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La vittoria dell’opposizione venezuelana, dopo la sconfitta lo scorso mese in Argentina del peronismo kirchnerista, ci racconta l’inizio della fine di un ciclo storico caratterizzato da un mix di intervento pubblico, welfare, ridistribuzione del reddito, diritti civili e neo-populismo che aveva conquistato il Sud America dopo i fallimenti delle destre. Da Caracas a La Paz, da Buenos Aires a Quito e in buona parte anche a Brasilia, si erano affermati governi guidati da figure carismatiche, reduci da sconfitte inenarrabili e che mai si sarebbe potuto immaginare fossero diventati presidenti dei loro paesi. Lula, Chavez, Kirchner, Morales, Correa hanno dato un volto e un nuovo protagonismo al subcontinente americano scrivendo pagine storiche come la rottura del monopolio dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti e l’Europa, il processo di unificazione politica ed economica Sud-Sud, la primavera dei diritti civili. Oggi queste esperienze man mano stanno andando ad esaurirsi per una serie di motivi interni ed esterni. A livello macro, il ciclo particolarmente vantaggioso per i produttori di materie prime, come lo sono tutti i paesi latinoamericani, è entrato in crisi con il rallentamento dell’economia cinese. I proventi delle tasse sulla soia, la carne, il petrolio, i minerali avevano finanziato welfare, politica estera, riforme lavorative e pensionistiche. Il Venezuela dei tempi d’oro di Chavez, che si poteva permettere di sostenere Cuba e Nicaragua vendendo loro sottocosto il petrolio, oggi deve fare i conti con un prezzo del greggio che è un quarto rispetto a 5 anni fa. I fattori interni del declino sono invece insiti nel modello politico basato sulla figura carismatica di un leader, spesso senza una struttura partitica vera alle spalle. Nepotismo, corruzione, rigurgiti autoritari e poca trasparenza sono la cifra di quasi tutte queste esperienze nella loro fase declinante. La madre di tutti i fallimenti è stata però la mancanza di ricambio, legittimata da riforme continue delle costituzioni per permettere il perpetuarsi al comando. Le seconde generazioni designate da  Kirchner  e da Chavez, sono state un fallimento e il momento magico è ormai  svanito.

Cosa resterà di questa stagione politica? Probabilmente molto, nel senso che i diritti acquisiti, il ruolo dello Stato e il protagonismo popolare, non si possono cancellare facilmente e anche se, come sta capitando, ci sarà un ritorno di forze politiche legate agli anni del neoliberismo, non si potranno ripetere gli scenari degli anni ’90, quando un intero continente fu regalato ai grandi capitali, mentre venivano cancellati i diritti dei lavoratori. Il ricambio democratico è sempre salutare quando va a scrostare situazioni nelle quali populismo e corruzione sono diventati un cocktail micidiale. Ma resta il dubbio sul futuro, e cioè sulla natura di quelle forze storicamente di destra che tornano al potere. Il dubbio cioè se hanno capito la lezione dei loro passati fallimenti e se hanno stemperato la loro naturale tendenza a promettere ai poveri per dare ai ricchi.

La ruota della storia si è messa a girare di nuovo in Sud America, un continente ormai ancorato alla democrazia. E’ in democrazia che sono avvenuti i grandi cambiamenti dell’ultimo decennio. Questo è un patrimonio inestimabile e la condizione perché si possa ripetere in futuro un’altra tornata progressista.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Quest’inverno sarà caratterizzato a livello mondiale dall’influenza del Niño, un fenomeno climatico individuato per la prima volta dai pescatori peruviani, che segnalavano un anomalo riscaldamento delle acque del Pacifico centrale a ridosso del Natale: si spiega così il nome El Niño, riferito al Bambin Gesù. Questo aumento delle temperature nell’oceano più grande della Terra, che si verifica all’incirca ogni 5 anni, ha come conseguenze piogge, nevicate abbondanti e alluvioni. La siccità, invece, è l’effetto caratteristico del fenomeno speculare, cioè l’abbassamento anomalo della temperatura del Pacifico, chiamato La Niña.

La scienza ha soltanto accertato che Niño e Niña sono provocati dall’interferenza tra due diverse tipologie di onde che spazzano il Pacifico in sensi tra loro opposti, favorendo lo spostamento di enormi masse d’acqua: ciò determina l’aumento oppure la diminuzione della temperatura di vaste zone dell’oceano. Tuttavia, non è stata individuata con certezza la causa prima del problema. Il “bambino” e la “bambina” rientrano in quella zona d’ombra sui meccanismi climatici che ancora non riusciamo a spiegare. Malgrado l’incertezza, c’è chi li addebita (ingiustamente) al più vasto fenomeno del cambiamento climatico, provocato dalle emissioni di CO2. Circa le cause di quest’ultimo, invece, non ci sono più dubbi sul ruolo negativo giocato dall’uomo… sebbene qualche sparuto ricercatore scientifico, magari sovvenzionato dall’industria petrolifera, continui ancora ad affermare il contrario.

Non solo la politica a livello globale è impazzita, ma il caos si affaccia in modo prepotente anche sui delicati equilibri della natura. Molti diranno che si tratta di cicli che cambiano, che nella storia della Terra ci sono state transizioni molto più radicali e traumatiche, con la scomparsa di interi mondi animali e vegetali. Ma ciò non basta a spiegare ciò che sta accadendo oggi. Al netto dei cicli della natura, l’uomo sta incidendo pesantemente sul clima: lo dice la scienza e lo dice il buon senso.

Negli ultimi 5 anni, secondo il Worldwatch Institute 140 milioni di persone hanno abbandonato le loro terre per sfuggire a disastri naturali connessi al clima. E sono in veloce aumento i conflitti per il controllo dei pascoli, dei suoli fertili, delle risorse idriche.

Mentre la crisi di leadership politica globale priva il mondo di una regia su temi puntuali, come la stessa lotta al cambiamento climatico o la risoluzione pacifica dei conflitti, il groviglio di problemi che spesso si concentrano in una stessa area geografica si fa sempre più inestricabile. Oggi, in tutti gli scenari di guerra sono presenti lotte per la terra, per le risorse naturali e per l’acqua, più o meno sovrapposte ad altre cause di scontro.

In realtà, non tutti sono rimasti paralizzati davanti a questo “crescendo problematico”. Tra settembre e ottobre, il Food Index della FAO ha registrato un rialzo del 4% dei prezzi degli alimentari. El Niño, che finora era stato ignorato dai mercati, comincia a preoccupare soprattutto per la ricaduta sulle commodities tropicali. E, per la prima volta, i prezzi si stanno adeguando a quelle che potrebbero essere le conseguenze delle variazioni di temperatura nel Pacifico: salgono con punte del 17% per lo zucchero, per via del rischio piogge torrenziali in Brasile, e del 6% per l’olio di palma, perché si teme invece la siccità in Oriente. L’unica certezza, insomma, è che l’economia, giocando su rialzi e ribassi, riuscirà a parare i colpi dei disastri annunciati.

Il mondo globale è fatto così, caos e improvvisazione sul piano politico, programmazione e tempismo in campo economico. Uno sbilanciamento troppo marcato ormai per immaginare che possa durare a lungo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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L’aggettivo “umanitario”, secondo il vocabolario, è riferito a «persona o a cosa ricca di sentimenti filantropici, di amore per il prossimo e di sollecitudine per le sorti dell’uomo»: uno scienziato, una persona che si è contraddistinta per il suo agire contro un’ingiustizia o per l’affermazione dei diritti. L’umanitarismo, infatti, ha radici nelle lotte contro la schiavitù, contro il totalitarismo, per il miglioramento della condizione della donna, per i diritti dei bambini.

Nel ’900, a partire dall’esperienza delle grandi guerre, nasce un “diritto umanitario” che attua una prima mutazione del significato di questo aggettivo, menzionando esplicitamente la prevenzione e l’assistenza nei confronti delle popolazioni colpite da conflitti armati. I Trattati di Ginevra danno vita all’istituzione umanitaria per eccellenza, almeno secondo questa interpretazione: la Croce Rossa. In pratica, si è già passati dal progresso e dall’affermazione dei diritti alla tutela dei civili in situazioni di conflitto.

Nella seconda metà del ’900 assistiamo a un’ulteriore mutazione del significato di “umanitario”, quando questa parola entra nel vocabolario sia delle organizzazioni non governative sia della politica. Le Ong “umanitarie” seguono una linea di sviluppo che estende l’esperienza della Croce Rossa, portando aiuti disinteressati ai feriti di guerra, agli sfollati, ai profughi. Una grande e plurale Croce Rossa “dal basso”, sostenuta in tutto il mondo da milioni di cittadini attraverso il volontariato e le donazioni. Invece la politica bellica comincia a giocare con l’aggettivo umanitario per giustificare interventi armati che si collocano ai limiti del diritto internazionale, o addirittura oltre.

Tra gli interventi armati degli ultimi 30 anni, pochi sono avvenuti con il consenso preventivo delle Nazioni Unite. Privo di ombre è stato il caso della Prima Guerra del Golfo, nel 1990, combattuta da un’alleanza internazionale sotto il cappello dell’ONU in quanto l’Iraq di Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, un Paese sovrano e membro della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma gli altri interventi etichettati come “umanitari” spesso sono stati portati avanti al di fuori di ogni cornice legale – come la Seconda Guerra del Golfo, giustificata dal falso delle “armi di distruzione di massa” in possesso  dell’Iraq – oppure su spinta dalla sola NATO, come nel caso dell’escalation militare in Libia, ufficialmente scatenata da Francia e Regno Unito per proteggere la popolazione del Paese.

L’aggettivo “umanitario”, ridotto alla difesa dei civili inermi, non solo è stato utilizzato come paravento per guerre combattute a difesa di variegati interessi nazionali o strategici, ma ha accompagnato anche interventi giustificati dalla necessità di agire contro l’oppressione delle donne (Afghanistan), contro il terrorismo (ancora Afghanistan), contro il narcotraffico (Panama), a tutela di un’etnia (Kossovo).

La stessa cooperazione internazionale, nata per favorire lo sviluppo economico e sociale, è diventata sempre più “cooperazione armata”, intesa come finanziamento di “interventi umanitari” in scenari di guerra non meglio definiti. Gli eserciti impegnati sul campo sono stati trasformati in operatori umanitari, con compiti da cooperanti anche se belligeranti. Nuova linfa per gli eserciti e per i fabbricanti di armi, che così hanno potuto usufruire dei fondi dirottati dalla cooperazione allo sviluppo, come nel caso italiano.

Il concetto di “umanitario”, figlio dell’Illuminismo, oggi è diventato la foglia di fico della politica armata. Sepolte le grandi lotte per il progresso dell’umanità, per debellare le malattie dei poveri, per affermare i diritti e la democrazia contro i totalitarismi, l’azione umanitaria oggi si propone solo l’obiettivo di ridurre i danni, senza nemmeno riuscirci.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il primo ballottaggio nella storia elettorale argentina è già in sé un fatto politico. Il candidato peronista, Daniel Scioli, dato come sicuro vincitore al primo turno, è riuscito a ottenere soltanto 700.000 voti in più del suo inseguitore Mauricio Macri, fermandosi al 36%. Questo è il livello di consenso che ottiene il peronismo kirchnerista a 12 anni dalla sua salita al potere.

Si delinea, quindi, uno scenario incerto che, il prossimo 22 novembre, vedrà il Paese scegliere tra una prospettiva di continuità “intra-peronista” (difficile dire a questo punto quale sarebbe il grado di continuità kirchnerista), rappresentata da Daniel Scioli, e una prospettiva di discontinuità, rappresentata dalla storica ascesa di Mauricio Macri che, partendo dal governo della Città di Buenos Aires, grazie all’alleanza con i principali partiti anti-kirchneristi è riuscito a costruire una forza politica in tutto il Paese.

Gli oltre due milioni di voti in meno ottenuti da Daniel Scioli rispetto a quelli che premiarono Cristina Fernández Kirchner nel 2011 rappresentano il segno più chiaro del colpo subito dal Frente para la Victoria fondato da Néstor Kirchner.

Molte sono le cause di questo fenomeno: di sicuro ha influito il diverso contesto economico e sociale. Nel 2011 l’Argentina usciva da un decennio di crescita e di euforia, dopo il default del 2001, e credeva nella narrazione kirchnerista di crescita con ridistribuzione del reddito. Ma l’incantesimo si è rotto con il precipitare della crisi economica, le discutibili scelte di politica monetaria, l’impazzimento dell’inflazione e l’entrata in recessione del Paese, alle prese con i colpi della crisi globale e con il rallentamento dell’economia cinese.

Sul voto del primo turno hanno influito anche le vicende giudiziarie, dallo scandalo relativo alla misteriosa morte del pubblico ministero federale Alberto Nisman alle accuse di corruzione che hanno toccato vari esponenti di governo, fino a sfiorare la stessa  “Presidenta”.

Scioli è apparso “appesantito” inoltre dalla presenza di vecchi cimeli del passato come Carlos Zannini, che gli è stato imposto come candidato vicepresidente, e Aníbal Domingo Fernández, già sconfitto rovinosamente nell’elezione a governatore della Provincia di Buenos Aires. Molto ha pesato poi il voto delle zone rurali, che ha portato il FpV a perdere il primato in alcuni collegi portanti del Paese, come Córdoba, Santa Fe, Mendoza e le aree rurali della Provincia di Buenos Aires, divenute negli ultimi anni la culla di un malcontento legato alla produzione agricola e all’imposizione fiscale che Mauricio Macri ha saputo ben interpretare.

Sergio Massa, il terzo arrivato al primo turno, rappresenterà forse l’ago della bilancia in questo storico ballottaggio. Nei giorni scorsi, molte voci si sono susseguite in merito ai potenziali apparentamenti, ma numerosi sono anche i segnali che lasciano presagire un’indipendenza del Frente Renovador di Massa, i cui voti potrebbero distribuirsi tra i due candidati.

Mauricio Macri ha un’opportunità storica per portare al governo una compagine con un nucleo centrale liberale, che appartiene alla tradizione della sua forza politica, stemperato dall’alleanza con l’Unione Civica Radicale, di tradizione socialdemocratica, e con la forza politica di Elisa Carrió, una delle voci più critiche sui temi di corruzione. Presenta una proposta politica di rottura rispetto ad alcuni cardini delle passate amministrazioni, ma senza strappi radicali su temi quali il welfare o il ruolo del pubblico in economia, capisaldi della gestione kirchnerista. Il voto del prossimo 22 novembre ha infatti perso molto della sua carica ideologica, del confronto tra due visioni dello Stato, per diventare uno spartiacque su temi “trasversali”.

Corruzione, trasparenza, libertà di opinione, efficienza amministrativa: sono questi gli argomenti sui quali saranno chiamati a esprimersi gli elettori argentini. Tuttavia, non è possibile dimenticare che l’Argentina di Scioli continuerebbe a essere ancorata a una visione in parte autarchica e in parte ideologica circa le alleanze e la gestione dell’economia, mentre un Paese guidato da Macri tornerebbe più facilmente nel circuito internazionale dei capitali, farebbe felici i mercati e produrrebbe un riposizionamento “occidentale” in politica internazionale.

Comunque vada, l’Argentina dei Kirchner sarà un ricordo del passato, anche se molte delle politiche varate in questi anni, nel bene e nel male, continueranno a condizionare la vita degli argentini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Pubblicato: 16 novembre 2015 in Mondo
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L’incontro tecnico dell’Opec tenutosi a fine ottobre a Vienna ha fotografato una situazione molto delicata per i Paesi che hanno seguito la linea dettata dall’Arabia Saudita a fine 2014: e, cioè, non tagliare l’estrazione di greggio anche se i prezzi, per via della crisi economica, stavano precipitando. Una strategia che l’Arabia Saudita aveva già adottato con successo nel 1986, quando era riuscita a portare il prezzo del barile sotto i 10 dollari USA, determinando il collasso della produzione statunitense. Il bersaglio di oggi è sempre Washington.

Dopo 25 anni, grazie alle scoperte che hanno permesso l’estrazione massiccia di idrocarburi “non convenzionali” (e in particolare di shale oil e shale gas, il petrolio e il gas ottenuti frantumando scisti argillosi in profondità), gli Stati Uniti erano riusciti a toccare una punta produttiva di 1,2 milioni di barili al giorno: il primo mercato consumatore mondiale di energia era arrivato vicino al pareggio e all’autosufficienza. La mossa saudita è stata orchestrata per infliggere un colpo mortale a questo nuovo genere di concorrenza. L’estrazione di idrocarburi non convenzionali, infatti, ha come protagoniste piccole e medie imprese senza grande capitalizzazione, fortemente dipendenti dal credito; e, soprattutto, a causa della dispendiosità delle tecniche di estrazione, produce guadagni solo se il petrolio si vende sopra i 60 dollari al barile.

A distanza di un anno dal rifiuto dell’Arabia Saudita, e quindi dei Paesi Opec, di tagliare la produzione per stabilizzare i prezzi, sono due le conseguenze non previste. La prima è che, nonostante la crescita della capacità estrattiva statunitense si sia sostanzialmente arrestata a fronte dell’aumento del 2,4% registrato nell’anno precedente, non c’è stato il fallimento delle imprese estrattive, che continuano a produrre anche se non crescono più. La seconda, più preoccupante per i sauditi, è il malumore crescente tra i Paesi Opec.

Ecuador, Venezuela, Iran e altri membri sono alle prese con gravi problemi di bilancio e mal tollerano il perdurare di questa strategia che impedisce il ritorno a livelli sostenibili del prezzo del barile. Una sofferenza che si allarga a diversi Paesi non Opec, come il Messico, la Russia e altri Stati ex sovietici rappresentati da Mosca. I problemi non si fermano però qui. Il manovratore saudita è stato avvertito dal Fondo Monetario Internazionale che, di questo passo, tra 5 anni le sue finanze rischieranno di virare in rosso, mentre i Paesi del Golfo, suoi stretti alleati, dopo avere perso 38 miliardi di dollari di entrate in un anno, avranno il bilancio in rosso del 13% già nel 2015.

Questa mossa strategica dell’Arabia Saudita finora ha portato vantaggi soltanto ai consumatori, che possono disporre di una benzina a prezzi ribassati, ma a lungo andare le conseguenze potrebbero essere gravi per tutti. Infatti, ciò che più sta risentendo della politica di sovrapproduzione e prezzi bassi è la fase di ricerca e aggiornamento tecnologico. Non investe più in ricerca il settore shale, ma non lo fa nemmeno quello “tradizionale”. Si pongono così le basi per una futura carestia di greggio, e quindi per grandi bolle speculative.

La diplomazia petrolifera è al lavoro per trovare soluzioni. Perché ciò accada, però, è necessario che i produttori storici riconoscano l’esistenza di un nuovo e potente competitor: l’industria delle estrazioni non convenzionali, con la quale fare i conti e magari anche qualche accordo. Il monopolio della gestione della produzione, e quindi dei prezzi, si è oggi seriamente incrinato, e non sarà l’Arabia Saudita a porvi rimedio da sola.

Ai consumatori non resta che aspettare che la ricerca sull’energia sostenibile faccia nuovi passi in avanti – e servono passi da gigante – perché la dipendenza dal petrolio cali. Una dipendenza che nell’ultimo secolo ha “giustificato” politiche nefaste, e che ha responsabilità non marginali nell’odierno caos internazionale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La questione della terra, del suo possesso e del suo utilizzo, ci accompagna da secoli. A cavallo tra l’800 e il ’900 si ebbero grandi lotte contadine, e addirittura una rivoluzione in Messico, per conquistare il diritto alla terra. Lotte che non si sono mai spente, come ci ricordano il Movimento Sem Terra brasiliano e le rivendicazioni dei contadini indiani. Oggi, però, la frontiera della questione rurale si è spostata, e il problema si pone su scala planetaria.

L’odierna economia globalizzata, infatti, richiede quantità enormi di commodities agricole (cioè di prodotti di base per l’alimentazione umana), di gran lunga maggiori rispetto a quelle consumate in ogni altra fase della storia umana. E divora spazi agricoli per coltivare “energia”, ossia specie vegetali adatte a produrre biocombustibili.

Il land grabbing, fenomeno che la FAO ha messo sotto osservazione da almeno 10 anni, altro non è che una gigantesca sottrazione di terre al mondo contadino, e spesso anche all’alimentazione umana, che vede complici Paesi poveri e ricchi, insieme a numerose compagnie multinazionali. Si tratta del vero, grande tema dell’attualità, eppure non ne è rimasta traccia nella Carta di Milano, il documento firmato da milioni di persone durante Expo 2015. E questo perché molti dei responsabili di questa situazione erano ben presenti in Expo con padiglioni milionari.

Secondo i dati dell’International Land Coalition, che monitora le grandi transazioni internazionali aventi come oggetto l’acquisto di terre, dal 2008 sono stati trasferiti circa 90 milioni di ettari di terreni: più o meno, tre volte la superficie dell’Italia.

Ma trasferiti da chi a chi? Difficile dirlo, almeno per metà della superficie stimata. Nel senso che, per alcuni Stati “ricchi” (come Giappone, Germania, Italia), i passaggi di  proprietà delle terre sono regolari atti di compravendita, mentre in Africa o in Asia spesso il fenomeno riguarda terre demaniali che vengono cedute o date in comodato a imprese o Paesi esteri senza che se ne conoscano i termini contrattuali.

I primi dieci Stati interessati da questo epocale trasferimento di terre sono poveri o “emergenti”. Da Papua Nuova Guinea, con circa 3,5 milioni di ettari ceduti (per metà senza che vi siano informazioni), fino alla Repubblica Democratica del Congo con oltre 2,8 milioni di ettari ceduti soprattutto a investitori cinesi. Nell’elenco non mancano Paesi a serio rischio per quanto riguarda la sicurezza alimentare come la stessa Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico, la Liberia, il Sudan del Sud. In questi Stati, circa metà delle coltivazioni consiste in biocombustibili e colture commerciali per il mercato internazionale, l’altra metà in riso, mais, barbabietola, soia per Paesi come Cina, Corea del Sud o Arabia Saudita.

Il punto centrale, e ciò che fa la differenza rispetto ad altre modalità di sfruttamento della terra, è il modello industriale alla base di quest’agricoltura globale. La terra non è più prioritariamente destinata a produrre alimenti, a differenza di ciò che è accaduto negli ultimi 15.000 anni: progressivamente, il mondo sta diventando una gigantesca piantagione nella quale si coltiva solo ciò che il mercato ricco richiede, si tratti di alimenti o di energia.

Nonostante la tecnologia ormai offra tutte le soluzioni per porre fine al problema della fame e della malnutrizione, i rischi perché ritornino le carestie stanno aumentando. Ciò non solo per la sottrazione di terre alla produzione di alimenti, ma anche per via del cambiamento climatico che in vaste regioni del pianeta sta riducendo lo spazio agricolo.

Il land grabbing, dunque, è la “ciliegina sulla torta” di un modello agricolo globale distorto al tempo stesso dal modello di consumo, dallo spreco alimentare, dal cambiamento climatico, dalla produzione di biocombustibili, dalla concentrazione fondiaria, dalla persistente espulsione dei contadini verso le città. Sono proprio questi i temi che non sono stati affrontati durante i 6 mesi di Expo 2015: un evento che, dal punto di vista dei contenuti sviluppati, non occuperà più di due righe sui libri di storia.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Strana sorte quella dei diritti nel XXI secolo. Un concetto che – applicato al lavoro, all’ambiente, alle minoranze etniche, ai generi – è sulla bocca di tutti, di chi lo rispetta e di chi lo viola. Così come l’800 è stato il secolo dei diritti sociali e del lavoro, il ’900 dei diritti umani e di quelli dei popoli, agli inizi del XXI secolo il dibattito si concentra sui diritti di genere, mentre tutti quelli conquistati in precedenza vengono messi in discussione.

I picconatori dei diritti acquisiti sono di diversa natura e i loro colpi hanno pesi e obiettivi diversi. Stati democratici che riducono i sistemi di welfare e le garanzie per chi lavora, regimi autoritari che impediscono l’azione dei sindacati e vietano le proteste che potrebbero ostacolare progetti di “sviluppo” economico. L’ambiente, ufficialmente considerato ormai ovunque un soggetto portatore di diritti, viene ogni giorno sacrificato in nome delle scelte economiche e degrada progressivamente a causa del cambiamento climatico. Donne e minoranze tutelate solo sulla carta sono ostaggio dei nuovi barbari dell’integralismo che, finanziati da rispettabili Stati sovrani, vorrebbero cancellare ogni diversità culturale e religiosa, come ai tempi del Terzo Reich, e ridurre l’universo femminile al solo ruolo riproduttivo. Pena di morte abolita da Paesi che già non la utilizzavano da decenni, ma sempre in vigore negli Stati che non si fanno alcuna remora ad applicarla. Messa al bando della caccia alla balena, che però viene tuttora praticata da Paesi che hanno ottenuto eccezioni in nome della scienza. Diritto alla libertà di parola e di stampa sempre più ridotto, e non solo nei Paesi oppressi da regimi autoritari o dittatoriali: anche il mondo della rete è pieno di insidie per la libertà individuale. Il diritto internazionale codificato, grande conquista del secolo scorso, ormai è carta straccia sia per chi a suo tempo lo sottoscrisse, sia per chi lo ha sempre disconosciuto.

L’imbarbarimento degli scenari di guerra contemporanei, dai Balcani alla zona dei Grandi Laghi africani fino al Medio Oriente, offre uno spaccato delle violazioni di ogni tipo di diritti. Il mondo che, secondo letture affrettate, avrebbe dovuto imboccare una strada radiosa di benessere economico, entrando nell’“era dei diritti”, sta andando a ritroso. Oggi si parla con insistenza di diritto alla terra, al cibo, all’acqua, alla vita. Siamo dunque tornati ai “fondamentali”, come se l’evoluzione degli ultimi due secoli non ci fosse mai stata.

È come se si dovesse ripartire da capo. O meglio, come se l’idea dell’estensione e del rispetto dei diritti fosse stata solo un’illusione, un miraggio dei salotti illuminati occidentali. E così, senza che nessuno lo avesse previsto, ora abbiamo l’urgenza di interpretare una realtà che pone grandissime sfide, come all’epoca della nascita delle cooperative di mutuo soccorso e dei sindacati. Nell’800 la chiave di volta fu la consapevolezza che l’unione avrebbe fatto la forza, ma nel XXI secolo questo assunto è stato travolto dall’individualismo e dal qualunquismo. Rispetto a un secolo fa, oggi siamo molto più passivi rispetto al buio che ci avvolge. Tuttavia, perché una nuova stagione di diritti veda la luce, questa volta non c’è bisogno di inventarsi nulla. Basta aggiornare la vasta legislazione esistente. E, soprattutto, trovare la forza morale e politica di applicare i diritti con rigore, e di diffonderli con il buon esempio.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Alle elezioni presidenziali del 25 ottobre, per la prima volta dal 2003 i 30 milioni di elettori argentini non troveranno sulle schede il nome Kirchner. Con queste elezioni si chiude infatti il decennio abbondante del “kirchnerismo”, la corrente progressista del peronismo che ha condotto il Paese fuori dalle macerie del default del 2001. Prima Néstor, deceduto nel 2010, poi sua moglie Cristina Fernández, non più ricandidabile dopo due mandati, hanno lasciato il segno su un periodo politico e sociale fortemente condizionato da quel tracollo economico.

I capisaldi positivi del kirchnerismo sono stati il negoziato con i creditori del default che ha permesso di far tornare a crescere l’economia, la riapertura dei processi sui crimini compiuti dalla dittatura, la legge sul matrimonio paritario e quella contro la discriminazione di genere, la legge sui media, il ritorno dello Stato nelle aziende fallite dopo le privatizzazioni e l’allargamento del welfare. Al raggiungimento di questi traguardi, conquistati soprattutto durante il mandato di Néstor Kirchner, si è accompagnata una politica estera latinoamericanista che è riuscita a bloccare la nascita dell’ALCA (l’area di libero scambio con gli USA), a diversificare i mercati esportatori verso Oriente e a creare importanti istituzioni continentali come l’Unasur.

Il lato negativo riguarda alcuni dei vecchi vizi del peronismo, a partire dalle tendenze autoritarie (mai però diventate repressione dell’opposizione) e dalla corruzione nella gestione pubblica, fino alla mancanza di volontà di contrastare seriamente la violenza e il narcotraffico e al carattere prevalentemente assistenziale del welfare.

In questa “fine era” pesano soprattutto gli errori commessi negli ultimi due anni in materia economica, con un’incomprensibile chiusura del mercato dei cambi che ha portato alla nascita di un mercato parallelo del dollaro, insieme all’inflazione che si aggira sul 30% annuo e alla recessione. Una pesante eredità per chi dovrà governare a Buenos Aires è la vicenda mai chiusa con i fondi speculativi che detengono una parte del debito argentino e hanno avuto una sentenza favorevole negli USA per incassare cifre che lo Stato non può onorare, almeno in questo momento.

Nelle presidenziali di ottobre potrebbe rivelarsi necessario, per la prima volta nella storia, un secondo turno. I due candidati forti sono l’attuale governatore della Provincia di Buenos Aires, Daniel Scioli, già vicepresidente ai tempi di Néstor Kirchner, e il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, un ricco imprenditore edile che è stato anche presidente della squadra di calcio del Boca Juniors. Entrambi hanno un profilo di centro-destra, che poi si stempera in base alle alleanze che vanno componendosi. Scioli è sostenuto dalla famiglia Kirchner e dal peronismo, Macri dai liberali e dai radicali. Sarà presente alle elezioni un secondo peronista, Massa, e l’area socialista presenterà una propria candidata. Voti utili se ci sarà un ballottaggio, ma il kirchnerismo, che come detto sostiene Scioli, considerato vicino a papa Francesco, già altre volte ha ottenuto un consenso superiore a quanto previsto dai sondaggi.

Nell’Argentina post-default la democrazia non è in discussione, ma il rifiuto crescente espresso dai cittadini nei confronti della politica potrebbe far cambiare molte cose rispetto agli schemi classici. Anche se i candidati con possibilità di vincere, alla fine, si differenziano per pochi aspetti.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Tutti ricordiamo la celebre battuta del grande teorico militare prussiano Carl Philipp von Clausewitz «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi». Ed è sempre stato grossomodo così. Quando un Paese svelava un disegno espansionistico, oppure si sentiva minacciato da un altro Stato, scattava la guerra che poteva rimanere circoscritta ai duellanti oppure dilagare diventando un conflitto generalizzato. Ma prima e dopo c’era la politica, c’erano vincitori e vinti, c’erano i risarcimenti e le spartizioni di territori, le sfilate e la retorica patriottica.

Oggi le guerre sono cambiate. Non sono più strumenti risolutivi di controversie politiche o economiche, ma sostitute della “politica”. Questa mutazione è avvenuta in Africa e soprattutto in Medio Oriente. La guerra come unico strumento della politica ha conseguenze nefaste per gli Stati coinvolti, che spesso cessano addirittura di esistere. In mancanza di politica, e quindi di piani per il “dopo”, la guerra porta alla frammentazione territoriale e amministrativa, alle secessioni di fatto, alla conflittualità eterna.

La Somalia è stata uno dei primi Paesi a soccombere in quanto tale. L’operazione Restore Hope del 1993 non riuscì a tutelare né i somali né la Somalia, riuscendo invece a rinvigorire i movimenti integralisti che da allora la fanno da padroni. Anche l’Afghanistan è un “non-Stato”, dove governavano i talebani prima dell’invasione NATO e dove i talebani, a distanza 15 anni, continuano a controllare il territorio. Poi c’è stata la vicenda libica, con Francia e Regno Unito che coinvolsero la NATO in un’operazione contro Gheddafi senza avere nessuna idea sul dopo. Anzi, l’intervento militare ha allargato la storica frattura tra Cirenaica e Tripolitania, regioni che solo il Rais era riuscito a tenere insieme.

Ora è il turno della Siria, Paese che avrebbe dovuto subire lo stesso trattamento della Libia, in questo caso perché alleato dell’Iran. Il regime di Bashar al-Assad è stato sfidato da Qatar, Arabia Saudita e Turchia, che hanno armato oppositori di ogni tipo, soprattutto salafiti e jihadisti vari. Ovviamente con l’Occidente diviso tra complici e distratti. Dal disastro siriano sono scappati per ora 5 milioni di profughi, e proprio in Siria è dilagato il temuto l’Isis. Che era nato nell’ennesimo “non-Stato”, l’Iraq diviso tra sciiti, kurdi e sunniti, tutti armati. L’Iraq appunto, che in mancanza di un piano B sia George Bush padre sia Bill Clinton avevano preferito lasciare in mano a Saddam Hussein. Per George W. Bush, invece, il problema non si poneva. E si è visto com’è andata.

La guerra è uno strumento orribile in sé. Se a ciò si aggiunge l’aggravante dell’essere fine a se stessa, priva di un disegno politico, diventa pure totalmente inutile. L’elenco dei Paesi che rimangono tali solo sulle carte geografiche perché finiti nel tritacarne bellico si allunga, eppure la politica continua a tacere. In questi anni di grande confusione, solo la Russia post-sovietica sta seguendo una ferrea strategia, tutelando le sue frontiere con la NATO in Crimea e in Ucraina, e difendendo le sue basi militari sul Mediterraneo in Siria. Tutto il resto è confusione e improvvisazione a differenza dei videogames, i conflitti non possono essere cancellati per ripartire di nuovo.

Gli strateghi del nuovo potere globale confondono strumenti, obiettivi e metodo. Per trovare un nuovo assetto per il Medio Oriente, la madre di tutte le guerre in corso, il primo passo è mettere in discussione la “politica-armata”. Anche perché il peso delle conseguenze sulla popolazioni locali e su quelle che vivono a distanza ravvicinata, anche in Europa, diventerà presto definitivamente insostenibile.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Quando si parla di social media, oggi si fa riferimento soprattutto a Facebook. Il “diario virtuale” inventato da Mark Zuckerberg nel 2004 per il mondo universitario ormai conta quasi un miliardo e mezzo di utenti nel mondo. In pratica, il fenomeno più importante dall’invenzione di Internet, possibile solo grazie a Internet, perché senza l’infrastruttura della rete scomparirebbe in un secondo.

La formula vincente di Facebook è stata quella di fornire, con pochi paletti, una vetrina a chiunque volesse autopromuoversi, contattare vecchi amici, dire la sua, pavoneggiarsi. Il modello Facebook è ricco di contenuti, totalmente autogestiti e alimentati dagli utenti con modalità finora mai viste né previste. Anche per questo è diventato il maggiore veicolo mondiale per le leggende metropolitane, le informazioni false o non verificabili, la propaganda, addirittura per il reclutamento ideologico o militare.

Così come le tessere di fidelizzazione dei supermercati hanno eliminato le classiche, e costose, indagini sui gusti dei clienti – che ora di propria volontà forniscono gratis i loro profili di consumatori ai dipartimenti marketing – Facebook offre un gigantesco spaccato dell’umanità senza filtri e accessibile a tutti. Un patrimonio unico nella nostra storia, dal quale attingono servizi segreti, imprese, sociologi, massmediologi, politici.

Tra l’altro, Facebook è l’unico social in costante ascesa: i suoi competitor non riescono a crescere e Twitter ormai è in declino. 140 caratteri sono pochi per raccontare il proprio mondo e, soprattutto, i tweet sono effimeri, mentre su Facebook tutto rimane per sempre. Poter descrivere nascite, matrimoni, fidanzamenti a una platea almeno teoricamente planetaria è un richiamo al quale, in tempi di disperata ricerca di protagonismo mediatico, pochi possono resistere.

Facebook, che è un grande affare per i suoi proprietari, sfrutta la nuova psicologia di massa globale con un prodotto che si adatta a ogni cultura e società. Il patto con i consumatori è molto semplice: basta che tu mi intesti temporaneamente i diritti delle foto o dei commenti che posti, e io non ti faccio pagare niente. Gioca sul fatto che ancora non è diffusa la consapevolezza del valore commerciale dei contenuti e delle informazioni che si riversano nel web. In realtà, l’azienda di Menlo Park sta accumulando la memoria del futuro ed è questo il suo gigantesco capitale non svalutabile. Se è vero che il contratto prevede che l’utente possa cancellare i propri contenuti, è anche vero che le informazioni, quando sono state condivise da altri utenti, continueranno a rimanere dentro la rete aziendale.

Umberto Eco ha recentemente affermato che i social media hanno dato la parola a legioni di imbecilli. Una visione aristocratica del diritto di parola, che dovrebbe essere garantito anche agli imbecilli. Facebook non discrimina tra l’imbecille e il grande intellettuale, prende tutti e il suo miliardo e mezzo di utenti, incluso Umberto Eco, sono infinitamente più numerosi di quelli di qualsiasi testata giornalistica al mondo. Il punto è: chi legge i contenuti che questa moltitudine elabora ogni giorno? Pochissimi, perché i grandi numeri, anche sui social media, li fanno solo i famosi, cioè coloro che hanno sempre avuto visibilità e ascolto.

Allora che cos’è Facebook se non una finzione, un’illusione di contare qualcosa nella globalizzazione che paghiamo cedendo il nostro pensiero, palesando i nostri gusti agli esperti di marketing o alla politica? Partecipazione 2.0 che, a differenza di quella “de visu”, ha un proprietario, si quota in borsa e ci perseguita 24 ore al giorno per venderci qualcosa.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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