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A livello internazionale si sta ormai consolidando una prassi: tassare ciò che non può essere corretto. In pratica si utilizza la leva fiscale per “compensare” l’assenza della volontà politica di incidere sui cambiamenti climatici, sulla finanza senza scrupoli etici, sulla distruzione ambientale o sullo sfruttamento selvaggio del lavoro. Nelle intenzioni dei promotori, una maggiore tassazione nei confronti di operazioni e pratiche discutibili renderebbe queste ultime meno profittevoli e quindi sconsigliabili. Tutto da dimostrarsi, ovviamente.

L’ultima puntata di questa saga fiscale è la tassa “anti-Nutella” applicata dalla Francia alla specialità di punta della Ferrero. Una tassa dovuta al fatto che il colosso dolciario utilizza olio di palma proveniente dall’Estremo Oriente, prodotto deforestando gli ultimi polmoni verdi di quelle latitudini.

Sul lato finanziario questo approccio ai problemi prende la forma della Tobin Tax, misura che, dopo anni di lotte, sta per entrare in vigore in diversi Paesi europei. Si tratta di un piccolo prelievo che tocca ogni operazione di tipo speculativo, e che dovrebbe quindi far calare l’uso di strumenti finanziari a brevissimo termine. In Italia, apripista di questi meccanismi era stata la tassa sui sacchetti di plastica introdotta dal ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo nel lontano 1988. La grande contraddizione di queste operazioni è che non funzionano: nel migliore dei casi, si chiede che i proventi della tassazione vengano investiti per sostenere politiche di welfare o ambientali.

Anche se dalla Tobin Tax dovesse arrivare il flusso di miliardi che molti si attendono, questi fondi non andrebbero a compensare il danno provocato dalla speculazione borsistica, bensì a calmierarne le conseguenze attraverso il welfare o il sostegno alle banche.

In fondo è la vecchia polemica tra “utopisti” e “concreti”. I primi, quando si parla di diritti dell’ambiente o delle persone, respingono qualsiasi sistema che riduca il danno, in attesa di una rivoluzione globale; i secondi finiscono per accettare le toppe che man mano vengono cucite sul logoro vestito della globalizzazione. Dalla denuncia si passa all’accettazione  Il passo successivo è breve: per paradosso, una volta a regime questi flussi fiscali porterebbero alla difesa del meccanismo che li genera, e cioè dello sfruttamento “discutibile” dell’ambiente o del dumping sul costo del lavoro. Uno spiraglio fiscale che allunga soltanto i tempi di una deriva priva di un punto finale.

Se la politica continua a fare melina e a rimandare le soluzioni, non c’è tassa che possa fermare questi processi. La leva fiscale può essere efficace solo in una fase transitoria, mentre si procede politicamente verso un regime più stringente sulle modalità del lavoro e della finanza. Da sola, serve a creare illusioni e falsi miti, foraggiando contemporaneamente gli apparati di Stati incapaci di tutelare correttamente i loro cittadini. La protesta scombussolata che in diversi Paesi sta prendendo piede anche a livello elettorale fa spesso il gioco di chi non vuole cambiare nulla. Delegittimando la politica in quanto tale, si delegittima l’ambito nel quale dovrebbero maturare quelle riforme necessarie per cambiare rotta, a livello locale e internazionale.

Ecco perché, finché il filo spinato continuerà a separare le piazze dai palazzi, sulle immense praterie della globalizzazione continueranno a scorrazzare i veri poteri forti, la vera casta: quella che determina cosa mangeremo, come ci vestiremo, quale gadget elettronico dovremo comprare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Sono stati numerosi (anche se poco considerati) i segnali sul futuro della seconda potenza mondiale emersi dal Congresso del Partito Comunista cinese che si è tenuto la settimana scorsa. Due di essi meritano un approfondimento particolare. Il primo riguarda la ridefinizione della strategia economica finalizzata a mantenere alti i tassi di crescita anche nella nuova situazione internazionale, segnata da un rallentamento globale. La conclusione, tanto ovvia quanto dirompente, è che l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni è stata sì il volano dello sviluppo economico dagli anni ’80 in poi, ma oggi deve essere progressivamente ridimensionata a favore di un maggiore peso della domanda interna. In sostanza anche la Cina, come prima gli Stati Uniti e l’Europa, comincia a fare i conti con un modello di globalizzazione basato sul declino della delocalizzazione competitiva, e quindi scopre il mercato interno. I cinesi potranno finalmente consumare ciò che producono… ma prima dovranno conseguire la possibilità economica di farlo.

La seconda considerazione è di natura etico-politica. Riguarda la dichiarazione effettuata da uno dei dirigenti uscenti, il quale ha affermato che non si vede la ragione di cambiare modello politico, dato che la Cina finora è andata così bene: anzi, molto meglio di tanti Paesi cosiddetti “democratici”.

Quando si analizza la politica cinese si usa spesso e volentieri la lente occidentale, dando un’importanza centrale a temi che in Cina rasentano la marginalità: è il caso della causa tibetana e della questione della democrazia, con tutto il suo corredo di dritti individuali e di libertà di opinione. Da noi, è scontato accostare la libertà di impresa e di proprietà alle libertà democratiche; nella visione della gerarchia comunista cinese, invece, il rapporto tra i due argomenti è interpretato in senso opposto. Può uno Stato guidare lo sviluppo del proprio popolo in modo armonioso e senza conflitti né strappi, se il sistema permette la moltiplicazione delle posizioni e la critica aperta? Per Pechino la risposta è no.

D’altra parte lo Stato più antico dell’umanità, forte di una continuità territoriale e culturale che dura da 4000 anni, non ha mai conosciuto né sperimentato alcuna forma organizzativa che non fosse la centralizzazione totale dei poteri, con gli imperatori o dopo la rivoluzione. La rivoluzione maoista è stata anzi il momento più significativo di democrazia in Cina, se per democrazia si intende la possibilità di partecipazione alla “cosa pubblica” da parte di qualsiasi cittadino, indipendentemente dalla nascita.  Esattamente quanto è bastato per liberare le enormi potenzialità del “gigante-nano” che fino ad allora aveva solo subito gli attacchi di un mondo esterno ostile.

La Cina è il motore della globalizzazione da circa 30 anni. Oggi ha capito che è il momento di cambiare marcia: dopo aver trasformato in operai centinaia di milioni di cittadini, ora vuole farli diventare anche consumatori, e non solo braccia. Per quanto la politica cinese in materia di diritti umani e di libertà ci possa apparire criticabile, e per quanto oggettivamente lo sia, c’è un dato sottovalutato ma centrale che ci permette di capire il futuro di questa potenza. Nei millenni, lo Stato cinese ha costruito una nazione, unificato la lingua e la cultura, stabilito e difeso i confini. Oggi, sempre lo stesso Stato ha deciso di costruire la cittadinanza attraverso i consumi, dando a ciascuno l’opportunità di realizzare il proprio sogno di benessere. Una strategia economica che consolida quella politica (e viceversa), un binomio che sarà molto difficile scardinare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La sociologia più tradizionale del Novecento formulò il concetto di “classe media” nei luoghi e nei tempi in cui stava cominciando a manifestarsi una fascia di popolazione che non apparteneva né ai ceti popolari né a quelli benestanti. Quindi prima negli Stati Uniti, poi in Europa e via via in Corea e Giappone, Australia e Nuova Zelanda: con poche eccezioni, quando si parlava di ceti medi si parlava di Occidente. Nel resto del pianeta si era ancora prigionieri di uno schema duale ricchi-poveri, una struttura sociale che, tra l’altro, serviva per identificare il Sud del mondo e distinguerlo dal Nord.

Oggi un’originale ricerca del centro studi del colosso bancario inglese HSBC racconta che la composizione sociale del mondo è in piena transizione. Secondo questa indagine, verso il 2050, cioè dopodomani se si misura il tempo con un approccio storico, oltre tre miliardi di persone ingrosseranno le fila dei ceti medi in tutto il mondo. Praticamente tutti vivranno nei 17 più importanti Paesi emergenti, dalla Cina all’India, dal Perú al Brasile e alle Filippine. Nei Paesi che furono la culla della classe media si prevede invece un arretramento.

Le grandi aziende che tradizionalmente si rivolgono alla middle class occidentale, come IKEA, Leroy Merlin o Starbucks, stanno già prevedendo massicci investimenti per aprire nuovi esercizi proprio in quei Paesi dove una nuova classe media si affaccerà ai consumi, in Asia e America Latina. Lo studio di HSBC spiega che nel 2050 i cinesi avranno un reddito medio annuo di 18.000 dollari, come gli italiani del 1991, e aggiunge che, fra 35 anni, i cittadini dei Paesi emergenti acquisteranno il 56% di tutti i servizi finanziari, a fronte dell’attuale 18%. Nello stesso periodo la loro quota di mercato nel settore dell’audio-video passerà dal 24% al 55%.

Questa rivoluzione annunciata comporterà anche una nuova narrazione dell’ascesa sociale. L’esordio della classe media negli anni ’50 si rispecchiò nell’American dream, ma a raccontare la riscossa di cinesi o indiani bisogna ancora cominciare. Una peculiarità di questa nuova global middle class è l’alta percentuale di giovani, e in particolare di giovani che fanno figli, situazione alla quale non eravamo più abituati. Per questo, almeno potenzialmente, questo nuovo ceto consumerà di più.

Questi dati dovrebbero far suonare un grave campanello d’allarme, invece sono circondati dal silenzio. Se in tempi rapidi e certi non si riuscirà a trovare valide alternative all’uso dissennato di risorse e territori, se non si supererà presto la schiavitù nei confronti dell’energia da fonte fossile, il mondo, dal punto di vista ambientale, raggiungerà presto il punto di non ritorno, arriveremo alla rottura definitiva dell’equilibrio tra le risorse esistenti e i bisogni della società dei consumi.

Questo orizzonte dovrebbe porre in cima a tutte le agende politiche l’investimento per la riconversione sostenibile delle attività economiche e degli stili di vita. Una novità però ci sarà, e già si sta palesando in Cina: a preoccuparsi dei temi ambientali questa volta non sarà solo l’Occidente dalla coscienza sporca, che finora lo ha fatto spesso più a parole che con i fatti. Ci saranno anche quei Paesi che pensano al futuro con ottimismo, e che per la prima volta vogliono godersi una vita migliore.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Uno degli elementi che consentono di riconoscere con chiarezza un “impero” è il peso delle risorse e delle idee che uno Stato mette in campo per darsi una politica internazionale. È così dai tempi di Roma, di Isabella la Cattolica, della regina Vittoria. Gli Stati Uniti d’America, pochi decenni dopo aver conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna, elaborarono una dottrina che per la prima volta  estendeva lo sguardo di Washington oltre i confini nazionali. Passò alla storia con il nome del presidente James Monroe: lo slogan era “l’America agli americani”, e si poneva come obiettivo l’eliminazione di ogni influenza delle potenze europee sul suolo americano, del Nord e del Sud.

La dottrina Monroe segnò l’inizio dell’inarrestabile espansione mondiale del nuovo Paese americano, che in pochi anni decenni riuscì a costruire un impero diverso da quelli coloniali, senza viceré né truppe coloniali. Un impero basato sulla finanza, sul ruolo delle multinazionali, sulla potenza del dollaro, su un apparato bellico temibile e in grado di intervenire ovunque ce ne fosse bisogno.

La Seconda Guerra Mondiale sancì la divisione del mondo in due aree di influenza: quella più importante spettò agli Stati Uniti, premio allo sforzo globale compiuto da Washington. Da allora, è tradizione che gli inquilini della Casa Bianca abbiano una visione chiara della politica estera e parlino sempre al loro Paese come se si rivolgessero al mondo. E l’attenzione che i media stranieri riservano alle primarie e alle elezioni presidenziali negli USA è figlia del fatto che da questo processo democratico scaturisce una guida politica di rilevanza planetaria.

In queste ultime elezioni le cose non sono andate secondo consuetudine. I due candidati, soprattutto Mitt Romney, hanno espresso indifferenza oppure ostilità nei confronti del resto del mondo, arrivando addirittura a descrivere storici alleati occidentali, come l’Italia o la Spagna, come un “rischio da scongiurare”. Lo storico di Yale Paul Kennedy pensa che “la politica estera della massima potenza mondiale sia in realtà una lenta deriva, un lasciarsi trascinare dalla corrente senza sapere bene dove sta andando”. Una sensazione che è diffusa anche tra gli inviati delle grandi testate europee: l’unico orizzonte che ha suscitato interesse in questa campagna è stato quello di casa propria, e l’unico vero “mondo” straniero al quale si è guardato è stato quello degli immigrati e dei loro pacchetti di voti. Nulla sul Medio Oriente, sull’Iran, sull’America Latina sempre più lontana, sull’Europa in affanno.

Silenzio totale sul maggiore creditore degli USA, la Cina, rotto solo dall’attacco di Romney contro la  potenza commerciale dal gigante asiatico. E dire che di argomenti ce ne sarebbero stati. Proprio in queste settimane Pechino ha cominciato a comprare e vendere petrolio dalla Russia pagandolo in yuan anziché in dollari, e l’India sta pagando il greggio all’Iran in rupie. Anche Giappone e Corea vorrebbero sganciarsi dalla dittatura della valuta USA. La “de-dollarizzazione” degli scambi commerciali è oggi il segnale più evidente del declino di un impero costruito sull’economia prima ancora che sulle armi. A Washington ormai molti fanno i conti con un futuro più autarchico, più locale e meno globale. Forse solo in Europa si pensa ancora che la soluzione alla grande crisi dell’Occidente possa arrivare dall’altra sponda dell’Atlantico.

Alfredo Somoza per Esteri (Polare Network)

Il 25 giugno 1876 i guerrieri Sioux e Cheyenne guidati da Toro Seduto sterminarono presso il fiume Little Bighorn il Settimo Cavalleggeri del generale Custer. Era simbolicamente l’ultima vittoria di un popolo che stava scomparendo, incalzato da un modello di vita e di sviluppo che aveva bisogno di quantità illimitate di terre, di minerali, di acqua, di animali. I discendenti dei guerrieri di Toro Seduto vivono oggi in riserve del Nord e Sud Dakota con speranze di vita da Terzo mondo, decimati dall’abbandono, dall’alcolismo, dalla disoccupazione, dall’essere stati sconfitti dalla storia. Il Dakota è stato questo nella storia americana: una terra di grandi lotte e di grandi sofferenze. Oggi qualcosa sta cambiando velocemente grazie alla scoperta di importantissimi giacimenti di Shale gas, l’ultima frontiera nell’estrazione di energia fossile. Con una tecnica molto contestata dagli ambientalisti, si frantumano in profondità dei particolari scisti argillosi che al loro interno contengono gas metano. Questo processo, detto fracking o fratturazione idraulica, è alimentato da milioni di litri d’acqua mescolata ad agenti chimici che vengono iniettati ad alta pressione nel sottosuolo per spezzare le rocce. Solo metà del liquido utilizzato viene recuperato e smaltito, il resto rimane nel sottosuolo. C’è inoltre il sospetto che questa tecnica di frantumazione delle rocce in profondità possa incidere sulla sismicità e infatti non viene utilizzato in zone ad alto rischio di terremoti. I Paesi nei quali si trovano i maggiori giacimenti di Shale gas sono Canada e Stati Uniti, Argentina e Paraguay, Sudafrica e Algeria, Germania e Francia. Se da un giacimento tradizionale si riesce a recuperare il 70% del gas presente, dagli scisti si recupera a malapena il 30%, con la conseguente dispersione nell’atmosfera di grandi masse di gas. Ma tanto basta in un mondo nel quale, senza troppo clamore, la scorta di energia fossile volge progressivamente alla fine. Ormai il petrolio viene estratto da giacimenti marini situati a migliaia di metri di profondità e il gas si recupera frantumando rocce del sottosuolo. Nel vero senso del concetto, stiamo raschiando il fondo del barile, ma culturalmente ci sembra scontato che ci sia l’energia elettrica per le lampadine, il gas per il riscaldamento, la benzina per la macchina. Nel mondo che verrà saranno vincenti non gli Stati oggi ricchi di petrolio o di gas, ma quelli che per tempo avranno investito sulle fonti rinnovabili e spezzato la dipendenza dagli idrocarburi, che nel frattempo saranno sempre più rari e costosi. Nella Riserva di Pine Ridge, le donne Sioux Lakota hanno iniziato una lotta perché vengano cacciate via dalla riserva le quattro fabbriche di alcolici che speculano sulla disgrazia del loro popolo. Dicono queste donne che non c’è futuro se viene distrutta la loro terra e che la prima cosa da fare è liberare gli indiani d’America dal torpore dall’alcol nel quale sono stati indotti perché non vedessero e non sentissero che cosa succedeva alle praterie dove una volta correva libero il bisonte. Questo orgoglio residuo di un popolo che considera la terra come la propria madre e al quale, dopo il furto delle praterie, verrà sottratto anche il sottosuolo interessa tutti noi. Senza terra non c’è futuro per l’umanità  e chi la sfrutta per motivi economici sta superando la soglia di non ritorno. I Sioux Lakota stanno dissotterrando l’ascia di guerra, ma da soli non possono farcela.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La globalizzazione dell’economia ha un andamento storico simile a quello delle onde del mare: è fatta di flussi e riflussi. La prima interconnessione delle economie a livello mondiale, e non solo regionale, si può far risalire al XV secolo, cioè al periodo in cui i navigatori portoghesi e spagnoli allargarono gli orizzonti commerciali di un’Europa che, con fatica, usciva dall’isolamento economico e culturale del Medioevo spingendosi fino in Africa, Asia e poi nelle Americhe.

Ciò che ne seguì cambiò la storia del mondo e pose le basi per quelle differenze sostanziali tra popoli dominatori e popoli dominati che, secoli più tardi, sarebbero stati collocati idealmente in un “Nord” ricco e in un “Sud” povero. Ma la storia della costruzione di un mercato mondiale non ha avuto uno sviluppo lineare: piuttosto, è avanzata e arretrata in seguito a sconvolgimenti politici o naturali. L’ultima onda della globalizzazione è iniziata verso la fine degli anni ’80 del Novecento ed è proseguita fino al 2001. Per la prima volta in 500 anni, le storiche potenze industrializzate non trasferivano verso sud soltanto merci da vendere, risucchiando contemporaneamente materie prime e braccia per lavorare, ma trasferivano risorse e conoscenze per produrre altrove a prezzi più vantaggiosi.

Ciò è accaduto anche perché, dopo secoli, ci si è accorti che i Paesi del Sud del mondo potevano anche essere mercati interessanti nei quali lavorare. L’effetto delle delocalizzazioni produttive, dei flussi di capitali, dell’emergere di nuovi mercati “consumatori” in base alle accresciute disponibilità economiche sono stati i motori della veloce crescita dei cosiddetti Paesi emergenti, diventati prima concorrenti sul piano commerciale e subito dopo soggetti di tutto rispetto nel mondo della finanza e dell’industria.

L’odierna crisi economica dei Paesi occidentali ha poco di ciclico e molto di strutturale, se analizzata nel contesto del mondo che cambia. Non sono la crisi del debito, i subprime o la finanza speculativa il nocciolo del problema. Il problema è la crisi, forse definitiva, di un ruolo storico costruito nei secoli precedenti in base a un equilibrio mondiale distorto. Paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie capacità economiche, perché avevano il monopolio industriale e finanziario a livello globale, oggi si interrogano sul loro futuro produttivo senza trovare soluzioni praticabili.

La risposta immediata, anche se poco pubblicizzata, è il progressivo innalzamento delle barriere protettive dei mercati nazionali. Gli stessi Paesi che, negli anni ’90 del secolo scorso, spinsero per la deregolamentazione del mercato mondiale ora che sono in difficoltà si chiudono e promuovono  centinaia di ricorsi presso il WTO. E quest’ultimo, da arbitro della globalizzazione, sta diventando una litigiosa assemblea di condominio nella quale tutti urlano e nessuno capisce chi abbia ragione, e soprattutto quale sia il senso dello stare insieme.

L’Occidente ferito si chiude alla concorrenza, i Paesi emergenti chiedono invece maggiori aperture: si delinea un mondo a parti rovesciate, è l’inizio di un riflusso della globalizzazione. Perché chi oggi spezza ancora una lancia a favore della globalizzazione non abita più a Londra, New York o Parigi, ma a San Paolo, Shangai e Kolkata: o, come si diceva una volta, Calcutta.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Alla fine dell’estate è diventata una triste consuetudine occuparsi della fiammata dei prezzi degli alimenti di base. Quest’anno è complice la siccità straordinaria che ha colpito il Midwest statunitense, distruggendo oltre metà del seminato a mais. E pure in Europa le scarsissime precipitazioni di agosto hanno portato a un calo del 30-40% dei raccolti di soia e mais. Il cambiamento climatico anno dopo anno si conferma un fenomeno con il quale dobbiamo fare i conti, sia per le conseguenze sulle persone e sulla natura sia per gli effetti sull’economia.

Ma anche lasciando da parte la contingenza climatica, l’emergenza sui prezzi delle commodities agricole costituisce ormai più la regola che l’eccezione. E questo per una serie di questioni che hanno a che fare con la cultura dei consumi, con l’energia e con la speculazione finanziaria. Andando in ordine, l’aumento del reddito di centinaia di milioni di persone, soprattutto nei Paesi BRIC, ha portato a una maggiore domanda di carne, che in Brasile, Indonesia o Cina, da lusso per pochi è diventata un cibo di normale consumo. La domanda di mangime per gli allevamenti di manzi, suini e volatili è cresciuta vertiginosamente nell’ultimo decennio e questo è il primo motivo per il quale la disponibilità di mais e soia per uso umano è calata.

Il secondo grande tema riguarda i cosiddetti biocombustibili, che sulla carta dovrebbero abbassare i livelli di emissioni di CO2. Entro il 2020 il combustibile in vendita nei Paesi europei dovrebbe contenere almeno il 10% di biofuel, ma già si parla di ridurre la quota al 5%: autorevoli studi scientifici hanno dimostrato un legame tra la diffusione di questi carburanti e le sempre più frequenti impennate dei prezzi degli alimenti. È stato calcolato inoltre che il loro impiego genera più CO2 di quella prodotta da pari quantità di benzina e gasolio “tradizionali”. Facile comprendere le ragioni di entrambi i fenomeni, se si tiene conto della deforestazione compiuta in Africa, Asia e America Latina per espandere le coltivazioni di canna da zucchero, mais e olio di palma, che sono le regine dei biocombustibili. Tutte produzioni, oltretutto, sottratte all’alimentazione umana, per quanto vi siano fonti vegetali non concorrenziali con la produzione di cibo, come gli scarti agricoli e la jatropha. Un recente rapporto della ONG britannica Oxfam, infatti, ha calcolato che, nel 2008, i terreni utilizzati per produrre biocombustibili avrebbero potuto nutrire 127 milioni di persone in un anno.

Il 16 ottobre a Roma vedremo al lavoro per la prima volta il Forum di risposta rapida per l’emergenza alimentare, istituito in seno al G20 un anno fa e presieduto dalla Francia. L’annuncio del dimezzamento dell’obiettivo del 10% di biocombustibili nell’Unione Europea potrebbe preludere a misure che forse, per la prima volta, incideranno realmente su questo delicato argomento.

La terza indiziata per l’attuale aumento d
ei prezzi è la speculazione finanziaria sulle commodities alimentari compiuta attraverso lo strumento dei futures. Tre importanti banche tedesche, sotto la pressione dei propri clienti e delle ONG, hanno pubblicamente annunciato di avere rinunciato all’utilizzo di questo tipo di investimento, nato per proteggere produttori e venditori e diventato elemento di destabilizzazione del settore, complice un mercato finanziario globale senza regole e senza freni. La Francia, il Paese che da sempre, con la destra o con la sinistra al governo, ha spinto per l’adozione della Tobin Tax, potrebbe spendersi perché, oltre a mettere sotto controllo il mercato del biocombustibile, si tolgano dal paniere finanziario i derivati sugli alimenti di base.

Sarebbero piccoli grandi passi verso il tanto agognato, ma sempre sabotato, governo mondiale dell’economia: almeno per quanto riguarda le regole e la salvaguarda dei settori vitali, come sono l’acqua, la terra e il cibo. Il G8 non ci aveva mai nemmeno provato. Ora è il turno del G20, nel quale siedono sì i più grandi produttori mondiali di alimenti, ma anche Paesi a rischio carestia qualora i prezzi della farina impazzissero. Sarà interessante capire se su alcuni punti basilari, come il diritto all’alimentazione dell’umanità, stia o meno prendendo forma un nuovo equilibrio, un nuovo assetto che preannunci la fine di questa lunga transizione economica dovuta alla crisi delle potenze dell’800.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)


Ciò che l’Italia era riuscita finora a fermare, la giustizia europea rischia invece di autorizzare. L’azienda Pioneer Hi-Bred Italia, braccio locale della multinazionale Du Pont Pioneer, ha ottenuto una sentenza dalla Corte di Giustizia Europea secondo la quale “l’Italia non può vietare la coltivazione di sementi OGM autorizzate dall’UE né bloccarle in attesa che le regioni approvino le misure per garantirne la coesistenza con  le varietà tradizionali e biologiche”.  La Pioneer aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Politiche Agricole perché quest’ultimo non aveva autorizzato la coltivazione di mais transgenico, ancorché iscritto sul registro europeo, “in assenza delle norme regionali sulla coesistenza”.

L’Europa che è sempre stata una diga nei confronti delle colture biotech, grazie all’applicazione del cosiddetto principio di precauzione: finché non si dimostra l’innocuità di un prodotto agricolo, non ne può essere permessa la coltivazione né il consumo, nei fatti, però, è ceduta. Oggi da un lato il foraggio destinato ai capi di bestiame europei è abbondantemente composto da soia OGM; dall’altro, l’introduzione nel prontuario delle specie coltivabili in europa  della varietà di mais transgenico numero 810 della Monsanto (“Mon 810”) , avvenuta nel 1998, ha permesso a Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia di raggiungere i 115.000 ettari coltivati a mais geneticamente modificato, con un ritmo di crescita del 25% all’anno. Il ricorso di Pioneer Italia contro l’Italia riguarda proprio il diritto a coltivare il  Mon 810 approvato dall’Unione Europea. L’UE ha lasciato però il diritto ad ogni stato membro di permettere o meno la coltivazione di OGM sul proprio territorio e in Italia, dove i “tecnici” del Governo Monti sono favorevoli (così come la lobby delle grandi aziende agricole), la palla era è passata alle regioni.

La battaglia contro gli OGM a questo punto è seriamente compromessa. L’agricoltura mondiale è sempre più OGM e anche in Europa il vento comincia a soffiare nella stessa direzione. Secondo i dati recentemente pubblicati nel rapporto annuale dell’ISAAA, l’associazione che fa capo alla lobby del transgenico, nel 2011 la superficie mondiale coltivata a OGM è aumentata di 12 milioni di ettari, raggiungendo i 160 milioni di ettari coltivati da 17milioni di agricoltori in 29 Paesi, 19 dei quali in via di sviluppo.

A livello globale, gli Stati Uniti continuano a essere il produttore leader delle colture biotech, con 69 milioni di ettari. Alle loro spalle il Brasile si sta affermando come il nuovo protagonista globale del settore, con 30,3 milioni di ettari coltivati. Seguono l’Argentina (con 24 milioni di ettari) e poi i giganti asiatici India e Cina, specializzati in cotone geneticamente modificato. Nel business è entrata anche l’Africa, a causa delle terre che diversi governi del Continente Nero hanno ceduto a Paesi arabi e asiatici, bisognosi di alimenti o biocombustibili. Tutto ciò ha fatto crescere il comparto dell’11% nei Paesi in via di sviluppo e del 5% in quelli industrializzati. Intanto la scienza continua a non chiarire se i prodotti transgenici possano avere conseguenze negative sulla salute umana né, tantomeno, spiega quali siano gli eventuali effetti che essi potrebbero sviluppare.

In questo contesto, l’affermazione definitiva dell’agricoltura OGM dipende fondamentalmente dalla posizione che l’Europa assumerà in futuro. Un’Europa che fatica a mantenere la storica posizione di sostanziale chiusura al biotech, preoccupata dal fatto che, se tenesse ferma la rotta, toglierebbe ai propri agricoltori l’opportunità di fare più profitti. Una delle vie di uscita a disposizione della Commissione Europea, forse la peggiore ma purtroppo approvata, è consistita nell’autorizzare la libera scelta dei singoli Paesi. Il rompete le righe sta avendo come conseguenza la fine della diversità europea: una diversità costruita negli anni malgrado il peso delle lobby, soprattutto grazie al successo dei movimenti  che si battono contro la cosiddetta agricoltura Frankenstein.

I Paesi emergenti e quelli più poveri, invece, ripongono molta fiducia nell’aumento della produzione che gli OGM sembrano garantire. Tuttavia questo convincimento contrasta con i risultati di una recente indagine della FAO sulla sicurezza alimentare: pur escludendo gli organismi geneticamente modificati, lo studio conclude che la produzione alimentare continuerà a crescere nei prossimi trent’anni e supererà la crescita demografica. Ciò nonostante, sempre secondo l’indagine della FAO, non si riuscirà a soddisfare il fabbisogno umano, perché le vere cause della fame e della malnutrizione sono la povertà e la mancanza di accesso alle risorse alimentari: due questioni che i sostenitori degli alimenti transgenici non affrontano, due situazioni critiche che il modello dell’agrobusiness OGM tende a peggiorare.

Per il mais transgenico in Italia la palla torna ora ai magistrati che dovranno decidere se sbloccare o meno le coltivazioni OGM

 

Alfredo Somoza

 

Nel 1988 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento”, ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici sud-sud come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza, Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro dipendenza dagli storici rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente.

Molto tempo è passato e alcuni timidi tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, e la materializzazione delle teorie di Amin, si è avuta solo in questi ultimi anni. Anzi, sta ancora avvenendo in questa seconda fase della globalizzazione, nella quale non ci sono padroni indiscussi della scena internazionale (come gli appartenenti al G8), ma si sono affermati anche nuovi protagonisti. È il caso dei Paesi BRICS. India, Cina, Brasile, Russia stanno infatti consolidando nuove geometrie economiche e politiche in un mondo nel quale nessuna potenza riesce più a esercitare una leadership globale, ma anzi, molte potenze del passato tentano disperatamente di non essere espulse dal nuovo ordine multipolare.

I dati appena pubblicati dall’ufficio statistico cinese confermano che sono in corso cambiamenti molto profondi. Nell’ultimo anno, l’export di Pechino verso i Paesi fuori dall’area euro, dollaro e yen è cresciuto del 17%, mentre verso l’Europa si è registrato un calo dell’1%. Ciò che era già successo con gli Stati Uniti, cioè il calo drastico delle esportazioni cinesi, comincia a verificarsi dunque anche con l’Europa. I cinesi guardano altrove. Solo in Russia il boom degli elettrodomestici ha fatto lievitare l’export di Pechino del 50%. Guardando i dati nel loro complesso, si comprende che oggi per la Cina il mercato in maggiore espansione è l’America Latina, che nel 2017 dovrebbe equivalere all’Europa o addirittura superarla. Ma anche l’Africa, dimenticata da tutti gli altri, per i cinesi è un mercato a tutti gli effetti. La sua quota nell’export di Pechino aumenta con un ritmo da capogiro: entro 10 anni il Continente Nero potrebbe diventare il secondo mercato estero per la Cina.

Il peso che gli scambi commerciali con il gigante asiatico hanno assunto nelle diverse aree del pianeta determina anche differenti valutazioni e reazioni nei confronti della crisi. Non c’è dubbio che la buona risposta alle difficoltà planetarie offerta dall’America Latina e dall’Africa sia fondamentalmente legata all’aggancio tra questi mercati e la Cina (e, più in generale, ai rapporti sempre più stretti con l’area del Pacifico). Per il 2012, mentre tutti i numeri che riguardano la crescita del PIL sono in negativo in Europa, con la sola eccezione della Germania, i cinesi si aspettano ancora un +7,5% e i brasiliani un +3%.

Si tratta di incrementi minori di quelli del passato, ma pur sempre rilevanti. Per ora la crisi sta solo rallentando la crescita dei BRICS. La domanda è quanto resisteranno questi Paesi se la crisi andrà avanti. Oppure, se la crisi peggiorerà, quanto potranno resistere al contagio. C’è chi dice che in questo caso potrebbero addirittura guadagnarci: teoria tutta da dimostrare, ma ciò che è indubbio è che USA e Europa, quando usciranno dalla crisi, non troveranno più lo stesso mondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In tempi di crisi economica globale, mentre molti Stati cominciano ad arroccarsi e a ricreare barriere protezionistiche, e molti migranti tornano nei Paesi di origine, anche per il panino globale pare sia suonato l’allarme. La catena di fast food McDonald’s, società-simbolo della globalizzazione alimentare, ha imboccato la strada della regionalizzazione dei suoi menu.

In Italia e in Francia si erano già percepite le avvisaglie di quella che ormai è diventata una politica aziendale: i panini con lo speck dell’Alto Adige o gli hamburger con il camembert  erano già stati introdotti nel menu da un paio d’anni per arricchire l’offerta, insieme alle verdure e alle insalate per rendere il pasto più sano. La spiegazione ufficiale di questi cambiamenti fa riferimento alla volontà di rispondere all’atteggiamento negativo di una fetta crescente di mercato, che rimprovera la multinazionale  di omogeneizzare i gusti e imporre i suoi hamburger in stile americano a spese delle tradizioni gastronomiche locali e della salute dei clienti. Ma questa versione non dice tutto.

La costruzione del brand McDonald’s, come quella di tanti altri marchi multinazionali, si è basata, più che sulla qualità del prodotto, sul messaggio che questo trasmetteva: mangia globale, diventa globale. Un concetto vincente soprattutto nel decennio dorato della globalizzazione, gli anni ’90, quando tutto il mondo era convinto che l’apertura dell’economia mondiale fosse la risposta alla povertà, all’oppressione, al provincialismo. Scarpe firmate, vestiti firmati, cibi firmati, uguali e riconoscibili in qualsiasi Paese del pianeta, che contenevano anche un messaggio di grande fede nell’avvenire.

Poi, piano piano, si è cominciato a capire che cosa c’era dietro la promessa delle multinazionali. Siamo già nel nuovo secolo e si comincia a parlare di delocalizzazione, precariato, sfruttamento minorile, distruzione ambientale. Oggi, a distanza di 4 anni dall’inizio di una crisi economica che sta mettendo in discussione la natura stessa del capitalismo, i marchi globali, i consumi globali, non sono più un must da esibire, ma stanno scivolando velocemente, nell’immaginario collettivo, verso la categoria della paccottiglia.

Così com’era liberatorio per i giovani di Mosca, Pechino o Milano mangiare un hamburger sotto gli archi dorati del re dei fast food, oggi lo diventa il ritorno ai tacos messicani, alla pizza o al kebab. Alimenti poveri che raccontano però storie nelle quali la gente può continuare a identificarsi. Cibo che è cultura e non solo nutrimento. Cultura perché il cibo è frutto di millenni di sperimentazioni, di incroci, di trasformazioni, di storie familiari e collettive. Un cibo senza cultura, o anzi, appartenente a una cultura ben precisa che però si è voluta vendere come universale, non poteva che essere effimero, legato a un determinato momento politico e a una moda.

Le catene di fast food questo lo sanno e oggi, in nome della regionalizzazione dell’offerta, fanno marcia indietro, proponendo ingredienti che renderanno il loro cibo molto meno globale e molto più locale. Un cibo con cultura appunto, la fine della fiaba che raccontava che l’hamburger era sinonimo di libertà, il ritorno alla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Nel clima di negatività nel quale oggi siamo immersi, sicuramente una notizia positiva.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)