disposizione per mandare messaggi, per veicolare la sua propaganda, per fare reclutamento. La strage di Parigi è tutte queste cose insieme: un avvertimento alla Francia, protagonista delle scorribande mediorientali, sulla sua debolezza in casa; un momento di violenta propaganda e uno spot per il reclutamento di nuove leve di combattenti da portare sul fronte.
La battaglia dei gruppi jihadisti ha come obiettivo la conquista di visibilità politica e di spazi geografici in Asia e Africa settentrionale. Da Al Qaida all’ISIS, oggi la vera posta in gioco sono l’Iraq, l’Arabia Saudita, la Libia. Non certo le metropoli occidentali. L’abbattimento delle Torri Gemelle e l’attentato di Madrid non preannunciavano un’invasione delle truppe del Califfo, ma lanciavano un mostruoso avvertimento che, per esempio, la Spagna colse al volo ritirandosi dall’Iraq.

Dovremmo purtroppo dare meno credito ai sociologi e agli esperti di Islam, e più agli analisti bellici. Stiamo assistendo a un conflitto sempre più globale per il controllo di una zona strategica del pianeta, e in questo conflitto ci siamo anche noi. Papa Francesco recentemente ha parlato di una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” e forse non si è sbagliato. Una conflitto sporco che contamina tutti i contendenti e che non risparmia mezzi o sofferenze. Ieri a Parigi e a Kobane, per qualche minuto, è andato in scena lo stesso orrore.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Quale futuro per una radio che, anche se si è lanciata su un’avventura nazionale, rimane fortemente ancorata a una comunità territoriale? Di radio comunitarie, ai tempi delle webradio, non si parla più da tempo. Cioè di radio che sono il mezzo di comunicazione corale di una comunità occupandosi di temi di interesse comune, di comunicazioni di servizio, di interpretare i sentimenti e i bisogni del proprio ascolto. Su Facebook, Twitter o Google+ la “condivisione” è solo “esposizione” di fatti privati in pubblico oppure copia incolla di notizie scritte da qualcun altro. La radio crea una platea, e quando ha dimensione comunitarie, un legame anche identitario.

In questi giorni è in corso una campagna di abbonamento per Radio Popolare. Sono tempi durissimi per l’editoria in generale e per le radio in particolare: la frammentazione dell’ascolto, la concorrenza dei nuovi media, il calo generalizzato della pubblicità concorrono a creare incertezza sul futuro dell’avventura editoriale iniziata a Milano negli anni ’70. Ma Radio Popolare ha un arma unica per difendersi, l’abbonamento volontario dei suoi sostenitori. Un fenomeno unico al mondo date le dimensioni, circa 15.000 persone. Migliaia di ascoltatori che pagano volontariamente un servizio gratuito. Mi correggo, non “pagano un servizio”, ma sostengono l’indipendenza e il progetto editoriale della “loro” radio, della radio della “loro” comunità. Una comunità che non è solo territoriale (Lombardia), ma anche culturale e politica. Migliaia di persone controtendenza, che si ostinano a pagare in questi tempi di gratuità fasulle. Servizi e news offerte da media sempre più complessi e intrecciati che si vantano di non farci pagare nulla, ma che in realtà ci succhiano come vampiri informazioni sui nostri dati, gusti, desideri, frequentazioni per potere personalizzare al millimetro le pubblicità che poi misteriosamente ci ritroviamo anche dentro la lavatrice. Uno scambio mai fino in fondo chiaro o chiarito, fatto tra l’altro da soggetti per lo più esteri che non rispettano la legislazione europea e che addirittura non pagano le tasse nei paesi in cui operano sfruttando i nostri “beni comuni”, come la rete, che in Italia sta in piede grazie al rame posato decenni  fa dalla compagnia telefonica pubblica e pagata da tutti noi.

Abbonarsi a Radio Popolare vuol dire sostenere la “mia” comunità, ribadire che la libertà dell’informazione è un principio sacrosanto e mantenere viva la pluralità dell’informazione ai tempi di Google.

Lunga vita agli abbonati di RP, baluardi della libertà di informazione in Italia.

 

Alfredo Somoza

 

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Sulla costa del mare dei Caraibi, in Honduras, vivono piccole comunità di afroamericani, i Garifuna, discendenti di schiavi sopravvissuti al genocidio perpetrato dai negrieri. I Garifuna ormai sono considerati un popolo autoctono americano nonostante siano oriundi di un altro continente, come i Quilombolas brasiliani, i neri di Esmeraldas in Ecuador, i Maroons delle Guyane. Eredi di uomini e donne che ricostruirono la loro vita alla fine della schiavitù oppure che si erano uniti in comunità già nei decenni precedenti, dopo essere fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero in cui erano tenuti alla catena.

Quando in America Centrale gli schiavi furono liberati, agli inizi dell’800, i Garifuna si organizzarono in piccoli villaggi sulla costa e nelle isole vivendo di pesca, caccia e della coltivazione di tuberi e mais. Chiunque visiti i loro villaggi rimane sorpreso di fronte a veri e propri “pezzi d’Africa” incastonati sul suolo americano: in pratica, architetture, lingua, musica, danze, abiti, cibi sono quelli del Golfo di Guinea. I tamburi congo continuano a suonare le basi ritmiche di antichi canti rituali tramandati di generazione in generazione. Le cerimonie sulla spiaggia, di fronte a un mare generoso, collegamento ideale con l’Africa lontana, sono a tutti gli effetti un patrimonio culturale e di “resistenza” unico al mondo.

Una parte di queste comunità vive all’interno del parco nazionale intitolato a Jeanette Kawas: un’ambientalista honduregna che salvò oltre 400 specie animali e vegetali in pericolo ma non riuscì a salvare se stessa dalla furia criminale dei proprietari terrieri che aveva denunciato, colpevoli di attività predatorie nell’area protetta. Jeanette fu la prima ambientalista in Centroamerica uccisa per le sue idee e il suo lavoro, nel 1995.

Nell’area di Tela già negli anni ’80 e ’90 la speculazione edilizia voleva cementificare la baia, davvero splendida, e soprattutto la parte vicina alla meravigliosa Punta Sal con la spiaggia bianca che la precede, lunga almeno 10 chilometri. L’assassinio della Kawas produsse l’effetto opposto a quello auspicato dagli assassini. Sollevò grandi proteste e fece crescere l’attenzione a livello internazionale, così l’area è stata salvaguardata dai progetti di cementificazione. Fino a qualche tempo fa.

Oggi invece la speculazione ha mano libera e si procede spediti con la costruzione di villette, due megaresort turistici a cinque stelle, piscine e un campo da golf di 80 ettari ricavato coprendo di terra la parte umida del parco, ormai persa per sempre. Nel mese di ottobre è partita l’ultima fase della costruzione del complesso. Ora c’è solo da scacciare i poveri dalle terre confinanti perché potrebbero infastidire i turisti. Così in questo momento 400 persone stanno rivivendo la dolorosa storia dei loro avi: l’esercito sta procedendo casa per casa, gettando per strada i pochi beni dei Garifuna per poi radere al suolo le abitazioni con i bulldozer, il tutto contro i diritti dei nativi che, in teoria, dovrebbero essere tutelati da leggi e trattati nazionali e internazionali.

Della cultura di questo popolo resterà il ricordo negli spettacolini offerti dai resort, dove alcuni Garifuna verranno presentati come nota di “colore” ai turisti curiosi. In cambio di qualche moneta suoneranno il bongo, canteranno e balleranno con la morte nel cuore. È così l’ennesimo progetto di sviluppo turistico, con l’immancabile campo da golf, si abbatte su un’area protetta e su una comunità indigena.

Uno strano destino quello dei cosiddetti popoli autoctoni, o assimilati come i Garifuna: la marginalità geografica dei loro insediamenti, che in passato è stata la loro salvezza, oggi diventa la loro rovina, perché l’industria turistica cerca disperatamente terreni vergini da occupare. La povertà e la cultura di questi popoli hanno salvaguardato un ambiente spettacolare, interpretato oggi come l’ultima frontiera del turismo “a contatto con la natura”. Come i Boscimani della Namibia, i Mapuche del Cile, i Naga del Tibet, oggi i Garifuna hanno il loro minuto di notorietà solo perché aggrediti ed espropriati. Un minuto del quale, nel grande circo mediatico, non resterà traccia. I Garifuna di Punta Sal in Honduras, d’ora in poi li troveremo nelle baraccopoli della periferia della capitale o mentre faranno il verso a se stessi davanti ai turisti: quelli spensierati e organizzati, senza “ahi! ahi! ahi!”.

 

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

 


turisti

E’ uscito il Rapporto OCSE sulle migrazioni nei paesi membri. A conferma di quanto era facile intuire, e confermando una precisa regola storica, i flussi di immigrazione si dirigono verso i paesi nei quali ci sono opportunità di lavoro. I numeri degli arrivi per i paesi mediterranei dell’Europa fotografano infatti la crisi profonda dell’area. L’Italia è passata da 572.000 immigrati permanenti del 2007 a 250.000 nel 2012 (-55%), la Spagna ha registrato un calo del 70%, Grecia e Portogallo si attestano attorno al -80%. Queste cifre andrebbero analizzate insieme all’altro dato, quello della ripartenza di flussi di emigrazione dagli stessi paesi. Dalla sola Spagna sono partiti circa 500.000 cittadini negli ultimi tre anni alla ricerca di opportunità all’estero e dall’Italia nel 2013 sono andati via 100.000 italiani (+ 55% rispetto al 2012). L’OCSE rileva uno specifico non proprio positivo dell’Italia, che non avendo mai avuto una politica attiva di incentivazione dell’immigrazione di profilo medio-alto, ha una mappa migratoria fortemente presente nei comparti lavorativi poco qualificati, con grandi concentrazioni nei settori dell’assistenza alla persona, l’agricoltura e il commercio ambulante. Immigrati che ora non sono più visti come “quelli che ci portano via il lavoro”, ma come “quelli che ci portano via l’assistenza”. I terreni sui quali si combatte la nascente guerra tra i poveri nelle periferie milanesi o romane sono la casa, l’assistenza, la scuola pubblica, i sussidi. Un fenomeno che si può attribuire alla crisi, ma che rischio di diventare un dato consolidato. Un mix micidiale, tra immigrati di bassa scolarizzazione vulnerabili ai cambiamenti del mercato del lavoro e poco resistenti alle crisi economiche e di ragazzi con alti livelli di formazione (che hanno richiesto ingenti investimenti pubblici) che emigrano. Un mercato del lavoro che si impoverisce e una rete di welfare che fa acqua. Questi sono i problemi da affrontare con urgenza oggi. Come rinnovare e ricreare un welfare inclusivo che non badi soltanto alla terza età e quale incentivi per il ritorno dei cervelli in fuga. Quale politiche migratoria per il futuro.

Questioni troppo complesse per chi fa l’imprenditore della paura e soffia sul fuoco, ignorando anche le statistiche, e anche per chi fa finta di niente pensando che qualche mano invisibile possa sistemare le cose. In politica è meglio sbagliare che restare fermi. Noi oggi stiamo cominciando a raccogliere i frutti velenosi prodotti dall’immobilismo degli ultimi 20 anni e insistere con la politica dello struzzo può essere solo foriera di sciagure, neanche tanto lontane nel tempo.

 

Alfredo Somoza

 

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In un lontano Paese in fondo al Sud America, sta andando in pensione uno dei politici più amati al mondo. Un uomo che ha governato solo quattro anni, ma che ha lasciato una traccia indelebile sullo scenario internazionale. José Pepe Mujica  ha una storia politica impeccabile, anche se ha riconosciuto di avere avuto la testa “troppo calda” quando militava nella guerriglia Tupamaro. Prigioniero politico di lungo corso nelle segrete della dittatura, è il simbolo della continuità tra le lotte degli anni ’70 e quelle del XXI secolo.

L’Uruguay è una piccola porzione della Pampa che fu per secoli un cuscinetto tra i due imperi che si spartivano il Sudamerica – quello spagnolo e quello portoghese – e successivamente passò sotto l’ala del Regno Unito, interessato a tutelare i suoi grandi interessi economici nella zona. L’eroe nazionale che lottò contro la Spagna, il generale José Artigas, non a caso venne battezzato “protettore dei popoli liberi”; e quando si verificò lo strappo con Buenos Aires, che portò all’indipendenza dall’Argentina, qui combatté e visse Giuseppe Garibaldi nella sua fase più libertaria. L’Uruguay, infatti, è uno Stato laico nel continente più segnato dal cattolicesimo spagnolo. Un Paese nel quale il divorzio esiste da decenni e dove oggi sono ammessi i matrimoni omosessuali. Un Paese che già nel 1917 sancì la separazione totale tra Stato e Chiesa, e nel quale la Pasqua si chiama “settimana del turismo”.

Soprattutto, l’Uruguay è storicamente un’isola di democrazia in un continente in tempesta, anche se questa nobile tradizione si interruppe drammaticamente mentre i “vicini di casa” si trovavano sotto lo stivale dei militari. In quegli anni bui per Montevideo, un guerrigliero fu tenuto in prigione per 15 anni. Quell’ex detenuto, che non ha mai rinnegato le proprie idee di giustizia sociale, sta concludendo il suo mandato di presidente della repubblica, a capo di una coalizione formata da socialisti, comunisti, cattolici progressisti ed ex Tupamaros. Un presidente amatissimo che ha continuato a vivere nella sua modesta casa di campagna, che ha tenuto per sé soltanto 800 euro di stipendio, ha girato con la sua auto di trent’anni fa e in tutti i forum internazionali è diventato un faro per chi si batte contro il modello dominante di sviluppo consumistico e contro la mancanza di etica nella politica.

Con Mujica la disoccupazione è calata, l’economia è cresciuta, è stato depenalizzato l’aborto e sanciti i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Uruguay si è anche realizzato il sogno dell’antiproibizionismo con la legalizzazione della marijuana, anticipando una decisione che – per forza di cose – prima o poi dovrà essere presa da tutti i Paesi dell’area per debellare le mafie, che non soltanto delinquono e inquinano la società, ma sono diventate veri contropoteri antagonisti della democrazia.

Come scrisse anni fa uno dei grandi scrittori di questo Paese, Eduardo Galeano, l’utopia serve a camminare senza perdere l’orientamento. Il piccolo Uruguay di Pepe Mujica, patria di tangueros, calciatori e romanzieri, si è permesso ancora una volta di ricordarci un’utopia, quella della politica che riprende l’originale vocazione di servizio e nella quale i cittadini si possono identificare.

 

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

 

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Sicurezza 2.0

Pubblicato: 22 novembre 2014 in Mondo
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Chi viaggia in aereo si sarà chiesto spesso come mai un liquido venga considerato potenzialmente pericoloso solo se supera i 100 ml. La risposta è che, in realtà, bastano molto, molto meno di 100 ml di nitroglicerina o di tritolo diluito in etere per far esplodere un jet. Già, e allora perché? La risposta va cercata nella paranoia collettiva originata dagli attentati alle Torri Gemelle del 2001. Paranoia che ha fatto le fortune di molti, dal settore bellico fino alle ditte specializzate in videosorveglianza.

Nel comparto dei trasporti aerei, ossia quello considerato più a rischio, si è iniziato a adottare misure senza senso, spesso contraddette dai loro stessi ideatori ed esecutori, e sono cominciati gli affari d’oro per duty free e spacci di alimentari posizionati nelle aree oltre i controlli. La questione dei liquidi per esempio, cioè il divieto di entrare nella zona dei gate d’imbarco degli aeroporti con bottiglie o lattine, si spiega con la bufala giornalistica, sicuramente ispirata da qualche servizio di intelligence, dell’attentatore che in Gran Bretagna nel 2006 avrebbe tentato di trasportare esplosivo liquido su un aereo per causare una strage. Come ormai è stato dimostrato, si tratta di una leggenda metropolitana: ma è servita a mettere al bando ogni liquido dai bagagli a mano in tutto il mondo.

L’aspetto ridicolo è proprio la soglia dei 100 ml autorizzati, che obbliga i viaggiatori a rifornirsi di acqua o altre bevande nelle aree interne dell’aeroporto a prezzi triplicati rispetto a quelli praticati “fuori”, ma tutela l’acquisto e il trasporto dei profumi. Non è certo l’unica contraddizione: ci vengono sequestrati coltellini, tronchesini o pinzette, ma poi scopriamo che a bordo i pasti possono essere serviti con posate metalliche. Senza considerare che in qualsiasi bar dell’aeroporto i dipendenti maneggiano coltelli di ogni misura e genere, dei quali si potrebbe impossessare l’attentatore di turno.

Anche i laptop subiscono un trattamento speciale: bisogna separarli dal resto del bagaglio e in alcuni aeroporti devono essere accesi, per dimostrare che si tratta proprio di computer portatili. È come se si immaginasse che l’ipotetico attentatore, dopo aver nascosto una carica esplosiva nel computer, lo abbia anche svuotato e magari riempito di mattoni. Perché, se così non fosse, come farebbe un semplice impiegato incaricato del controllo ai raggi X a distinguere tra un pezzo elettronico “normale” e la carica esplosiva mascherata da circuito? Tutte domande che, se rivolte ai responsabili della sicurezza, non trovano risposta. Come anche il divieto di tenere accesi gli apparecchi elettronici al decollo e all’atterraggio degli aerei, mentre ora alcune compagnie cominciano a offrire collegamento wifi in volo.

La sicurezza 2.0 non risponde ad alcuna logica se non quella della paura. Qualsiasi idea, anche quella più balzana, viene automaticamente considerata valida per introdurre un divieto spesso vessatorio nei confronti dei cittadini, come nel caso delle radiografie “integrali” al posto dei metal detector. Ed è vietato anche ironizzare su questa follia, perché chi lo fa diventa automaticamente “sospetto” e rischia di finire in galera.

Dalla costruzione di mura merlate per difendersi dagli invasori nel Medioevo fino ai 100 ml autorizzati sugli aerei di oggi, non sono passati soltanto i secoli. È cambiato fondamentalmente il concetto di nemico e di difesa. Quella di ieri era la migliore risposta possibile contro un pericolo conosciuto, mentre quella di oggi è una risposta casuale ed esasperata contro un nemico che non si conosce. Una cosa è certa però, l’ossessione per la sicurezza, in un mondo che – escluse le aree interessate da conflitti bellici – è più sicuro che mai, sta riducendo gli spazi di libertà e di privacy dei cittadini. Tutti accettiamo di essere registrati, ripresi, inseguiti da occhi elettronici 24 ore al giorno e ci sottoponiamo ai rituali della sicurezza a capo chino. Mai nella storia l’uomo ha ceduto volontariamente una quota così elevata della sua libertà in nome della sicurezza. Per i “grandi fratelli” del telecontrollo di massa, se non ci fossero terribili nemici bisognerebbe inventarli: o forse la loro genialità è stata proprio quella di crearli.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lo scorso mese di ottobre, a Cagliari si è verificato un fatto di rilevanza epocale che però ha lasciato indifferenti i mezzi d’informazione: per la prima volta nella storia è approdata in Italia una petroliera carica di greggio statunitense. Andando a indagare negli archivi dell’Energy Information Administration, l’agenzia federale di Washington che si occupa di energia, si scopre infatti che nel 2014 il nostro Paese è stato destinatario di 430.000 barili di petrolio made in USA.

Senza dubbio si tratta di una quantità irrisoria se rapportata al commercio mondiale di combustibili fossili, eppure siamo di fronte a una testimonianza della più grande rivoluzione energetica degli ultimi decenni: quella dello shale oil e dello shale gas, e più in generale degli “idrocarburi non convenzionali”, cioè petrolio e gas ricavati non dai “soliti” giacimenti ma da particolari sabbie o da rocce che vengono frantumate nelle profondità del sottosuolo. Una fonte non rinnovabile, ovviamente, che fino a poco tempo fa è stata trascurata.

Ai vertici delle graduatorie che calcolano le riserve planetarie di questo genere di idrocarburi ci sono gli Stati Uniti, insieme a Cina, Russia, Argentina e Algeria. E proprio gli Stati Uniti se ne stanno avvantaggiando più di tutti, nonostante vivano una contraddizione rispetto al loro stesso quadro legislativo che, dai tempi della crisi energetica degli anni ’70, proibisce l’export di greggio per motivi di sicurezza nazionale.

Malgrado questo divieto, negli ultimi quattro anni l’export a stelle e strisce è passato da 50.000 barili al giorno a 400.000, e si prevede che nel 2015 toccherà quota un milione. Ciò perché il Dipartimento del Commercio ha concesso a due società di esportare petrolio sul quale siano state effettuate lavorazioni anche minime, aggirando così la legge che parla soltanto di “greggio”. Lo stesso vale per il gas, estratto in quantità così abbondanti che, sul mercato interno, i prezzi si sono dimezzati, con grandi vantaggi economici per le industrie e le famiglie.

Se si conteggiano insieme il greggio, il metano e il propano, oggi gli Stati Uniti hanno raggiunto al primo posto mondiale l’Arabia Saudita nella produzione di energia e si preparano al sorpasso. È questa la principale spiegazione del calo del prezzo del petrolio a livello globale: le nuove fonti estrattive – insieme alla crisi economica – hanno cambiato lo scenario che si delineava fino a pochi anni fa, e che lasciava presumere un aumento indefinito dei prezzi correlato alla diminuzione generalizzata delle riserve di idrocarburi.

In realtà le riserve sono nettamente superiori rispetto ai pronostici e il prezzo del petrolio scende. Tra tante manifestazioni di soddisfazione, pochi considerano che una delle conseguenze più significative di questo fenomeno è il declino dell’interesse per la riconversione energetica e per la ricerca sull’energia rinnovabile.

I costi ambientali di questa primavera energetica non sono stati ancora valutati, ma l’estrazione di idrocarburi ottenuta attraverso la frantumazione delle rocce presenta una serie di criticità che potrebbero rendere effimero lo sfruttamento stesso di questa fonte energetica. Infatti, oltre a richiedere l’iniezione nel sottosuolo di enormi quantità di acqua e di sostanze chimiche, oltre a provocare l’instabilità dei terreni sotto i quali si lavora e un rischio di aumento della microsismicità, questi giacimenti tendono a esaurirsi molto in fretta. Obbligano dunque a un costante sforzo di prospezione e di perforazione, con grandi investimenti di denaro: in pratica è conveniente estrarre petrolio non convenzionale solo finché il prezzo a barile si aggira attorno ai 100 dollari.

Molto si è discusso negli ultimi anni circa il significato geopolitico di questa rivoluzione, ma più sul piano delle ipotesi che dei fatti. È fuori luogo immaginare che il disimpegno graduale degli USA dallo scenario globale, e dal Medio Oriente in particolare, sia dovuto esclusivamente alla minore dipendenza dall’import di greggio, ma è altresì vero che, quando gli Stati Uniti dovranno decidere come riposizionarsi nel mondo, molti degli attuali alleati in chiave energetica saranno ridimensionati. Per ora, a godere degli unici vantaggi concreti sono stati la bilancia dei pagamenti di Washington e le industrie che utilizzano in modo intensivo gas o altri combustibili. Il ritorno di molte aziende negli Stati Uniti, il cosiddetto reshoring, è in parte spiegabile alla luce del mix di energia a basso costo e incentivi fiscali varati dalle autorità. Insomma, la rivoluzione energetica per ora non ha cambiato il mondo, ma ha dato una grande mano agli Stati Uniti per uscire dalla crisi.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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In teoria lo scorso agosto l’Argentina ha subito un secondo default, dopo quello devastante del 2001. In pratica, però, ciò non è vero. Tutto risale alla sentenza, poi avallata dalla Corte Suprema, con la quale il giudice newyorkese Thomas Griesa ha interpretato il principio del pari passu in modo originale.

Il principio secondo il quale gli obbligazionisti vanno trattati tutti nello stesso modo significa infatti, molto semplicemente, che nessuno può essere privilegiato in caso di insolvenza. Invece, a prescindere dal fatto che oltre il 90% dei creditori avesse accettato la ristrutturazione dei crediti con uno sconto tra il 30 e il 40% del capitale iniziale, Griesa ha stabilito che i fondi speculativi che avevano rastrellato i titoli dopo il default pagandoli tra il 10 e il 15% oggi hanno diritto a riavere il 100% del valore nominale più gli interessi.

Se l’Argentina accettasse la sentenza, questo principio di pari passu a rovescio si estenderebbe automaticamente anche a quei creditori che già avevano accettato l’accordo con lo Stato. Un pasticcio internazionale che rischia di impedire in futuro la ristrutturazione di qualsiasi debito sovrano: anche perché ciò che è successo per via di questa sentenza potrebbe costituire un precedente valido pure al di là della giurisdizione statunitense.

Non a caso il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, ciò che deciderà la maggioranza dei creditori sarà vincolante per tutti. Altra conseguenza immediata di questa situazione è l’indebolimento della piazza di New York per il collocamento del debito sovrano intitolato in dollari USA: così questa vicenda indebolisce ulteriormente il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, sempre più in discussione davanti ai crescenti flussi di scambi in valuta locale, soprattutto tra i Paesi BRICS.

Nel frattempo l’Argentina ha depositato presso la Bank of New York Mellon il denaro per pagare i creditori che avevano accettato il concambio post default. Somma che però è stata bloccata dalla Corte statunitense perché, secondo la sentenza, parallelamente l’Argentina dovrebbe pagare per intero i fondi avvoltoi favoriti da Griesa. Il grande paradosso di questa vicenda, dunque, è che il Paese teoricamente entrato in default ha i soldi per onorare la scadenza, quindi ha la liquidità necessaria per non entrare in default… ma quegli stessi soldi sono stati immobilizzati in una banca da una sentenza.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori, per ora virtuali, sono infatti i fondi speculativi che, grazie alla deregolamentazione dell’economia globale, possono scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che opera però legalmente. Per l’Argentina, che dopo 10 anni stava per rientrare nel mercato internazionale dei capitali e ora è in affanno per la ripresa dell’inflazione, si tratta di una batosta dagli esiti imprevedibili.

La morale di questo default senza precedenti, ma che crea un pesante precedente, è che, per far rientrare in un recinto di regole condivise i buoi scappati negli anni dell’ottimismo globale, dopo una lunga ricreazione la politica dovrà tornare a occuparsi di economia: non per trasformarsi essa stessa in imprenditore, bensì per farsi garante degli interessi dei cittadini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Da quando esistono gli Stati, le spese belliche non hanno mai avuto un impatto marginale sui bilanci pubblici. Con alti e bassi, con impennate durante i conflitti alternate a scelte coraggiose ma quasi simboliche di riduzione, il costo del dispositivo difensivo e offensivo degli Stati segue un copione più o meno fisso: i Paesi che spendono di più sono quelli che svolgono un ruolo di potenza globale o regionale; in subordine, spendono molto i Paesi di minori pretese che si armano in funzione del contenimento di vicini bellicosi o per difendere territori contesi. È il caso della Grecia, che si è indebitata negli anni per sostenere una folle spesa militare in funzione anti-turca.

Storicamente, a fare la parte del leone sono state le potenze che a partire dal ’500 hanno colonizzato il mondo: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra finanziarono costosissime flotte ed eserciti per difendere imperi globali e sostenere politiche aggressive e di conquista. Durante tutto il ’900, dopo la sconfitta di Germania, Italia e Giappone, le uniche due potenze mondiali rimaste, USA e URSS, hanno ingaggiato un braccio di ferro sulla capacità di spesa militare. E proprio su questo terreno ha conquistato la sua grande vittoria l’amministrazione Reagan, che è riuscita a spingersi fin dove non potevano arrivare i rivali di Mosca; al tempo stesso, però, quella scelta strategica ha posto le basi del forte indebitamento pubblico degli Stati Uniti.

La classifica odierna della spesa militare, settore nel quale si spendono annualmente circa 1500 miliardi di dollari tra acquisto di armi e mantenimento degli eserciti, riserva molte sorprese e regala interessanti chiavi di lettura sulla geopolitica dei prossimi anni. Per la prima volta nella Storia i Paesi asiatici hanno superato la spesa militare dell’intera Europa comunitaria. La Cina, con una spesa nel 2013 di 145 miliardi di dollari (e di 132 miliardi quest’anno), spende più di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme. Cioè dei tre Paesi che spendono di più nel Vecchio Continente. Altro record è quello dell’Arabia Saudita, che con 60 miliardi di dollari l’anno scorso ha superato le spese di Londra.

In rapporto al PIL, le spese militari dell’Occidente si collocano sotto il 2%: l’Italia per esempio è all’1,2%; fanno eccezione gli Stati Uniti al 4,4, il Regno Unito al 2,4 e la fallita Grecia al 2,2%. Percentuali troppo basse secondo Washington, che ha problemi interni per continuare a sostenere uno sforzo così alto, messo a disposizione anche degli altri membri della NATO: e per questo gli USA esigono che il resto dei Paesi dell’Alleanza atlantica spenda almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Lo spauracchio agitati di recente da Barack Obama è l’evergreen della “guerra al terrore”, con l’aggiunta dell’aumentata spesa militare russa (la terza al mondo) e della situazione di instabilità in Ucraina.

L’amministrazione statunitense, in realtà, vorrebbe liberarsi di parte del fardello della NATO, al cui bilancio contribuisce per il 73%, perché ha un altro timore: la corsa al riarmo di Pechino, soprattutto a livello navale. Il Pacifico, che nei piani di molte potenze che vi si affacciano è destinato a diventare il centro dell’economia mondiale, deve essere protetto anche militarmente.

La corsa al controllo dei mari da parte di Cina e USA, ormai evidente, si combatte anche sul piano delle alleanze economiche, a geometrie variabili, con i Paesi dell’area: in tempi di globalizzazione, infatti, il predominio di una potenza sull’altra poggia in buona parte sul commercio e sul terreno virtuale del business derivato da Internet. Ma questi dati ci raccontano che, quando si arriva al dunque, continuano a contare – eccome! – le cannoniere e i soldatini. Come è sempre stato, come probabilmente sarà anche in futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Con cadenza giornaliera organismi multilaterali e giornali economici ci forniscono numeri sull’Europa che dipingono una situazione tutt’altro che positiva. Gli stessi analisti che prima la difendevano, oggi considerano errata la diagnosi “tedesca” sulla crisi del 2008: quella nella quale volutamente si confondeva la crisi dei mercati mediterranei, dovuta anche al costo dell’euro, con una crisi del debito sovrano. E che portò a somministrare una medicina sbagliata, cioè l’austerity “senza se e senza ma”.

Sull’onda emotiva del momento, in alcuni Paesi come l’Italia si è arrivati a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione – nonostante ciò non fosse un obbligo imposto dall’Unione Europea – come dimostrazione di fede nel credo dell’austerità di bilancio, che avrebbe dovuto condurci fuori dalle secche della crisi. Oggi sappiamo che queste politiche di bilancio e di spesa hanno avuto tre effetti: hanno congelato ogni aspettativa di crescita economica, spingendo verso la deflazione una parte del continente; non solo non hanno ridotto il debito pubblico, ma lo hanno fatto crescere percentualmente per via del calo del PIL; e hanno sostanzialmente favorito la Germania e qualche Paese del Nord.

Infatti la Germania, che ha visto crescere il suo prodotto industriale, ha tenuto alta l’occupazione e si è confermata la prima potenza economica del continente, godendo di una grande stabilità monetaria, di un euro sottovalutato rispetto alla sua economia, e di vasti serbatoi di manodopera a basso costo sia all’Est sia attraverso i “mini-jobs”, cioè i rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e pressoché esentasse. Addirittura, con fondi comunitari, la Germania è riuscita a far rientrare l’esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi in difficoltà, incassando fior di miliardi di euro di interessi pagati da questi ultimi per i prestiti ricevuti.

Si direbbe un grande affare, ma la cecità della classe politica tedesca rischia di far saltare in aria l’intero percorso dell’UE. Perché un’Europa nella quale il principio di solidarietà è scomparso e nella quale il destino dei Paesi mediterranei è mandare i propri giovani a lavorare altrove, e che non interviene davanti alla crisi che colpisce la maggioranza dei soggetti nazionali solo per fare gli interessi di uno Stato, è un’Europa che non ha futuro.

Tra le due visioni storiche che si sono confrontate sul futuro dell’Unione – quella britannica che voleva solo un’area di libero commercio senza intaccare sovranità né moneta, e quella tedesca che tendeva alla costruzione di uno Stato sovranazionale – quest’ultima pareva quella più favorevole agli Stati più deboli e soprattutto quella più europeista. In realtà, dopo l’entrata in vigore dell’euro, con una Germania nel ruolo di arbitro e gestore dell’area, l’interesse nazionale ha prevalso sul disegno europeista. A Francoforte, infatti, si sono trovati a gestire il futuro monetario, e di conseguenza in buona parte economico, dell’intera area euro. Il risultato è che hanno prevalso gli interessi della Germania, e oggi i nodi sono venuti al pettine.

Sono svaniti velocemente gli ideali di solidarietà, di allargamento dei diritti, di protagonismo dell’Unione come blocco a livello mondiale, di condivisione di un destino comune. La nuova Commissione ripropone la stessa frittata di quella precedente: una politica commissariata dai falchi dell’economia. Al netto del bisogno urgente di riforme del sistema Italia, al netto del problema del debito pubblico che, pur non essendo più solo una prerogativa italiana, riguarda prioritariamente il nostro Paese, c’è da capire se l’Europa sia tutta qui. Se pensiamo di sì, allora è meglio prepararci per il ritorno disordinato, caotico, doloroso alla solitudine degli Stati nazionali. Per alcuni è un sogno, ma con molta più certezza sarà un incubo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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