La nascita delle reti ferroviarie risale all’800, quando i Paesi industrializzati (Gran Bretagna, Germania, Francia, USA) cominciarono a collegare le miniere di carbone alle fabbriche, e i grandi Paesi produttori di derrate alimentari (Brasile, Argentina, Australia, India) le campagne ai porti. Il treno ha accompagnato la formazione degli Stati nazionali nati dalla decolonizzazione e ne ha sancito la coesione territoriale, collegando le province più isolate ai centri politici e produttivi. Insieme alle navi, fino alla seconda metà del ’900 è stato il mezzo di trasporto per eccellenza, per poi diventare sempre più marginale con l’avanzata dei camion e, negli ultimi decenni, degli aerei.

Assoluta protagonista dell’espansione dei binari nel mondo fu la Gran Bretagna vittoriana, che costruì il più grande impero politico e commerciale della storia basandosi su tre pilastri: il controllo dei mari, le ferrovie e il telegrafo. Erano inglesi gli ingegneri, la tecnologia e i manufatti che trasportavano persone e merci nelle Pampas, nei deserti australiani, nelle campagne infinite dell’India: lo sviluppo commerciale, l’industrializzazione e la globalizzazione marciavano al ritmo del fischio delle locomotive a vapore. Solo un continente, con pochissime eccezioni, rimase escluso da questa ondata di modernizzazione: l’Africa. Un continente condannato dalla storia contemporanea a rimanere produttore di poche materie prime, anche se dall’alto valore di mercato. Soprattutto, un continente senza investimenti produttivi, senza infrastrutture, senza mercati economici rilevanti e quindi senza ferrovie.

Chi conosce la storia contemporanea forse mai avrebbe immaginato che le trasformazioni sociali dell’800, dovute all’industrializzazione, si potessero ripetere quasi identiche a distanza di circa due secoli. L’aumento dei diritti, per esempio, che in Occidente fu il risultato delle lotte soprattutto dei ceti rurali diventati operai e maturati tra le mura delle fabbriche, oggi si ripresenta nello stesso modo nei Paesi di recente industrializzazione, dalla Cina all’India al Bangladesh: scioperi, lotte sindacali, repressione, negoziazione, estensione dei diritti. Ma ancora più illuminante sui cicli della globalizzazione, tra l’800 e gli anni 2000, è l’arrivo del treno in Africa. È stata recentemente annunciata la costruzione di una ragnatela di binari che dovrebbe collegare i Grandi Laghi a Nairobi e Mombasa e su fino a Addis Abeba e Gibuti. Si tratta del più grande progetto di infrastruttura dell’era post coloniale, dal valore iniziale di 3,8  miliardi di dollari USA.

Soldi e tecnologie sono made in China, Paese che si è specializzato nella costruzione di materiale ferroviario e di infrastrutture. Da due decenni esporta componenti, rotaie e treni in Asia, in America Latina e ora in Africa. Le aziende di Stato che costruiranno le ferrovie fanno parte del gruppo di oltre 2000 realtà cinesi sbarcate non solo per “prelevare” materie prime, come da secoli fa l’Occidente, ma per produrre in loco, guardando al mercato costituito da 300 milioni di persone che vivono tra il Kenya e l’Uganda.

Questo interesse cinese per un mercato da sempre snobbato comincia a dare frutti: le statistiche confermano anche nel 2014 la crescita dell’economia africana, in media del 5,5% e con picchi del 7,5% nell’Est del continente. Non è un caso che l’agenzia di rating Moody’s, per la prima volta nella storia, abbia rilasciato la classificazione del credito sovrano all’Etiopia, che sta per debuttare sul mercato dei bond. E così, tra i rumori di fondo generati dai conflitti, dalla corruzione, dalla sottrazione di terre, dalle tensioni religiose, l’Africa si arricchisce di un nuovo suono: il fischio del treno, che a tanti altri popoli ha portato fortuna.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

treni

Caro Ministro Martina,

volevo segnalarti qualcosa che sicuramente tu sai, ma che potrebbe diventare presto l’ennesima brutta figura dell’Italia in Europa. Sta per arrivare a Roma la comunicazione di Bruxelles sull’apertura della procedura di infrazione per il mancato versamento delle famigerate “quote latte”. Al centro del contendere il solito miliardo e mezzo di euro versato dall’Italia nelle casse europee, ma che poi non è stato recuperato presso gli allevatori disonesti, che avevano splafonato le quote assegnate all’Italia tra il 1995 e il 2009. Il mancato recupero del credito, spalmato su tutti i contribuenti italiani, ora viene considerato dall’UE una violazione degli accordi perché le multe, anche se anticipate dallo Stato, vanno pagate dagli agricoltori. E chi può dare torto all’Europa?

Questi agricoltori, soprattutto della Lombardia, sono 2000, tra i quali 600 devono oltre 300.000 euro a testa. Gli agricoltori “in regola”, che hanno acquistato quote latte negli stessi anni per un valore di 2,42 miliardi sono ben 38.000. Sì, i numeri sono questi, 38.000 onesti e 2.000 disonesti. Ma 2.000 disonesti con alte coperture politiche. L’invito a non  rispettare le quote latte è stata infatti una delle bandiere della Lega Nord, e per questo i disonesti sono stati più coccolati che penalizzati. Quegli stessi agricoltori che paralizzarono le nostre città con i loro trattori recando danni a tutta l’economia. Ecco, ora rischiamo una procedura d’infrazione perché lo Stato non ha ancora attivato le procedure  per riprendersi i soldi che ha anticipato per conto degli agricoltori disonesti.

Ministro Martina, anche se la Lega Nord in questi giorni si è detta disponibile a discutere di riforme, non possiamo ignorare questa richiesta dell’Europa. Ci va di mezzo qualcosa di più della credibilità italiana in Europa: il principio di legalità. Chi paga il conto sono gli agricoltori onesti e tutti i contribuenti italiani.

Le quote latte vanno recuperate, quella vergognosa pagina di illegalità strumentalizzata dalla politica va chiusa definitivamente.

Un saluto cordiale. Alfredo Somoza

trattori17

Come accade ogni 4 anni, la kermesse del calcio globale si rimette in moto per celebrare il business-evento dei Mondiali. La coppa del mondo dello sport che più ha avuto fortuna a livello mondiale è una grande opportunità di business per i produttori di articoli sportivi, per giornali e televisioni. Ma è anche una competizione davvero planetaria, alla quale partecipano nazionali scelte non solo in base alla competitività e alle qualità tecniche, come accade nel mondo del rugby, ma con l’obiettivo di rappresentare i diversi continenti.

Dietro l’evento si muove una vera macchina da guerra organizzativa nella quale non esiste ricambio generazionale e non c’è trasparenza. Anzi, sono stati accertati seri casi di corruzione e si sospetta che alcuni sorteggi relativi a sedi e partite siano stati poco limpidi. In questo periodo si sprecano le polemiche sulle tangenti versate dagli emiri per assicurarsi la vetrina dell’edizione del 2022, assegnata al Qatar e già ribattezzata “il mondiale all’inferno”, per via dei 50 gradi all’ombra della Penisola Arabica. Per la prima volta si giocherà in inverno e indoor. Ma tanto vale.

Le condizioni in cui versano le società calcistiche e la FIFA, la federazione mondiale, sono il prodotto dalla trasformazione di una passione in puro business. Un business che non guarda in faccia nessuno, che stritola giovani e meno giovani e scende a patti con quella nuova criminalità organizzata che si annida nelle curve degli stadi, offrendo rifugio e megafoni ai gruppi dell’estrema destra più rabbiosa. Un mondo in cui si prova a corrompere quando non si riesce a vincere da soli.

Il calcio però non è questo e non si merita questo. Il grande calciatore brasiliano Socrates, che giocò anche in Italia, a Firenze, diceva che «il calcio che in Europa è scuola, tecnica, schema, per i latinoamericani è liberazione dalla fame, dalla violenza, da una vita senza futuro». La differenza che passa tra il prato all’inglese e il campetto di terra battuta sul quale si gioca a piedi nudi con una palla fatta di stracci. Il calcio come urlo disperato di chi vuole emanciparsi e il calcio ridotto a business, normalizzato via etere.

Questa doppia valenza del calcio odierno si ritrova anche nell’anomalo G8 calcistico, cioè nell’esclusivo club dei Paesi vincitori di almeno un Mondiale. Che sono solo 8: Brasile, Italia, Argentina, Germania, Uruguay, Inghilterra, Francia, Spagna. Un G8 al quale siedono uno accanto all’altro Paesi di vecchia industrializzazione e Paesi emergenti, Stati PIGS dell’Europa e Stati piccoli, quasi immaginari come l’Uruguay. Una geografia della potenza calcistica che esclude i grandi protagonisti della scena economica mondiale, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Russia alla Cina, e che si concentra in due sole aree del mondo: Europa occidentale e America Latina.

Ed è forse proprio il calcio a spiegare perché l’Occidente più profondo sia storicamente costituito da queste due aree. Storie di andate e ritorni, di schiavitù e migrazioni, di calciatori oriundi e calciatori d’esportazione, di visioni diverse ma complementari del gioco. Una passione condivisa, un ponte che unisce e che costituisce un segno culturale profondo. “Noi” siamo quella parte del mondo dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico.

Ma il calcio è stato anche oppio dei popoli. I ricordi del Mondiale del fascismo nel ’34 e quello dei militari argentini del 1978 ci rammentano quanto il consenso possa scattare da una partita lunga 90 minuti. Eppure «l’uso che alcune dittature hanno fatto del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere – scrive il brasiliano Edilberto Coutinho – perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

garrincha

Al microfono aperto di Radio Popolare di lunedì 9 giugno non ha partecipato il Dr. Viale, ma Mr Hyde. Non poteva essere Guido Viale, Garante della Lista Tsipras, che per giustificare la scelta da lui rivendicata, e cioè di avere consigliato a Barbara Spinelli di rifugiarsi a Parigi e decidere senza confrontarsi con i Comitati (della lista Tsipras), di rimangiarsi la parola data in campagna elettorale, buttava fango su due candidati. La parola spesa da Barbara Spinelli insieme ad altri, come Moni Ovadia, era sulle loro “candidature di bandiera”e Moni Ovadia, anche lui capolista e anche lui eletto, si è coerentemente dimesso.

Mr Hyde, non sicuramente il Dr. Viale, dichiarava ai microfoni di Radio Popolare che Marco Furfaro, candidato che avrebbe dovuto subentrare a Barbara Spinelli in Centro Italia, è “così giovane e già assettato di poltrone”. E che il sottoscritto, “a tutti i dibattiti ai quali abbiamo partecipato insieme, ha sempre detto che non avrebbe mai aderito al GUE, ma al PSE”. Perché queste palesi quanto inutili e menzogne? Chiedo al Dr. Viale di smentire MrHyde per quanto riguarda le mie modeste opinioni. Lungo 135 incontri con gli elettori, 7 partecipazioni a programmi radiofonici e 6 tribune elettorali televisive, non ho mai detto una cosa simile. Chiamo in causa come testimone proprio il Dr. Viale, con il quale ho condiviso almeno una decina di eventi pubblici e insieme al quale abbiamo sempre risposto alla domanda sulla collocazione europea in perfetta sintonia, e cioè: ”Tsipras non ha posto un vincolo specifico alla Lista Italiana se non quello di seguirlo nelle sue scelte”. Io aggiungevo sempre a questa affermazione “credo impossibile per me aderire al PSE in un quadro di larghe intese e penso che la cosa più logica sia sommare le nostre forze a quelle dei partiti che eleggeranno rappresentanti nella GUE”. Oltre al Dr. Viale, qualche migliaia di cittadini che ho incontrato sono sicuro abbiano capito e condiviso la mia posizione, molto diversa da quanto affermato ieri sera da Mr Hyde a Radio Popolare.

Ma almeno qualcosa mi è chiaro ora: questa leggenda metropolitana della mia collocazione in Europa in caso di elezione ha accompagnato la campagna, finalmente ho capito chi fosse stato a metterla in giro: ovviamente Mr Hyde!.

Rimane il fatto che andrebbe fatto qualcosa per smentire il Mostro. Non è possibile che lo stesso Dr. Viale che qualche ora prima mandava una mail a tutti i candidati all’insegna del vogliamoci bene e andiamo avanti insieme, venga smentito dai microfoni di Radio Popolare da Mr. Hyde qualche ora dopo. Noto che il Mostro è selettivo nel colpire le sue vittime, mai una parola contro i Garanti: quel Camilleri che vota una regola e due minuti dopo chiede una deroga, quel  Flores d’Arcais che, colto da furore inquisitorio, toglie il disturbo da solo, nulla contro Barbara Spinelli, che con il suo balletto sul seggio ha creato una frattura forse insanabile, però tre giorni prima delle elezioni attacca Giuliano Pisapia. Poi, mentre tutti stiamo tentando di spegnere l’incendio, va in Radio a gettare benzina. Un modus operandi noto alla sinistra, che con diverse modalità ma la stessa sostanza ha solo provocato sconfitte rovinose.

Su una cosa infine MrHyde ha ragione: la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo sono tutte dei partitini, che speriamo presto non raccolgano più le firme per presentare le liste, non organizzino più migliaia di incontri pubblici, non paghino più volantini e manifesti, non distribuiscano più lettere,né portino più i loro banchetti nei mercati. Basta uno speciale di Micromega per mettere in piede un progetto politico, no?

Alfredo Somoza

 

Dr._Jekyll_and_Mr._Hyde

Poche volte nella storia è capitato che si levasse un’ondata di curiosità e di preoccupazione attorno a un accordo commerciale come sta succedendo oggi con il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe sancire la fine delle barriere commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Solo in un’altra occasione ci fu tanto interesse per un trattato commerciale, fino alla sua bocciatura. Capitò con l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) proposta da George Bush ai Paesi del Sudamerica e che venne respinto da tre presidenti, Chávez, Lula e Kirchner, in un epico Vertice delle Americhe a Mar del Plata nel 2005.

Il TTIP è invece una creatura tenuta accuratamente lontana dalle piazze, e addirittura dai governi nazionali. Lo scorso 30 aprile Federica Guidi, ministro allo Sviluppo economico, ha riconosciuto nel corso di un question time alla Camera che «la documentazione negoziale del TTIP è riservata e che al momento neppure gli Stati membri hanno accesso a tutta la documentazione». Perché i governi possano almeno vedere di che cosa si tratti, si ipotizza di allestire una “reading room” a Bruxelles, che consenta la sola lettura di tali testi, presso l’ambasciata statunitense. In quelle stanze, insomma, dalle quali i servizi di intelligence degli USA spiano e ascoltano le telefonate di tutti i cittadini europei, inclusi i governanti.

Ma che cosa nasconde in realtà un simile zelo? Punta a coprire una trattativa tra le più delicate nella storia dell’Europa. Una logica commerciale che oggi gli Stati Uniti provano a riproporre negli accordi bilaterali, dopo l’impantanamento della trattativa presso il WTO per spalancare il mondo a merci e investimenti. Accordi come quelli già in vigore con il NAFTA tra USA, Messico e Canada, o quello oggetto di trattativa con l’area del Pacifico. È la stessa logica respinta dal Sudamerica che disse no all’ALCA, e che possiamo riassumere così: l’abolizione delle cosiddette “barriere non tariffarie”, cioè non dei dazi ma di tutti quei regolamenti che ostacolano la circolazione di merci e servizi tra un’area e l’altra. Una questione delicatissima, con ricadute sulla stessa democrazia.

Il TTIP, infatti, ancora una volta mette in discussione il primato della politica (e quindi della democrazia) sui poteri forti dell’economia. L’accordo porterebbe a una revisione degli standard di sicurezza e di qualità della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Questo perché l’omologazione delle normative tra USA ed Europa porterà inevitabilmente a un ribasso delle garanzie esistenti nel nostro continente, attualmente molto più elevate rispetto a quelle del mercato deregolamentato a stelle e strisce. Per fare un esempio: in base al referendum del 2012, in Italia l’acqua è un bene pubblico; ma le aziende statunitensi potrebbero contestare questo principio, sancito dalla volontà popolare, in base alla legislazione USA per la quale l’acqua è una merce come un’altra.

Il nocciolo dell’accordo, che si vorrebbe chiudere entro il 2014, è la tutela dell’investitore e della proprietà privata. E qui si scopre un’altra chicca: le controversie sull’applicazione dell’accordo non riguarderebbero più i tribunali europei ma l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati) sul modello di quello già esistente del WTO, con probabile sede a Washington presso la Banca Mondiale. Un tribunale privato che permetterebbe alle imprese di far condannare quei Paesi che approvassero leggi “dannose” per i propri investimenti presenti e futuri. Come la Germania, per esempio, che ha deciso di chiudere con il nucleare ed è stata denunciata per diversi miliardi. Oppure, in futuro, i Paesi che rifiuteranno di ammettere sul loro territorio i prodotti agricoli OGM, o che abbiano deciso affidare allo Stato la gestione delle risorse idriche.

L’interesse pubblico e i risultati delle consultazioni democratiche rischierebbero così di essere messi in secondo piano rispetto alle esigenze di aziende e mercati. Oltre al colpo inferto alla democrazia, svanirebbero le faticose e costose costruzioni delle DOP e IGP, i marchi europei che garantiscono qualità e territorialità (anche) al made in Italy. Prodotti frutto di investimento e saperi centenari verrebbero equiparati al Parmesan dell’Iowa o all’aceto balsamico di San Francisco, senza potersi difendere da una simile concorrenza.

Danno economico, invasione di prodotti contraffatti o perfino adulterati rispetto alle nostre normative, sicuro approdo degli OGM nei nostri campi e sulle nostre tavole, indebolimento della democrazia. Tutto ciò è concentrato nel misterioso accordo TTIP: questa volta il sacrificio non ce lo chiede l’Europa ma direttamente lo Zio Sam. Il Parlamento Europeo che si è appena insediato dovrà decidere per il sì o per il no. Da una parte le grandy lobby europee e statunitensi, dall’altra i diritti dei cittadini e la sovranità dell’Europa. Eppure la scelta che verrà fatta non è per nulla scontata.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

ttip

 

 

Si fa un grande parlare da qualche giorno sulle coincidenze programmatiche tra la Lista Tsipras e il M5S. Al netto delle sparate inutili sull’euro, ci sono infatti alcuni, pochi, punti in comune. Dario Fo si auspica “un avvicinamento della lista Tsipras con i Cinque Stelle. Non so se un fronte del genere sia sufficiente per fare un’opposizione forte in Italia e in Europa, ma le convergenze sul programma per me ci sono tutte”. Manca però un pezzo fondamentale caro Dario per capire se ancora una volta, com’è successo dopo le Politiche, gli elettori del M5S abbiano buttato via il loro voto oppure no.
E la differenza passa dalle risposte degli eletti del M5S a queste semplici 5 domande:

 

1) Chi pensate di sostenere come primo ministro dell’Europa? Non è permessa la risposta “non siamo nè di destra nè di sinistra”. In questo momento ci sono due ipotesi sul tavolo: larghe intese europee oppure governo di cambiamento. Decidete
2) In quale gruppo confluirete, visto che non potete creare uno autonomo (ci vogliono eletti di almeno 7 paesi). Il gruppo misto europeo prevede, per chi ne fa parte, diritti dimezzati e non solo fondi dimezzati. Decidete
3) Sui temi dei diritti, dal matrimonio paritario, all’immigrazione all’antiproibizionismo avete idee contrastanti. Decidete
4) Al Parlamento europeo non ci sono televisioni, non è previsto l’ostruzionismo e si può parlare fino ai 3 minuti (fino a 1 se non si fa parte di nessun gruppo). Spesso si costruiscono alleanze trasversali per fare passare le proprie proposte. L’isolazionismo mediatico al quale vi siete auto-condannati in Italia non è paga. Al Parlamento europeo si “parlamenta”. Decidete
5) I partiti che in Europa si chiamano ai principi che dite di condividere (beni pubblici, potere ai cittadini, trasparenza, sensibilità sociale) non amano gli insulti,i tribunali del popolo, le gogne mediatiche e soprattutto amano la trasparenza dei conti, i bilanci certificati e la proprietà condivisa di marchi, simboli e gruppi. Decidete.

 

Perché non si ripeta in Europa quello che Marco Travaglio ha definito il “grande errore” del M5S, cioè essere andati all’incontro con Bersani solo per prenderlo per i fondelli e non con proposte concrete di riforma che avessero potuto inchiodarlo, c’è poco tempo. Decidete.

Immagine

In Centro America, a dividere e insieme unire il Nord e il Sud del continente c’è un piccolo Stato-cerniera con una storia che sembra il copione di una fiction. Un Paese il cui nome si può tradurre in due modi: in lingua indigena Panamá significa infatti sia “abbondanza di pesci e di farfalle” sia “aldilà”. Forse anche gli indios panamensi si raffiguravano l’aldilà come un luogo di assoluta bellezza e ricco di ogni bene. Ma si può provare a dare anche un’altra interpretazione: e cioè che il destino di Panamá sia scritto nel suo nome perché “abbondanza” e “aldilà” sono le due parole chiave con le quali si può definire il concetto di globalizzazione. L’abbondanza di materie prime, di terre, di minerali, che diventano però ricchezza al di là delle terre in cui si trovano, in Paesi o addirittura in continenti lontani.

Da quando la terra è stata scippata agli indigeni Chibcha, Panamá si trova al centro di movimenti internazionali di beni e capitali non sempre – anzi raramente – leciti. Qui si depositava il tesoro d’oro e argento strappato agli Incas in Perú prima di imbarcarlo sulla “Flota de Indias”, la flotta che annualmente portava in Europa il frutto del saccheggio americano. Una volta nel Vecchio Continente, qualcosa rimaneva in Spagna, ma la maggior parte delle ricchezze finiva a Londra, Rotterdam e Amburgo, e anche a Siena e Genova, per ripagare le banche che, con i loro prestiti, stavano finanziando la conquista. Si creò così la capitalizzazione che, due secoli dopo, avrebbe finanziato la Rivoluzione Industriale.

Tornando a Panamá: il tesoro rubato e provvisoriamente depositato lì risvegliava gli appetiti di altri predatori. Panamá eresse mura e fortezze per resistere agli attacchi dei pirati britannici, francesi e olandesi, ma con poco successo. Più volte i suoi porti furono messi a ferro e fuoco a vantaggio dei governi europei nemici della Spagna, quelli che fornivano bandiera e protezione alle imprese dei corsari. Tra i gentiluomini che ebbero fortuna nell’assalto a Panamá si contano i baronetti di Sua Maestà Sir Francis Drake e Sir Henry Morgan, due esempi di come non è sempre vero che “il crimine non paga”.

Panamá, “colpevole” di trovarsi nella parte più sottile del continente, una striscia di terra fra due oceani, continuò a rivestire un ruolo importante nella globalizzazione dopo aver ottenuto l’“indipendenza” dalla Colombia, nel 1903: Bogotá aveva rifiutato una proposta “che non si poteva rifiutare” da parte del presidente statunitense Theodore Roosevelt, il quale voleva costruire un canale tra gli oceani gestendolo direttamente da Washington. La soluzione fu rendere autonoma dalla Colombia la zona in cui si voleva creare il canale.

Iniziò quindi la storia della Repubblica del Panamá, che ebbe il suo primo presidente nominato dagli Stati Uniti. Questi, come primo atto di governo, autorizzò gli USA a costruire e gestire un canale tra gli oceani Atlantico e Pacifico, oltre a firmare un patto di reciproca assistenza militare e adottare il dollaro quale moneta nazionale. Il Canale, aperto nel 1914, diventò un grande volano per le comunicazioni marittime mondiali, insieme a quello di Suez, permettendo di accorciare i tempi e i costi del trasporto di merci: una forte spinta per il processo di globalizzazione e un ruolo centrale nei traffici mondiali.

Panamá aveva ancora molte carte da giocare per rimanere sulla cresta dell’onda. È infatti qui che è nata l’economia offshore. Uno spazio virtuale, ma saldamente ancorato ai confini nazionali dello Stato ospitante, nel quale registrare imprese e persone fisiche che vogliono evadere le tasse nei rispettivi Paesi o spostare capitali di dubbia provenienza. Anche la marina mercantile è stata rivoluzionata dalla possibilità di registrare le navi sotto bandiera panamense, soluzione che ha permesso agli armatori di sottrarsi alle imposte dei Paesi di origine. Non a caso, da oltre mezzo secolo, questo è uno degli Stati al mondo con più navi battenti bandiera nazionale, tutte (o quasi) di comodo.

Il modello Panamá è stato riprodotto velocemente nelle piccole isole caraibiche di fronte alle sue coste, già colonie degli stessi Paesi che un tempo proteggevano i pirati: Regno Unito, Francia, Paesi Bassi.

La possibilità di mettere al riparo soldi guadagnati in modo illecito non ha lasciato indifferenti le maggiori organizzazioni criminali latinoamericane (dopo i militari, ovviamente), e cioè i cartelli della droga colombiani. Negli anni ’80 del secolo scorso il quartiere degli affari di Panamá City è diventato “narcocity”: a Panamá entravano i soldi sporchi della droga che subito dopo uscivano ripuliti, bianchissimi, pronti per essere investiti nell’acquisto di terre, nell’edilizia, nei servizi. Panamá è rimasta a lungo la più importante succursale del sistema bancario della Florida, Stato USA, altra piazza utilizzata dai narcos per il riciclaggio.

La politica panamense non poteva che risentire pesantemente della ricchezza facile e delle condizioni di sovranità limitata: ne è derivato un Paese basato sulla corruzione, una corruzione condotta su scala globale. Il governo nazionalista del comandante Omar Torrijos (1968-81), che era riuscito a strappare a James Carter l’impegno alla restituzione del canale ai panamensi, è stato una parentesi. Torrijos è morto in uno dei tanti incidenti aerei, odoranti di CIA, ai danni di leader progressisti. Negli anni Ottanta il suo successore, il comandante Manuel Noriega, detto “faccia d’ananas”, è diventato un personaggio chiave negli intrighi di un’America centrale dilaniata dai conflitti armati.

Noriega, a libro paga della CIA, è stato al centro dell’affaire “Iran-contras-gate”, cioè dell’operazione illegale montata dallo spionaggio e da settori dell’esercito statunitense per procurarsi soldi e acquistare armi da fornire ai contras (che combattevano contro il governo sandinista nicaraguense) e a parte dell’opposizione iraniana. La fonte dei soldi? Un traffico di cocaina che si lasciava entrare negli USA in società con i cartelli colombiani. La cerniera dell’operazione? Panamá. Nel 1989 il momento magico del dittatore è finito. Pieno di segreti, è stato prelevato durante l’invasione del Paese da parte dei marines e condotto in prigione in Florida, per scontare una condanna all’ergastolo… per narcotraffico.

Ora che il canale è passato davvero sotto il controllo panamense le cose non sono cambiate di molto. Si parla già di un secondo canale costruito e gestito dai cinesi, i nuovi signori della globalizzazione. Panamá resiste: rimane luogo di grandi ambiguità e di “opacità”, come si usa dire. La differenza rispetto al passato è che oggi il Paese centroamericano ha molti concorrenti perché il “modello Panamá” si è rivelato vincente, e ancora nessuno ha provato seriamente a smontarlo.

Ecco perché questo Paese illustra perfettamente le contraddizioni, le connivenze pericolose, i doppi giochi e le doppie morali che, dal XV secolo in poi, hanno caratterizzato la globalizzazione dell’economia. Panamá è dunque un caso di studio, un punto di partenza per conoscere quei meccanismi che hanno impedito che la globalizzazione fosse un’opportunità per tutti, e anche per riflettere su come costruire un futuro diverso. Per cambiare modello, per voltare pagina, non bisogna dimenticare Panamá: la storia di questo piccolo Stato è lo specchio della nostra storia, almeno di quella degli ultimi quattro secoli. Uno specchio del mondo che ne riflette la parte meno bella, quella da cancellare.

Alfredo Luis Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

Panama_Canal_Gatun_Locks

 

Se si confronta con l’inglese, non sono tante le parole della lingua spagnola utilizzate senza traduzione in italiano. Parole con una caratteristica comune, che difficilmente hanno valenze positive, anzi: golpe, desesperado, pistolero, desaparecido, narcos. A queste parole ormai acquisite non solo dall’italiano si sta per aggiungere una nuova: retornados e cioè gli emigrati sudamericani negli Usa e in Europa ritornati negli ultimi anni ai loro paesi. Un fenomeno che si vorrebbe collegare quasi esclusivamente alla crisi che ha lasciato per strada in Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Italia anzitutto gli immigrati, l’anello più debole della catena dell’occupazione. Il fenomeno dei retornados è invece più complesso e ciparla invece delle dinamiche migratorie, sempre in evoluzione e mai statiche. Da alcunipaesi come la Spagna e il Portogallo, si tratta di vera e propria fuga verso il Perù, la Bolivia e l’Ecuador, il Brasile. Per legami storici, i flussi migratori tra i paesi iberici e il mondo andino sono stati in passato molto forti, ma il ritorno di oltre 400.000 sudamericani dalla sola Spagna va interpretato anche alla luce delle ottime performance economiche di questi paesi che non solo hanno schivato la crisi, ma agganciandosi all’economia dell’area del Pacifico, registrano tutti alti livelli di crescita economica e quindi di opportunità lavorative. Paesi tutti che hanno varato in questi anni leggi apposite per favorire il rientro dei loro emigrati, mentre i paesi europei hanno agevolato  l’uscita, anche con l’utilizzo di fondi europei a copertura dei costi. E’ così che oggi l’Europa si sta impoverendo del punto di vista della manodopera che con tanta fatica e investimento aveva formato negli ultimi decenni, mentre per la prima volta nella storia, i paesi del Sudamerica si arricchiscono con l’esperienza e la professionalità accumulata dai loro cittadini di ritorno. Emigrati di ritorno che per lunghi anni avevano sostenuto l‘economia locale attraverso le rimesse che ogni mese trasferivano alle loro famiglie.  Anche per questo, i retornados esigono dai loro paesi di origine, ora che sono loro ad avere bisogno, facilitazioni e sostegno. Gli incentivi finora offerti per tornare sono molto variegati e in molti casi solo promesse, l’unico paese che fa una seria politica per il ritorno è il piccolo Uruguay che arriva fino a farsi carico del costo di  due anni di affitto dell’abitazione della famiglia rientrata. Nel caso del Perù, per ora le facilitazioni sono sulla carta, ma il miglior incentivo è una crescita economica media annua del 6,5% da ormai 10 anni e previsione rosee per almeno altri 5 anni. Le statistiche del paese andino riferiscono che in media, un lavoro si trova entro 4 mesi. Un miraggio per chi dopo anni di lavoro in Spagna è rimasto disoccupato e può godere di soli 6 o 12 mesi di sussidio di disoccupazione prima della nulla.

Gli aeroporti sudamericani in questi anni di crisi offrono uno spaccato di un mondo incostante movimento. Retornadoscon al seguito  figli con i tasca un passaporto europeo e che non conoscono il paese dei genitori, mescolati  con una figura che ritorna, gli emigrati, cioè gli europei  dei paesi del Mediterraneo che tornano a calcare le rotte degli antenati alla ricerca di lavoro: portoghesi, spagnoli, greci, italiani che provano fortuna in Brasile, Argentina, Perù o Cile. Come nel film Pane e Cioccolata con Nino Manfredi, nel quale si raccontava l’emigrazione paragonandola a una ruota sulla quale si è su e giù senza soluzione di continuità, gli scambi di persone tra paesi delle periferie del mondo, siano esse americane o europee, ci parlano di una storia comune, spesso più solida e culturalmente più salda di quelle che uniscono molti stati più vicini dal punto di vista geografico.  Per questi motivi, la xenofobia in Europa, patria di paesi che per secoli e secoli hanno scaricato le proprie miserie altrove, se non fosse drammatica, sarebbe da ridere.

 

Alfredo Somoza

emigrantes-retornados-3

Le modalità con le quali si è verificato il distacco della Crimea dall’Ucraina delegittimano un processo che avrebbe potuto avvenire all’interno del diritto internazionale.

L’instabilità in Ucraina, dovuta alle conseguenze di un movimento di piazza dai contorni poco definiti, entro i quali si annidano forze che si richiamano alle peggiori destre del passato europeo; la presenza maggioritaria in Crimea di popolazione di origine russa, e la tutela delle basi navali russe considerate strategiche da Mosca: tutto ciò non basta a giustificare il modus operandi di Putin.

In primo luogo, un Paese che ospita basi straniere, come anche l’Italia, legittimamente pretende ed esige che le truppe straniere in esse ospitate non incidano nelle vicende interne della nazione. Nel caso della Crimea, i soldati russi sono usciti armati dalle caserme diventando di fatto truppe di occupazione. La motivazione formale è stata la difesa dei cittadini russi residenti nella provincia. Molto simile, per esempio all’alibi utilizzato dagli Stati Uniti nel 1836 per invadere e annettere il Texas messicano. A questo controllo armato del territorio, giuridicamente paragonabile a un’invasione, è seguita la farsa del referendum per l’indipendenza della Crimea: che, da strumento legittimo per esercitare il diritto all’autodeterminazione dei popoli, è diventato plebiscito manipolato e controllato dall’invasore per legittimare l’occupazione.

Il referendum si è chiuso con il risultato scontato del 96% di favorevoli, una maggioranza ben superiore alla percentuale di russofoni della provincia. È avvenuto senza controllo da parte del Paese che – fino a prova contraria – esercita la sovranità sulla Crimea, cioè l’Ucraina, e senza la minima ombra di osservatori internazionali. È stato soltanto una “copertina” democratica utile a coprire il blitz di Vladimir Putin che, per la prima volta dal 1938 dell’Anschluss di Hitler nei confronti dell’Austria, modifica le frontiere dell’Europa senza colpo ferire e senza provocare alcuna reazione se non prese di posizione puramente retoriche.

Ci sarà un “prima” e un “dopo” le vicende della Crimea, e l’onda lunga di quanto è accaduto ci accompagnerà per molto tempo. Oggi in Europa qualcuno ha scoperto che gli Stati Uniti in ritirata e l’UE politicamente disarmata non possono arginare la politica di forza della Russia: l’unica vera potenza politica europea emergente.

Alfredo Luis Somoza

Crimea-referendum-CHappatte_090314

Le previsioni sulla crescita dei Paesi BRICS sono state riviste al ribasso. Non si tratta di indici negativi, bensì di un sostanziale rallentamento per economie che, nell’ultimo periodo, erano cresciute al ritmo annuo del 4-5%. Con il picco della Cina che ha fatto segnare una crescita media del 9,7% negli ultimi 35 anni: un dato senza precedenti nella storia economica mondiale.

Ora che la Cina scende a un “modesto” +7,5% (è questa la prospettiva di crescita per il 2014), le conseguenze per tutti i BRICS si fanno preoccupanti, ma non drammatiche. Ciò accade perché è stato proprio il potente commercio estero cinese sia ad alimentare la crescita dei Paesi produttori di commodities agricole e minerarie sia a dare uno sbocco alla merce  prodotta dalla “fabbrica del mondo”.

Ovviamente non tutti i Paesi emergenti sconteranno allo stesso modo il rallentamento cinese. Perché se c’è qualcuno – come Brasile, Argentina e molti Paesi africani – che dipende fortemente dagli acquisti di Pechino, altri come Colombia, Cile o Messico sono agganciati all’economia statunitense, oggi in ripresa, e dunque andranno meglio.

La principale “condanna” dei Paesi emergenti è l’obbligo di crescere economicamente per ridurre la storica distanza tra ricchezza e povertà, colmare il ritardo infrastrutturale e ammodernare l’apparato produttivo. I primi sintomi del raffreddamento di queste  economie si erano già manifestati nello scorso autunno, con la conseguenza delle proteste violente in Brasile e Turchia, due tra le locomotive economiche degli ultimi anni.

Se in un Paese emergente la crescita economica rallenta, il rischio probabile è che si verifichi la cosiddetta “sindrome tailandese”: cioè che si inneschi un processo di instabilità politica spontanea, senza una guida riconoscibile; una protesta che si manifesta più tra i gruppi sociali che tra quelli politici. In questi casi a temere un ritorno alle condizioni passate sono soprattutto i ceti medi, spinti dalla voglia di emergere e assetati di opportunità, di servizi efficienti, di prospettive personali di ascesa economica e sociale.

La conseguenza di questi timori è una rabbia spontanea e di piazza, che non esprime leadership né programmi articolati se non una critica generalizzata alla corruzione, alla burocrazia, all’incapacità del ceto politico. Questo quadro complesso e, almeno per ora, poco intelligibile avrà concrete ricadute nel 2014, quando saranno chiamati alle urne i cittadini dei principali Paesi emergenti: Brasile, Turchia, Indonesia, India e Sudafrica.

Ciò che al momento appare evidente è che non si protesta contro la fame, ma per avere una scuola o una sanità migliore. Si tratta dunque di proteste “mature”, proprie di Paesi che in pochi anni hanno compiuto un percorso che all’Europa è costato decenni, ma nei quali rimangono isole imbarazzanti di arretratezza e corruzione, soprattutto negli apparati dello Stato e nelle classi dirigenti. La “rivolta antisistema” in realtà non vuole abbattere le istituzioni ma renderle più moderne e democratiche: una richiesta di massa di un riformismo dalle mani pulite.

Queste proteste, però, dimostrano anche che l’economia non ha gli stessi tempi della democrazia. Realtà che hanno compiuto enormi progressi sul terreno della creazione di opportunità di lavoro e di reddito, infatti, faticano ancora a considerare i loro abitanti pienamente “cittadini”. Per i Paesi emergenti si pone allora una questione fondamentale: la democrazia tradizionale sarà in grado di accogliere questa risposta di cambiamento oppure assisteremo a un ritorno dei totalitarismi?

L’esempio di Pechino è sotto gli occhi di tutti questi Stati: crescita quasi illimitata e ordine pubblico, ma senza democrazia. Il vecchio sistema di convivenza sociale nato in Europa, a cavallo tra la Grecia e la Gran Bretagna, oggi si trova davanti a un bivio. O si dimostrerà in grado di cogliere la sfida della globalizzazione, accompagnando miliardi di persone all’affrancamento dalla miseria. Oppure potrebbe essere spazzato via, con il semplice battito d’ali di una farfalla cinese.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

buddleia_farfalla