Archivio per la categoria ‘Europa’

E’ uscito il Rapporto OCSE sulle migrazioni nei paesi membri. A conferma di quanto era facile intuire, e confermando una precisa regola storica, i flussi di immigrazione si dirigono verso i paesi nei quali ci sono opportunità di lavoro. I numeri degli arrivi per i paesi mediterranei dell’Europa fotografano infatti la crisi profonda dell’area. L’Italia è passata da 572.000 immigrati permanenti del 2007 a 250.000 nel 2012 (-55%), la Spagna ha registrato un calo del 70%, Grecia e Portogallo si attestano attorno al -80%. Queste cifre andrebbero analizzate insieme all’altro dato, quello della ripartenza di flussi di emigrazione dagli stessi paesi. Dalla sola Spagna sono partiti circa 500.000 cittadini negli ultimi tre anni alla ricerca di opportunità all’estero e dall’Italia nel 2013 sono andati via 100.000 italiani (+ 55% rispetto al 2012). L’OCSE rileva uno specifico non proprio positivo dell’Italia, che non avendo mai avuto una politica attiva di incentivazione dell’immigrazione di profilo medio-alto, ha una mappa migratoria fortemente presente nei comparti lavorativi poco qualificati, con grandi concentrazioni nei settori dell’assistenza alla persona, l’agricoltura e il commercio ambulante. Immigrati che ora non sono più visti come “quelli che ci portano via il lavoro”, ma come “quelli che ci portano via l’assistenza”. I terreni sui quali si combatte la nascente guerra tra i poveri nelle periferie milanesi o romane sono la casa, l’assistenza, la scuola pubblica, i sussidi. Un fenomeno che si può attribuire alla crisi, ma che rischio di diventare un dato consolidato. Un mix micidiale, tra immigrati di bassa scolarizzazione vulnerabili ai cambiamenti del mercato del lavoro e poco resistenti alle crisi economiche e di ragazzi con alti livelli di formazione (che hanno richiesto ingenti investimenti pubblici) che emigrano. Un mercato del lavoro che si impoverisce e una rete di welfare che fa acqua. Questi sono i problemi da affrontare con urgenza oggi. Come rinnovare e ricreare un welfare inclusivo che non badi soltanto alla terza età e quale incentivi per il ritorno dei cervelli in fuga. Quale politiche migratoria per il futuro.

Questioni troppo complesse per chi fa l’imprenditore della paura e soffia sul fuoco, ignorando anche le statistiche, e anche per chi fa finta di niente pensando che qualche mano invisibile possa sistemare le cose. In politica è meglio sbagliare che restare fermi. Noi oggi stiamo cominciando a raccogliere i frutti velenosi prodotti dall’immobilismo degli ultimi 20 anni e insistere con la politica dello struzzo può essere solo foriera di sciagure, neanche tanto lontane nel tempo.

 

Alfredo Somoza

 

asilo-politico

Da quando esistono gli Stati, le spese belliche non hanno mai avuto un impatto marginale sui bilanci pubblici. Con alti e bassi, con impennate durante i conflitti alternate a scelte coraggiose ma quasi simboliche di riduzione, il costo del dispositivo difensivo e offensivo degli Stati segue un copione più o meno fisso: i Paesi che spendono di più sono quelli che svolgono un ruolo di potenza globale o regionale; in subordine, spendono molto i Paesi di minori pretese che si armano in funzione del contenimento di vicini bellicosi o per difendere territori contesi. È il caso della Grecia, che si è indebitata negli anni per sostenere una folle spesa militare in funzione anti-turca.

Storicamente, a fare la parte del leone sono state le potenze che a partire dal ’500 hanno colonizzato il mondo: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra finanziarono costosissime flotte ed eserciti per difendere imperi globali e sostenere politiche aggressive e di conquista. Durante tutto il ’900, dopo la sconfitta di Germania, Italia e Giappone, le uniche due potenze mondiali rimaste, USA e URSS, hanno ingaggiato un braccio di ferro sulla capacità di spesa militare. E proprio su questo terreno ha conquistato la sua grande vittoria l’amministrazione Reagan, che è riuscita a spingersi fin dove non potevano arrivare i rivali di Mosca; al tempo stesso, però, quella scelta strategica ha posto le basi del forte indebitamento pubblico degli Stati Uniti.

La classifica odierna della spesa militare, settore nel quale si spendono annualmente circa 1500 miliardi di dollari tra acquisto di armi e mantenimento degli eserciti, riserva molte sorprese e regala interessanti chiavi di lettura sulla geopolitica dei prossimi anni. Per la prima volta nella Storia i Paesi asiatici hanno superato la spesa militare dell’intera Europa comunitaria. La Cina, con una spesa nel 2013 di 145 miliardi di dollari (e di 132 miliardi quest’anno), spende più di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme. Cioè dei tre Paesi che spendono di più nel Vecchio Continente. Altro record è quello dell’Arabia Saudita, che con 60 miliardi di dollari l’anno scorso ha superato le spese di Londra.

In rapporto al PIL, le spese militari dell’Occidente si collocano sotto il 2%: l’Italia per esempio è all’1,2%; fanno eccezione gli Stati Uniti al 4,4, il Regno Unito al 2,4 e la fallita Grecia al 2,2%. Percentuali troppo basse secondo Washington, che ha problemi interni per continuare a sostenere uno sforzo così alto, messo a disposizione anche degli altri membri della NATO: e per questo gli USA esigono che il resto dei Paesi dell’Alleanza atlantica spenda almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Lo spauracchio agitati di recente da Barack Obama è l’evergreen della “guerra al terrore”, con l’aggiunta dell’aumentata spesa militare russa (la terza al mondo) e della situazione di instabilità in Ucraina.

L’amministrazione statunitense, in realtà, vorrebbe liberarsi di parte del fardello della NATO, al cui bilancio contribuisce per il 73%, perché ha un altro timore: la corsa al riarmo di Pechino, soprattutto a livello navale. Il Pacifico, che nei piani di molte potenze che vi si affacciano è destinato a diventare il centro dell’economia mondiale, deve essere protetto anche militarmente.

La corsa al controllo dei mari da parte di Cina e USA, ormai evidente, si combatte anche sul piano delle alleanze economiche, a geometrie variabili, con i Paesi dell’area: in tempi di globalizzazione, infatti, il predominio di una potenza sull’altra poggia in buona parte sul commercio e sul terreno virtuale del business derivato da Internet. Ma questi dati ci raccontano che, quando si arriva al dunque, continuano a contare – eccome! – le cannoniere e i soldatini. Come è sempre stato, come probabilmente sarà anche in futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

armi

Con cadenza giornaliera organismi multilaterali e giornali economici ci forniscono numeri sull’Europa che dipingono una situazione tutt’altro che positiva. Gli stessi analisti che prima la difendevano, oggi considerano errata la diagnosi “tedesca” sulla crisi del 2008: quella nella quale volutamente si confondeva la crisi dei mercati mediterranei, dovuta anche al costo dell’euro, con una crisi del debito sovrano. E che portò a somministrare una medicina sbagliata, cioè l’austerity “senza se e senza ma”.

Sull’onda emotiva del momento, in alcuni Paesi come l’Italia si è arrivati a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione – nonostante ciò non fosse un obbligo imposto dall’Unione Europea – come dimostrazione di fede nel credo dell’austerità di bilancio, che avrebbe dovuto condurci fuori dalle secche della crisi. Oggi sappiamo che queste politiche di bilancio e di spesa hanno avuto tre effetti: hanno congelato ogni aspettativa di crescita economica, spingendo verso la deflazione una parte del continente; non solo non hanno ridotto il debito pubblico, ma lo hanno fatto crescere percentualmente per via del calo del PIL; e hanno sostanzialmente favorito la Germania e qualche Paese del Nord.

Infatti la Germania, che ha visto crescere il suo prodotto industriale, ha tenuto alta l’occupazione e si è confermata la prima potenza economica del continente, godendo di una grande stabilità monetaria, di un euro sottovalutato rispetto alla sua economia, e di vasti serbatoi di manodopera a basso costo sia all’Est sia attraverso i “mini-jobs”, cioè i rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e pressoché esentasse. Addirittura, con fondi comunitari, la Germania è riuscita a far rientrare l’esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi in difficoltà, incassando fior di miliardi di euro di interessi pagati da questi ultimi per i prestiti ricevuti.

Si direbbe un grande affare, ma la cecità della classe politica tedesca rischia di far saltare in aria l’intero percorso dell’UE. Perché un’Europa nella quale il principio di solidarietà è scomparso e nella quale il destino dei Paesi mediterranei è mandare i propri giovani a lavorare altrove, e che non interviene davanti alla crisi che colpisce la maggioranza dei soggetti nazionali solo per fare gli interessi di uno Stato, è un’Europa che non ha futuro.

Tra le due visioni storiche che si sono confrontate sul futuro dell’Unione – quella britannica che voleva solo un’area di libero commercio senza intaccare sovranità né moneta, e quella tedesca che tendeva alla costruzione di uno Stato sovranazionale – quest’ultima pareva quella più favorevole agli Stati più deboli e soprattutto quella più europeista. In realtà, dopo l’entrata in vigore dell’euro, con una Germania nel ruolo di arbitro e gestore dell’area, l’interesse nazionale ha prevalso sul disegno europeista. A Francoforte, infatti, si sono trovati a gestire il futuro monetario, e di conseguenza in buona parte economico, dell’intera area euro. Il risultato è che hanno prevalso gli interessi della Germania, e oggi i nodi sono venuti al pettine.

Sono svaniti velocemente gli ideali di solidarietà, di allargamento dei diritti, di protagonismo dell’Unione come blocco a livello mondiale, di condivisione di un destino comune. La nuova Commissione ripropone la stessa frittata di quella precedente: una politica commissariata dai falchi dell’economia. Al netto del bisogno urgente di riforme del sistema Italia, al netto del problema del debito pubblico che, pur non essendo più solo una prerogativa italiana, riguarda prioritariamente il nostro Paese, c’è da capire se l’Europa sia tutta qui. Se pensiamo di sì, allora è meglio prepararci per il ritorno disordinato, caotico, doloroso alla solitudine degli Stati nazionali. Per alcuni è un sogno, ma con molta più certezza sarà un incubo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

eurovignette-7

Come nella favola di Esopo, c’è chi vorrebbe spiegare la crisi economica di alcuni Paesi mediterranei al loro aver cantato per tutta l’estate, come le cicale, mentre le laboriose formiche settentrionali si davano da fare. Nella favola, la formica liquida la cicala affamata in modo brutale: “hai cantato durante la buona stagione, allora adesso balla”. Lo stesso spirito è alla base della “cura” che oggi l’UE sta applicando nei confronti della Grecia.

Forse, però, la suddivisione tra cicale e formiche non è proprio esatta. E i memorandum applicati alla Grecia e il fiscal compact che anche noi stiamo subendo sono le medicine sbagliate somministrate dopo una diagnosi sbagliata. Si parte dall’errore di Sarkozy e Merkel, che interpretarono l’inizio della turbolenza che stava colpendo l’Europa come una crisi del debito sovrano degli Stati e non come la conseguenza dello stallo economico venutosi a determinare con l’avvio dell’era dell’euro. Una moneta senza Stato e senza contrappesi politici, a differenza del dollaro USA, che ha favorito la crescita del mercato interno e dell’export tedesco perché sottovalutata rispetto al marco, mentre frenava la crescita dei mercati che furono della lira, la dracma o la peseta, sopravvalutate.

Il secondo errore è stato quello di applicare il ricettario del nuovo socio con sede a Washington: il Fondo Monetario. L’unico organismo internazionale che, contro ogni evidenza, continua imperterrito a sostenere che i bilanci degli Stati indebitati vadano risanati a prescindere dalla crescita economica e, soprattutto, solo e unicamente a discapito della spesa sociale. La teoria secondo la quale “i conti in ordine”, ovviamente da soli, possano far uscire un Paese dalla recessione è un evergreen che ormai, fuori dall’Europa, ha un basso ascolto, ma che ha trovato nuova audience nelle stanze della Commissione Europea.

Teoria economica che né gli Stati Uniti né il Giappone, e men che meno i Paesi emergenti applicano. Anzi, questi Stati hanno fatto l’esatto contrario per uscire dalla crisi, con successi ben maggiori di quelli europei. Incentivi fiscali, investimenti in ricerca e innovazione, sostegno all’occupazione, politica monetaria espansiva, rilancio della formazione professionale, perfino allargamento dell’assistenza sanitaria. Per Obama e Abe, passando attraverso Dilma Roussef, le ricette targate FMI non sono la soluzione della crisi, bensì la sua causa.

Ma chi lo spiega a Bruxelles? Il premier italiano ha recentemente affermato che il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e PIL è “anacronistico”. In realtà, più che anacronistico, è profondamente sbagliato che sia considerato un parametro inamovibile, scolpito nella roccia. La ricchezza prodotta dall’uomo non è statica né costante. Si evolve, si sposta, cresce e si contrae in base ai momenti storici, alle innovazioni, alle guerre, alle scoperte scientifiche e tecnologiche. I cicli economici che si sono determinati finora, espansivi o recessivi, sono sempre stati determinati da complesse circostanze.

Immaginare che parametri stabiliti nel 1992 a Maastricht, in pieno ciclo espansivo economico mondiale e sulle ali di una globalizzazione che spostava lavoro e capitali aprendo nuovi mercati e traguardi, possano avere la stessa validità a distanza di 20 anni, in piena fase recessiva, non è anacronistico: è follia pura. Ma è una follia che si vuole tenere nascosta perché è funzionale allo sbarco in Europa, il continente finora più refrattario, di quel pensiero economico nato a cavallo tra Chicago e Londra e diventato ideologia della destra degli anni ’80. Quello che teorizza la dimensione “mistica” del mercato che, manipolato da una “mano invisibile”, ridistribuisce per “sgocciolamento” la ricchezza verso il basso. Una visione quasi new age dell’economia: in sostanza, ci vuole insegnare che gli umani non devono interferire con quell’entità virtuale che è il mercato, perché possono solo provocare guasti.

Per questo motivo, oggi in Europa l’unica via prevista per uscire dalla crisi è mettere i conti a posto, tagliare e privatizzare, razionalizzare tutto ciò che si può e poi sperare che il mercato riparta da solo. Sarebbe quasi bello se fosse vero. Ma l’esperienza dei Paesi che hanno già assaggiato questa medicina ci dice che questa strategia produce sperequazione del reddito e della società, debolezza delle istituzioni democratiche e soprattutto recessione, con enormi costi sociali. Non basta “avere i conti in ordine”, ci vuole una visione, una strategia per conquistarsi un posto al sole nella globalizzazione.

Senza crescita economica qualsiasi debito è insostenibile. L’Europa senza guida e alla deriva sta riuscendo a mettere insieme le due condizioni che possono portare un Paese al fallimento: sbagliare diagnosi e cura, e non avere il coraggio di ammetterlo per cambiare rotta.

 

Alfredo Somoza

 

cicala-e-formica

 

 

Il discorso al Parlamento Europeo per l’insediamento del Semestre italiano. tenuto  dal Premier Renzi, presenta elementi di novità e tanti punti interrogativi. La premessa, condivisibile, “senza crescita non c’è futuro”, si scontra nello stesso discorso con il “noi vogliamo rispettare le regole”. E non perché un governo si possa permettere di non rispettare i patti sottoscritti: sarebbe un atto di grave irresponsabilità, autolesionistico e che porterebbe inevitabilmente all’isolamento. Ma la costatazione del fatto che non c’è stabilità senza crescita dovrebbe portare alla conclusione che gli Accordi vanno cambiati per garantire entrambe. Lo stesso Renzi in campagna elettorale definiva i parametri di Maastricht come “arcaici”, ed è una giusta definizione. Arcaici perché si riferiscono a un’altra era geologica. Nei primi anni ’90 l’economia mondiale si apprestava al grande balzo della globalizzazione delocalizzatrice, con la libera circolazione di merci e servizi, con gli USA a fare da locomotiva e i paesi di vecchia industrializzazione in posizione privilegiata. I paesi BRICS erano ancora ignari del loro futuro, la situazione geopolitica relativamente serena, la finanza relativamente sotto controllo e i livelli occupazionali buoni. Un decennio, quello dei ’90, di crescita economica ininterrotta con buoni margini per i paesi indebitati, all’epoca pochi, per intervenire su bilancio e debito sovrano. Lo scenario del 2014 è radicalmente cambiato, non si cresce se non col contagocce, la disoccupazione è aumentata, il debito è aumentato per tutti e il tavolo dei Grandi si è allargato. In questo contesto il parametro del rapporto tra debito e PIL al 60% (un dato totalmente arbitrario perché non esiste scienza economica che stabilisca un rapporto “ideale” se non quello che rende il debito sostenibile), il rapporto PIL-deficit al 3%, ma soprattutto l’impostazione totalmente conservativa sulle politiche monetarie e di bilancio, a tutela esclusivamente della stabilità dell’euro così come voluto dalla Germania, diventano trappola mortale.  Una trappola, quella del virtuosismo di bilancio anticiclico, cioè quando non è opportuno, dalla quale sono riusciti a liberarsi Usa, Giappone, Gran Bretagna, Cina. E cioè i paesi che stanno uscendo dalla crisi che rimane invece come dato strutturale nelle economie europee, soprattutto tra i i paesi mediterranei. In questo contesto la stilettata di Renzi contro la Germania, autorizzata a sforare nel 2003 dal Patto di Stabilità, resta uno scatto di orgoglio che strappa applausi, ma che nel medio periodo lascia il tempo che trova. Il problema non è ora il passato ma cosa si vorrà fare infuturo, e su questo la Germania e i Popolari con i quali il PSE ha costruito le larghe intese europee restano sordi. Ha fatto bene nel suo intervento la parlamentare della Lista Tsipras Barbara Spinelli a porre con forza la rivisitazione dei Trattati e l’urgenza di affrontare il problema del debito con misure straordinarie così come fa bene Gianni Pitella, capogruppo socialista, a dire che il sostegno del suo partito a Juncker potrebbe cadere se non si vorranno affrontare queste riforme.

Il bivio per Renzi, forte di una leadership senza precedenti recenti, è tra il farsi risucchiare nella “marmellata” europea accontentandosi di portare a casa qualcosa, oppure fare leva sulla grande novità di questa legislatura che si è appena aperta: per la prima volta il Consiglio d’Europa ha proposto alla guida della Commissione un politico segnalato dagli elettori. Oggi più di ieri il presidente dell’esecutivo comunitario deve rispondere all’assemblea, tra l’altro prima del voto di fiducia di metà luglio.

Le tre priorità del programma della Lista Tsipras sono più che mai all’ordine del giorno, e Renzi le ha enumerate: fiscal compact, debito, lavoro e giovani. E su queste priorità che bisogna forzare la mano all’Europa. Assumerle vuol dire immaginare un futuro insieme, costruendo gli Stati Uniti d’Europa. Se si vorranno ignorare si darà invece ragione ai tristi commedianti che si sono voltati per non ascoltare l’inno alla gioia.

Si apre una stagione nella quale chi si definisce riformista dovrà dimostrarlo nei fatti, lo spartiacque tra conservazione e progresso passa oggi dall’impegno a cambiare il passo  all’Europa mettendo in discussione senza complessi e senza timori quanto fatto in passato. I Trattati sono stati firmati dagli Stati e possono essere rivisti e aggiornati, non risulta a nessuno che siano scolpiti sulla roccia.

renzi

Sono passati cent’anni dallo scoppio della “Grande Guerra”, che cominciò come uno dei tanti conflitti regionali europei ma presto si trasformò nel primo vero conflitto mondiale, inaugurando il secolo delle guerre su scala industriale. Ciò accadde perché, per la prima volta, la posta in gioco superava i confini del Vecchio Continente: il mondo era già interconnesso. Si scontravano Paesi che vivevano condizioni molto diverse, tra potenze coloniali in declino, imperi in via di sparizione e potenze emergenti che ambivano a occupare nuovi spazi geografici e commerciali. Regno Unito e Francia non riuscivano a fronteggiare gli oneri umani ed economici derivanti dalla gestione dei possedimenti coloniali, mentre Stati Uniti e Giappone ambivano a essere ammessi nella “stanza dei bottoni”.

Quel grande conflitto geopolitico, come tutti i grandi drammi della nostra storia, si svolse in un contesto che presentava notevoli somiglianze con quello odierno. In primo luogo il vuoto di leadership mondiale: oggi, dopo la fine della Guerra Fredda, la scomparsa dell’Unione Sovietica e il ridimensionamento economico degli USA, non ci sono “imperi” in grado di reggere e garantire l’ordine globale. Stesso quadro si presentava nel 1914, con il declino inarrestabile dell’impero britannico e lo sgretolamento dell’impero Austro-Ungarico e di quello Ottomano, mentre anche la Françe-afrique cominciava a scricchiolare. I nuovi “barbari” di inizio ’900 erano gli Stati Uniti e il Giappone, destinati dopo pochi anni a stabilire nella cruenta Guerra del Pacifico chi dovesse essere la potenza di riferimento in Asia.

L’Europa dei grandi imperi, che però non riuscivano a diventare nazioni, aveva ormai le ore contate: la guerra fratricida si limitò ad accelerare la sua perdita di influenza, fino al suicidio collettivo della Seconda guerra mondiale. Oggi il vacillare dell’Unione Europea, unico argine contro il declino del Vecchio Continente e la sua perdita di peso economico e strategico sullo scacchiere mondiale, ricorda quei momenti precedenti al grande conflitto. La differenza sostanziale è che in Europa, a differenza di un secolo fa, non ci sono imperi estesi su altri tre continenti.

Eppure il nostro continente mantiene un punto di forza, continua a disporre di una risorsa ambita da altre potenze: la sua residua posizione di rendita sull’innovazione, sulla finanza, sull’industria di qualità e sulla cultura. L’Europa dei primi del ’900 aveva costruito una situazione di privilegio sfruttando soprattutto i popoli lontani; l’Europa del XXI secolo vive una situazione di (relativo) privilegio perché ha saputo tutelare cultura e storia produttiva creando contemporaneamente coesione sociale, un bene prezioso e raro a livello mondiale. Insomma, l’Europa di un secolo fa era ingiusta ma potente, quella di oggi è più giusta e meno potente. Oggi ingiustizia e potenza convivono altrove, in Russia, in Cina, addirittura negli Stati Uniti.

Nonostante queste similitudini, appare piuttosto improbabile che nei prossimi anni possa ripetersi un conflitto mondiale. Le guerre locali o regionali attualmente in corso nascono “soltanto” dal tentativo di accaparramento di materie prime strategiche, e in futuro gli scontri militari potrebbero riguardare il controllo delle risorse idriche o il nodo dell’informazione. Il mondo globalizzato dei nostri giorni, a differenza di quello di un secolo fa, non è preparato e non ha bisogno di un grande conflitto per dirimere chi comanda. Ci ha già pensato l’economia senza frontiere a chiarire i nuovi rapporti di forza, a fare emergere alcuni Stati e nazioni e ad affondarne altri. Il biglietto di ingresso al salotto delle potenze globali non si distribuisce più alle sfilate militari, ma negli ipermercati.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

prima_guerra

Caro Ministro Martina,

volevo segnalarti qualcosa che sicuramente tu sai, ma che potrebbe diventare presto l’ennesima brutta figura dell’Italia in Europa. Sta per arrivare a Roma la comunicazione di Bruxelles sull’apertura della procedura di infrazione per il mancato versamento delle famigerate “quote latte”. Al centro del contendere il solito miliardo e mezzo di euro versato dall’Italia nelle casse europee, ma che poi non è stato recuperato presso gli allevatori disonesti, che avevano splafonato le quote assegnate all’Italia tra il 1995 e il 2009. Il mancato recupero del credito, spalmato su tutti i contribuenti italiani, ora viene considerato dall’UE una violazione degli accordi perché le multe, anche se anticipate dallo Stato, vanno pagate dagli agricoltori. E chi può dare torto all’Europa?

Questi agricoltori, soprattutto della Lombardia, sono 2000, tra i quali 600 devono oltre 300.000 euro a testa. Gli agricoltori “in regola”, che hanno acquistato quote latte negli stessi anni per un valore di 2,42 miliardi sono ben 38.000. Sì, i numeri sono questi, 38.000 onesti e 2.000 disonesti. Ma 2.000 disonesti con alte coperture politiche. L’invito a non  rispettare le quote latte è stata infatti una delle bandiere della Lega Nord, e per questo i disonesti sono stati più coccolati che penalizzati. Quegli stessi agricoltori che paralizzarono le nostre città con i loro trattori recando danni a tutta l’economia. Ecco, ora rischiamo una procedura d’infrazione perché lo Stato non ha ancora attivato le procedure  per riprendersi i soldi che ha anticipato per conto degli agricoltori disonesti.

Ministro Martina, anche se la Lega Nord in questi giorni si è detta disponibile a discutere di riforme, non possiamo ignorare questa richiesta dell’Europa. Ci va di mezzo qualcosa di più della credibilità italiana in Europa: il principio di legalità. Chi paga il conto sono gli agricoltori onesti e tutti i contribuenti italiani.

Le quote latte vanno recuperate, quella vergognosa pagina di illegalità strumentalizzata dalla politica va chiusa definitivamente.

Un saluto cordiale. Alfredo Somoza

trattori17

Come accade ogni 4 anni, la kermesse del calcio globale si rimette in moto per celebrare il business-evento dei Mondiali. La coppa del mondo dello sport che più ha avuto fortuna a livello mondiale è una grande opportunità di business per i produttori di articoli sportivi, per giornali e televisioni. Ma è anche una competizione davvero planetaria, alla quale partecipano nazionali scelte non solo in base alla competitività e alle qualità tecniche, come accade nel mondo del rugby, ma con l’obiettivo di rappresentare i diversi continenti.

Dietro l’evento si muove una vera macchina da guerra organizzativa nella quale non esiste ricambio generazionale e non c’è trasparenza. Anzi, sono stati accertati seri casi di corruzione e si sospetta che alcuni sorteggi relativi a sedi e partite siano stati poco limpidi. In questo periodo si sprecano le polemiche sulle tangenti versate dagli emiri per assicurarsi la vetrina dell’edizione del 2022, assegnata al Qatar e già ribattezzata “il mondiale all’inferno”, per via dei 50 gradi all’ombra della Penisola Arabica. Per la prima volta si giocherà in inverno e indoor. Ma tanto vale.

Le condizioni in cui versano le società calcistiche e la FIFA, la federazione mondiale, sono il prodotto dalla trasformazione di una passione in puro business. Un business che non guarda in faccia nessuno, che stritola giovani e meno giovani e scende a patti con quella nuova criminalità organizzata che si annida nelle curve degli stadi, offrendo rifugio e megafoni ai gruppi dell’estrema destra più rabbiosa. Un mondo in cui si prova a corrompere quando non si riesce a vincere da soli.

Il calcio però non è questo e non si merita questo. Il grande calciatore brasiliano Socrates, che giocò anche in Italia, a Firenze, diceva che «il calcio che in Europa è scuola, tecnica, schema, per i latinoamericani è liberazione dalla fame, dalla violenza, da una vita senza futuro». La differenza che passa tra il prato all’inglese e il campetto di terra battuta sul quale si gioca a piedi nudi con una palla fatta di stracci. Il calcio come urlo disperato di chi vuole emanciparsi e il calcio ridotto a business, normalizzato via etere.

Questa doppia valenza del calcio odierno si ritrova anche nell’anomalo G8 calcistico, cioè nell’esclusivo club dei Paesi vincitori di almeno un Mondiale. Che sono solo 8: Brasile, Italia, Argentina, Germania, Uruguay, Inghilterra, Francia, Spagna. Un G8 al quale siedono uno accanto all’altro Paesi di vecchia industrializzazione e Paesi emergenti, Stati PIGS dell’Europa e Stati piccoli, quasi immaginari come l’Uruguay. Una geografia della potenza calcistica che esclude i grandi protagonisti della scena economica mondiale, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Russia alla Cina, e che si concentra in due sole aree del mondo: Europa occidentale e America Latina.

Ed è forse proprio il calcio a spiegare perché l’Occidente più profondo sia storicamente costituito da queste due aree. Storie di andate e ritorni, di schiavitù e migrazioni, di calciatori oriundi e calciatori d’esportazione, di visioni diverse ma complementari del gioco. Una passione condivisa, un ponte che unisce e che costituisce un segno culturale profondo. “Noi” siamo quella parte del mondo dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico.

Ma il calcio è stato anche oppio dei popoli. I ricordi del Mondiale del fascismo nel ’34 e quello dei militari argentini del 1978 ci rammentano quanto il consenso possa scattare da una partita lunga 90 minuti. Eppure «l’uso che alcune dittature hanno fatto del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere – scrive il brasiliano Edilberto Coutinho – perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

garrincha

Poche volte nella storia è capitato che si levasse un’ondata di curiosità e di preoccupazione attorno a un accordo commerciale come sta succedendo oggi con il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe sancire la fine delle barriere commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Solo in un’altra occasione ci fu tanto interesse per un trattato commerciale, fino alla sua bocciatura. Capitò con l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) proposta da George Bush ai Paesi del Sudamerica e che venne respinto da tre presidenti, Chávez, Lula e Kirchner, in un epico Vertice delle Americhe a Mar del Plata nel 2005.

Il TTIP è invece una creatura tenuta accuratamente lontana dalle piazze, e addirittura dai governi nazionali. Lo scorso 30 aprile Federica Guidi, ministro allo Sviluppo economico, ha riconosciuto nel corso di un question time alla Camera che «la documentazione negoziale del TTIP è riservata e che al momento neppure gli Stati membri hanno accesso a tutta la documentazione». Perché i governi possano almeno vedere di che cosa si tratti, si ipotizza di allestire una “reading room” a Bruxelles, che consenta la sola lettura di tali testi, presso l’ambasciata statunitense. In quelle stanze, insomma, dalle quali i servizi di intelligence degli USA spiano e ascoltano le telefonate di tutti i cittadini europei, inclusi i governanti.

Ma che cosa nasconde in realtà un simile zelo? Punta a coprire una trattativa tra le più delicate nella storia dell’Europa. Una logica commerciale che oggi gli Stati Uniti provano a riproporre negli accordi bilaterali, dopo l’impantanamento della trattativa presso il WTO per spalancare il mondo a merci e investimenti. Accordi come quelli già in vigore con il NAFTA tra USA, Messico e Canada, o quello oggetto di trattativa con l’area del Pacifico. È la stessa logica respinta dal Sudamerica che disse no all’ALCA, e che possiamo riassumere così: l’abolizione delle cosiddette “barriere non tariffarie”, cioè non dei dazi ma di tutti quei regolamenti che ostacolano la circolazione di merci e servizi tra un’area e l’altra. Una questione delicatissima, con ricadute sulla stessa democrazia.

Il TTIP, infatti, ancora una volta mette in discussione il primato della politica (e quindi della democrazia) sui poteri forti dell’economia. L’accordo porterebbe a una revisione degli standard di sicurezza e di qualità della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Questo perché l’omologazione delle normative tra USA ed Europa porterà inevitabilmente a un ribasso delle garanzie esistenti nel nostro continente, attualmente molto più elevate rispetto a quelle del mercato deregolamentato a stelle e strisce. Per fare un esempio: in base al referendum del 2012, in Italia l’acqua è un bene pubblico; ma le aziende statunitensi potrebbero contestare questo principio, sancito dalla volontà popolare, in base alla legislazione USA per la quale l’acqua è una merce come un’altra.

Il nocciolo dell’accordo, che si vorrebbe chiudere entro il 2014, è la tutela dell’investitore e della proprietà privata. E qui si scopre un’altra chicca: le controversie sull’applicazione dell’accordo non riguarderebbero più i tribunali europei ma l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati) sul modello di quello già esistente del WTO, con probabile sede a Washington presso la Banca Mondiale. Un tribunale privato che permetterebbe alle imprese di far condannare quei Paesi che approvassero leggi “dannose” per i propri investimenti presenti e futuri. Come la Germania, per esempio, che ha deciso di chiudere con il nucleare ed è stata denunciata per diversi miliardi. Oppure, in futuro, i Paesi che rifiuteranno di ammettere sul loro territorio i prodotti agricoli OGM, o che abbiano deciso affidare allo Stato la gestione delle risorse idriche.

L’interesse pubblico e i risultati delle consultazioni democratiche rischierebbero così di essere messi in secondo piano rispetto alle esigenze di aziende e mercati. Oltre al colpo inferto alla democrazia, svanirebbero le faticose e costose costruzioni delle DOP e IGP, i marchi europei che garantiscono qualità e territorialità (anche) al made in Italy. Prodotti frutto di investimento e saperi centenari verrebbero equiparati al Parmesan dell’Iowa o all’aceto balsamico di San Francisco, senza potersi difendere da una simile concorrenza.

Danno economico, invasione di prodotti contraffatti o perfino adulterati rispetto alle nostre normative, sicuro approdo degli OGM nei nostri campi e sulle nostre tavole, indebolimento della democrazia. Tutto ciò è concentrato nel misterioso accordo TTIP: questa volta il sacrificio non ce lo chiede l’Europa ma direttamente lo Zio Sam. Il Parlamento Europeo che si è appena insediato dovrà decidere per il sì o per il no. Da una parte le grandy lobby europee e statunitensi, dall’altra i diritti dei cittadini e la sovranità dell’Europa. Eppure la scelta che verrà fatta non è per nulla scontata.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

ttip

 

Se si confronta con l’inglese, non sono tante le parole della lingua spagnola utilizzate senza traduzione in italiano. Parole con una caratteristica comune, che difficilmente hanno valenze positive, anzi: golpe, desesperado, pistolero, desaparecido, narcos. A queste parole ormai acquisite non solo dall’italiano si sta per aggiungere una nuova: retornados e cioè gli emigrati sudamericani negli Usa e in Europa ritornati negli ultimi anni ai loro paesi. Un fenomeno che si vorrebbe collegare quasi esclusivamente alla crisi che ha lasciato per strada in Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Italia anzitutto gli immigrati, l’anello più debole della catena dell’occupazione. Il fenomeno dei retornados è invece più complesso e ciparla invece delle dinamiche migratorie, sempre in evoluzione e mai statiche. Da alcunipaesi come la Spagna e il Portogallo, si tratta di vera e propria fuga verso il Perù, la Bolivia e l’Ecuador, il Brasile. Per legami storici, i flussi migratori tra i paesi iberici e il mondo andino sono stati in passato molto forti, ma il ritorno di oltre 400.000 sudamericani dalla sola Spagna va interpretato anche alla luce delle ottime performance economiche di questi paesi che non solo hanno schivato la crisi, ma agganciandosi all’economia dell’area del Pacifico, registrano tutti alti livelli di crescita economica e quindi di opportunità lavorative. Paesi tutti che hanno varato in questi anni leggi apposite per favorire il rientro dei loro emigrati, mentre i paesi europei hanno agevolato  l’uscita, anche con l’utilizzo di fondi europei a copertura dei costi. E’ così che oggi l’Europa si sta impoverendo del punto di vista della manodopera che con tanta fatica e investimento aveva formato negli ultimi decenni, mentre per la prima volta nella storia, i paesi del Sudamerica si arricchiscono con l’esperienza e la professionalità accumulata dai loro cittadini di ritorno. Emigrati di ritorno che per lunghi anni avevano sostenuto l‘economia locale attraverso le rimesse che ogni mese trasferivano alle loro famiglie.  Anche per questo, i retornados esigono dai loro paesi di origine, ora che sono loro ad avere bisogno, facilitazioni e sostegno. Gli incentivi finora offerti per tornare sono molto variegati e in molti casi solo promesse, l’unico paese che fa una seria politica per il ritorno è il piccolo Uruguay che arriva fino a farsi carico del costo di  due anni di affitto dell’abitazione della famiglia rientrata. Nel caso del Perù, per ora le facilitazioni sono sulla carta, ma il miglior incentivo è una crescita economica media annua del 6,5% da ormai 10 anni e previsione rosee per almeno altri 5 anni. Le statistiche del paese andino riferiscono che in media, un lavoro si trova entro 4 mesi. Un miraggio per chi dopo anni di lavoro in Spagna è rimasto disoccupato e può godere di soli 6 o 12 mesi di sussidio di disoccupazione prima della nulla.

Gli aeroporti sudamericani in questi anni di crisi offrono uno spaccato di un mondo incostante movimento. Retornadoscon al seguito  figli con i tasca un passaporto europeo e che non conoscono il paese dei genitori, mescolati  con una figura che ritorna, gli emigrati, cioè gli europei  dei paesi del Mediterraneo che tornano a calcare le rotte degli antenati alla ricerca di lavoro: portoghesi, spagnoli, greci, italiani che provano fortuna in Brasile, Argentina, Perù o Cile. Come nel film Pane e Cioccolata con Nino Manfredi, nel quale si raccontava l’emigrazione paragonandola a una ruota sulla quale si è su e giù senza soluzione di continuità, gli scambi di persone tra paesi delle periferie del mondo, siano esse americane o europee, ci parlano di una storia comune, spesso più solida e culturalmente più salda di quelle che uniscono molti stati più vicini dal punto di vista geografico.  Per questi motivi, la xenofobia in Europa, patria di paesi che per secoli e secoli hanno scaricato le proprie miserie altrove, se non fosse drammatica, sarebbe da ridere.

 

Alfredo Somoza

emigrantes-retornados-3