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Strana sorte quella dei diritti nel XXI secolo. Un concetto che – applicato al lavoro, all’ambiente, alle minoranze etniche, ai generi – è sulla bocca di tutti, di chi lo rispetta e di chi lo viola. Così come l’800 è stato il secolo dei diritti sociali e del lavoro, il ’900 dei diritti umani e di quelli dei popoli, agli inizi del XXI secolo il dibattito si concentra sui diritti di genere, mentre tutti quelli conquistati in precedenza vengono messi in discussione.

I picconatori dei diritti acquisiti sono di diversa natura e i loro colpi hanno pesi e obiettivi diversi. Stati democratici che riducono i sistemi di welfare e le garanzie per chi lavora, regimi autoritari che impediscono l’azione dei sindacati e vietano le proteste che potrebbero ostacolare progetti di “sviluppo” economico. L’ambiente, ufficialmente considerato ormai ovunque un soggetto portatore di diritti, viene ogni giorno sacrificato in nome delle scelte economiche e degrada progressivamente a causa del cambiamento climatico. Donne e minoranze tutelate solo sulla carta sono ostaggio dei nuovi barbari dell’integralismo che, finanziati da rispettabili Stati sovrani, vorrebbero cancellare ogni diversità culturale e religiosa, come ai tempi del Terzo Reich, e ridurre l’universo femminile al solo ruolo riproduttivo. Pena di morte abolita da Paesi che già non la utilizzavano da decenni, ma sempre in vigore negli Stati che non si fanno alcuna remora ad applicarla. Messa al bando della caccia alla balena, che però viene tuttora praticata da Paesi che hanno ottenuto eccezioni in nome della scienza. Diritto alla libertà di parola e di stampa sempre più ridotto, e non solo nei Paesi oppressi da regimi autoritari o dittatoriali: anche il mondo della rete è pieno di insidie per la libertà individuale. Il diritto internazionale codificato, grande conquista del secolo scorso, ormai è carta straccia sia per chi a suo tempo lo sottoscrisse, sia per chi lo ha sempre disconosciuto.

L’imbarbarimento degli scenari di guerra contemporanei, dai Balcani alla zona dei Grandi Laghi africani fino al Medio Oriente, offre uno spaccato delle violazioni di ogni tipo di diritti. Il mondo che, secondo letture affrettate, avrebbe dovuto imboccare una strada radiosa di benessere economico, entrando nell’“era dei diritti”, sta andando a ritroso. Oggi si parla con insistenza di diritto alla terra, al cibo, all’acqua, alla vita. Siamo dunque tornati ai “fondamentali”, come se l’evoluzione degli ultimi due secoli non ci fosse mai stata.

È come se si dovesse ripartire da capo. O meglio, come se l’idea dell’estensione e del rispetto dei diritti fosse stata solo un’illusione, un miraggio dei salotti illuminati occidentali. E così, senza che nessuno lo avesse previsto, ora abbiamo l’urgenza di interpretare una realtà che pone grandissime sfide, come all’epoca della nascita delle cooperative di mutuo soccorso e dei sindacati. Nell’800 la chiave di volta fu la consapevolezza che l’unione avrebbe fatto la forza, ma nel XXI secolo questo assunto è stato travolto dall’individualismo e dal qualunquismo. Rispetto a un secolo fa, oggi siamo molto più passivi rispetto al buio che ci avvolge. Tuttavia, perché una nuova stagione di diritti veda la luce, questa volta non c’è bisogno di inventarsi nulla. Basta aggiornare la vasta legislazione esistente. E, soprattutto, trovare la forza morale e politica di applicare i diritti con rigore, e di diffonderli con il buon esempio.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Medio Oriente e dintorni sono lo specchio sempre più nitido del fallimento della politica occidentale, e non solo, degli ultimi 30 anni. Il grande caos che avanza, con la dissoluzione di Stati “posticci” come Libia e Iraq, o millenari come Siria e Afghanistan, ci riserva ancora grandi e sgradite sorprese. Paragonandoli alla ferocia dell’ISIS, oggi c’è chi rimpiange i talebani, peraltro pronti ad assumere a breve la guida del loro Paese. C’è chi rivaluta l’Iran degli ayatollah, la Siria di Assad e l’Egitto di Al-Sisi in una girandola di alleanze a geometrie variabili, riformulate giorno per giorno e mai dettate da una visione strategica d’insieme.

Alcuni capisaldi restano però saldi, come il finanziamento occulto, ma neanche poi tanto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati allo jihadismo sunnita, ieri talebano oggi a guida Al-Baghdadi. Una politica suicida, simile a quella statunitense che sosteneva i mujaheddin afghani o Saddam Hussein in chiave anti-iraniana, che regolarmente si rivolta contro chi la implementa. Basta ricordare il ruolo avuto dal Mossad nel radicamento dei Fratelli Musulmani, alias Hamas, in territorio palestinese al fine di erodere il consenso di Al-Fatah di Yasser Arafat, all’epoca in esilio.

L’Occidente ripete anche lo stesso approccio sbagliato in base al quale definisce ogni nuova forza antagonista (talebani, Saddam, Al-Qaida, ISIS) come una minaccia “per l’Occidente”, quando tutti questi movimenti, e altre centinaia impegnati nel macello mediorientale, lottano per controllare il proprio territorio, saldare i conti con altre confessioni religiose, spazzare via minoranze. Nessuno di loro ha lontanamente come obiettivo la conquista di Washington: gli USA e i loro alleati diventano nemici solo quando interferiscono, e cioè quando inviano truppe e soldi negli scenari della disputa. Da questo punto di vista, le minacce dell’ISIS contro l’Occidente sono diretta conseguenza della nascita di una coalizione guidata dagli Stati Uniti per intervenire in Siria e Iraq.

Rispetto al passato, la galassia che si oppone ai governi locali alleati dell’Occidente ha imparato, e bene, a utilizzare i media. I video che hanno come protagonista “Jihadi John”, il boia così battezzato dai giornalisti inglesi per via del suo accento, sono veri e propri videoclip. Riprese in HD effettuate da almeno tre telecamere, protagonisti vestiti come Lawrence d’Arabia, vittime vestita come a Guantanamo, fondali da deserto hollywoodiano, luccichio della lama del coltello, audio impeccabile, regia evidente. Siamo lontani anni luce dai video artigianali di Bin Laden dentro le grotte, con il Kalashnikov e il tappeto delle preghiere come unici pezzi d’arredo. La guerra condotta con altri mezzi, e cioè quelli della propaganda, non è più monopolio del solo Occidente.

Per noi semplici mortali, distanti anni luce da questi scenari, è praticamente impossibile capire quale immagine corrisponda al vero e quale sia stata manipolata, chi siano gli attori e i finanziatori dello show, quali gli interessi in gioco e i trofei da esibire al pubblico di riferimento. Nemmeno i migliori analisti riescono a cogliere la complessità di questa conflittualità diffusa, a fornirci una visione d’insieme ipotizzando anche una via di uscita. Per questo motivo la cosa più facile è immaginare che il significato, l’obiettivo finale dei fatti mediorientali sia la distruzione dell’Occidente, vittima di una Spectre che si rinnova nel tempo rimanendo sempre impenetrabile e insondabile. Una lettura per niente rassicurante, ma che tenta di dare un senso a ciò che accade. Mai come in questo periodo servirebbero strumenti adeguati per interpretare il senso del grande disordine: ma chi li possiede, per motivi a noi ignoti, ce li nega, spacciandoci istantanee disordinate di una realtà che, vista così, assomiglia a un brutto film. Di quelli che difficilmente possono avere un lieto fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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