Archivio per la categoria ‘America Latina’

Gli Achuar sono un’etnia che vive nel folto della grande foresta a cavallo tra Perù ed Ecuador, e per questo vittime designate ogni volta che si è riacceso il conflitto sui confini tra i due paesi andini, che ha già prodotto lungo il ‘900 due guerre, l’ultima nel 1995. I confini imposti dall’uomo bianco nel diciannovesimo secolo hanno diviso un popolo a metà e assegnato a ciascuna delle due parti una “nazionalità” diversa e contrapposta.

Le comunità Achuar ecuadoregne che vivono nella regione amazzonica dove si incontrano i fiumi Pastaza e Capahuari, vicino al confine con il Perù, stanno consolidando il controllo del loro territorio grazie al turismo, dimostrando in modo concreto che gli indigeni sono in grado di gestire l’immenso patrimonio naturale che in diversi paesi del Sud America come l’Ecuador, il Brasile e il Cile è stato loro riconosciuto dallo Stato. Il Kapawi Eco Lodge non è semplicemente uno dei tanti eco-aberghi nella foresta, è un progetto politico e uno strumento che genera risorse economiche per sostenere un processo di autodeterminazione. Tutta la filiera è di proprietà indigena, dall’agenzia a Quito, dove si vendono i pacchetti, all’aereo che porta i turisti nel cuore dell’Amazzonia, fino ovviamente all’albergo della foresta e alle guide locali.

Gli Achuar del Rio Pastaza dicono che quanta più gente verrà a conoscere l’Amazzonia in modo sostenibile, tanto più crescerà la coscienza ambientale e la conoscenza dei diritti delle etnie che vi vivono. Dicono anche di credere che la creazione di un santuario binazionale della natura possa porre fine alle ridicole dispute degli stati per confini tracciati sulla carta e unificare di nuovo un popolo diviso artificiosamente dalla storia. Il turismo, che spesso ha pesanti impatti culturali, economici ed ambientali e che alimenta in America Latina ogni sorta di squali locali e multinazionali, qui è invece parte di una strategia di resistenza e di sviluppo. Ogni tre mesi i gestori del sistema turistico si riuniscono con i consigli tribali della zona per decidere insieme quali opere finanziare con i profitti derivati dall’afflusso dei turisti. Parte dei ricavi serve per pagare gli studi dei ragazzi Achuar, che diventeranno guide, cuochi, manager turistici, ma anche medici, avvocati, ingegneri. Gli Achuar stanno dimostrando, nel cuore dell’Amazzonia, la validità dello slogan di Porto Alegre sull’”altra economia possibile” e ci ricordano quanto oggi le lotte di resistenza possono assumere forme inconsuete, sfruttando il mercato e mantenendo sempre saldi i valori dell’unità, dell’obiettivo condiviso, della partecipazione.

Alfredo Somoza

 

E’ l’ultima frontiera dei diritti ancora negati, è un’emergenza sociale che costa migliaia di vite umane ogni anno. Le violenze sulle donne sono una delle “eredità culturali”, se così si possono definire, più radicate nei secoli in società fortemente improntate sul ruolo predominante dei maschi, sull’elogio della forza e della virilità, sulla sottovalutazione, se non l’accettazione, delle violenze avvenute dentro le mura di casa. Negli ultimi anni la crescita del movimento femminista latinoamericano sta dando il via a una grande rivoluzione civile: in diversi paesi, le violenze contro le donne sono finalmente perseguibili. Si stanno infatti moltiplicando le legislazioni che tutelano e puniscono la violenza di genere in Sud America, ma la vera notizia è che finalmente in Centro America, la regione nella quale si registrano i più alti indici di violenze, le cose possono cambiare: il Parlamento nicaraguense, all’unanimità, ha detto sì alla “Ley Integral en contra de la Violencia hacia las Mujeres” che prevede la penalizzazione di tutte le forme di violenza nei confronti del genere femminile. Violenza e abusi non solamente fisici, ma anche psicologici, economici e lavorativi. Le pene previste vanno dai 15 anni di prigione per i casi di violenze fisica o psicologica fino ai 30 per “femminicidio”. Le femministe del Nicaragua, paese nel quale la violenza sessuale familiare è all’ordine del giorno, puntano anche al divieto dell’interruzione di gravidanza dovuta a violenza, e in Sud America, l’Argentina potrebbe essere il terzo paese del Continente, dopo il Canada e gli Stati Uniti, a rendere legale l’aborto. Dopo la restituzione della dignità e della giustizia alle vittime delle dittature, dopo la fine formale delle discriminazione su base etnica contro indios e afroamericani, dopo le campagne massicce sui diritti dell’infanzia, ora l’attenzione va alle donne. Una lotta spesso silenziosa soprattutto in paesi ad alto rischio come il Guatemala, dove si contano un migliaio circa di vittime di violenza di genere ogni anno e nel quale l’ Asociación de Mujeres de Guatemala organizza le sue “marchas silenciosas” per richiamare l’attenzione di un’opinione pubblica che fa fatica a riconoscere non solo gli aspetti più tragici del fenomeno, ma anche le umiliazioni silenziose, la violenze taciute, i soprusi più o meno legalizzati.

L’America latina si interroga oggi sul come sradicare pratiche quasi ancestrali di violenza di genere. Un tema rimasto tabù per troppo tempo nelle agende della politica, anche se sono state le donne le principali protagoniste di molte lotte per i diritti, si pensi ad esempio  alle madri degli scomparsi di tanti paese. Oggi le donne latinoamericane rivendicano e cominciano a segnare le prime vittorie politiche, perché anche su queste violazioni si possa scrivere “nunca más”, mai più.

Alfredo Somoza

(retrato de Mujer. Diego Rivera)

La grande crisi che si è abbattuta dal 2008 in poi su Europa e Stati Uniti per ora ha solo rallentato la crescita impetuosa delle cosiddette economie “emergenti”, e soprattutto degli alfieri del nuovo ordine internazionale multipolare, i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Le stime al ribasso della crescita della Cina e del Brasile non destano per ora troppe preoccupazioni, o comunque ne suscitano molte meno di quelle che riguardano l’Europa.

Il campanello d’allarme in America Latina, continente che continua a godere di un periodo positivo dal punto di vista economico grazie ai prezzi delle commodities e all’aggancio progressivo al mercato del Pacifico, riguarda invece la politica.  In Venezuela, dove il prossimo ottobre si voterà per eleggere il nuovo presidente, il principale punto del dibattito è la salute di Hugo Chávez che ha deciso di ripresentarsi, malgrado la gravità della sua malattia. La sua non appare una ricandidatura attribuibile a quella “aspirazione all’eternità” tipica dei populismi, quanto piuttosto alla constatazione che la rivoluzione bolivariana non ha prodotto una classe dirigente in grado di esprimere nuove leadership.

Non sarebbero pochi gli argomenti sui quali farsi venire nuove idee in Venezuela. Innanzitutto sul tema della persistenza della povertà di massa e dell’insicurezza generale che essa produce, pur dopo 13 anni di investimenti dello Stato. Oppure sul perdurare delle storiche dipendenze venezuelane dall’import di prodotti industriali e alimenti. Il candidato delle opposizioni, Capriles, non è totalmente fuori dai giochi, anche se ha già dovuto confermare, in caso di vittoria, il mantenimento di diverse politiche di welfare create da Chávez. Una situazione, quella dei liberisti che devono mantenere alcune conquiste sociali, molto frequente nell’America Latina degli ultimi anni.

In Paraguay invece c’è stato un golpe institucional contro il presidente Fernando Lugo. Lo scorso 22 giugno il Senato ha votato a favore della destituzione di Lugo per “cattiva gestione” in relazione ai gravissimi fatti che hanno visto la morte di 11 contadini e 6 poliziotti a Curuguaty durante l’operazione di sgombero di un’azienda agricola occupata da un mese dai senza terra. Il “giudizio politico”, previsto dalla Costituzione post-dittatura, si è concluso a tempo di record con la destituzione del presidente con un solo voto contrario. Dietro le quinte si registra la soddisfazione dei grandi proprietari terrieri che coltivano soia OGM, della parte conservatrice della Chiesa cattolica, e più in generale dei poteri forti. Il presidente-sacerdote è stato difeso solo dai colleghi alla guida dei Paesi del Mercosur, che hanno sospeso il Paraguay e minacciato ritorsioni senza ottenere però risultati concreti. Il mandato di Lugo sarebbe scaduto il prossimo mese di aprile: proprio per questo motivo è difficile interpretare il golpe che ha portato al potere il suo vice, esponente dello storico  Partito Colorado.

Il terzo campanello d’allarme arriva dal Messico, dove dopo 12 anni di governo del conservatore PAN torna al potere l’inossidabile PRI, il Partito della Rivoluzione Istituzionale che aveva governato il Messico nei precedenti… 70 anni! La sinistra ancora una volta non è riuscita a vincere, confermando che il Paese confinante con gli Stati Uniti continua a rimanere estraneo all’ondata di rinnovamento che, ormai da un decennio, ha investito la politica latinoamericana, determinando anche gli equilibri del Centro del continente. Un ritorno dei “dinosauri”, dunque, che in realtà non sono mai scomparsi. Sono solo rimasti in agguato cercando di riproporsi, come in Messico, con facce più giovani e  telegeniche.

Altri fronti di preoccupazione sono la situazione stagnante di Cuba, dopo le aperture dell’anno scorso, e la crisi sull’economia che sta determinando il blocco del mercato dei cambi in Argentina.

Se ne potrebbe dedurre che in America Latina si sta voltando pagina di nuovo, ma sarebbe una conclusione errata. L’architrave dei cambiamenti in corso, e soprattutto del nuovo posizionamento internazionale dell’America Latina (equidistante da Stati Uniti e Europa, in veloce avvicinamento all’Africa e all’Asia e con alleanze regionali via via più ambiziose) è stato il Brasile di Lula e oggi di Dilma Rousseff. L’asse Lula-Chávez-Kirchner-Bachelet è stato decisivo nella messa in moto di queste dinamiche: poi si sono aggiunti Morales, Correa, Lugo, Vázquez. Alcuni processi avviati durante quella stagione sono ormai irreversibili. Primi fra tutti la diversificazione dei mercati internazionali e l’autonomia politica dagli Stati Uniti. Altri caposaldi non si discutono: il neo-conservatore Piñera in Cile ha dovuto confermare buona parte del welfare ereditato dal centrosinistra. Lo stesso, come si è detto, si è impegnato a fare in caso di vittoria Capriles in Venezuela.

Ultimo ma non meno importate, la democrazia come sistema di governo si è ormai consolidata nella regione: tanto che sono stati gli stessi Paesi latinoamericani a intervenire per bloccare diversi tentativi di sovvertimento dell’ordine democratico. Con l’eccezione del pasticcio paraguayano. Ora siamo alla “seconda generazione” di politici: qui cominciano le difficoltà e si distinguono i leader carismatici che hanno lavorato per preparare la propria successione e quelli che non lo hanno fatto. La differenza che passa tra Lula e Chávez.

Se il livello di partecipazione della società civile resterà alto come in questi anni, sicuramente sarà possibile garantire la continuità di politiche che si sono dimostrate molto efficaci nel ridurre la povertà e garantire i diritti. Anche se poco noto, oggi nel continente sudamericano molti paesi hanno legiferato in favore dei matrimoni gay, hanno sancito il diritto al cambiamento di sesso, al testamento biologico. Hanno legalizzato le droghe leggere. La povertà è calata in generale, ma soprattutto in Brasile, storico serbatoio della disperazione sociale, dove decine di milioni di ex-poveri si sono avvicinati ai ceti medi. Ma sarà l’andamento dell’economia, che qui ancora “gira”, a permettere il sostegno delle politiche espansive e ridistributive applicate negli anni scorsi. Quando bisognava uscire dalle macerie lasciate dal neoliberismo degli anni ’90. Quelle politiche che i Paesi latini si sono potuti permettere dopo la rottura politica con il Fondo Monetario Internazionale e le sue ricette recessive sempre uguali, oggi riproposte in Grecia e Spagna.

L’America Latina ha ancora margini incredibilmente grandi per crescere riducendo le ingiustizie sociali. Purché a guidare il continente non sia l’economia ma la politica (oggi presa a bersaglio in Europa), proprio come è accaduto negli ultimi 10 anni. In questa parte del mondo il governo della finanza senza mediazione politica è già stato sperimentato: nessuno sano di mente potrebbe oggi proporre agli elettori di tornarci.

Alfredo Somoza

Il PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale del Messico è stato più che un partito lungo il ‘900, è stata la monolitica colonna portante di un paese che in quel periodo si affermava come potenza regionale. Nato nel 1929 per trovare un posto nelle istituzioni ai rivoluzionari, secondo le malelingue da qui deriva il “rivoluzionario istituzionale”, oppure per garantire la continuità dei principi della rivoluzione messicana, secondo la retorica ufficiale, il PRI è stato il partito-stato dalle mille contraddizioni lungo 70 anni ininterrotti di potere. Solo il PCUS sovietico ha avuto una così lunga storia, con la differenza che però il PCUS è scomparso nel 1991, mentre il PRI sta per tornare al potere tra poche ore.

Il PRI è stato a lungo un partito nazionalista, fortemente statalista, schierato internazionalmente contro gli Stati Uniti e terra di rifugio per i profughi politici del Sud America. E’ stato anche repressore sanguinario delle rivolte studentesche del ’68, casa di tutte le corruzioni, neoliberista e populista. La somma dei vizi e delle virtù dei messicani per decenni. La migliore definizione sul Messico governato dal PRI è stata data dal Nobel Mario Vargas Llosa che lo definiva la “dittatura perfetta”.

Quanto il PRI ha dovuto cedere la mano al conservatore PAN nel 2000 lo fece con lo spirito di prendersi del tempo per riorganizzarsi  in attesa di tornare al potere. Dopo 12 anni, la parentesi si sta chiudendo questo weekend. Nel frattempo il PRI si è rinnovato, almeno generazionalmente, è entrato nell’Internazionale Socialista, e ha ripreso un linguaggio più consono alla tradizione progressista delle origini. Per i messicani, si tratterà di un ritorno a un passato ricordato oggi quasi con nostalgia. Da quando il PRI è all’opposizione il paese è precipitato nella crisi economica e soprattutto ha imboccato una strada di scontro frontale con i cartelli della droga sfociato in una vera e propria guerra civile. I messicani sono oggi sfiancati da uno scontro armato che è costato 5000 vittime negli ultimi 3 anni e stanno perdendo la speranza in un futuro migliore, a differenza della maggioranza dei latinoamericani. Nessuno si sogna che il ritorno al potere del vecchio dinosauro del PRI possa porre rimedio a questa situazione, ma anche senza dirlo, molti voteranno perché “in passato si stava meglio”. Nostalgie di uno stato forte, padrone dell’economia e del lavoro, che ridistribuiva i proventi del petrolio e che rendeva orgogliosi i messicani nel mondo. Una tendenza che non solo in Messico si fa avanti, e grazie alla quale gli avanzi della vecchia politica riescono a riciclarsi. Se a questo aggiungiamo il folklore e le bandiere sventolate di Pancho villa ed Emiliano Zapata, la frittata è fatta. Il PRI che torna al potere è una speranza per tanta parte della vecchia politica, purtroppo difficilmente cambierà in meglio la situazione dei messicani.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Molti pensavano che avrebbero chiuso dopo poco tempo, invece sono ancora aperte. Le fabbriche recuperate, ormai quasi un marchio di qualità sociale, sono state la risposta alla fuga di imprenditori con pochi scrupoli. Quelli che avevano preferito la speculazione alla produzione. Quelli che erano scappati con il malloppo a cavallo della grande crisi che colpì l’Argentina nel 2001. Gli operai che si sono trovati all’improvviso senza più il “padrone”, con mesi e mesi di stipendi non incassati e con il fantasma della disoccupazione a vita appena fuori dalla porta, si sono dovuti improvvisare imprenditori, garantendo la continuità della produzione.

Le fabbriche recuperate hanno ispirato la promulgazione di leggi favorevoli, che permettevano allo Stato di espropriare le aziende (per esempio in seguito al mancato versamento delle tasse) per poi consegnarle ai lavoratori costituitisi in cooperative. Tra mille difficoltà, un movimento improvvisato si è articolato consolidandosi con il passare degli anni. Oggi il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate è forte di 250 stabilimenti associati nei quali si produce di tutto, dalle piastrelle alle divise scolastiche, dai libri ai grissini. A questo movimento si affianca quello delle imprese recuperate, che include anche attività del terziario, come ad esempio l’Hotel Bauen, un 5 stelle nel cuore di Buenos Aires che era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1978 e che oggi è gestito da una cooperativa di lavoratori che lo hanno salvato dal fallimento.

Il movimento sudamericano delle fabbriche recuperate è stato riscoperto in questi mesi. C’è chi pensa che sia un esempio che prima o poi si rivelerà utile all’Europa in crisi profonda. In Argentina questo movimento ha avuto un’incidenza molto modesta sulla ripresa economica, ma il suo peso simbolico e politico è stato notevolissimo. I lavoratori delle imprese recuperate sono stati il simbolo di una società che ha ritrovato le sue priorità politiche dopo decenni drogati dai consumi facili, a discapito di una cultura della produzione e del lavoro. C’è voluto il default, ma la lezione degli operai che non hanno voluto abbandonare i loro posti di lavoro quando tutto il mondo crollava loro addosso è servita a iniettare speranza: ce la si poteva fare a uscire dalla crisi e dall’improvvisa miseria.

Anche la classe politica del dopo-default è stata fortemente influenzata dall’esperienza delle fabbriche recuperate. La politica di sostegno e di protezione dell’industria nazionale non è oggi negoziabile, anche a costo di subire le frequenti critiche degli organismi internazionali, che continuano imperterriti a sostenere posizioni nelle quali sempre meno Paesi credono. L’Argentina non è più sicuramente uno Stato campione del liberismo come negli anni Novanta, eppure la produzione industriale continua a crescere da quasi dieci anni a un ritmo orientale. Non è industria di avanguardia, come quella tedesca o anche brasiliana, non ci sono stati grandi investimenti infrastrutturali, si produce quasi esclusivamente per il mercato interno, ma le fabbriche sono attive.

Sono quelle stesse fabbriche che furono create dagli immigrati italiani, spagnoli, tedeschi agli inizi del Novecento e nelle quali si formò una classe operaia che fu la protagonista delle grandi trasformazioni del Paese, e anche della sua ricchezza. Nel 2001, quando in Argentina non si produceva nulla e si comprava tutto all’estero, un Paese nel quale l’unica occupazione giovanile era lavorare nel delivery di pizze a domicilio, gli ultimi operai veri, quelli delle catene di montaggio e della meccanica, hanno lanciato la loro sfida. Si sono riappropriati della loro fonte di lavoro e l’hanno difesa con le unghie e con i denti. È stato l’inizio di un’altra storia, e oggi nessuno tornerebbe più indietro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La presidente del Brasile Dilma Rousseff ha appena ratificato la Strategia Nazionale per la Difesa (END) elaborata nel 2008 dal suo predecessore, Lula da Silva, e ha annunciato la disponibilità di circa 35 miliardi di dollari da investire per far diventare il Paese una potenza regionale anche sotto il profilo militare, e non solo economico.
Il piano non si limita a prevedere i “tradizionali” acquisti di armi dall’estero (una scelta fatta per esempio dal vicino Venezuela), ma punta a dotare il Brasile di un vero e proprio complesso industriale militare. La differenza sostanziale con le vecchie e nuove potenze occidentali è che il Paese sudamericano non intende sviluppare un apparato militare finalizzato a ipotesi di intervento all’estero, ma lavora in chiave essenzialmente difensiva.

Un Paese che per superficie è il quinto al mondo (e tra pochi anni occuperà la stessa posizione anche per consistenza economica) è per natura assai impegnativo da proteggere. Ciò che i brasiliani temono veramente sono i futuri appetiti di altri Paesi sulle loro due frontiere economiche più strategiche: la foresta amazzonica e i giganteschi giacimenti di petrolio off-shore al largo delle coste atlantiche.
Le riserve di petrolio della cosiddetta “Amazzonia blu”, nella piattaforma oceanica continentale del Brasile, 200 km al largo delle coste tra Rio de Janeiro e San Paolo, sono infatti stimate in 100 miliardi di barili. Il loro sfruttamento tra qualche anno porterà il Brasile nel plotone di testa delle potenze petrolifere: in uno scenario futuribile caratterizzato dalla “carestia di combustibili”, sarebbe difficile difenderlo senza un’adeguata forza navale.

L’Amazzonia è l’altro focus della visione geopolitica brasiliana, un tema che quasi ossessiona le autorità del gigante sudamericano. Si tratta di un ecosistema che, solo nella sua parte brasiliana, è grande quanto l’Europa e racchiude buona parte della biodiversità naturale terrestre, oltre a importanti riserve di metalli, legname e a tantissima acqua dolce. Questa gigantesca foresta primaria, divisa tra 8 Stati indipendenti e una colonia francese, oggi da un lato è al centro del traffico di cocaina, e dall’altro è meta dei viaggi di consiglieri militari USA (e di dubbi scienziati che catalogano le specie naturali, non sempre solo per studiarle). Da decenni il Brasile teme che l’Amazzonia possa essere dichiarata “bene dell’umanità” e sottratta alla sovranità dei Paesi sudamericani. Per scongiurare questo scenario si sta dotando di una rete di videosorveglianza satellitare del territorio e presto costruirà sommergibili nucleari di piccole dimensioni in grado di pattugliare il Rio delle Amazzoni.

La nuova dottrina strategica brasiliana rappresenta la prima ricaduta militare dei cambiamenti nei rapporti internazionali. Anticipa scenari di conflitti futuri aventi come oggetto il controllo delle materie prime energetiche, della biodiversità, dell’acqua dolce: risorse che la cecità del nostro modello di consumo sta esaurendo inesorabilmente. La congiuntura internazionale, per la prima volta in molti secoli, ricomincia infatti a premiare chi dispone di vaste risorse naturali. Ai tempi del colonialismo, per il Sud del mondo questa fu una maledizione, e per buona parte dell’Africa lo è ancora adesso. Ma oggi per il Brasile è un momento magico.

Perché la popolazione possa trarre stabili benefici da questa situazione, secondo i brasiliani è indispensabile avviare una massiccia politica di modernizzazione dell’esercito in chiave difensiva. Opinabile o meno che sia questa scelta, a Brasilia procedono spediti: c’è già chi ipotizza che la forza militare che si metterà in piedi nei prossimi anni servirà anche per tutelare la sovranità degli altri Paesi sudamericani. USA, Francia e Regno Unito sono avvertiti.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Si è appena ripetuta all’Avana, per la seconda volta, la strana legittimazione di un governo socialista da parte del Vaticano. La visita di papa Ratzinger a Cuba, preceduta nel 1998 da quella di papa Wojtyla, rappresenta infatti l’unico viaggio ufficiale di un capo di Stato non latinoamericano in un Paese che i leader occidentali evitano da molto tempo.

Per il Vaticano, l’isola caraibica è una pedina importantissima nel tentativo di recupero dei fedeli nel suo più grande serbatoio, l’America: del miliardo e cento milioni di cattolici al mondo, oltre 500 milioni vivono nel nuovo continente. È qui, dunque, che si gioca il futuro della chiesa di Roma. Qui ormai si giocano gli equilibri politici di una Chiesa che, secondo molto analisti, non potrà fare a meno di darsi un papa latinoamericano non appena sarà possibile.

Il problema, per il papato, è che in America Latina la Chiesa sta subendo un processo di allontanamento dei fedeli che assomiglia sempre più a una frana. Le varie confessioni cristiane riformate ( come gli evangelisti e i pentecostali) e le “nuove” religioni nate negli Stati Uniti (i mormoni e i testimoni di Geova) stanno erodendo il bacino dei cattolici, e in alcuni Paesi centroamericani sono ormai maggioritarie. Il “gregge” di queste chiese ammonta 200 milioni di fedeli: un numero enorme, tale da contendere al cattolicesimo il primato religioso continentale. Non va sottovalutato il fatto che, in molte realtà, queste chiese hanno assunto un ruolo politico attivo.

La causa di questo cedimento cattolico va cercata nell’azione politica dei due papi che si sono recati a Cuba. Negli anni ’80, proprio Wojtyla e Ratzinger furono infatti i demolitori di quella corrente popolare della Chiesa cattolica conosciuta come la “teologia della liberazione”: una riflessione teologica che aveva portato la Chiesa, storicamente a fianco ai potenti, a immedesimarsi e coinvolgersi nelle lotte dei poveri, dei senza terra, delle minoranze etniche.

I vescovi che aderivano a quella corrente furono rimossi uno a uno durante il papato di Wojtyla, mentre si aprivano di nuovo le gerarchie a esponenti conservatori e all’aggressività dell’Opus Dei. Dopo la morte di Giovanni Paolo II le cose non sono cambiate: in America Latina oggi la Chiesa cattolica è conservatrice e, soprattutto, lontana dai poveri, che però proprio negli anni ’80 si sono moltiplicati. Si è aperto così un terreno di caccia per le altre confessioni cristiane, che si sono insediate nei quartieri più disagiati. Gli stessi dove magari le chiese cattoliche si stavano svuotando.

Il vero senso della visita dei papi a Cuba va quindi interpretato alla luce di questi dati. Nell’isola di Castro la rivoluzione non ha mai perseguitato la Chiesa cattolica e nemmeno la religione afrocubana. L’unico vero divieto ha riguardato le religioni provenienti dagli Stati Uniti. Ecco perché Cuba è oggi, paradossalmente, il Paese più cattolico del continente. Ecco perché proprio da qui il Vaticano conta di ripartire con una nuova evangelizzazione.

Per Fidel, invece, la visita del papa è una garanzia dell’impegno del Vaticano affinché la transizione a Cuba avvenga in modo ordinato e pacifico. Insomma, perché quando per motivi anagrafici ci sarà un’altra dirigenza, il Vaticano agisca come forza di mediazione. Per il leader cubano, dunque, il conservatore papa Ratzinger si configura come un alleato e non come un nemico. Le questioni spirituali rimangono sullo sfondo, molto sullo sfondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Ormai sono pochi lembi di territorio quasi dimenticati, ma i loro nomi riportano ai secoli di splendore della più grande potenza marinara di tutti i tempi, la Gran Bretagna del XVI secolo, quella di Elisabetta I e sir Francis Drake. Isolette sperdute negli oceani, in sé di scarsissimo interesse economico, che però erano fondamentali per garantire il totale dominio dei mari ai velieri di Sua Maestà. Londra divenne grande quando riuscì ad assicurare ovunque la libera circolazione delle proprie navi: le isolette caraibiche, Hong Kong, la rocca di Gibilterra, Sant’Elena, le Pitcairn dovevano essere difese con le unghie e con i denti perché si trovavano esattamente negli spartiacque oceanici o a difesa di mari interni ricchi di opportunità per le merci inglesi.

Oggi alcuni di questi territori sono stati riconsegnati ai legittimi proprietari, come Hong Kong; altri sono stati incorporati d’ufficio nell’elenco dei possedimenti d’oltremare dell’ex impero. Rimangono però alcune “colonie” che continuano a generare conflitti. Gibilterra è sempre in cima ai pensieri di ogni governo spagnolo: non si capisce infatti quale senso possa avere oggi per la Gran Bretagna mantenere una base navale dentro un Paese, la Spagna, che appartiene allo stesso spazio politico, l’Unione Europea. Nei Caraibi la disputa riguarda i tentativi di mettere sotto controllo i paradisi fiscali, ma sulle isole Cayman il Regno Unito non vuole ascoltare ragioni.

In fondo all’Atlantico meridionale si trova invece l’arcipelago più costoso per Londra, quelle isole strappate all’Argentina nel 1833 e che portano due nomi, Falklands e Malvinas, a seconda di chi le nomina. Per la loro sovranità nel 1982 Argentina e Gran Bretagna combatterono una guerra che si chiuse con la vittoria inglese e un bilancio totale di un migliaio di morti. La dittatura argentina crollò dopo la sconfitta militare, mentre dall’altra parte dell’oceano la signora Thatcher si assicurò un regno lungo e stabile.

A 30 anni di distanza, di Falklands-Malvinas si torna a parlare: questione di diritti di pesca e di estrazione del petrolio che, ormai si sa, sotto quei fondali riposa in abbondanza. Insomma, le isole sono tornate strategiche, per fortuna senza che si possa ipotizzare seriamente un conflitto armato.

Questa volta i ruoli sono invertiti: Buenos Aires, in base alle risoluzione ONU, chiede un tavolo per discutere di sovranità e soprattutto di affari; Londra invece reagisce con toni militareschi e spedisce navi e uomini in capo al mondo.

L’andamento della crisi delle Falklands-Malvinas potrà essere un interessante indicatore dello stato attuale dei rapporti di forza sullo scacchiere planetario. Anche perché questa volta i Paesi latinoamericani sono solidali tra loro, nel G20 hanno un peso non irrilevante e anche gli Stati Uniti sono per il dialogo. Forse in questo mondo post-bipolare sono maturi i tempi per chiudere definitivamente le ferite del passato coloniale e per ipotizzare nuovi partenariati tra ex-rivali. Questa volta, però, tocca al Regno Unito essere all’altezza della sfida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’unione fa ancora la forza

Pubblicato: 15 dicembre 2011 in America Latina
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L’incrinatura che si è prodotta all’interno dell’Unione Europea tra Gran Bretagna da un lato e Francia e Germania dall’altro è l’indicatore di un più vasto sentimento anti-europeistico, cavalcato dai conservatori, che tradotto in volgare si potrebbe leggere come il più classico “si salvi chi può”.

Dal Belgio ormai di fatto diviso tra fiamminghi e valloni, ai nazionalismi spagnoli in forte crescita, fino ai deliri padani, in Europa avanza un sentimento isolazionista che in passato è stato foriero di terribili sciagure belliche. Nel resto del mondo, però, c’è chi crede ancora che l’unione faccia la forza. Dopo il vertice APEC alle Hawaii, nel quale si sono fatti importanti passi avanti sulla via della creazione di un’area di libero scambio tra i Paesi affacciati sull’Oceano Pacifico, la settimana scorsa a Caracas è nato il CELAC, la Comunità di Stati dell’America Latina e dei Caraibi.

Il CELAC è figlio della volontà di 24 Paesi della regione che, per la prima volta, hanno creato un organismo panamericano che esclude Stati Uniti e Canada. Il disegno politico è chiaro, mandare in soffitta l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il club creato dagli Stati Uniti nel 1890 con sede a Washington. Storicamente l’OSA ha legittimato interventi armati e colpi di Stato, facendo sempre e solo gli interessi di Washington, come quando, nel 1962,  espulse Cuba. Non a caso è stato ribattezzato “dipartimento per le colonie” degli Stati Uniti.

Il nuovo Forum dovrebbe invece diventare il garante delle regole democratiche, intervenendo a sostegno dei governi legittimamente eletti qualora siano in pericolo. Ma il CELAC si pone anche l’obiettivo di diventare un forum regionale nel quale discutere su problemi comuni in materia economica: questo ha subito interessato la Cina, che si è congratulata per la nascita del nuovo soggetto politico.

Il CELAC arriva dopo oltre 10 anni di latitanza politica degli Stati Uniti, che hanno spostato tutte le loro priorità internazionali in Medio Oriente. E arriva dopo un periodo di crescita economica dell’America Latina che, per la prima volta, è stato accompagnato da una ridistribuzione del reddito. I dati rilevati dall’autorevole rapporto 2011 del CEPAL (la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) certificano che i poveri, nonostante la crisi mondiale, hanno raggiunto la soglia più bassa degli ultimi 20 anni, e che nel 2012 il loro numero continuerà a ridursi. Nell’ultimo decennio sono scesi dal 31 al 17% della popolazione totale, mentre la fascia di estrema povertà è precipitata dal 22 al 12%.

Si tratta di risultati dovuti in buona misura al positivo ciclo economico delle materie prime e al risveglio del gigante brasiliano. Ma bisogna aggiungere che tutto ciò non si sarebbe mai verificato senza i governi progressisti che, nell’ultimo periodo, hanno governato praticamente tutta la regione.

La ricetta della nuova America Latina in questi anni è stata semplice: sostegno convinto alla crescita economica, contenimento della spesa statale parassitaria, investimento sull’educazione, apertura al mondo, alleanze con le altre zone del Sud del pianeta, ripristino o invenzione del welfare, ridistribuzione della ricchezza attraverso la fiscalità. Tutte misure dettate con urgenza dall’implosione del modello neoliberista alla fine degli anni ’90 e dal suo seguito di iniquità sociale, di precarietà, di economia a favore dei poteri forti, di privatizzazioni contro i cittadini.

Oggi l’America Latina, che pure continua ad avere grandi problemi, può fare un primo e sostanzialmente positivo bilancio di un decennio di politiche che hanno saputo tenere in buona salute i dati macroeconomici, introducendo però una dimensione sociale sconosciuta agli economisti di Chicago. L’esatto contrario di quanto si vuole fare in Europa. Peccato, non sempre la storia insegna.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

Autorizzato il trasferimento in patria dopo oltre vent’anni. Lo attende una sentenza in contumacia a oltre 60 di carcere per tre omicidi. Dagli Usa era stato consegnato a Parigi per scontare una condanna per riciclaggio

 

Il generale Manuel Noriega, sopranominato faccia d’ananas per il viso butterato, è stato l’uomo forte del Panama tra il 1983 e il 1989 in virtù dei suoi rapporti stretti con gli Stati Uniti. Uno dei tanti dittatori di quelle che una volta si definivano le repubbliche delle banane, sostenuto da Washington che lo aveva sul libro paga della CIA. Noriega, prima ancora di diventare dittatore del Panama, era stato uno dei personaggi centrali dell’affaire Iran-contras-gate che consisteva nella triangolazione tra fondi riservati della CIA, cocaina e armi per i controrivoluzionari nicaraguensi e per l’opposizione iraniana. Tutte operazioni vietate dal Parlamento di Washington ai tempi di Ronald Reagan, ma gestite addirittura dal colonnello Oliver North dell’esercito.

Come presidente, Noriega si è contraddistinto per la crudeltà e la corruzione, ma dalla sua rottura con gli Stati Uniti, anche per le posizioni fortemente nazionaliste e antiamericane. Una macchietta triste di quel periodo della storia latinoamericana che pare ormai sia alle spalle. La sua caduta, dovuta al fatto che Noriega si era convinto di avere acquisito un’immunità omnicomprensiva dopo anni di servizio agli Stati Uniti, coincide con l’ultimo intervento militare armato dei marines in Centro America. Nel 1989, con l’Operazione Giusta Causa, uno dei tanti nomi grotteschi utilizzati dal Pentagono quando è obbligato a rimuovere una scheggia impazzita, Noriega passò velocemente da risorsa strategica a scoria, e venne trattato di seguito come tale.

Alfredo Somoza per Popolare Network