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Lo stupore generato dalle esternazioni estive di Mons. Galantino contro la “politica” è dovuto principalmente alla poca conoscenza della stampa italiana sulle consuetudini di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Galantino, che risponde solo al Papa, sta incalzando la politica con metodo bergogliano. E’ cioè adoperando come una frusta contro la classe politica le questioni sociali ed etiche, senza distinguere tra destra e sinistra (cosa che invece era consuetudine della CEI dei vecchi tempi sempre schierata contro il centrosinistra). Una posizione nuova per la CEI, da “forza autonoma” e non semplicemente suggeritrice delle sue “cinghie di trasmissione”, i cosiddetti partiti cattolici.  Lo stesso concetto di “partito cattolico” è estraneo alla cultura politica di Papa Francesco. Nella sua esperienza pastorale in Argentina, da Arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza dei Vescovi, Bergoglio fustigava di persona il defunto Presidente neo-peronista Nestor Kirchner, senza intermediari. Lo criticava “da destra”, opponendosi fermamente ad esempio al matrimonio gay (approvato lo stesso dal Parlamento) e “da sinistra”, ritenendo che il governo facesse poco per i più deboli. L’ex presidente Kirchner diceva infatti che Bergoglio “era il vero capo dell’opposizione”. Ma anche lui sbagliava perché il Vescovo non aveva nessun rapporto organico con l’opposizione “partitica”, ma molti con quella “sociale”, dei movimenti. Sono gesti che passano inosservati ai nostri emeriti vaticanisti, ma Bergoglio in realtà era già “sceso” in politica in Italia, quando ha scelto Don Luigi Ciotti, in modo plateale, come principale interlocutore sui temi della legalità e dell’antimafia. Don Ciotti il sacerdote impegnato, ma anche il “politico” della società civile che ha messo in piedi Libera. Mons. Galantino invece sta attaccando sia il governo sia l’opposizione sui rifugiati, un tema centrale nella cultura di un Papa che è stato figlio di emigrati italiani è cresciuto in un paese-rifugio da tutte le tempeste del ‘900, soprattutto quelle europee. Un tema sul quale Francesco non è disposto a trovare mediazioni.

Questo è un modo di fare Chiesa e di fare politica al quale bisognerà abituarsi, che rompe la contiguità tra Vaticano e mondo cattolico impegnato in politica, che rimette al centro una Chiesa con una sua soggettività politica autonoma non più a disposizione di questo o di quell’altro partito, ma che si gioca in proprio. Un approccio movimentista che ha due radici culturali, quella gesuitica e quella peronista delle origini. Una storia, quella dei gesuiti argentini e quella personale di Bergoglio, che ha prodotto un mix di conservazione in materia dottrinale e di progressismo in campo sociale ed economico. Nulla a che fare con il comunismo, come pensano invece gli analfabeti della storia della Chiesa e dell’America Latina che ragliano sui media dozzinali, anzi. Forse prima o poi qualcuno capirà che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e con essa le categorie del ‘900. Anche Oltretevere la musica è cambiata, ma si fa fatica ancora a cogliere le nuove armonie.

 

Alfredo Somoza

 

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E’ uscito il Rapporto OCSE sulle migrazioni nei paesi membri. A conferma di quanto era facile intuire, e confermando una precisa regola storica, i flussi di immigrazione si dirigono verso i paesi nei quali ci sono opportunità di lavoro. I numeri degli arrivi per i paesi mediterranei dell’Europa fotografano infatti la crisi profonda dell’area. L’Italia è passata da 572.000 immigrati permanenti del 2007 a 250.000 nel 2012 (-55%), la Spagna ha registrato un calo del 70%, Grecia e Portogallo si attestano attorno al -80%. Queste cifre andrebbero analizzate insieme all’altro dato, quello della ripartenza di flussi di emigrazione dagli stessi paesi. Dalla sola Spagna sono partiti circa 500.000 cittadini negli ultimi tre anni alla ricerca di opportunità all’estero e dall’Italia nel 2013 sono andati via 100.000 italiani (+ 55% rispetto al 2012). L’OCSE rileva uno specifico non proprio positivo dell’Italia, che non avendo mai avuto una politica attiva di incentivazione dell’immigrazione di profilo medio-alto, ha una mappa migratoria fortemente presente nei comparti lavorativi poco qualificati, con grandi concentrazioni nei settori dell’assistenza alla persona, l’agricoltura e il commercio ambulante. Immigrati che ora non sono più visti come “quelli che ci portano via il lavoro”, ma come “quelli che ci portano via l’assistenza”. I terreni sui quali si combatte la nascente guerra tra i poveri nelle periferie milanesi o romane sono la casa, l’assistenza, la scuola pubblica, i sussidi. Un fenomeno che si può attribuire alla crisi, ma che rischio di diventare un dato consolidato. Un mix micidiale, tra immigrati di bassa scolarizzazione vulnerabili ai cambiamenti del mercato del lavoro e poco resistenti alle crisi economiche e di ragazzi con alti livelli di formazione (che hanno richiesto ingenti investimenti pubblici) che emigrano. Un mercato del lavoro che si impoverisce e una rete di welfare che fa acqua. Questi sono i problemi da affrontare con urgenza oggi. Come rinnovare e ricreare un welfare inclusivo che non badi soltanto alla terza età e quale incentivi per il ritorno dei cervelli in fuga. Quale politiche migratoria per il futuro.

Questioni troppo complesse per chi fa l’imprenditore della paura e soffia sul fuoco, ignorando anche le statistiche, e anche per chi fa finta di niente pensando che qualche mano invisibile possa sistemare le cose. In politica è meglio sbagliare che restare fermi. Noi oggi stiamo cominciando a raccogliere i frutti velenosi prodotti dall’immobilismo degli ultimi 20 anni e insistere con la politica dello struzzo può essere solo foriera di sciagure, neanche tanto lontane nel tempo.

 

Alfredo Somoza

 

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