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Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’emergere dei ceti medi in Paesi e continenti dove questa classe sociale non era mai esistita. Centinaia di milioni di persone in Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico sono uscite dalla povertà estrema grazie alla creazione di nuovo impiego soprattutto nel settore industriale e nei servizi. Tuttavia, la linea di demarcazione che separa questa nuova middle class dalla condizione di povertà è incredibilmente sottile rispetto agli standard europei.

Nei Paesi emergenti si considera appartenente al ceto medio un nucleo familiare che non soffre la fame, manda i figli a scuola ed è in grado di acquistare un frigorifero o un motorino, ma non si può permettere, per esempio, un’automobile. Queste famiglie oggi godono di una migliore aspettativa di vita e hanno consumi più elevati, ma si trovano costrette a usufruire degli stessi, pessimi, servizi che lo Stato mette a disposizione dei poveri: infatti trasporti, sanità, scuola pubblica in questi Paesi sono tarati per soddisfare – si fa per dire – le esigenze di chi non ha nulla. Chi è diventato operaio, e quindi contribuente, esige però uno standard superiore di servizi pubblici, che gli Stati non vogliono o non possono garantire. Proprio questa è stata una delle ragioni delle rivolte avvenute nel 2014 in Brasile: il Paese ingiusto per antonomasia ora deve fare i conti con un ceto medio, figlio del boom economico degli anni scorsi, che vuole di più.

Non si tratta certo dell’unica contraddizione legata al ripianamento delle disuguaglianze sociali che, a giudizio di molti, sarebbe attualmente in corso. In particolare secondo l’ONG inglese Oxfam, attenta osservatrice del problema della povertà, dal 2009 il numero di miliardari nel mondo è più che raddoppiato. Un fenomeno che si sta stabilizzando con numeri da capogiro. Nel 2014 le 85 persone più ricche al mondo possedevano la stessa ricchezza della metà della popolazione più povera al mondo. Un rapporto 1 a 10 milioni, insomma, che potrebbe compromettere le istituzioni democratiche e la stabilità globale.  La sperequazione sociale non riguarda soltanto l’Africa o altri Paesi lontani: in Italia, secondo i dati OCSE, tra gli anni ’80 del secolo scorso e il 2010 la diseguaglianza sociale è cresciuta del 35%, e oggi l’1% degli italiani detiene un patrimonio pari a quello del 60% della popolazione.

Le immense fortune possedute dai super-ricchi non sono certo spendibili nell’arco di una vita. Diventano quindi garanzia della ricchezza e del potere dei discendenti di questa vera e propria casta del denaro, così come documentato recentemente dall’economista francese Thomas Piketty. Parallelamente l’esigenza di fruire di migliori servizi, che a questo punto possono essere soltanto privati, sta portando all’indebitamento delle famiglie della middle class e dunque all’impossibilità di un’uscita stabile e sostanziale della povertà. Non solo in India o in Cina, ma anche negli Stati Uniti è ormai noto il fenomeno dei lavoratori poveri, cioè di persone regolarmente inserite nei circuiti di lavoro che però non riescono a soddisfare i bisogni di base. La differenza fondamentale con l’Europa è che il welfare del vecchio continente riesce ancora fare la differenza: anche un lavoratore che percepisce un salario modesto gode di una serie di servizi di primo livello, in buona parte gratuiti.

La chiave che può permettere di stabilizzarsi al nuovo ceto dei Paesi emergenti è dunque nelle mani della politica, della sua capacità di progettare una società in cambiamento. Corruzione, autoritarismi, discriminazioni di genere e di etnia sono i maggiori ostacoli. Nessun aiuto verrà dal mondo dei super-ricchi, indifferente alle condizioni di vita non soltanto della società in generale ma anche dei “propri” lavoratori. Più in generale, nessun impulso per il cambiamento sociale arriverà mai da chi ha tutto da guadagnare con la pace sociale. Secondo l’economista Susan George la lotta di classe è stata stravinta dai ricchi. Già, ma difficilmente questa vittoria potrà essere ribadita in eterno.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Ogni primavera alle latitudini settentrionali si ripete la risalita dei fiumi da parte dei salmoni che sono cresciuti a valle. Un percorso guidato dalla natura, perché in quello specifico momento le condizioni migliori per la riproduzione si trovano proprio laddove i pesci sono nati.

Anche in economia esistono flussi periodici simili, determinati dal mercato. Il cosiddetto reshoring, cioè la rilocalizzazione produttiva negli Stati d’origine, è infatti una tendenza ormai visibile in quasi tutti i Paesi di vecchia industrializzazione. Le prime imprese a risalire virtualmente il fiume sono state quelle statunitensi, richiamate in patria dal basso costo dell’energia e dal pacchetto di incentivi fiscali e di servizi all’impresa varato dall’amministrazione Obama. Molte altre aziende non sono tornate esattamente a casa ma si sono stabilite “nei dintorni”, trasferendo in Messico gli impianti produttivi fino a ieri localizzati in Cina: nel Paese asiatico, infatti, il costo del lavoro è triplicato rispetto a 10 anni fa.

Anche in Germania e in Italia si verificano casi di ritorno di imprese che avevano delocalizzato nell’Europa orientale. In Italia oltre un centinaio di imprenditori sono tornati soprattutto dalla Romania, dove oggi i costi sono aumentati ed è difficile reperire manodopera qualificata, perché l’emigrazione l’ha portata altrove. L’ultimo Paese che registra ritorni di imprese è il Giappone: qui colossi come Panasonic e Honda stanno riportando a casa intere linee produttive dalla Corea del Sud e dal Vietnam. Parallelamente, l’industria cinese sta cominciando a delocalizzare in Cambogia o Vietnam inseguendo il costo della manodopera inferiore. Una parabola fulminea, quella della Cina: da Paese meta della delocalizzazione degli anni ’90, quando ospitava le imprese in fuga dall’Occidente, a Paese che delocalizza anch’esso per motivi di costo del lavoro. Lo stesso vale per l’India, che ha delocalizzato una parte della sua industria tessile in Bangladesh.

Questo capitolo della globalizzazione segna un cambiamento notevole rispetto a quello precedente. Se, fino a 10 anni fa, i Paesi “centrali” producevano in quelli emergenti per poi vendere i prodotti sui propri mercati, ora chi investe in Cina o in Indonesia lo fa per vendere proprio in questi Stati. Diventa cioè “produttore locale”, anche se con una un’identità e una presenza globale. Nel frattempo, infatti, il mercato mondiale è diventato più vasto, perché gli operai dei Paesi emergenti sono diventati anche consumatori. Cina, India, Corea o Brasile investono (e a volte producono) negli Stati dai quali, fino a poco tempo fa, partivano i capitali per industrializzarli.

In questo scenario radicalmente mutato, l’unico soggetto economico che non registra scossoni sono le multinazionali: imprese che erano globali ancor prima che ci fossero le condizioni per operare a pieno regime sull’intero pianeta. Le aziende che impongono brand mondiali, gusti e modalità di consumi, producono ovunque ci sia un mercato consumatore promettente.

Le nostre imprese salmone, che tornano a casa dopo l’ubriacatura della manodopera a costo quasi zero, non sono però al sicuro: come lungo i torrenti del Canada o dell’Alaska, sono in agguato gli orsi, pronti a catturare i pesci mentre risalgono il fiume. Il mercato che le aziende avevano abbandonato è stato nel frattempo colonizzato dai grandi gruppi multinazionali, e addirittura a fare concorrenza compaiono operatori provenienti dai Paesi nei quali avevamo delocalizzato. Insomma, il ritorno in uno scenario radicalmente cambiato non garantisce il futuro: la vacanza all’estero, costata agli Stati milioni di posti di lavoro e miliardi di euro in welfare, ha lasciato tracce profondissime, che soltanto il tempo potrà cancellare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Il prorompente settore energetico nato dalla possibilità di attingere alle riserve di shale gas e shale oil registra la prima vittima causata dal calo del prezzo del greggio. La texana WBH Energy, con sede a Austin, ha chiesto qualche giorno fa la protezione della legge sui fallimenti perché non regge la quotazione del petrolio, ormai scivolata attorno a quota 40 dollari USA al barile. È la prima vittima e non sarà l’ultima.

Le imprese nate attorno al miraggio del petrolio “sotto casa” sono di piccole e medie dimensioni, a differenza di quanto si potrebbe credere osservando i devastanti impatti ambientali delle loro attività. E hanno un bisogno quotidiano di investimenti per mantenere e implementare gli impianti che permettono di effettuare il fracking, ossia di frantumare in profondità le rocce contenenti idrocarburi. Queste rocce, infatti, si esauriscono velocemente e obbligano a una continua attività di prospezione e allargamento dei giacimenti. Si tratta di un’industria che divora denaro, preso a prestito a cuor leggero dalle banche statunitensi quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile. La sostenibilità finanziaria di queste imprese varia in base alla geologia dei siti, con un pareggio rispetto ai costi che può andare dai 30 agli 85 dollari al barile. Ciò significa che ormai oltre il 60% dell’industria energetica del fracking negli Stati Uniti lavora in perdita, e con il fardello di importanti rate di prestiti da restituire alle banche.

La grande concorrenza e la corsa statunitense all’estrazione di gas e petrolio non convenzionali hanno portato a una sovrapproduzione, diventata un boomerang per le nuove compagnie. Come insegnano i fondamentali dell’economia di mercato, se aumenta la produzione e parallelamente calano i consumi il crollo dei prezzi è garantito. La crisi annunciata dell’industria del fracking, che ha rappresentato il 40% degli investimenti USA negli ultimi anni, rischia di compromettere la crescita economica del Paese e di esporre di nuovo il sistema finanziario a una situazione di emergenza.

Paradossalmente, ma forse no, ciò che ha fatto precipitare la situazione è stata la mossa dell’Arabia Saudita: che ha diminuito il prezzo e aumentato le sue estrazioni di greggio. Una decisione che difficilmente può essere stata presa senza il beneplacito di Washington. Forse, in questa scelta hanno pesato più i fattori geopolitici che quelli economici. Nel senso che un petrolio a questi prezzi mette in difficoltà diversi Paesi ostili agli Stati Uniti, dalla Russia al Venezuela, dall’Iraq all’Iran. Mentre porta benefici a Paesi amici come quelli europei, o a partner d’affari come la Cina.

Forse questo è bastato ad affondare, almeno per ora, un’industria nazionale nascente che aveva contribuito a rompere la dipendenza degli USA dai tradizionali produttori di greggio. Per completare il dibattito in corso bisogna considerare anche un’altra voce, quella delle “sette sorelle” che controllano da un secolo le risorse energetiche mondiali. Le multinazionali del petrolio non si erano fatte prendere dal furore dello shale oil, e oggi sono sedute sulla riva del fiume a guardare i cadaveri delle giovani rivali che passano sotto i loro occhi.

La guerra per quella che troppo frettolosamente è stata definita “energia del passato”, gli idrocarburi, è più che mai in corso. E ancora non si intravvede quale potrebbe essere la fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Quanta fatica si fa quando si vuole analizzare un fatto di guerra come se fosse un problema di devianza sociale o di misticismo religioso degenerato ben oltre le righe. Gli esperti che hanno esaminato per primi le riprese della strage di Parigi non hanno avuto dubbi sulla condizione di “reduci di guerra” dei due killer in azione: spigliatezza, freddezza, ma soprattutto l’utilizzo di armi automatiche come i kalashnikov a colpo singolo. Una scelta che può essere fatta soltanto da un professionista, sicuro di centrare il bersaglio senza dover mitragliare e sprecare pallottole. Si tratta dunque di reduci di uno dei conflitti mediorientali che, nel cuore di Parigi, sono stati in grado di procurarsi kalashnikov e lanciarazzi. Nulla di più lontano dalla narrazione delle destre, che presentano tali combattenti come invasati che agiscono per conto di Allah.

Ma anche a sinistra c’è confusione. Si rifiuta il concetto di “guerra” perché lo si associa automaticamente al concetto di “scontro di civiltà” che, da Samuel Huntington a Oriana Fallaci, ci accompagna da un paio di decenni. Tuttavia parlare di guerra è inevitabile, quando dal pazzo isolato che impugna un martello e colpisce a casaccio si passa al commando di reduci ben armati e organizzati. Una guerra reale, però, e non virtuale o culturale. È quella, infinita, per la spartizione dei territori mediorientali che diventarono Stati alla fine del colonialismo e che oggi sono parzialmente regrediti alla condizione precedente, teatro di scontri tra diverse fazioni, tra diverse etnie, tra diversi interessi economici e politici.
Un grande caos nel quale l’Occidente è immerso fino al collo con i suoi alleati e i suoi nemici, con la sua intelligence e i suoi droni. Con i soldati, le multinazionali e i “consulenti”.

Come in tutte le guerre, il contendente più debole sfrutta quanto è a sua disposizione per mandare messaggi, per veicolare la sua propaganda, per fare reclutamento. La strage di Parigi è tutte queste cose insieme: un avvertimento alla Francia, protagonista delle scorribande mediorientali, sulla sua debolezza in casa; un momento di violenta propaganda e uno spot per il reclutamento di nuove leve di combattenti da portare sul fronte.
La battaglia dei gruppi jihadisti ha come obiettivo la conquista di visibilità politica e di spazi geografici in Asia e Africa settentrionale. Da Al Qaida all’ISIS, oggi la vera posta in gioco sono l’Iraq, l’Arabia Saudita, la Libia. Non certo le metropoli occidentali. L’abbattimento delle Torri Gemelle e l’attentato di Madrid non preannunciavano un’invasione delle truppe del Califfo, ma lanciavano un mostruoso avvertimento che, per esempio, la Spagna colse al volo ritirandosi dall’Iraq.

Dovremmo purtroppo dare meno credito ai sociologi e agli esperti di Islam, e più agli analisti bellici. Stiamo assistendo a un conflitto sempre più globale per il controllo di una zona strategica del pianeta, e in questo conflitto ci siamo anche noi. Papa Francesco recentemente ha parlato di una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” e forse non si è sbagliato. Una conflitto sporco che contamina tutti i contendenti e che non risparmia mezzi o sofferenze. Ieri a Parigi e a Kobane, per qualche minuto, è andato in scena lo stesso orrore.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Sicurezza 2.0

Pubblicato: 22 novembre 2014 in Mondo
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Chi viaggia in aereo si sarà chiesto spesso come mai un liquido venga considerato potenzialmente pericoloso solo se supera i 100 ml. La risposta è che, in realtà, bastano molto, molto meno di 100 ml di nitroglicerina o di tritolo diluito in etere per far esplodere un jet. Già, e allora perché? La risposta va cercata nella paranoia collettiva originata dagli attentati alle Torri Gemelle del 2001. Paranoia che ha fatto le fortune di molti, dal settore bellico fino alle ditte specializzate in videosorveglianza.

Nel comparto dei trasporti aerei, ossia quello considerato più a rischio, si è iniziato a adottare misure senza senso, spesso contraddette dai loro stessi ideatori ed esecutori, e sono cominciati gli affari d’oro per duty free e spacci di alimentari posizionati nelle aree oltre i controlli. La questione dei liquidi per esempio, cioè il divieto di entrare nella zona dei gate d’imbarco degli aeroporti con bottiglie o lattine, si spiega con la bufala giornalistica, sicuramente ispirata da qualche servizio di intelligence, dell’attentatore che in Gran Bretagna nel 2006 avrebbe tentato di trasportare esplosivo liquido su un aereo per causare una strage. Come ormai è stato dimostrato, si tratta di una leggenda metropolitana: ma è servita a mettere al bando ogni liquido dai bagagli a mano in tutto il mondo.

L’aspetto ridicolo è proprio la soglia dei 100 ml autorizzati, che obbliga i viaggiatori a rifornirsi di acqua o altre bevande nelle aree interne dell’aeroporto a prezzi triplicati rispetto a quelli praticati “fuori”, ma tutela l’acquisto e il trasporto dei profumi. Non è certo l’unica contraddizione: ci vengono sequestrati coltellini, tronchesini o pinzette, ma poi scopriamo che a bordo i pasti possono essere serviti con posate metalliche. Senza considerare che in qualsiasi bar dell’aeroporto i dipendenti maneggiano coltelli di ogni misura e genere, dei quali si potrebbe impossessare l’attentatore di turno.

Anche i laptop subiscono un trattamento speciale: bisogna separarli dal resto del bagaglio e in alcuni aeroporti devono essere accesi, per dimostrare che si tratta proprio di computer portatili. È come se si immaginasse che l’ipotetico attentatore, dopo aver nascosto una carica esplosiva nel computer, lo abbia anche svuotato e magari riempito di mattoni. Perché, se così non fosse, come farebbe un semplice impiegato incaricato del controllo ai raggi X a distinguere tra un pezzo elettronico “normale” e la carica esplosiva mascherata da circuito? Tutte domande che, se rivolte ai responsabili della sicurezza, non trovano risposta. Come anche il divieto di tenere accesi gli apparecchi elettronici al decollo e all’atterraggio degli aerei, mentre ora alcune compagnie cominciano a offrire collegamento wifi in volo.

La sicurezza 2.0 non risponde ad alcuna logica se non quella della paura. Qualsiasi idea, anche quella più balzana, viene automaticamente considerata valida per introdurre un divieto spesso vessatorio nei confronti dei cittadini, come nel caso delle radiografie “integrali” al posto dei metal detector. Ed è vietato anche ironizzare su questa follia, perché chi lo fa diventa automaticamente “sospetto” e rischia di finire in galera.

Dalla costruzione di mura merlate per difendersi dagli invasori nel Medioevo fino ai 100 ml autorizzati sugli aerei di oggi, non sono passati soltanto i secoli. È cambiato fondamentalmente il concetto di nemico e di difesa. Quella di ieri era la migliore risposta possibile contro un pericolo conosciuto, mentre quella di oggi è una risposta casuale ed esasperata contro un nemico che non si conosce. Una cosa è certa però, l’ossessione per la sicurezza, in un mondo che – escluse le aree interessate da conflitti bellici – è più sicuro che mai, sta riducendo gli spazi di libertà e di privacy dei cittadini. Tutti accettiamo di essere registrati, ripresi, inseguiti da occhi elettronici 24 ore al giorno e ci sottoponiamo ai rituali della sicurezza a capo chino. Mai nella storia l’uomo ha ceduto volontariamente una quota così elevata della sua libertà in nome della sicurezza. Per i “grandi fratelli” del telecontrollo di massa, se non ci fossero terribili nemici bisognerebbe inventarli: o forse la loro genialità è stata proprio quella di crearli.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Lo scorso mese di ottobre, a Cagliari si è verificato un fatto di rilevanza epocale che però ha lasciato indifferenti i mezzi d’informazione: per la prima volta nella storia è approdata in Italia una petroliera carica di greggio statunitense. Andando a indagare negli archivi dell’Energy Information Administration, l’agenzia federale di Washington che si occupa di energia, si scopre infatti che nel 2014 il nostro Paese è stato destinatario di 430.000 barili di petrolio made in USA.

Senza dubbio si tratta di una quantità irrisoria se rapportata al commercio mondiale di combustibili fossili, eppure siamo di fronte a una testimonianza della più grande rivoluzione energetica degli ultimi decenni: quella dello shale oil e dello shale gas, e più in generale degli “idrocarburi non convenzionali”, cioè petrolio e gas ricavati non dai “soliti” giacimenti ma da particolari sabbie o da rocce che vengono frantumate nelle profondità del sottosuolo. Una fonte non rinnovabile, ovviamente, che fino a poco tempo fa è stata trascurata.

Ai vertici delle graduatorie che calcolano le riserve planetarie di questo genere di idrocarburi ci sono gli Stati Uniti, insieme a Cina, Russia, Argentina e Algeria. E proprio gli Stati Uniti se ne stanno avvantaggiando più di tutti, nonostante vivano una contraddizione rispetto al loro stesso quadro legislativo che, dai tempi della crisi energetica degli anni ’70, proibisce l’export di greggio per motivi di sicurezza nazionale.

Malgrado questo divieto, negli ultimi quattro anni l’export a stelle e strisce è passato da 50.000 barili al giorno a 400.000, e si prevede che nel 2015 toccherà quota un milione. Ciò perché il Dipartimento del Commercio ha concesso a due società di esportare petrolio sul quale siano state effettuate lavorazioni anche minime, aggirando così la legge che parla soltanto di “greggio”. Lo stesso vale per il gas, estratto in quantità così abbondanti che, sul mercato interno, i prezzi si sono dimezzati, con grandi vantaggi economici per le industrie e le famiglie.

Se si conteggiano insieme il greggio, il metano e il propano, oggi gli Stati Uniti hanno raggiunto al primo posto mondiale l’Arabia Saudita nella produzione di energia e si preparano al sorpasso. È questa la principale spiegazione del calo del prezzo del petrolio a livello globale: le nuove fonti estrattive – insieme alla crisi economica – hanno cambiato lo scenario che si delineava fino a pochi anni fa, e che lasciava presumere un aumento indefinito dei prezzi correlato alla diminuzione generalizzata delle riserve di idrocarburi.

In realtà le riserve sono nettamente superiori rispetto ai pronostici e il prezzo del petrolio scende. Tra tante manifestazioni di soddisfazione, pochi considerano che una delle conseguenze più significative di questo fenomeno è il declino dell’interesse per la riconversione energetica e per la ricerca sull’energia rinnovabile.

I costi ambientali di questa primavera energetica non sono stati ancora valutati, ma l’estrazione di idrocarburi ottenuta attraverso la frantumazione delle rocce presenta una serie di criticità che potrebbero rendere effimero lo sfruttamento stesso di questa fonte energetica. Infatti, oltre a richiedere l’iniezione nel sottosuolo di enormi quantità di acqua e di sostanze chimiche, oltre a provocare l’instabilità dei terreni sotto i quali si lavora e un rischio di aumento della microsismicità, questi giacimenti tendono a esaurirsi molto in fretta. Obbligano dunque a un costante sforzo di prospezione e di perforazione, con grandi investimenti di denaro: in pratica è conveniente estrarre petrolio non convenzionale solo finché il prezzo a barile si aggira attorno ai 100 dollari.

Molto si è discusso negli ultimi anni circa il significato geopolitico di questa rivoluzione, ma più sul piano delle ipotesi che dei fatti. È fuori luogo immaginare che il disimpegno graduale degli USA dallo scenario globale, e dal Medio Oriente in particolare, sia dovuto esclusivamente alla minore dipendenza dall’import di greggio, ma è altresì vero che, quando gli Stati Uniti dovranno decidere come riposizionarsi nel mondo, molti degli attuali alleati in chiave energetica saranno ridimensionati. Per ora, a godere degli unici vantaggi concreti sono stati la bilancia dei pagamenti di Washington e le industrie che utilizzano in modo intensivo gas o altri combustibili. Il ritorno di molte aziende negli Stati Uniti, il cosiddetto reshoring, è in parte spiegabile alla luce del mix di energia a basso costo e incentivi fiscali varati dalle autorità. Insomma, la rivoluzione energetica per ora non ha cambiato il mondo, ma ha dato una grande mano agli Stati Uniti per uscire dalla crisi.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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In teoria lo scorso agosto l’Argentina ha subito un secondo default, dopo quello devastante del 2001. In pratica, però, ciò non è vero. Tutto risale alla sentenza, poi avallata dalla Corte Suprema, con la quale il giudice newyorkese Thomas Griesa ha interpretato il principio del pari passu in modo originale.

Il principio secondo il quale gli obbligazionisti vanno trattati tutti nello stesso modo significa infatti, molto semplicemente, che nessuno può essere privilegiato in caso di insolvenza. Invece, a prescindere dal fatto che oltre il 90% dei creditori avesse accettato la ristrutturazione dei crediti con uno sconto tra il 30 e il 40% del capitale iniziale, Griesa ha stabilito che i fondi speculativi che avevano rastrellato i titoli dopo il default pagandoli tra il 10 e il 15% oggi hanno diritto a riavere il 100% del valore nominale più gli interessi.

Se l’Argentina accettasse la sentenza, questo principio di pari passu a rovescio si estenderebbe automaticamente anche a quei creditori che già avevano accettato l’accordo con lo Stato. Un pasticcio internazionale che rischia di impedire in futuro la ristrutturazione di qualsiasi debito sovrano: anche perché ciò che è successo per via di questa sentenza potrebbe costituire un precedente valido pure al di là della giurisdizione statunitense.

Non a caso il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, ciò che deciderà la maggioranza dei creditori sarà vincolante per tutti. Altra conseguenza immediata di questa situazione è l’indebolimento della piazza di New York per il collocamento del debito sovrano intitolato in dollari USA: così questa vicenda indebolisce ulteriormente il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, sempre più in discussione davanti ai crescenti flussi di scambi in valuta locale, soprattutto tra i Paesi BRICS.

Nel frattempo l’Argentina ha depositato presso la Bank of New York Mellon il denaro per pagare i creditori che avevano accettato il concambio post default. Somma che però è stata bloccata dalla Corte statunitense perché, secondo la sentenza, parallelamente l’Argentina dovrebbe pagare per intero i fondi avvoltoi favoriti da Griesa. Il grande paradosso di questa vicenda, dunque, è che il Paese teoricamente entrato in default ha i soldi per onorare la scadenza, quindi ha la liquidità necessaria per non entrare in default… ma quegli stessi soldi sono stati immobilizzati in una banca da una sentenza.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori, per ora virtuali, sono infatti i fondi speculativi che, grazie alla deregolamentazione dell’economia globale, possono scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che opera però legalmente. Per l’Argentina, che dopo 10 anni stava per rientrare nel mercato internazionale dei capitali e ora è in affanno per la ripresa dell’inflazione, si tratta di una batosta dagli esiti imprevedibili.

La morale di questo default senza precedenti, ma che crea un pesante precedente, è che, per far rientrare in un recinto di regole condivise i buoi scappati negli anni dell’ottimismo globale, dopo una lunga ricreazione la politica dovrà tornare a occuparsi di economia: non per trasformarsi essa stessa in imprenditore, bensì per farsi garante degli interessi dei cittadini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Da quando esistono gli Stati, le spese belliche non hanno mai avuto un impatto marginale sui bilanci pubblici. Con alti e bassi, con impennate durante i conflitti alternate a scelte coraggiose ma quasi simboliche di riduzione, il costo del dispositivo difensivo e offensivo degli Stati segue un copione più o meno fisso: i Paesi che spendono di più sono quelli che svolgono un ruolo di potenza globale o regionale; in subordine, spendono molto i Paesi di minori pretese che si armano in funzione del contenimento di vicini bellicosi o per difendere territori contesi. È il caso della Grecia, che si è indebitata negli anni per sostenere una folle spesa militare in funzione anti-turca.

Storicamente, a fare la parte del leone sono state le potenze che a partire dal ’500 hanno colonizzato il mondo: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra finanziarono costosissime flotte ed eserciti per difendere imperi globali e sostenere politiche aggressive e di conquista. Durante tutto il ’900, dopo la sconfitta di Germania, Italia e Giappone, le uniche due potenze mondiali rimaste, USA e URSS, hanno ingaggiato un braccio di ferro sulla capacità di spesa militare. E proprio su questo terreno ha conquistato la sua grande vittoria l’amministrazione Reagan, che è riuscita a spingersi fin dove non potevano arrivare i rivali di Mosca; al tempo stesso, però, quella scelta strategica ha posto le basi del forte indebitamento pubblico degli Stati Uniti.

La classifica odierna della spesa militare, settore nel quale si spendono annualmente circa 1500 miliardi di dollari tra acquisto di armi e mantenimento degli eserciti, riserva molte sorprese e regala interessanti chiavi di lettura sulla geopolitica dei prossimi anni. Per la prima volta nella Storia i Paesi asiatici hanno superato la spesa militare dell’intera Europa comunitaria. La Cina, con una spesa nel 2013 di 145 miliardi di dollari (e di 132 miliardi quest’anno), spende più di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme. Cioè dei tre Paesi che spendono di più nel Vecchio Continente. Altro record è quello dell’Arabia Saudita, che con 60 miliardi di dollari l’anno scorso ha superato le spese di Londra.

In rapporto al PIL, le spese militari dell’Occidente si collocano sotto il 2%: l’Italia per esempio è all’1,2%; fanno eccezione gli Stati Uniti al 4,4, il Regno Unito al 2,4 e la fallita Grecia al 2,2%. Percentuali troppo basse secondo Washington, che ha problemi interni per continuare a sostenere uno sforzo così alto, messo a disposizione anche degli altri membri della NATO: e per questo gli USA esigono che il resto dei Paesi dell’Alleanza atlantica spenda almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Lo spauracchio agitati di recente da Barack Obama è l’evergreen della “guerra al terrore”, con l’aggiunta dell’aumentata spesa militare russa (la terza al mondo) e della situazione di instabilità in Ucraina.

L’amministrazione statunitense, in realtà, vorrebbe liberarsi di parte del fardello della NATO, al cui bilancio contribuisce per il 73%, perché ha un altro timore: la corsa al riarmo di Pechino, soprattutto a livello navale. Il Pacifico, che nei piani di molte potenze che vi si affacciano è destinato a diventare il centro dell’economia mondiale, deve essere protetto anche militarmente.

La corsa al controllo dei mari da parte di Cina e USA, ormai evidente, si combatte anche sul piano delle alleanze economiche, a geometrie variabili, con i Paesi dell’area: in tempi di globalizzazione, infatti, il predominio di una potenza sull’altra poggia in buona parte sul commercio e sul terreno virtuale del business derivato da Internet. Ma questi dati ci raccontano che, quando si arriva al dunque, continuano a contare – eccome! – le cannoniere e i soldatini. Come è sempre stato, come probabilmente sarà anche in futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Medio Oriente e dintorni sono lo specchio sempre più nitido del fallimento della politica occidentale, e non solo, degli ultimi 30 anni. Il grande caos che avanza, con la dissoluzione di Stati “posticci” come Libia e Iraq, o millenari come Siria e Afghanistan, ci riserva ancora grandi e sgradite sorprese. Paragonandoli alla ferocia dell’ISIS, oggi c’è chi rimpiange i talebani, peraltro pronti ad assumere a breve la guida del loro Paese. C’è chi rivaluta l’Iran degli ayatollah, la Siria di Assad e l’Egitto di Al-Sisi in una girandola di alleanze a geometrie variabili, riformulate giorno per giorno e mai dettate da una visione strategica d’insieme.

Alcuni capisaldi restano però saldi, come il finanziamento occulto, ma neanche poi tanto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati allo jihadismo sunnita, ieri talebano oggi a guida Al-Baghdadi. Una politica suicida, simile a quella statunitense che sosteneva i mujaheddin afghani o Saddam Hussein in chiave anti-iraniana, che regolarmente si rivolta contro chi la implementa. Basta ricordare il ruolo avuto dal Mossad nel radicamento dei Fratelli Musulmani, alias Hamas, in territorio palestinese al fine di erodere il consenso di Al-Fatah di Yasser Arafat, all’epoca in esilio.

L’Occidente ripete anche lo stesso approccio sbagliato in base al quale definisce ogni nuova forza antagonista (talebani, Saddam, Al-Qaida, ISIS) come una minaccia “per l’Occidente”, quando tutti questi movimenti, e altre centinaia impegnati nel macello mediorientale, lottano per controllare il proprio territorio, saldare i conti con altre confessioni religiose, spazzare via minoranze. Nessuno di loro ha lontanamente come obiettivo la conquista di Washington: gli USA e i loro alleati diventano nemici solo quando interferiscono, e cioè quando inviano truppe e soldi negli scenari della disputa. Da questo punto di vista, le minacce dell’ISIS contro l’Occidente sono diretta conseguenza della nascita di una coalizione guidata dagli Stati Uniti per intervenire in Siria e Iraq.

Rispetto al passato, la galassia che si oppone ai governi locali alleati dell’Occidente ha imparato, e bene, a utilizzare i media. I video che hanno come protagonista “Jihadi John”, il boia così battezzato dai giornalisti inglesi per via del suo accento, sono veri e propri videoclip. Riprese in HD effettuate da almeno tre telecamere, protagonisti vestiti come Lawrence d’Arabia, vittime vestita come a Guantanamo, fondali da deserto hollywoodiano, luccichio della lama del coltello, audio impeccabile, regia evidente. Siamo lontani anni luce dai video artigianali di Bin Laden dentro le grotte, con il Kalashnikov e il tappeto delle preghiere come unici pezzi d’arredo. La guerra condotta con altri mezzi, e cioè quelli della propaganda, non è più monopolio del solo Occidente.

Per noi semplici mortali, distanti anni luce da questi scenari, è praticamente impossibile capire quale immagine corrisponda al vero e quale sia stata manipolata, chi siano gli attori e i finanziatori dello show, quali gli interessi in gioco e i trofei da esibire al pubblico di riferimento. Nemmeno i migliori analisti riescono a cogliere la complessità di questa conflittualità diffusa, a fornirci una visione d’insieme ipotizzando anche una via di uscita. Per questo motivo la cosa più facile è immaginare che il significato, l’obiettivo finale dei fatti mediorientali sia la distruzione dell’Occidente, vittima di una Spectre che si rinnova nel tempo rimanendo sempre impenetrabile e insondabile. Una lettura per niente rassicurante, ma che tenta di dare un senso a ciò che accade. Mai come in questo periodo servirebbero strumenti adeguati per interpretare il senso del grande disordine: ma chi li possiede, per motivi a noi ignoti, ce li nega, spacciandoci istantanee disordinate di una realtà che, vista così, assomiglia a un brutto film. Di quelli che difficilmente possono avere un lieto fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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