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Medio Oriente e dintorni sono lo specchio sempre più nitido del fallimento della politica occidentale, e non solo, degli ultimi 30 anni. Il grande caos che avanza, con la dissoluzione di Stati “posticci” come Libia e Iraq, o millenari come Siria e Afghanistan, ci riserva ancora grandi e sgradite sorprese. Paragonandoli alla ferocia dell’ISIS, oggi c’è chi rimpiange i talebani, peraltro pronti ad assumere a breve la guida del loro Paese. C’è chi rivaluta l’Iran degli ayatollah, la Siria di Assad e l’Egitto di Al-Sisi in una girandola di alleanze a geometrie variabili, riformulate giorno per giorno e mai dettate da una visione strategica d’insieme.

Alcuni capisaldi restano però saldi, come il finanziamento occulto, ma neanche poi tanto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati allo jihadismo sunnita, ieri talebano oggi a guida Al-Baghdadi. Una politica suicida, simile a quella statunitense che sosteneva i mujaheddin afghani o Saddam Hussein in chiave anti-iraniana, che regolarmente si rivolta contro chi la implementa. Basta ricordare il ruolo avuto dal Mossad nel radicamento dei Fratelli Musulmani, alias Hamas, in territorio palestinese al fine di erodere il consenso di Al-Fatah di Yasser Arafat, all’epoca in esilio.

L’Occidente ripete anche lo stesso approccio sbagliato in base al quale definisce ogni nuova forza antagonista (talebani, Saddam, Al-Qaida, ISIS) come una minaccia “per l’Occidente”, quando tutti questi movimenti, e altre centinaia impegnati nel macello mediorientale, lottano per controllare il proprio territorio, saldare i conti con altre confessioni religiose, spazzare via minoranze. Nessuno di loro ha lontanamente come obiettivo la conquista di Washington: gli USA e i loro alleati diventano nemici solo quando interferiscono, e cioè quando inviano truppe e soldi negli scenari della disputa. Da questo punto di vista, le minacce dell’ISIS contro l’Occidente sono diretta conseguenza della nascita di una coalizione guidata dagli Stati Uniti per intervenire in Siria e Iraq.

Rispetto al passato, la galassia che si oppone ai governi locali alleati dell’Occidente ha imparato, e bene, a utilizzare i media. I video che hanno come protagonista “Jihadi John”, il boia così battezzato dai giornalisti inglesi per via del suo accento, sono veri e propri videoclip. Riprese in HD effettuate da almeno tre telecamere, protagonisti vestiti come Lawrence d’Arabia, vittime vestita come a Guantanamo, fondali da deserto hollywoodiano, luccichio della lama del coltello, audio impeccabile, regia evidente. Siamo lontani anni luce dai video artigianali di Bin Laden dentro le grotte, con il Kalashnikov e il tappeto delle preghiere come unici pezzi d’arredo. La guerra condotta con altri mezzi, e cioè quelli della propaganda, non è più monopolio del solo Occidente.

Per noi semplici mortali, distanti anni luce da questi scenari, è praticamente impossibile capire quale immagine corrisponda al vero e quale sia stata manipolata, chi siano gli attori e i finanziatori dello show, quali gli interessi in gioco e i trofei da esibire al pubblico di riferimento. Nemmeno i migliori analisti riescono a cogliere la complessità di questa conflittualità diffusa, a fornirci una visione d’insieme ipotizzando anche una via di uscita. Per questo motivo la cosa più facile è immaginare che il significato, l’obiettivo finale dei fatti mediorientali sia la distruzione dell’Occidente, vittima di una Spectre che si rinnova nel tempo rimanendo sempre impenetrabile e insondabile. Una lettura per niente rassicurante, ma che tenta di dare un senso a ciò che accade. Mai come in questo periodo servirebbero strumenti adeguati per interpretare il senso del grande disordine: ma chi li possiede, per motivi a noi ignoti, ce li nega, spacciandoci istantanee disordinate di una realtà che, vista così, assomiglia a un brutto film. Di quelli che difficilmente possono avere un lieto fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Uno degli elementi che consentono di riconoscere con chiarezza un “impero” è il peso delle risorse e delle idee che uno Stato mette in campo per darsi una politica internazionale. È così dai tempi di Roma, di Isabella la Cattolica, della regina Vittoria. Gli Stati Uniti d’America, pochi decenni dopo aver conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna, elaborarono una dottrina che per la prima volta  estendeva lo sguardo di Washington oltre i confini nazionali. Passò alla storia con il nome del presidente James Monroe: lo slogan era “l’America agli americani”, e si poneva come obiettivo l’eliminazione di ogni influenza delle potenze europee sul suolo americano, del Nord e del Sud.

La dottrina Monroe segnò l’inizio dell’inarrestabile espansione mondiale del nuovo Paese americano, che in pochi anni decenni riuscì a costruire un impero diverso da quelli coloniali, senza viceré né truppe coloniali. Un impero basato sulla finanza, sul ruolo delle multinazionali, sulla potenza del dollaro, su un apparato bellico temibile e in grado di intervenire ovunque ce ne fosse bisogno.

La Seconda Guerra Mondiale sancì la divisione del mondo in due aree di influenza: quella più importante spettò agli Stati Uniti, premio allo sforzo globale compiuto da Washington. Da allora, è tradizione che gli inquilini della Casa Bianca abbiano una visione chiara della politica estera e parlino sempre al loro Paese come se si rivolgessero al mondo. E l’attenzione che i media stranieri riservano alle primarie e alle elezioni presidenziali negli USA è figlia del fatto che da questo processo democratico scaturisce una guida politica di rilevanza planetaria.

In queste ultime elezioni le cose non sono andate secondo consuetudine. I due candidati, soprattutto Mitt Romney, hanno espresso indifferenza oppure ostilità nei confronti del resto del mondo, arrivando addirittura a descrivere storici alleati occidentali, come l’Italia o la Spagna, come un “rischio da scongiurare”. Lo storico di Yale Paul Kennedy pensa che “la politica estera della massima potenza mondiale sia in realtà una lenta deriva, un lasciarsi trascinare dalla corrente senza sapere bene dove sta andando”. Una sensazione che è diffusa anche tra gli inviati delle grandi testate europee: l’unico orizzonte che ha suscitato interesse in questa campagna è stato quello di casa propria, e l’unico vero “mondo” straniero al quale si è guardato è stato quello degli immigrati e dei loro pacchetti di voti. Nulla sul Medio Oriente, sull’Iran, sull’America Latina sempre più lontana, sull’Europa in affanno.

Silenzio totale sul maggiore creditore degli USA, la Cina, rotto solo dall’attacco di Romney contro la  potenza commerciale dal gigante asiatico. E dire che di argomenti ce ne sarebbero stati. Proprio in queste settimane Pechino ha cominciato a comprare e vendere petrolio dalla Russia pagandolo in yuan anziché in dollari, e l’India sta pagando il greggio all’Iran in rupie. Anche Giappone e Corea vorrebbero sganciarsi dalla dittatura della valuta USA. La “de-dollarizzazione” degli scambi commerciali è oggi il segnale più evidente del declino di un impero costruito sull’economia prima ancora che sulle armi. A Washington ormai molti fanno i conti con un futuro più autarchico, più locale e meno globale. Forse solo in Europa si pensa ancora che la soluzione alla grande crisi dell’Occidente possa arrivare dall’altra sponda dell’Atlantico.

Alfredo Somoza per Esteri (Polare Network)