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Quando si chiudono oltre 50 anni di scontri, verbali e talvolta fisici, non ci sono mai vincitori o perdenti netti. Ma la stretta di mano di ieri consegna alla storia una fotografia nella quale c’è Barak Obama, diventato un gigante a fine mandato, insieme al fratello minore dei Castro, il cinese come viene chiamato per i suoi gusti politici. Non ci sono in questa foto né Fidel, ancora vivo, né i duri di Miami e i loro rappresentanti politici repubblicani.

Con questo dialogo vincono le multinazionali statunitensi che fremevano per potere tornare a investire su un mercato monopolizzato da canadesi ed europei, ma vincono anche i cittadini cubani che finalmente vedranno scomparire l’embargo economico che ha strangolato a lungo l’isola.

Vince la linea di Obama che impone agli Stati Uniti un avvicinamento con l’America Latina anche a costo di ingoiare la stretta di mano con un Castro.

Vince l’America Latina progressista, che ha sempre difeso la sovranità territoriale e politica di Cuba e per decenni denunciò la politica statunitense di aggressione.

Vincono i colombiani che hanno scommesso sulla pace, grazie alla mediazione di Cuba e il beneplacito degli USA. mettendo in minoranza chi soffiava sul più antico conflitto americano per legittimarsi.

Stravince Papa Francesco, silenzioso tessitore della mediazione iniziata da Wojtyla e continuata da Ratzinger. Il Vaticano a guida del primo Papa latinoamericano e gesuita è tornato un protagonista della politica internazionale.

Perdono infine i settori più recalcitranti della destra repubblicana, l’incontro di ieri tra Castro e Obama è una delle loro più grandi sconfitte nella storia degli Stati Uniti: un regime che hanno tentato di rovesciare, un paese che hanno tentato di invadere, una leadership che hanno tentato di uccidere ieri ha sigillato con il Presidente dell’Unione, a pari dignità, la fine della Guerra Fredda.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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La Via della Seta, quel dedalo di rotte terrestri, marittime e fluviali lungo 8.000 km che dal II secolo dopo Cristo collegava l’Impero Romano con la Cina, fa parte della storia antica dell’umanità. Vie carovaniere che attraversavano l’Asia Centrale e il Medio Oriente, con diramazioni verso nord (Corea) e sud (India) e che Marco Polo percorse nel XIII secolo tornando non solo con merci pregiate, ma con impressioni di prima mano sulla magnificenza e modernità dello spazio culturale cinese. Seta, argento, spezie, polvere da sparo, carta, strumenti astronomici sono solo alcuni dei prodotti che le carovane portavano in Occidente, innescando nei nostri Paesi piccole e grandi rivoluzioni produttive e commerciali.

Tra tutte le civiltà che costruirono e per secoli mantennero vivo quel ponte commerciale che anticipava la globalizzazione, solo una è ancora viva e vitale: la Cina. I neo-imperatori del popolo di Pechino hanno sicuramente riletto i testi storici quando hanno lanciato la colossale “nuova Via della Seta”, che per la delizia degli storici ricollegherà Cina ed Europa seguendo le antiche vie carovaniere e marittime.

C’erano pochi tessuti in seta, però, tra le mille tonnellate di merci a bordo del treno che da Yiwu, 300 chilometri a sud di Shangai, ha raggiunto Madrid lo scorso dicembre, dopo avere percorso 13.000 chilometri e attraversato 6 Paesi. È stato solo un test per la gigantesca opera di collegamenti ad alta velocità che si vorrebbe concludere nel 2025. Quello che già si annuncia come il progetto del secolo, e per il quale la Banca di Sviluppo cinese ha stanziato inizialmente 40 miliardi di dollari USA, dovrebbe permettere di fare arrivare le merci delle grandi fabbriche cinesi in Europa in soli due giorni, contro i 21 richiesti dalle rotte marittime oggi percorse dal 90% dei container in partenza dalla Cina.

Il tracciato della nuova Via della Seta avrà anche altri due rami. Uno, marittimo, toccherà porti delle Maldive, dell’India, dello Sri Lanka, del Corno d’Africa e finirà simbolicamente a Venezia; l’altro si collegherà alla Russia tramite la Transiberiana, riducendo i tempi di viaggio tra Mosca e Pechino, oggi di 6 giorni, a sole 33 ore. Alta velocità e treni cargo si collegheranno con le reti europee per arrivare fino a Rotterdam, Berlino, Parigi.

Per le imprese di Pechino si apre dunque una stagione di grandi appalti nel campo delle infrastrutture ferroviarie, portuali, delle comunicazioni e anche dell’energia. Infatti è intenzione della Cina creare una propria rete di gasdotti e oleodotti per importare energia dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. Si tratta di una grande opportunità anche per questi Stati dell’Asia Centrale, finora schiacciati dalla dipendenza dalla Russia, che non sempre si è dimostrata un partner economico all’altezza. Kazakistan e Uzbekistan avranno i maggiori benefici, trovandosi a metà strada del reticolo ferroviario che li collegherà in tempi brevi con l’Europa occidentale, la Russia e l’Oriente.

Mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella creazione di due aree di libero commercio, il TTIP con l’UE e il TPP con un gruppo di Stati del Pacifico, la Cina riempie il “vuoto” di quella gigantesca terra di mezzo rimasta orfana di potenze di riferimento con una presenza che rilancia gli affari e lo sviluppo di decine di Paesi. E anche qui, come in Africa e America Latina, la Cina butta sul piatto del partenariato politico due merci rare e ambitissime: capitali in abbondanza e infrastrutture per le comunicazioni.

L’apertura della Via della Seta 2.0 è sicuramente il progetto geopolitico più ambizioso oggi sulla Terra, ma è praticamente sconosciuto all’opinione pubblica. Un silenzio cercato e voluto da Pechino, che non ama i discorsi roboanti né la pubblicità mediatica sulla sua programmazione strategica. Che è chiarissima: piaccia o meno, la Cina oggi è l’unica potenza al mondo che ha una chiara visione del suo futuro, e sta lavorando per farla diventare tangibile e concreta come l’acciaio dei binari.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Alla vigilia di Expo 2015 si moltiplicano le riflessioni e le polemiche sulle caratteristiche che l’agricoltura dovrebbe assumere nel prossimo futuro per riuscire a sfamare i 9 miliardi di abitanti del pianeta previsti per il 2050. Secondo la FAO, la produzione mondiale di alimenti dovrebbe crescere almeno del 60%, riducendo però il consumo di acqua, di energia e di suolo. Un’impresa quasi impossibile, ci viene spiegato spesso da una certa scienza, a meno di non ricorrere in modo massiccio all’agricoltura OGM. Discorsi sterili e vuoti di significato, perché per decantare le virtù degli organismi geneticamente modificati si tirano sempre in ballo le banane arricchite o il golden rice alla vitamina A, che potrebbero debellare diverse malattie nei Paesi poveri, mentre il mercato delle sementi OGM offre solo commodities tradizionali destinate ai grandi produttori. Cioè soia, mais, grano, pomodori e patate: tutti rigorosamente di un solo tipo, trattabili solo con antiparassitari venduti dalla stessa ditta che ne detiene i diritti e incassa le royalties.

L’agricoltura, nata come attività economica durante la rivoluzione neolitica, si basa da sempre su una premessa: la sovranità dell’agricoltore sul suo prodotto. Nel mondo dell’agricoltura OGM, invece, i proprietari del lavoro altrui sono Monsanto, Dupont, Pioneer e non più i coltivatori. Contro questo stravolgimento lottano i movimenti contadini che rivendicano il diritto a produrre in proprio e a scambiarsi le sementi.

L’opposizione più seria all’agricoltura geneticamente modificata non si basa sui dubbi scientifici circa le eventuali conseguenze sulla salute dell’uomo o sull’ambiente, ma parte proprio da una riflessione sul modello agricolo. Il mondo OGM è costituito da grandi soggetti multinazionali ed espelle i contadini dalle campagne verso le città. Non prevede varietà né biodiversità, dunque espone l’agricoltura ad altissimi rischi in caso di comparsa di nuove malattie che colpiscano le poche specie coltivate. E non risolve il problema della fame, che non dipende dal tipo di produzione agricola bensì dall’accesso al cibo e dalla proprietà della terra.

Quali sono allora le alternative per far fronte alla sfida della sicurezza alimentare globale? Sicuramente bisogna cercarle nella tecnologia, intesa però come risorsa al servizio del bene comune. Oggi si lavora sull’agricoltura di precisione, in cui tutti i processi e i dosaggi sono ottimizzati per evitare gli sprechi, e si sviluppano interessanti tecniche come il miglioramento vegetale e la reintroduzione delle piante perenni.

Il miglioramento vegetale, o intercropping, consiste nel coltivare specie diverse una accanto all’altra, per lottare contro i parassiti in maniera naturale. La coltivazione alternata di carote e cipolle, per esempio, evita la proliferazione delle larve della mosca della carota senza bisogno di nessun tipo di pesticida. Questo nuovo approccio all’agricoltura può portare a un abbattimento fino all’80% della chimica usata nei campi, consentendo di fare ricorso ai trattamenti antiparassitari non più a scadenze regolari, ma solo in modo mirato e in caso di necessità.

L’altra faccia di questo nuovo approccio è la reintroduzione delle specie perenni al posto di quelle annuali. Il vantaggio è avere piante con radici più lunghe, dunque meno bisognose d’acqua e di fertilizzanti, in grado anche di rendere più stabile il suolo.

Oggi il neo delle piante perenni è che hanno una resa inferiore rispetto a quelle annuali, ma la scienza è al lavoro per selezionare varietà più produttive. In questo caso, per ottenere maggiore resa e qualità la ricerca genetica non si basa sull’inserimento di un gene in laboratorio, violentando il DNA della pianta, ma su criteri di selezione naturale, gli stessi che per millenni hanno guidato i contadini di tutto il mondo.

Insomma, se scienza e agricoltura collaborano, libere dalle pressioni delle multinazionali, allora la fame può essere debellata.

Resta l’altro tema, ancora più complesso, che riguarda l’accesso al cibo, cioè la possibilità di acquistarlo, e la questione della terra. Che ieri veniva sottratta ai coltivatori dai latifondisti, oggi dalle grandi multinazionali del land grabbing e dei biocombustibili, a discapito della produzione di alimenti. Una moratoria sui contratti di concessione di terreni agricoli, almeno nelle zone a rischio sicurezza alimentare, sarebbe un primo passo necessario.

Questi sono i temi sui quali si è chiamati a discutere durante Expo 2015, che si spera sia una manifestazione “OGM free” soprattutto a livello intellettuale. Perché la sfida della sicurezza alimentare non può essere affidata a un ramo dell’industria: è un’impresa che coinvolge anzitutto chi la terra la lavora e chi dalla terra trae il proprio sostentamento.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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L’AGOA (African Growth and Opportunity Act, “atto di crescita e opportunità per l’Africa”) è un atto legislativo emesso nel maggio 2000 dal Congresso degli Stati Uniti per la collaborazione e l’assistenza economica e commerciale nei confronti dei Paesi dell’Africa subsahariana. Non un vero accordo di libero scambio, sul modello di Nafta o TTIP, bensì un atto unilaterale, teso a favorire l’ingresso nel mercato nordamericano di prodotti africani non petroliferi.

In base a questa risoluzione, anno per anno il presidente degli Stati Uniti decide quali sono i Paesi idonei a godere di agevolazioni all’export verso gli USA e quali i prodotti che possono beneficiarne. E lo fa considerando anche, si fa per dire, che i Paesi in questione siano democrazie e che aderiscano ai principi dell’economia di mercato.

L’AGOA è in realtà solo una deroga ai vincoli creati a protezione del mercato statunitense, e ha suscitato non poche polemiche. Nei fatti si applicherebbe a 39 Stati africani, ma finora solo 7 ne hanno beneficiato e tre di essi (Nigeria, Angola e Sudafrica) garantiscono l’80% dell’export complessivo.

Il secondo punto critico riguarda la composizione dei 5 miliardi di dollari di esportazioni africane negli USA finora avvenute nel quadro dell’accordo. Il mix, infatti, è fortemente sbilanciato sui settori tessile e dell’abbigliamento, con prodotti realizzati all’interno di zone franche gestite sul modello delle maquiladoras messicane. Un grosso limite è che l’accordo non comprende l’importante settore alimentare ed esclude buona parte dei prodotti agricoli africani (tabacco, cotone, zucchero). Questo perché le norme sanitarie statunitensi bloccano l’import di molti prodotti alimentari e perché l’apertura sulle commodities agricole creerebbe una pericolosa concorrenza ai produttori a stelle e strisce.

L’impatto positivo dell’AGOA riguarda invece l’occupazione: si calcola infatti che abbia creato almeno 80.000 posti di lavoro.

Se non verrà rinnovato, nel corso del 2015 questo partenariato scadrà. Al momento è difficile capire come evolverà la situazione. Ciò che emerge chiaramente è che si tratta di una relazione commerciale di tipo neocoloniale: date le gigantesche asimmetrie tra le parti, l’AGOA favorisce in primo luogo il Paese più forte in assoluto, gli Stati Uniti, e secondariamente quelli più forti dell’Africa. Inoltre si può affermare che gli investimenti diretti statunitensi nell’ambito dell’AGOA, 7 miliardi di dollari nell’ultimo periodo, sono insignificanti rispetto a quelli nel frattempo effettuati dall’altra potenza presente nella regione, la Cina.

Gli accordi bilaterali che il gigante asiatico ha stipulato con decine di Paesi africani partono da basi diverse e, soprattutto, prevedono investimenti diretti sulle infrastrutture locali e sulla capacità produttiva. In Africa, gli Stati Uniti hanno l’unico obiettivo di rifornirsi di materie prime e di importare prodotti utili al loro mercato, mentre la Cina, pur essendo anch’essa interessata a minerali e petrolio, segue un’idea di partenariato economico strategico, anche perché non ha un sistema protezionistico da tutelare. Nel primo caso, se va bene, parliamo della creazione di qualche posto di lavoro in più, nel secondo delle premesse per un vero sviluppo delle economie africane: quelle premesse, cioè, che negli ultimi 5 anni hanno consentito all’Africa subsahariana di diventare una delle regioni al mondo con la più alta percentuale di crescita del PIL.

Insomma, per gli Stati Uniti, come prima per il Regno Unito o la Francia, l’Africa rimane solo un fornitore di materie prime a basso costo, mentre per la Cina il continente nero è ormai parte del “cortile di casa”. Un cortile che si estende su tre continenti, a differenza di quello degli Stati Uniti, che si sviluppa in Centroamerica. E in questa nuova versione del “Grande Gioco” su scala globale, anche la marginalizzata Africa, per la prima volta, ha qualche carta da giocare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Barack Obama vuole concludere il suo mandato rilanciando i rapporti con i “vicini” latinoamericani. Così, dopo decenni di incomprensioni, disinteresse e ridimensionamento anche dal punto di vista della presenza economica, gli Stati Uniti tornano prepotentemente ad affacciarsi sul continente che si estende a sud del Rio Bravo. Durante la lunga assenza del “fratello del Nord”, però, nel vicinato sono accadute molte cose. Un grande Paese, il Messico, è precipitato in una guerra civile sanguinosa tra Stato e narcotraffico. Un altro grande Paese, il Brasile, è diventato potenza globale. In diversi piccoli Paesi, come Ecuador, Uruguay e Bolivia, sono avvenuti profondi cambiamenti nell’ambito della sovranità economica e dei diritti sociali e individuali. Altri Stati ancora, come Cile e Perú, conoscono alti tassi di crescita economica, mentre Argentina e Venezuela si trascinano in una crisi politica quasi endemica.

Situazioni molto diverse ma con elementi comuni: la crescita delle società latinoamericane degli ultimi vent’anni è stata proporzionale al ridimensionamento delle relazioni economiche e politiche con gli Stati Uniti e alla diversificazione dei partner internazionali. Per diversi Paesi dell’America centro-meridionale, la potenza economica di riferimento è oggi la Cina. E proprio questo ha fatto scattare l’allarme, in ritardo, a Washington. La strategia del ritorno degli Stati Uniti in America Latina prevede la guarigione delle due ferite che in passato hanno compromesso i rapporti tra le due aree: cioè i “casi” Cuba e Colombia. Le trattative che si stanno svolgendo a L’Avana tra le FARC e lo Stato colombiano per porre fine alla guerra civile più lunga del continente americano, 50 anni e 200.000 morti, è strettamente legata ai round negoziali tra USA e Cuba, in svolgimento sempre a L’Avana, per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e commerciali dopo decenni di inutile embargo. In entrambi i casi gli Stati Uniti sono stati sconfitti, non essendo riusciti a rovesciare Castro né a liquidare la guerriglia delle FARC. Ma il danno è stato ancora maggiore se si considera che l’ostinata difesa di questa fallimentare politica di ingerenza ha alienato, con pochissime eccezioni, qualsiasi simpatia nei confronti degli USA da parte di governi di destra come di sinistra. E già nel 2005 gli errori hanno pesato nella decisione degli Stati latinoamericani di rifiutare l’accordo ALCA, il disegno – ormai sepolto – di costruzione di un unico mercato dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco.

Obama ora sta dimostrando coraggio. Nel discorso in cui annunciava l’apertura del dialogo con Cuba ha fatto giustizia storica citando il patriota cubano José Martí e restituendo a 400 milioni di persone la denominazione di “americani”, a segnalare un destino comune. Tuttavia lo slogan “siamo tutti americani” ha per ora provocato solo sorrisi in America Latina. E questo perché da quelle parti sono abituati all’uso alternato del bastone e della carota da parte dei vicini del Nord. Gli Stati Uniti, dopo le aperture di Obama, dovranno così riguadagnarsi sul campo ciò che la globalizzazione ha loro tolto. In primo luogo, prendendo atto del fatto che l’America Latina della Guerra Fredda, quella schiacciata nell’alleanza obbligatoria con gli Stati Uniti, che non risparmiarono mezzi né tragedie per perpetuarla, non esiste più.

Ora il rapporto deve essere alla pari, perché i latinoamericani per la prima volta possono scegliere con chi stare e con chi fare affari. È uno scenario al quale a Washington faticano ad abituarsi, ma con il quale devono fare i conti. Per la prima volta, nelle relazioni diplomatiche tra i mondi separati del Nuovo Continente sono gli americani del Nord ad avanzare proposte di cooperazione e a proporsi come forza di pace: le parti si stanno rovesciando, e questo non può che essere un bene.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La fine annunciata dei reality che facevano furore nei primi anni 2000, quelli dove un gruppo di “famosi” o aspiranti tali doveva sopravvivere in qualche isola remota, ci racconta i cambiamenti nella sensibilità media. Ora che l’etere è stato saturato da cuochi veri o improvvisati e da medici legali che dall’esame di ossa e tessuti riescono a ricostruire crimini sempre più raccapriccianti, l’esotismo naif dei reality ai Tropici sembra fuori luogo. In fondo, cosa sarà mai doversi districare tra zanzare aggressive e granchi minuscoli, quando i drammi veri sono diventati il dilagare dei serial killer o il rischio della pasta scotta?

Le varie isole dei famosi, format internazionale replicato ovunque, arrivavano due decenni dopo l’inizio del turismo di massa nei villaggi-vacanze, tutti uguali, dislocati alle latitudini equatoriali. Il set era l’antitesi del “tutto compreso”: il cibo andava conquistato con sudore e perseveranza. Il contrario, appunto, dello spreco delle mense dei villaggi, dove si trova di tutto a tutte le ore, dove si riempiono i piatti per poi lasciare metà del cibo intatto. E spesso questo accade in Paesi dove si soffre la fame, con bilance dei pagamenti che devono sopportare il fardello dell’import di beni di lusso, almeno per gli standard locali, da consumarsi solo dentro i villaggi.

Altre caratteristiche di questi reality ricalcano invece aspetti culturali tipici dei villaggi turistici, come la totale mancanza di rispetto nei confronti della natura. È noto che i beach resort sono stati costruiti quando non si pensava ancora agli studi di impatto ambientale, si tagliavano a cuor leggero le mangrovie, si incidevano le barriere coralline, spesso si trascurava perfino il problema del trattamento delle acque nere e dello smaltimento dei rifiuti. Anche i reality in passato si sono contraddistinti per proporre un rapporto traumatico con l’ambiente. Sono ancora fresche le denunce contro quei “famosi” che in Repubblica Dominicana organizzavano i giochi con le fiaccole dentro una grotta con incisioni rupestri, utilizzavano pezzi di stalattite per costruire tavoli e avevano come mascotte un’iguana protetta e in via di estinzione, alla quale erano state tagliate le unghie perché i protagonisti non si facessero male.

Insomma, il villaggio turistico ai Tropici era un assaggio di natura esotica assoggettata ai bisogni di serenità e spensieratezza del cliente. Quella stessa natura, appena fuori dal villaggio, nelle isole dei famosi, tornava ostile. Ovviamente era solo un gioco di specchi e di inganni: in ambedue i casi si riproponevano le miserie della civiltà occidentale opulenta e annoiata.

Oggi l’esotismo non è più così invitante perché, nell’immaginario collettivo, i naufraghi che giocavano a Robinson Crusoe sono stati in qualche modo rimpiazzati dai combattenti “all black” dell’ISIS. Dai Tropici siamo passati ai deserti, dal consumo dell’ambiente al consumo di esseri umani. Ma dove l’occidentale diventa preda, ostaggio e carne da macello, il gioco è stato bandito. Così la paura di quel mondo ignoto, che prima invece ci attirava, sta rilanciando il turismo domestico, comprese nicchie che si consideravano quasi esaurite come il turismo di montagna. Va bene tutto purché alla fine ci si ritrovi vicino a casa, in un luogo sotto controllo, riconoscibile e gestibile. L’esatto contrario dell’era (recente) dei viaggiatori-esploratori che annoiavano parenti e amici con migliaia di fotografie dell’ultimo Paese-trofeo.

Il mondo globalizzato rimane tale solo quando siamo seduti davanti alla televisione, mentre il turismo, tradizionale veicolo di contaminazioni culturali concrete, si è ristretto. L’orticello torna il centro del mondo e della cultura di massa. Ma attenzione, perché dietro la casa di ciascuno di noi potrebbe aggirarsi un cuoco-assassino, l’ultima frontiera della televisione dell’angoscia.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il fino a poco tempo fa “misterioso”, l’accordo sul commercio e sui servizi tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, il TTIP, si sta ora dispiegando in tutte le sue contraddizioni, dopo le anticipazioni dei leaks e la pubblicazione ufficiale del mandato negoziale. I punti caldi di questo accordo, contestato da centinaia di associazioni europee, sono il meccanismo di risoluzione delle dispute (l’Investor-State Dispute Settlement, ISDS) e l’agricoltura.

Contro il primo punto si sono scagliati soprattutto movimenti e uomini politici dell’Europa settentrionale: in Olanda, Germania, Francia non piacciono la privatizzazione della giustizia né la sottrazione della sovranità giuridica allo Stato, che equipara sostanzialmente una società multinazionale a un Paese. Si tratta di un meccanismo copiato da quello già esistente in ambito WTO e in base al quale, in questi anni, si sono moltiplicati i ricorsi di aziende che si considerano danneggiate da uno Stato. Per esempio il potente gruppo svedese Vattenfall, che gestisce due centrali nucleari nel Nord della Germania, nel 2014 ha intentato una causa al governo tedesco chiedendo un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari dopo che Berlino ha annunciato di voler rinunciare alla produzione di energia dall’atomo. In Sudamerica, la Philip Morris ha agito contro il governo uruguayano sostenendo che le rigorose norme antifumo applicate da Montevideo equivalgono sostanzialmente a un’espropriazione dei suoi investimenti e chiedendo un risarcimento di ben due miliardi di dollari. E l’ICSID, il tribunale presso la Banca Mondiale istituito dal WTO, ha ritenuto ammissibile la causa.

Sul fronte agricolo i timori riguardano – per esempio – l’invasione paventata di alimenti contenenti organismi geneticamente modificati. La recente direttiva UE che trasferisce ai singoli Stati la facoltà di approvare o vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio è da considerarsi come un indebolimento della linea europea comune. Soprattutto, renderà possibili azioni giudiziarie da parte delle lobby del transgenico contro i Paesi che non si apriranno ai loro prodotti. L’Italia, in particolare, rischia una perdita consistente del suo export agroalimentare di qualità sui mercati europei.

Se il modello che si applicherà per il TTIP sarà lo stesso dell’accordo con il Canada, lo scambio previsto non sarà affatto alla pari. A livello mondiale, infatti, l’Italia è il Paese con più marchi di tutela sull’alimentazione, ben 264. Marchi che in Nordamerica non sono riconosciuti: anzi, in USA e Canada per ogni prodotto tipico italiano esiste un clone, che però finora non poteva entrare nel mercato europeo. Il “modello Canada” prevede invece che i due contraenti l’accordo riconoscano reciprocamente i loro marchi: quindi d’ora in poi il prosciutto di San Daniele e quello di Parma potranno essere venduti con i loro nomi in Canada e non più con la precisazione “original ham”; nel frattempo, sul mercato europeo potranno arrivare i sedicenti prosciutti “San Daniele” e “di Parma” prodotti in America senza dover cambiare nome. Una concorrenza micidiale sui mercati europei perché questi prodotti, ovviamente, hanno un costo (e una qualità) inferiore rispetto ai nostri.

Sul tema della giustizia nei mesi scorsi è stata organizzata una consultazione online con cui formalmente si è data a cittadini e organizzazioni della società civile la possibilità di esprimersi sul trattato, in particolare sull’ISDS. Le risposte sono state 150.000, al 97% negative. Ora la nuova commissaria europea per il commercio Cecilia Malmström e l’intera Commissione UE vorrebbero liquidare il risultato essenzialmente in due modi: insinuare un possibile pilotaggio di ONG e associazioni che avrebbe alterato i risultati, e dichiarare che l’ISDS è perfettibile senza necessità di eliminarlo. Propongono dunque un “ISDS riformato”, che non ne cambi però la sostanza.

Si tratta di un tema delicatissimo, al punto che se l’ISDS saltasse gli Stati Uniti probabilmente perderebbero interesse nei confronti dell’intero accordo. La strategia di recupero potrebbe essere quella di dividere in due parti la mozione cui stava lavorando il Parlamento europeo: una sull’ISDS “riformato” e una sul resto del negoziato. Una soluzione che potrebbe ricompattare PPE e PSE, attualmente divisi.

Cina e India, le grandi escluse dalla “strategia del ragno” portata avanti da Washington attraverso accordi bilaterali, stanno nel frattempo dando segnali di vita in sede WTO, organizzazione che finora era stata paralizzata proprio dai Paesi BRICS. Paradossalmente una delle conseguenze della guerra dei trattati oggi in corso potrebbe essere un nuovo impulso del multi-bilaterale (cioè del WTO) promosso dagli Stati esclusi dagli accordi bilaterali. In realtà la partita è aperta. Il TTP, cioè l’accordo del Pacifico, è fermo per la frenata del Giappone, e negli Stati Uniti è cambiata maggioranza in Parlamento: non è scontato che i repubblicani approvino qualcosa che sta molto a cuore al presidente Obama.

Tornando all’Europa, il TTIP, che sarebbe problematico per i Paesi mediterranei come l’Italia, potrebbe invece rivelarsi vantaggioso per Stati come la Germania, sede di importanti gruppi industriali, o il Regno Unito, sede di grandi società di servizi bancari, finanziari e assicurativi. Perciò i sostenitori europei del Trattato stanno lavorando per cambiare qualcosa nella sua formula, senza però che ciò incida sulla sua essenza.

Questa manovra gattopardesca prevede anche il declassamento del TTIP a questione puramente tecnica e foriera di opportunità, mentre in realtà ci troviamo davanti a una colossale questione politica dai rischi ancora sottovalutati. Escludere la possibilità che un governo decida di cambiare rotta sull’energia, come accaduto alla Germania, o di tutelare la salute dei propri cittadini, come l’Uruguay, mette in gioco la sovranità nazionale e l’autorità delle massime istituzioni di Paesi democratici.

La logica più intrinseca agli accordi come il TTIP è, infatti, la cessione al mercato di quote rilevanti della sovranità popolare e democratica: il principio della libera concorrenza e la deregolamentazione prevalgono cioè su qualsiasi idea o proposta possa raccogliere consenso popolare. Se il trattato sarà firmato ci potremo dimenticare di referendum come quello sull’acqua, così come della “preferenza” per l’agricoltura a chilometro zero, i prodotti “OGM free” o il biologico. Ogni esaltazione delle caratteristiche positive di un prodotto diventerebbe automaticamente discriminatoria nei confronti di altri.

Il TTIP sta mutando, dunque, ma l’essenza rimane intatta: è un accordo sostanzialmente immodificabile e non può essere davvero migliorato. Anche perché da una parte lo sta negoziando un Paese, gli USA, dall’altra un conglomerato di 28 diversi Stati che non hanno un “interesse nazionale” comune e vedono prevalere gli interessi dei Paesi più forti. Quelli che dirigono l’orchestra e che, come si è già visto con la vicenda greca, non sono proprio sensibili al bene comune.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La partita a scacchi dell’IS per prendere il controllo del frantumato mondo sunnita continua a registrare successi. Le conquiste militari in Libia confermano che ormai nulla si può opporre alla forza degli uomini di Al-Baghdadi: un gruppo armato dai contorni molto più definiti rispetto ad Al-Qaida, una vera milizia che i commentatori nostrani continuano a definire “terrorista” nonostante stia combattendo sul terreno, assemblando nuovi pezzi di quell’entità territoriale che è stata ribattezzata “Califfato”.

È un retroterra, quello dell’IS, che si alimenta attraverso i canali tradizionali di finanziamento dell’estremismo sunnita armato (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Yemen), ma che sta costruendo una sua autonomia economica muovendosi sullo scenario mediorientale e nordafricano per conquistare il controllo del petrolio. Si tratta di un gruppo che sta combattendo una guerra territoriale ma che fa propaganda globale, minacciando di far sventolare drappi neri sul Vaticano: una propaganda che serve a reclutare “internazionalisti” e a incassare sostegni economici. Le minacce sono chiaramente una cortina fumogena e vengono considerate reali solo da qualche ministro degli Esteri improvvisato.

La Libia, fin dal 2011, era uno di quei “Paesi falliti” facili da conquistare oltre che ricchi di petrolio. Dopo la detronizzazione di Gheddafi, avvenuta senza che esistesse nessun piano per gestirne le conseguenze, lo Stato aveva cessato di esistere (almeno così come l’avevamo conosciuto fino a quel momento) ed era caduto preda del caos e delle scorribande di opposte bande armate, sostenute da diverse potenze straniere.

Eppure la situazione non turbava l’Occidente, fatta eccezione per i barconi di disperati in viaggio dalle coste libiche verso Lampedusa. Insomma, tutto bene tranne il fastidio dei clandestini. Ma è bastato l’affacciarsi degli jihadisti di Al-Baghdadi perché all’improvviso la Libia diventasse un problema internazionale degno di essere discusso dall’ONU, e sicuramente meritevole di un intervento militare urgente. Come nel 2011 con Gheddafi, come nel 2001 con l’Afghanistan, come nel 2003 in Iraq, come nel 2014 in Siria, anche stavolta qualcuno vorrebbe partire armati per mettere ordine, abbattere dittatori, occupare Paesi senza avere la minima idea di come uscirne, di che cosa succederà dopo. Una politica internazionale che è tale solo per modo di dire non può che produrre risultati sempre più negativi.

Le armi, e soprattutto i droni, nella testa di strateghi e politici sono diventati strumenti risolutivi non soltanto dal punto di vista militare ma anche da quello politico. Ma questa teoria viene regolarmente smentita al momento della verità, cioè quando i “Paesi canaglia” si disfano, si polverizzano, cadono nelle mani degli invasati di turno, sempre foraggiati da coloro che sulla carta sarebbero i “nostri” alleati.

Ora sarebbe di nuovo il turno della Libia che già non esiste più, divisa in due entità territoriali a loro volta frantumate da contrapposizioni di stampo più etnico che politico. Solo l’ENI resisteva, e forse per questo fino a ieri ci si comportava come se tutto stesse andando per il meglio. Ma quando i pozzi non pompano più petrolio per le nostre automobili e cominciano a rifornire il Califfato, allora le cose si mettono ufficialmente male.

L’ONU ormai dimenticata da tutti sarà di nuovo tirata in ballo. Ban ki-Moon farà il suo classico appello alla pace. Poi potrebbe ripartire all’improvviso la storia che conosciamo e che sta condannando interi popoli a regredire fino ai tempi dei Califfati veri. Noi però, come Europa, per l’ennesima volta non avremo il coraggio di darci una politica estera comune e credibile, di formulare una politica per il Mediterraneo che ne metta in sicurezza la sponda sud attraverso la cooperazione.

Il dramma della nostra politica estera è che, quando vuole guardare oltre i barconi, non ha più gli strumenti né per capire né per intervenire. Parla (e agisce) inevitabilmente a vanvera.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Tra gli Stati BRICS, l’India è quello che ancora deve affrontare le più grandi sfide sociali ed economiche. Un Paese-continente con un’impressionante biodiversità culturale. Un Paese spaccato in almeno tre mondi: quello rurale, quello delle grandi ricchezze e quello della modernità. L’unica potenza globale refrattaria all’ondata di globalizzazione degli anni ’90 e dei primi anni 2000 e lo Stato più agguerrito nel difendere l’economia nazionale, sempre tentata dall’autarchia.

La svolta economica introdotta dal nuovo premier Narendra Modi, che sta semplificando la spaventosa burocrazia statale e liberalizzando alcuni comparti economici, pare ora dirigersi a passi da gigante verso il più grande investimento mai effettuato da un Paese per adeguarsi alla rivoluzione digitale. Non si tratta semplicemente di tutelare e sostenere il comparto high-tech che si è sviluppato negli anni nella regione di Bangalore, bensì di lanciare la sfida tecnologica alla società nel suo complesso, quindi anche al dimenticato mondo rurale nel quale vive la maggioranza degli indiani. Il contesto è quello di un Paese per il quale la “lentezza” della crescita del PIL è ormai un ricordo. Quest’anno il prodotto interno lordo indiano dovrebbe aumentare del 6,3% e, secondo il FMI, tra due anni questa sarà l’economia a più rapida crescita del mondo.

Il piano Digital India del premier Modi prevede di offrire infrastrutture digitali a tutti, come servizio di pubblica utilità. Si prevedono infatti interventi per 18 miliardi di dollari USA per portare la fibra ottica in 250.000 villaggi e l’attivazione di reti di wi-fi pubblico nelle grandi città. Gli smartphone, attualmente posseduti da una minoranza di indiani, circa 60 milioni, si pensa potranno diventare 800 milioni nel 2025: cioè praticamente due a famiglia. Un’iniziativa che si potenzia con il piano Smart Cities, finalizzato a fornire soluzioni tecnologiche d’avanguardia alle prime 100 città del Paese.

Non solo internet, ovviamente. Si prevede anche un investimento massiccio sull’energia rinnovabile, con una produzione che dagli attuali 1,7 gigawatt dovrebbe passare a 43 gigawatt nel 2025. Lo stesso con il gas da fonti non convenzionali: dagli attuali 283 milioni di metri cubi all’anno tra dieci anni si arriverà a 6,7 miliardi. Sarebbe un grande sollievo per l’India, oggi terzo compratore mondiale di energia, che ha il 17% della popolazione mondiale ma possiede solo lo 0,6% delle riserve planetarie di greggio.

L’altra faccia di questa grande scommessa, che la celebre agenzia di consulenza aziendale McKinsey considera una vera e propria rivoluzione, è la fine della moratoria della ricerca nel campo degli OGM per migliorare la resa agricola. Il Paese della rivoluzione verde, quel mix di tecnologia, pesticidi e sementi ibride che negli anni ’60 cambiarono la faccia dell’agricoltura indiana, ora rischia di vedere scomparire progressivamente la biodiversità della produzione agricola in nome della sicurezza alimentare.

Sono queste le luci e le ombre di un piano di sviluppo di portata storica per l’India. La strategia di base è già stata corroborata da successi in altri luoghi, per esempio in Africa. La rivoluzione digitale, infatti, è in grado di fare saltare ai Paesi emergenti alcune tappe della strada a suo tempo percorsa dagli Stati industrializzati occidentali: tappe che fino a pochi anni fa sembravano obbligatore per raggiungere un alto livello di sviluppo. La tecnologia, insomma, offre scorciatoie che si sposano perfettamente con le esigenze dei Paesi oggi in bilico tra “primo” e “terzo mondo”. Così come i satelliti utilizzati per le telecomunicazioni hanno portato internet nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, senza dovere piantare un solo palo nel terreno, anche l’India vuole ora colmare il divario collegando i villaggi rurali del “Paese profondo” con il resto del mondo.

Difficile prevedere se l’India, come già ha fatto la Cina, riuscirà davvero a ridimensionare la povertà quasi ancestrale della sua popolazione e, al tempo stesso, a tenere coeso un Paese dalle proporzioni continentali.  Ma è proprio questa la sfida, tra mille contraddizioni e in un clima molto più turbolento rispetto a quello cinese: è la differenza che passa tra un regime autoritario e una democrazia, per quanto imperfetta.

L’India “inventata” e saccheggiata dagli inglesi, l’India autarchica e diffidente nei confronti del resto del mondo oggi comincia a mettersi in marcia, ponendosi obiettivi che soltanto i Paesi con il futuro davanti a sé possono immaginare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La senatrice a vita Elena Cattaneo torna su Repubblica per illustrare, a nome della scienza, quanto “perdiamo senza gli OGM”. Un chiodo fisso quello della nota ricercatrice, che continua a fare un ragionamento che contiene anche alcune verità, ma che crolla quando si arriva alle conclusioni.

Le verità riguardano il fatto che l’Italia (e l’Europa in generale), importa milioni di tonnellate di mangimi OGM dalle Americhe per l’alimentazione animale. La Sen. Cattaneo commenta che si toglie con i divieti la possibilità ai nostri agricoltori di essere concorrenziali sul mercato e alla scienza di potere “brevettare” specie OGM nostrane. La Sen. Cattaneo probabilmente non ha mai messo piede in campagna e non sa che le aziende agricole italiane hanno in media 7,9 ettari di terreno coltivabile a disposizione. E che su una dimensione così ridotta la coltura estensiva di cereali OGM o non OGM non è particolarmente redditizia.  E cioè che l’Italia da sempre e per sempre sarà dipendente dalle commodities agricole esportate dai paesi americani, OGM o non OGM.  Il deficit produttivo  dei paesi europei, con poche eccezioni, e la conseguente dipendenza dai cereali prodotti altrove ha radici antiche e si è sempre risolta con ciò che offre il mercato mondiale, controllato da 5 grandi produttori (Canada, USA, Argentina, Brasile, Australia). Nulla cambia, dal punto di vista quantitativo, se anche in Europa si converte la superficie cerealicola esistente agli OGM. Oltre al fatto che chi produce mais non ogm ha un prodotto di valore superiore sul mercato, per non parlare di chi produce mais bio.

Il secondo punto totalmente sottovalutato nella sua analisi è il ruolo delle multinazionali delle sementi: “sono già onnipresenti sul mercato non ogm, cosa cambia se lo sono anche su quello OGM”: Un ragionamento che non fa una piega secondo la logica appunto delle multinazionali, ma al quale bisogna opporsi con forza perché la molteplicità di soggetti e la possibilità della produzione delle sementi da parte dell’agricoltore (cosa che le multinazionali vorrebbero vietare) sono anche la garanzia della biodiversità agricola. I soggetti che controllano il mercato mondiale delle sementi (e della chimica associata all’agricoltura) sono 3-4 che non solo impongono standard e varietà, ma sono”di fatto” i proprietari del prodotto agricolo, protetto da copyright, espropriando il  coltivatore della paternità sul suo prodotto. L’agricoltura, nata come attività economica durante la rivoluzione  neolitica, si basa sulla premessa della sovranità dell’agricoltore sul suo prodotto. Nel mondo dell’agricoltura OGM il prodotto finale è coperto dai diritti di chi ha brevettato la semente. Una rivoluzione copernicana  contro la quale lottano i movimenti contadini dell’America Latina che hanno coniato lo slogan “per un’agricoltura con agricoltori”. L’opposizione all’agricoltura ogm, contrariamente a quanto pensa la Sen. Cattaneo, non si basa sugli aspetti scientifici circa le positività o negatività sull’uomo o sull’ambiente degli organismi geneticamente modificati (e ci sono fior di ricerche su questi aspetti che dicono che non è vero non abbiano effetti negativi), ma sul modello agricolo. Il mondo OGM al quale siamo invitati a partecipare in nome della scienza, è un mondo fatto da grandi soggetti multinazionali che vendono pochissime specie, anzi, un paio per ogni tipo di produzione. Un’agricoltura senza varietà né biodiversità, un’agricoltura ad altissimo rischio in caso di nuove malattie, un’agricoltura che fa a meno dell’agricoltore e che espelle contadini verso le città. Un’agricoltura che non risolve, come si vorrebbe fare capire, il problema della fame che è legato non al tipo di produzione, ma all’accesso al cibo.

Il dibattito sugli OGM comprende argomenti scientifici, ma anche economici e politici. Forse quest’ultimi sono estranei alla cultura scientifica della Sen. Cattaneo della quale ricordiamo il suo impegno come ricercatrice sulle staminali. Ecco, forse se ognuno parlasse delle cose che conosce sarebbe meglio.

Alfredo Somoza

 

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