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Sicurezza 2.0

Pubblicato: 22 novembre 2014 in Mondo
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Chi viaggia in aereo si sarà chiesto spesso come mai un liquido venga considerato potenzialmente pericoloso solo se supera i 100 ml. La risposta è che, in realtà, bastano molto, molto meno di 100 ml di nitroglicerina o di tritolo diluito in etere per far esplodere un jet. Già, e allora perché? La risposta va cercata nella paranoia collettiva originata dagli attentati alle Torri Gemelle del 2001. Paranoia che ha fatto le fortune di molti, dal settore bellico fino alle ditte specializzate in videosorveglianza.

Nel comparto dei trasporti aerei, ossia quello considerato più a rischio, si è iniziato a adottare misure senza senso, spesso contraddette dai loro stessi ideatori ed esecutori, e sono cominciati gli affari d’oro per duty free e spacci di alimentari posizionati nelle aree oltre i controlli. La questione dei liquidi per esempio, cioè il divieto di entrare nella zona dei gate d’imbarco degli aeroporti con bottiglie o lattine, si spiega con la bufala giornalistica, sicuramente ispirata da qualche servizio di intelligence, dell’attentatore che in Gran Bretagna nel 2006 avrebbe tentato di trasportare esplosivo liquido su un aereo per causare una strage. Come ormai è stato dimostrato, si tratta di una leggenda metropolitana: ma è servita a mettere al bando ogni liquido dai bagagli a mano in tutto il mondo.

L’aspetto ridicolo è proprio la soglia dei 100 ml autorizzati, che obbliga i viaggiatori a rifornirsi di acqua o altre bevande nelle aree interne dell’aeroporto a prezzi triplicati rispetto a quelli praticati “fuori”, ma tutela l’acquisto e il trasporto dei profumi. Non è certo l’unica contraddizione: ci vengono sequestrati coltellini, tronchesini o pinzette, ma poi scopriamo che a bordo i pasti possono essere serviti con posate metalliche. Senza considerare che in qualsiasi bar dell’aeroporto i dipendenti maneggiano coltelli di ogni misura e genere, dei quali si potrebbe impossessare l’attentatore di turno.

Anche i laptop subiscono un trattamento speciale: bisogna separarli dal resto del bagaglio e in alcuni aeroporti devono essere accesi, per dimostrare che si tratta proprio di computer portatili. È come se si immaginasse che l’ipotetico attentatore, dopo aver nascosto una carica esplosiva nel computer, lo abbia anche svuotato e magari riempito di mattoni. Perché, se così non fosse, come farebbe un semplice impiegato incaricato del controllo ai raggi X a distinguere tra un pezzo elettronico “normale” e la carica esplosiva mascherata da circuito? Tutte domande che, se rivolte ai responsabili della sicurezza, non trovano risposta. Come anche il divieto di tenere accesi gli apparecchi elettronici al decollo e all’atterraggio degli aerei, mentre ora alcune compagnie cominciano a offrire collegamento wifi in volo.

La sicurezza 2.0 non risponde ad alcuna logica se non quella della paura. Qualsiasi idea, anche quella più balzana, viene automaticamente considerata valida per introdurre un divieto spesso vessatorio nei confronti dei cittadini, come nel caso delle radiografie “integrali” al posto dei metal detector. Ed è vietato anche ironizzare su questa follia, perché chi lo fa diventa automaticamente “sospetto” e rischia di finire in galera.

Dalla costruzione di mura merlate per difendersi dagli invasori nel Medioevo fino ai 100 ml autorizzati sugli aerei di oggi, non sono passati soltanto i secoli. È cambiato fondamentalmente il concetto di nemico e di difesa. Quella di ieri era la migliore risposta possibile contro un pericolo conosciuto, mentre quella di oggi è una risposta casuale ed esasperata contro un nemico che non si conosce. Una cosa è certa però, l’ossessione per la sicurezza, in un mondo che – escluse le aree interessate da conflitti bellici – è più sicuro che mai, sta riducendo gli spazi di libertà e di privacy dei cittadini. Tutti accettiamo di essere registrati, ripresi, inseguiti da occhi elettronici 24 ore al giorno e ci sottoponiamo ai rituali della sicurezza a capo chino. Mai nella storia l’uomo ha ceduto volontariamente una quota così elevata della sua libertà in nome della sicurezza. Per i “grandi fratelli” del telecontrollo di massa, se non ci fossero terribili nemici bisognerebbe inventarli: o forse la loro genialità è stata proprio quella di crearli.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lo scorso mese di ottobre, a Cagliari si è verificato un fatto di rilevanza epocale che però ha lasciato indifferenti i mezzi d’informazione: per la prima volta nella storia è approdata in Italia una petroliera carica di greggio statunitense. Andando a indagare negli archivi dell’Energy Information Administration, l’agenzia federale di Washington che si occupa di energia, si scopre infatti che nel 2014 il nostro Paese è stato destinatario di 430.000 barili di petrolio made in USA.

Senza dubbio si tratta di una quantità irrisoria se rapportata al commercio mondiale di combustibili fossili, eppure siamo di fronte a una testimonianza della più grande rivoluzione energetica degli ultimi decenni: quella dello shale oil e dello shale gas, e più in generale degli “idrocarburi non convenzionali”, cioè petrolio e gas ricavati non dai “soliti” giacimenti ma da particolari sabbie o da rocce che vengono frantumate nelle profondità del sottosuolo. Una fonte non rinnovabile, ovviamente, che fino a poco tempo fa è stata trascurata.

Ai vertici delle graduatorie che calcolano le riserve planetarie di questo genere di idrocarburi ci sono gli Stati Uniti, insieme a Cina, Russia, Argentina e Algeria. E proprio gli Stati Uniti se ne stanno avvantaggiando più di tutti, nonostante vivano una contraddizione rispetto al loro stesso quadro legislativo che, dai tempi della crisi energetica degli anni ’70, proibisce l’export di greggio per motivi di sicurezza nazionale.

Malgrado questo divieto, negli ultimi quattro anni l’export a stelle e strisce è passato da 50.000 barili al giorno a 400.000, e si prevede che nel 2015 toccherà quota un milione. Ciò perché il Dipartimento del Commercio ha concesso a due società di esportare petrolio sul quale siano state effettuate lavorazioni anche minime, aggirando così la legge che parla soltanto di “greggio”. Lo stesso vale per il gas, estratto in quantità così abbondanti che, sul mercato interno, i prezzi si sono dimezzati, con grandi vantaggi economici per le industrie e le famiglie.

Se si conteggiano insieme il greggio, il metano e il propano, oggi gli Stati Uniti hanno raggiunto al primo posto mondiale l’Arabia Saudita nella produzione di energia e si preparano al sorpasso. È questa la principale spiegazione del calo del prezzo del petrolio a livello globale: le nuove fonti estrattive – insieme alla crisi economica – hanno cambiato lo scenario che si delineava fino a pochi anni fa, e che lasciava presumere un aumento indefinito dei prezzi correlato alla diminuzione generalizzata delle riserve di idrocarburi.

In realtà le riserve sono nettamente superiori rispetto ai pronostici e il prezzo del petrolio scende. Tra tante manifestazioni di soddisfazione, pochi considerano che una delle conseguenze più significative di questo fenomeno è il declino dell’interesse per la riconversione energetica e per la ricerca sull’energia rinnovabile.

I costi ambientali di questa primavera energetica non sono stati ancora valutati, ma l’estrazione di idrocarburi ottenuta attraverso la frantumazione delle rocce presenta una serie di criticità che potrebbero rendere effimero lo sfruttamento stesso di questa fonte energetica. Infatti, oltre a richiedere l’iniezione nel sottosuolo di enormi quantità di acqua e di sostanze chimiche, oltre a provocare l’instabilità dei terreni sotto i quali si lavora e un rischio di aumento della microsismicità, questi giacimenti tendono a esaurirsi molto in fretta. Obbligano dunque a un costante sforzo di prospezione e di perforazione, con grandi investimenti di denaro: in pratica è conveniente estrarre petrolio non convenzionale solo finché il prezzo a barile si aggira attorno ai 100 dollari.

Molto si è discusso negli ultimi anni circa il significato geopolitico di questa rivoluzione, ma più sul piano delle ipotesi che dei fatti. È fuori luogo immaginare che il disimpegno graduale degli USA dallo scenario globale, e dal Medio Oriente in particolare, sia dovuto esclusivamente alla minore dipendenza dall’import di greggio, ma è altresì vero che, quando gli Stati Uniti dovranno decidere come riposizionarsi nel mondo, molti degli attuali alleati in chiave energetica saranno ridimensionati. Per ora, a godere degli unici vantaggi concreti sono stati la bilancia dei pagamenti di Washington e le industrie che utilizzano in modo intensivo gas o altri combustibili. Il ritorno di molte aziende negli Stati Uniti, il cosiddetto reshoring, è in parte spiegabile alla luce del mix di energia a basso costo e incentivi fiscali varati dalle autorità. Insomma, la rivoluzione energetica per ora non ha cambiato il mondo, ma ha dato una grande mano agli Stati Uniti per uscire dalla crisi.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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In teoria lo scorso agosto l’Argentina ha subito un secondo default, dopo quello devastante del 2001. In pratica, però, ciò non è vero. Tutto risale alla sentenza, poi avallata dalla Corte Suprema, con la quale il giudice newyorkese Thomas Griesa ha interpretato il principio del pari passu in modo originale.

Il principio secondo il quale gli obbligazionisti vanno trattati tutti nello stesso modo significa infatti, molto semplicemente, che nessuno può essere privilegiato in caso di insolvenza. Invece, a prescindere dal fatto che oltre il 90% dei creditori avesse accettato la ristrutturazione dei crediti con uno sconto tra il 30 e il 40% del capitale iniziale, Griesa ha stabilito che i fondi speculativi che avevano rastrellato i titoli dopo il default pagandoli tra il 10 e il 15% oggi hanno diritto a riavere il 100% del valore nominale più gli interessi.

Se l’Argentina accettasse la sentenza, questo principio di pari passu a rovescio si estenderebbe automaticamente anche a quei creditori che già avevano accettato l’accordo con lo Stato. Un pasticcio internazionale che rischia di impedire in futuro la ristrutturazione di qualsiasi debito sovrano: anche perché ciò che è successo per via di questa sentenza potrebbe costituire un precedente valido pure al di là della giurisdizione statunitense.

Non a caso il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, ciò che deciderà la maggioranza dei creditori sarà vincolante per tutti. Altra conseguenza immediata di questa situazione è l’indebolimento della piazza di New York per il collocamento del debito sovrano intitolato in dollari USA: così questa vicenda indebolisce ulteriormente il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, sempre più in discussione davanti ai crescenti flussi di scambi in valuta locale, soprattutto tra i Paesi BRICS.

Nel frattempo l’Argentina ha depositato presso la Bank of New York Mellon il denaro per pagare i creditori che avevano accettato il concambio post default. Somma che però è stata bloccata dalla Corte statunitense perché, secondo la sentenza, parallelamente l’Argentina dovrebbe pagare per intero i fondi avvoltoi favoriti da Griesa. Il grande paradosso di questa vicenda, dunque, è che il Paese teoricamente entrato in default ha i soldi per onorare la scadenza, quindi ha la liquidità necessaria per non entrare in default… ma quegli stessi soldi sono stati immobilizzati in una banca da una sentenza.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori, per ora virtuali, sono infatti i fondi speculativi che, grazie alla deregolamentazione dell’economia globale, possono scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che opera però legalmente. Per l’Argentina, che dopo 10 anni stava per rientrare nel mercato internazionale dei capitali e ora è in affanno per la ripresa dell’inflazione, si tratta di una batosta dagli esiti imprevedibili.

La morale di questo default senza precedenti, ma che crea un pesante precedente, è che, per far rientrare in un recinto di regole condivise i buoi scappati negli anni dell’ottimismo globale, dopo una lunga ricreazione la politica dovrà tornare a occuparsi di economia: non per trasformarsi essa stessa in imprenditore, bensì per farsi garante degli interessi dei cittadini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Da quando esistono gli Stati, le spese belliche non hanno mai avuto un impatto marginale sui bilanci pubblici. Con alti e bassi, con impennate durante i conflitti alternate a scelte coraggiose ma quasi simboliche di riduzione, il costo del dispositivo difensivo e offensivo degli Stati segue un copione più o meno fisso: i Paesi che spendono di più sono quelli che svolgono un ruolo di potenza globale o regionale; in subordine, spendono molto i Paesi di minori pretese che si armano in funzione del contenimento di vicini bellicosi o per difendere territori contesi. È il caso della Grecia, che si è indebitata negli anni per sostenere una folle spesa militare in funzione anti-turca.

Storicamente, a fare la parte del leone sono state le potenze che a partire dal ’500 hanno colonizzato il mondo: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra finanziarono costosissime flotte ed eserciti per difendere imperi globali e sostenere politiche aggressive e di conquista. Durante tutto il ’900, dopo la sconfitta di Germania, Italia e Giappone, le uniche due potenze mondiali rimaste, USA e URSS, hanno ingaggiato un braccio di ferro sulla capacità di spesa militare. E proprio su questo terreno ha conquistato la sua grande vittoria l’amministrazione Reagan, che è riuscita a spingersi fin dove non potevano arrivare i rivali di Mosca; al tempo stesso, però, quella scelta strategica ha posto le basi del forte indebitamento pubblico degli Stati Uniti.

La classifica odierna della spesa militare, settore nel quale si spendono annualmente circa 1500 miliardi di dollari tra acquisto di armi e mantenimento degli eserciti, riserva molte sorprese e regala interessanti chiavi di lettura sulla geopolitica dei prossimi anni. Per la prima volta nella Storia i Paesi asiatici hanno superato la spesa militare dell’intera Europa comunitaria. La Cina, con una spesa nel 2013 di 145 miliardi di dollari (e di 132 miliardi quest’anno), spende più di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme. Cioè dei tre Paesi che spendono di più nel Vecchio Continente. Altro record è quello dell’Arabia Saudita, che con 60 miliardi di dollari l’anno scorso ha superato le spese di Londra.

In rapporto al PIL, le spese militari dell’Occidente si collocano sotto il 2%: l’Italia per esempio è all’1,2%; fanno eccezione gli Stati Uniti al 4,4, il Regno Unito al 2,4 e la fallita Grecia al 2,2%. Percentuali troppo basse secondo Washington, che ha problemi interni per continuare a sostenere uno sforzo così alto, messo a disposizione anche degli altri membri della NATO: e per questo gli USA esigono che il resto dei Paesi dell’Alleanza atlantica spenda almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Lo spauracchio agitati di recente da Barack Obama è l’evergreen della “guerra al terrore”, con l’aggiunta dell’aumentata spesa militare russa (la terza al mondo) e della situazione di instabilità in Ucraina.

L’amministrazione statunitense, in realtà, vorrebbe liberarsi di parte del fardello della NATO, al cui bilancio contribuisce per il 73%, perché ha un altro timore: la corsa al riarmo di Pechino, soprattutto a livello navale. Il Pacifico, che nei piani di molte potenze che vi si affacciano è destinato a diventare il centro dell’economia mondiale, deve essere protetto anche militarmente.

La corsa al controllo dei mari da parte di Cina e USA, ormai evidente, si combatte anche sul piano delle alleanze economiche, a geometrie variabili, con i Paesi dell’area: in tempi di globalizzazione, infatti, il predominio di una potenza sull’altra poggia in buona parte sul commercio e sul terreno virtuale del business derivato da Internet. Ma questi dati ci raccontano che, quando si arriva al dunque, continuano a contare – eccome! – le cannoniere e i soldatini. Come è sempre stato, come probabilmente sarà anche in futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Medio Oriente e dintorni sono lo specchio sempre più nitido del fallimento della politica occidentale, e non solo, degli ultimi 30 anni. Il grande caos che avanza, con la dissoluzione di Stati “posticci” come Libia e Iraq, o millenari come Siria e Afghanistan, ci riserva ancora grandi e sgradite sorprese. Paragonandoli alla ferocia dell’ISIS, oggi c’è chi rimpiange i talebani, peraltro pronti ad assumere a breve la guida del loro Paese. C’è chi rivaluta l’Iran degli ayatollah, la Siria di Assad e l’Egitto di Al-Sisi in una girandola di alleanze a geometrie variabili, riformulate giorno per giorno e mai dettate da una visione strategica d’insieme.

Alcuni capisaldi restano però saldi, come il finanziamento occulto, ma neanche poi tanto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati allo jihadismo sunnita, ieri talebano oggi a guida Al-Baghdadi. Una politica suicida, simile a quella statunitense che sosteneva i mujaheddin afghani o Saddam Hussein in chiave anti-iraniana, che regolarmente si rivolta contro chi la implementa. Basta ricordare il ruolo avuto dal Mossad nel radicamento dei Fratelli Musulmani, alias Hamas, in territorio palestinese al fine di erodere il consenso di Al-Fatah di Yasser Arafat, all’epoca in esilio.

L’Occidente ripete anche lo stesso approccio sbagliato in base al quale definisce ogni nuova forza antagonista (talebani, Saddam, Al-Qaida, ISIS) come una minaccia “per l’Occidente”, quando tutti questi movimenti, e altre centinaia impegnati nel macello mediorientale, lottano per controllare il proprio territorio, saldare i conti con altre confessioni religiose, spazzare via minoranze. Nessuno di loro ha lontanamente come obiettivo la conquista di Washington: gli USA e i loro alleati diventano nemici solo quando interferiscono, e cioè quando inviano truppe e soldi negli scenari della disputa. Da questo punto di vista, le minacce dell’ISIS contro l’Occidente sono diretta conseguenza della nascita di una coalizione guidata dagli Stati Uniti per intervenire in Siria e Iraq.

Rispetto al passato, la galassia che si oppone ai governi locali alleati dell’Occidente ha imparato, e bene, a utilizzare i media. I video che hanno come protagonista “Jihadi John”, il boia così battezzato dai giornalisti inglesi per via del suo accento, sono veri e propri videoclip. Riprese in HD effettuate da almeno tre telecamere, protagonisti vestiti come Lawrence d’Arabia, vittime vestita come a Guantanamo, fondali da deserto hollywoodiano, luccichio della lama del coltello, audio impeccabile, regia evidente. Siamo lontani anni luce dai video artigianali di Bin Laden dentro le grotte, con il Kalashnikov e il tappeto delle preghiere come unici pezzi d’arredo. La guerra condotta con altri mezzi, e cioè quelli della propaganda, non è più monopolio del solo Occidente.

Per noi semplici mortali, distanti anni luce da questi scenari, è praticamente impossibile capire quale immagine corrisponda al vero e quale sia stata manipolata, chi siano gli attori e i finanziatori dello show, quali gli interessi in gioco e i trofei da esibire al pubblico di riferimento. Nemmeno i migliori analisti riescono a cogliere la complessità di questa conflittualità diffusa, a fornirci una visione d’insieme ipotizzando anche una via di uscita. Per questo motivo la cosa più facile è immaginare che il significato, l’obiettivo finale dei fatti mediorientali sia la distruzione dell’Occidente, vittima di una Spectre che si rinnova nel tempo rimanendo sempre impenetrabile e insondabile. Una lettura per niente rassicurante, ma che tenta di dare un senso a ciò che accade. Mai come in questo periodo servirebbero strumenti adeguati per interpretare il senso del grande disordine: ma chi li possiede, per motivi a noi ignoti, ce li nega, spacciandoci istantanee disordinate di una realtà che, vista così, assomiglia a un brutto film. Di quelli che difficilmente possono avere un lieto fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Che cos’hanno in comune il rallentamento dell’economia cinese, il fallimento della città di Detroit e il debito pubblico europeo?  La risposta, secondo autorevoli economisti, si trova nella finanza opaca: il cosiddetto shadow banking, o “sistema bancario ombra”, formato da un insieme di intermediari finanziari non bancari che fornisce servizi simili a quelli delle banche commerciali tradizionali. Un mondo variegato che comprende fondi speculativi, fondi del mercato monetario e veicoli di investimento strutturato.

Le banche di investimento condurrebbero gran parte dei loro affari in questo sistema, nonostante la maggioranza di esse non sia classificata come istituzione autorizzata a farlo. Malgrado i controlli pubblici sul funzionamento di queste banche, è stata pratica comune effettuare transazioni in modo che non comparissero nel bilancio convenzionale, e così non fossero visibili ai comuni investitori. Non parliamo di pochi soldi: questo sistema finanziario parallelo, che nel 2007 muoveva 25.000 miliardi di dollari USA, nel 2012 viene stimato da Bloomberg pari a 67.000 miliardi.

In Cina, invece, la finanza ombra vale 4000 miliardi di dollari USA e monopolizza praticamente il mercato dei prestiti bancari. Infatti, fino a ieri, le banche ufficiali difficilmente concedevano soldi a cittadini e imprese. Si sta ora tentando di smantellare il sistema lasciando libere le banche affinché possano concedere credito.

Proprio da questa finanza opaca negli ultimi anni sono partite le “infezioni” che hanno seriamente compromesso la salute del sistema finanziario mondiale. Per esempio, nel 2005 la città di Detroit ha fatto ricorso a questi fondi per coprire le spese correnti, immaginando che il ciclo economico che all’epoca garantiva bassi tassi di interesse e un’inflazione quasi nulla fosse eterno. In quel contesto macroeconomico c’erano molte banche che rincorrevano rendimenti più alti rispetto alle percentuali irrisorie del mercato. Sono state infatti banche svizzere, tedesche e belghe a prestare soldi a Detroit senza condizioni, in cambio di lauti profitti.

In precedenza altre banche avevano venduto i bond argentini al 15% di interesse prima del default. Subito dopo il fallimento del Paese, i fondi avvoltoi hanno comprato a prezzo di svendita gli stessi titoli, e in seguito hanno preteso dal governo di Buenos Aires il pagamento dei bond al loro valore nominale, aprendo una battaglia legale ancora in corso.

Il fallimento di Lehman Brothers, che nel 2008 dà il via allo scoppio della bolla speculativa e alla conseguente crisi economica globale, è l’anello iniziale di quella catena di instabilità sistemica finanziaria ed economica che oggi minaccia qualsiasi ipotesi di ripresa.

Ma che cosa c’entrano le tasse degli europei? La risposta è che le banche esposte nel fallimento di Detroit (e non solo) sono state “salvate” dagli Stati europei; e che il costo di questo “salvataggio” rischia di essere trasferito sui cittadini attraverso la fiscalità. Per ora ha ingrossato i debiti pubblici degli Stati che, in questi ultimi 5 anni, sono cresciuti in Europa di oltre il 50%.

La finanza ombra rappresenta dunque il problema-base della deregolamentazione dell’economia mondiale, con tutte le sue drammatiche conseguenze. Anche se a parole molti governi vorrebbero smantellarla, finora nulla è stato fatto.

È invece indispensabile ridimensionare le scorribande di quei soggetti finanziari che, come unico scopo, hanno quello di speculare senza valutare adeguatamente il rischio, perché in caso di bisogno sono sicuri di poter sfruttare il paracadute statale. Attualmente questa situazione non è più sostenibile: i “salvataggi” e i costi della crisi hanno portato il livello dei debiti pubblici molto vicino alla soglia massima oltre la quale c’è solo il default se non riparte l’economia. In poche parole, se oggi si ripetesse la crisi del sistema bancario del 2008 gli Stati non avrebbero più riserve per intervenire. Nel frattempo, i cittadini continuano a pagare il costo della finanza, unico settore che viene “salvato” a prescindere, con più debito e meno servizi. Una miscela esplosiva.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lo statunitense Paul Singer, 69 anni, ha una fortuna personale valutata in 1,2 miliardi di euro grazie alla proprietà del Fondo Elliott Capital Management, gestore di 11 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i bond sul debito sono sottovalutati per poi tentare la causa contro lo Stato emittente per incassare il valore nominale più gli interessi. Grazie a questa “specialità”, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di paesi falliti, dando il colpo finale a economie già duramente provate. Ovviamente a questo campione e grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile solo ai diritti dei gay per motivi familiari, non preoccupa aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione di una società. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ‘90 acquisì debiti dello stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farseli pagare 43. E non solo America Latina, anche uno dei paesi più disperati al mondo, il Congo, ha dovuto rimborsare a Singer 67 milioni su fondi pagati 15. Con l’Argentina, questo avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NM Capital rastrella sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti cioè da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni. Poi denuncia il paese davanti al Tribunale federale di New York del suo amico, il Giudice Thomas Griesa (84 anni, nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due fondi come il suo. Dopo anni di dibattimenti, rinvii,  tentativi di mediazione si arriva alla sentenza del 2013 nella quale l’Argentina viene condannata a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli in loro possesso. Sentenza che viene confermata dalla Suprema Corte statunitense due mesi fa. A questo punto, i circa 50 milioni di dollari diventano 832 (+ 1608%). Un affare tondo per il fondo di Singer e una sentenza che crea giurisprudenza in un paese che si basa sul diritto consuetudinario. Una sentenza che dal punto di vista tecnico, crea un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo il Porto Rico (Stato libero associato agli USA dell’area dollaro) e poi la Grecia, l’Italia… Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Un mercato finanziario deregolamentato, di mani libere per intervenire sull’economia spingendo l‘acceleratore sul rischio e sfruttando le disgrazie altrui. Se c’è una riforma urgente da fare ora è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi speculativi e soprattutto non emettere più debito sotto la giurisdizione statunitense. Ma come sappiamo, le riforme sono sempre difficili quando anche la politica dipende dalla grande massa di risorse e di mezzi che sposta la speculazione. Paul Singer può essere contento, il suo motto “mettere la massima pressione sulla preda” è funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina che avevano accettato le condizioni, rispettate dal paese sudamericano, per riavere indietro almeno una parte dei loro risparmi. Le ripercussioni sociali, economiche, politiche e umane di questo nuovo default al quale spinto l’Argentina non sono un problema di Singer, lui fa parte a pieno titolo di quel famoso 1% dell’umanità.

 

Alfredo Somoza

 

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Ieri, 27 luglio 2014, l’ambasciatrice statunitense in Libia Deborah Jones, ha deciso l’evacuazione della sua ambasciata a Tripoli. Una lunga carovana di centinaia di mezzi sta trasportando documenti, armi e persone verso il confine con la Tunisia. Con questo esodo diplomatico si conclude una delle più maldestre operazioni di “polizia internazionale” degli ultimi decenni. Con l’alibi di sostenere la rivolta di Bengasi del febbraio 2011, l’ex presidente francese Sarkozy e il premier britannico Camerun riuscirono a trascinare gli Stati Uniti in un’operazione militare nella quale non erano previsti truppe sul terreno, ma operazione di intelligence, armi ai ribelli e soprattutto bombardamenti. A Sarkozy serviva in realtà un recupero di immagine, piuttosto appannata dal ciclone delle primavere arabe che aveva appena spazzato via il protetto Ben Alì in Tunisia. All’allegra brigata, che agì con copertura giuridica ONU, si aggiunse senza arte ne parte, l’Italia berlusconiana alleata indiscussa di Gheddafi fino a 5 minuti prima. Il resto è storia conosciuta, la caduta del regime del rais e la sua fine fisica, il riciclaggio dei suoi funzionari in improbabili governi di transizione, la balcanizzazione del paese e lo sbarco incontenibile dell’islamismo radicale. Oggi la Libia, così come l’abbiamo conosciuta, non esiste più, è solo un aggregato sulla mappa, un paese esploso. In questa nuova palude gli Stati Uniti avevano già perso il loro console generale a Bengasi Chris Stevens mettendo in seria crisi Hillary Clinton. Lo scenario che si apre per l’ex colonia italiana, importante fornitrice di gas del nostro paese, è di una nuova guerra intestina per il controllo di brandelli di territorio. Un territorio che però fa ancora gola. La Turchia di Erdogan conduce qui una politica spericolata, come a Gaza peraltro. Insieme al Qatar sono schierati con i movimenti islamisti radicali e ripagati da commesse miliardarie sugli idrocarburi locali. Arabia Saudita e gli Emirati del golfo sostengono invece, insieme agli egiziani, le forze anti-islamiste che si battono contro i Fratelli Musulmani e i radicali di El Sharia. L’Italia sta a guardare e non sa con chi schierarsi, mentre “alleggerisce” la sua presenza oggi rappresentata dalla sola ENI.

E’ il Grande Disordine che avanza e che continua a inghiottire paesi e popoli. E’ l’incapacità per chiunque di esercitare un qualsiasi ruolo di stabilizzatore internazionale. Sono i leader di basso profilo delle ex-potenze globali che non riescono nemmeno a tutelare i propri interessi. E’ la fine dell’illusione di un unilateralismo a stelle e strisce che avrebbe potuto sostituirsi al bipolarismo della Guerra Fredda. La Libia si aggiunge quindi al sempre più lungo elenco di paesi esplosi negli ultimi anni: Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Sudan ai quali si aggiungono quelli che rischiano di esplodere, come l’Ucraina o il Libano, o quelli che si trascinano senza soluzione di continuità in confitti antichi come Israele e Palestina.

Davanti a questo scenario è chiaro che mancano le due condizioni primordiali perché si possa trovare la famosa “via politica” alla ricomposizione del quadro internazionale. La prima mancanza è quella delle istituzioni del diritto internazionale, sempre meno considerate e praticamente archiviate, la seconda quella della dialettica tra le  “potenze”, ormai ridotta a reciproci e squalidi tentativi di furto di segreti industriali. Si aprono invece vaste praterie per piccole forze irregolari, possiamo continuare pure a chiamarli “terroristi” ma sapendo però che questo termine non spiega nulla, anche se spesso ricche di risorse, che vogliano tentare il grande salto. Il fatto che gruppi di predoni farneticanti come quelli dell’ISIL sirio-iracheno o le tribù in arme libiche potessero aspirare, e forse riuscire, a controllare interi paesi, fino a poco tempo fa sarebbe stato pura fantapolitica. Oggi è invece possibile, e i famosi “poteri  forti” dell’economia mondiale (si legga petrolio e gas) se prima foraggiavano i Gheddafi o i Saddam Hussein, non hanno problemi oggi a foraggiare i tagliagole del califfato. La differenza sostanziale è che i primi garantivano uno Stato coeso che in ultima istanza partecipava al balletto delle nazioni. Queste bande che provano ad occupare il vuoto lasciato dai geniali strateghi occidentali, aldilà che sappiano cosa c’è oltre i confini dei loro territori, sono imprevedibili da tutti i punti di vista. La fine dell’equilibrio della Guerra Fredda in Medio Oriente rischia di ricacciare nel più buio medioevo intere società e categorie particolari, come le donne. La cartina di tornasole della cultura politica dell’islamismo salafita, oggi in veloce crescita sullo scenario mediorientale, è proprio la questione femminile. Le donne sono sempre state il bersaglio prediletto della cultura fascista, della quale i gruppi islamisti radicali in armi sono i novelli esponenti.

 

Alfredo Somoza

 

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L’opinione degli analisti macroeconomici pare essere cambiata negli ultimi mesi: oggi la parola d’ordine è «i BRICS sono finiti». Più che un’analisi sembra una professione di fede. Ci si auspica che le politiche espansive adottate per uscire dalla crisi, che finora ha colpito solo le vecchie potenze occidentali, portino segnali di vita a economie che si trascinavano tra la recessione e la deflazione. «Se torna la crescita in Occidente, crolla la crescita nel resto del mondo» sembra sia l’assioma.

Un’uscita dalla crisi che ha avuto un costo altissimo con l’aumento esponenziale dei debiti pubblici e, in alcuni casi, il ritorno dell’inflazione. I Paesi occidentali hanno sforato allegramente ogni criterio di bilancio virtuoso con deficit che raggiungono circa il 6% rispetto al PIL, per Paesi come la Francia e gli USA, e debiti che in rapporto al PIL sono saliti al 76% come quello tedesco, o al 236% come quello giapponese. Nel frattempo i Paesi BRICS si sono capitalizzati (la Cina è diventata ormai lo Stato più solido al mondo dal punto di vista delle riserve valutarie) e si sono ulteriormente industrializzati a ritmi da record: durante i 7 anni della crisi delle economie occidentali hanno continuato a crescere e a strappare dalla miseria centinaia di milioni di cittadini diventati ceti medi, per quanto più poveri rispetto ai nostri canoni.

Ma questi risultati non bastano, e non basta nemmeno che le previsioni attribuiscano ancora a questi Paesi ritmi di crescita di tutto rispetto: secondo la vulgata mediatica i BRICS sono nati per stupire, dunque se non stupiscono significa che si stanno avviando verso il fallimento. In realtà i BRICS, in questa fase, hanno una base economica più solida rispetto ai Paesi di vecchia industrializzazione altamente indebitati, che non potrebbero fare fronte a una nuova crisi.

Ciò non toglie che anche i BRICS abbiano diversi problemi. Uno, non di poco conto, è costituito dalle tensioni politiche create proprio dalla crescita degli ultimi anni. A più lavoro e a più istruzione sono seguite maggiori richieste di diritti civili e politici: nulla di nuovo, era già successo in Europa e negli Stati Uniti un secolo fa. La differenza è che la democrazia è riuscita a dare risposte adeguate a una società che chiedeva più parità, mentre diversi Stati BRICS sono governati da democrazie deboli o addirittura da regimi autoritari.

Altro problema è la dipendenza dai centri finanziari dei Paesi di vecchia industrializzazione, e anche da quei mercati europei e nordamericani dove trova sbocco buona parte della produzione. Si tratta di una debolezza strutturale dovuta a secoli di rapporti di forza a senso unico, che hanno gravemente penalizzato i BRICS e che 20 anni di crescita economica non sono bastati a rovesciare, almeno per ora. Un ulteriore problema riguarda il bisogno impellente di crescita: si tratta di Paesi dove decine di milioni di giovani ogni anno premono sul mercato del lavoro, persone alle quali solo la moltiplicazione delle opportunità può dare risposta.

I BRICS risentono di tutti i dolori della crescita veloce, ma hanno dalla loro la pazienza e la determinazione di chi troppo a lungo ha aspettato la sua opportunità per arrendersi senza lottare. In prospettiva l’annunciata migrazione verso gli USA o l’Europa di quei capitali che, in questi anni, si erano fermati sui mercati emergenti è un problema, ma potrebbe anche accelerare i processi di “sganciamento” progressivo dei BRICS dalla dipendenza dei mercati finanziari occidentali, attraverso l’intensificazione dei rapporti economici tra gli stessi Paesi emergenti, magari denominati in valuta locale.

Insomma, gli analisti dei grandi media occidentali sono convinti che la spinta propulsiva dei BRICS si stia esaurendo e che si tornerà all’ordine precedente. Ma questo difficilmente accadrà perché il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato. Basta viaggiare lungo le strade dell’Africa, dell’America Latina o dell’Asia per constatare come, in così poco tempo, siano state profonde le trasformazioni dovute all’impennata dei BRICS. Al vecchio ordine economico, nel quale un manipolo di nazioni dettava legge e tutte le altre ubbidivano, non si torna più. E proprio questo è l’aspetto meno pubblicizzato e meno deleterio dell’ultima ondata di globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Sono passati cent’anni dallo scoppio della “Grande Guerra”, che cominciò come uno dei tanti conflitti regionali europei ma presto si trasformò nel primo vero conflitto mondiale, inaugurando il secolo delle guerre su scala industriale. Ciò accadde perché, per la prima volta, la posta in gioco superava i confini del Vecchio Continente: il mondo era già interconnesso. Si scontravano Paesi che vivevano condizioni molto diverse, tra potenze coloniali in declino, imperi in via di sparizione e potenze emergenti che ambivano a occupare nuovi spazi geografici e commerciali. Regno Unito e Francia non riuscivano a fronteggiare gli oneri umani ed economici derivanti dalla gestione dei possedimenti coloniali, mentre Stati Uniti e Giappone ambivano a essere ammessi nella “stanza dei bottoni”.

Quel grande conflitto geopolitico, come tutti i grandi drammi della nostra storia, si svolse in un contesto che presentava notevoli somiglianze con quello odierno. In primo luogo il vuoto di leadership mondiale: oggi, dopo la fine della Guerra Fredda, la scomparsa dell’Unione Sovietica e il ridimensionamento economico degli USA, non ci sono “imperi” in grado di reggere e garantire l’ordine globale. Stesso quadro si presentava nel 1914, con il declino inarrestabile dell’impero britannico e lo sgretolamento dell’impero Austro-Ungarico e di quello Ottomano, mentre anche la Françe-afrique cominciava a scricchiolare. I nuovi “barbari” di inizio ’900 erano gli Stati Uniti e il Giappone, destinati dopo pochi anni a stabilire nella cruenta Guerra del Pacifico chi dovesse essere la potenza di riferimento in Asia.

L’Europa dei grandi imperi, che però non riuscivano a diventare nazioni, aveva ormai le ore contate: la guerra fratricida si limitò ad accelerare la sua perdita di influenza, fino al suicidio collettivo della Seconda guerra mondiale. Oggi il vacillare dell’Unione Europea, unico argine contro il declino del Vecchio Continente e la sua perdita di peso economico e strategico sullo scacchiere mondiale, ricorda quei momenti precedenti al grande conflitto. La differenza sostanziale è che in Europa, a differenza di un secolo fa, non ci sono imperi estesi su altri tre continenti.

Eppure il nostro continente mantiene un punto di forza, continua a disporre di una risorsa ambita da altre potenze: la sua residua posizione di rendita sull’innovazione, sulla finanza, sull’industria di qualità e sulla cultura. L’Europa dei primi del ’900 aveva costruito una situazione di privilegio sfruttando soprattutto i popoli lontani; l’Europa del XXI secolo vive una situazione di (relativo) privilegio perché ha saputo tutelare cultura e storia produttiva creando contemporaneamente coesione sociale, un bene prezioso e raro a livello mondiale. Insomma, l’Europa di un secolo fa era ingiusta ma potente, quella di oggi è più giusta e meno potente. Oggi ingiustizia e potenza convivono altrove, in Russia, in Cina, addirittura negli Stati Uniti.

Nonostante queste similitudini, appare piuttosto improbabile che nei prossimi anni possa ripetersi un conflitto mondiale. Le guerre locali o regionali attualmente in corso nascono “soltanto” dal tentativo di accaparramento di materie prime strategiche, e in futuro gli scontri militari potrebbero riguardare il controllo delle risorse idriche o il nodo dell’informazione. Il mondo globalizzato dei nostri giorni, a differenza di quello di un secolo fa, non è preparato e non ha bisogno di un grande conflitto per dirimere chi comanda. Ci ha già pensato l’economia senza frontiere a chiarire i nuovi rapporti di forza, a fare emergere alcuni Stati e nazioni e ad affondarne altri. Il biglietto di ingresso al salotto delle potenze globali non si distribuisce più alle sfilate militari, ma negli ipermercati.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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