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Lo Zimbabwe è da molti anni un caso da manuale. Fino al 1980, questo Paese dell’Africa meridionale si chiamava Rhodesia in onore di sir Cecil Rhodes: un imprenditore e politico britannico che si era costruito un impero personale nel Continente Nero, depredandone le risorse. Dopo l’indipendenza e la fine del predominio bianco, lo Zimbabwe ha conosciuto solo momenti di caos economico inframezzati da ondate di repressione del dissenso.

Il padre-padrone del Paese, il novantunenne Robert Mugabe, già tra i promotori dell’indipendenza, ha rivestito senza soluzione di continuità il ruolo di primo ministro e poi di presidente dal 1980 a oggi. Di ideologia marxista, Mugabe è presto diventato un esponente di quella particolare razza di “dinosauri politici” africani preoccupati solo di perpetuare il proprio potere a qualsiasi costo. Considerato “persona non grata” da buona parte dei Paesi occidentali, ha portato lo Zimbabwe a essere sottoposto a sanzioni internazionali: eppure è riuscito a restare aggrappato al potere grazie al sostegno discreto del Regno Unito e a quello palese della Cina.

Lo Zimbabwe è ricco di risorse agricole e minerarie, eppure la sua economia è dissestata, soprattutto perché le migliori terre, espropriate ai coloni inglesi, sono state poi concesse dal governo in modo clientelare. Dopo la dichiarazione di fallimento negli ’90, negli anni 2000 il Paese è stato colpito da una crisi di iperinflazione senza precedenti. Nel luglio 2008 l’inflazione ha toccato la fantasmagorica quota di 231 milioni per cento: lo Zimbabwe si è visto costretto a cessare di battere moneta e ha adottato come valuta il dollaro statunitense e il rand sudafricano. L’economia allo sbando, la situazione politica bloccata, la popolazione sofferente che in massa emigrava verso il Sudafrica erano le poche notizie che filtravano all’esterno.

In un simile scenario si è rafforzato il ruolo della Cina, che negli anni della crisi è diventata il primo partner commerciale del Paese. Il gigante asiatico, nuovo grande socio degli Stati africani, è infatti il principale acquirente delle derrate alimentari prodotte in Zimbabwe e vi esporta tutti i manufatti di cui si ha bisogno localmente, incluse le armi per l’esercito di Mugabe e gli aerei per la compagnia di bandiera. Le autorità di Pechino, che hanno incluso lo Zimbabwe tra le “destinazioni autorizzate” per i loro turisti, hanno recentemente cancellato 40 milioni di crediti in scadenza nel 2015.

Questa politica della Cina, che tende a consolidare i rapporti non solo commerciali ma anche finanziari e politici con i suoi fornitori di materie prime, sarà ulteriormente rinforzata da 60 miliardi di dollari di investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture africane annunciati dal presidente Xi Jinping.

Sulle ragioni del successo della Cina in Africa si è molto scritto e detto, ma il dato principale rimane che, per Pechino, Paesi disastrati come lo Zimbabwe possono diventare partner strategici, a prescindere dalle sanzioni internazionali, dalle violazioni dei diritti umani, dalla mancanza di democrazia.

E ora lo Zimbabwe ripagherà la Cina con una decisione dal forte valore simbolico: dal 2016, il Paese africano adotterà la moneta cinese come valuta nazionale. Lo yuan o renminbi, pochi mesi dopo aver superato il test d’ingresso nel paniere del FMI, diventa per la prima volta moneta di riferimento di un Paese terzo. Come la sterlina britannica, il franco francese o il dollaro statunitense. Anche Pechino, che però non ha mai avuto le colonie, debutta nel ristretto club delle valute forti. C’è da scommettere che ciò che sta avvenendo nel laboratorio dello Zimbabwe non rimarrà un caso isolato. Il mondo è cambiato, anche se ancora facciamo fatica a percepirlo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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«Comunicato numero 1: Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate».  40 anni fa gli argentini si svegliarono con questo comunicato ripetuto a reti unificate dal primo mattino. Era la fine del breve ritorno alla democrazia del 1973 e l’inizio della notte più buia del Paese. Da qualche giorno si registravano movimenti anomali nelle caserme, e sui principali quotidiani uscivano inserzioni anonime che incoraggiavano i militari a prendere in mano i destini della Repubblica. Il governo di Isabel Martínez de Perón, la vedova del generale morto nel 1974, si dibatteva nel caos. L’alba del 24, come da copione golpista, furono occupate radio e televisioni, i carri armati presero possesso delle strade, la presidente venne arrestata insieme a ministri e dirigenti politici, mentre cominciavano a circolare carovane di macchine senza targa della polizia politica alla caccia di potenziali “sovversivi”: sindacalisti, operatori sociali, professori universitari, intellettuali, semplici cittadini impegnati in politica.

Correva l’anno 1976 e l’ondata di colpi militari che avevano posto fine alla democrazia in Brasile negli anni ’60, in Cile nel 1973, in Bolivia e in Paraguay arrivava anche in Argentina. Lo scenario globale era quello della Guerra Fredda e l’America Latina era il “cortile di casa” politico ed economico degli Stati Uniti. Non erano permessi governi, anche se eletti democraticamente, che non fossero allineati con Washington in chiave anticomunista. Anche se di comunista, sotto l’ombrello di Mosca, all’epoca c’era solo Cuba. Ma in Argentina non si trattò di un golpe come tanti altri. Qui si volle sperimentare una nuova tecnica di controllo politico e di terrore: la desaparición, cioè la scomparsa fisica nel nulla degli oppositori. Una tecnica che paralizzava parenti e amici degli scomparsi e generava terrore. Molti anni dopo, il generale Jorge Rafael Videla dichiarerà che «se avessimo fucilato in piazza i sovversivi ci sarebbe stata un’ondata di indignazione contro il Paese». Infatti, l’indignazione internazionale arriverà molti anni dopo.

Tra i militari che andarono al potere c’erano diverse identità e diverse posizioni, dagli integralisti cattolici “crociati dell’Occidente” fino ai “politici” affiliati alla Loggia P2 di Licio Gelli. L’Argentina dei militari è stata anche il laboratorio sudamericano per le strategie già sperimentate dai francesi durante la Guerra d’Algeria. Erano tempi di giochi sporchi e di geopolitiche a geometria variabile, e per questo l’URSS non condannò mai la giunta di Videla, che diventò anzi alleata vitale di Mosca dopo l’embargo internazionale per l’invasione dell’Afghanistan. I militari argentini, infatti, coprirono il fabbisogno di alimenti dell’URSS quando gli altri Paesi occidentali si rifiutarono di continuare a vendere ai sovietici.

Con fatica e in ritardo, il mondo che nel 1978 partecipò ai Mondiali di calcio del regime cominciò a capire che, a pochi metri dagli stadi, si era consumato un dramma che aveva inghiottito 30.000 persone e spinto altre decine di migliaia all’esilio. La vicenda dei desaparecidos venne alla luce in tutta la sua complessità solo a partire del 1982, e Sandro Pertini ebbe il merito di essere uno tra i primi leader politici a prenderne atto.

Ma la dittatura – che si sarebbe conclusa solo nel 1983 dopo il disastro della guerra contro il Regno Unito per il possesso delle isole Malvinas – non era solo repressione. Fu in quegli anni che sotto la guida di José Martínez de Hoz, il super-ministro dell’economia, si accelerò sull’indebitamento estero e si posero le basi per la svendita del patrimonio pubblico, in un’orgia di corruzione. Due fenomeni alla base del default del Paese avvenuto nel 2001. L’Argentina dei primi anni ’70 era una potenza regionale con un livello di vita superiore a quello degli Stati dell’Europa mediterranea, Italia inclusa. L’argentina post-dittatura scivolerà fino a diventare un paria della comunità internazionale.

Il ritorno alla democrazia significò una primavera dei diritti a lungo calpestati, ma la frattura sociale determinatasi negli anni ’70 pesa ancora oggi come un macigno. Una volta c’era un Paese orgoglioso, con il più alto livello di istruzione, di welfare, di coesione sociale del continente. Quel Paese fu spezzato dalla barbarie in divisa. Le ferite sono ancora aperte, la giustizia ha funzionato solo parzialmente, e la democrazia rimane fortemente condizionata da un passato che fa fatica a diventare storia. La morale di questa vicenda dolorosa, a 40 anni di distanza, è che non può esistere nessun progetto salvifico al di fuori della democrazia. E che il Nunca Màs con il quale si è concluso il lavoro della Commissione incaricata di redigere il rapporto sulle sparizioni forzate non può essere davvero definitivo se la democrazia non è in grado di dare a tutti da mangiare, da studiare, da curarsi, da lavorare.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare.

 

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È stato il biologo statunitense Eugene Stoermer, negli anni ’80, a ideare il concetto di Antropocene per indicare l’odierna era geologica nella quale – fatto inedito nella storia del pianeta – le trasformazioni del territorio e del clima sono determinate principalmente dall’uomo. Una tesi che ormai appare una certezza, ma che all’epoca della sua formulazione precorreva i tempi. Dagli anni ’90 in poi i dibattiti sul cambiamento climatico sono stati lunghi e complessi, finché si è arrivati alla constatazione, oggi rifiutata da pochissimi scienziati, del ruolo determinante svolto dalle attività umane nel riscaldamento della Terra.

Ma non solo per il clima imbizzarrito si caratterizza l’Antropocene. Nell’ultimo mezzo secolo gli esseri umani che popolano il pianeta sono aumentati vertiginosamente, insieme ai loro consumi e all’impatto sull’acqua, sui suoli, sulle foreste. L’anidride carbonica e il metano liberati dall’uomo hanno portato le concentrazioni di questi gas nell’atmosfera a livelli mai registrati negli ultimi 400.000 anni.

Il team di scienziati di prestigiosi istituti internazionali che sta studiando questo fenomeno sotto la direzione del chimico statunitense Will Steffen parla di “Great Acceleration”, una grande accelerazione delle attività umane che costituisce la base dell’Antropocene. In pratica, per la prima volta nella storia della Terra, nell’ultimo secolo l’insieme delle azioni prodotte dall’uomo è diventato più incisivo di tutte le altre modalità di trasformazione per così dire “spontanee”: oggi la mano dell’uomo incide di più sulla natura di quanto non sia in grado di fare la natura stessa.

In realtà, questa lettura dei fatti non dovrebbe stupirci. Nelle grandi religioni monoteiste il potere assegnato all’uomo di “assoggettare” la natura per prosperare ha sempre dato una dignità filosofica e teologica ai passi che hanno portato l’umanità dall’essere una specie animale tra le altre a conquistare una centralità senza contendenti, fino ad avere la possibilità di determinare la stessa distruzione della vita sulla Terra. Un potere incommensurabile che oggi, nel suo complesso, pesa più della natura sui cicli vitali.

L’uomo ha anche la capacità unica di trascendere dalla sua esperienza diretta e di immaginare massimi sistemi. Ma questa condizione tende a sfumare proprio quando dovrebbe tradursi in soluzioni pratiche dei problemi: cede il passo ad altre caratteristiche della psicologia umana che ne neutralizzano gli aspetti positivi, e così l’incoscienza continua a essere una condizione fondante dell’Antropocene. Un’incoscienza che a lungo è stata determinata dall’ignoranza dei processi in atto e delle loro cause, ma che oggi non risulta più giustificabile se non andando a indagare i meccanismi più antichi della nostra specie rispetto al progresso, alla moltiplicazione, all’assoggettamento del resto della natura.

La fisica e la chimica ci descrivono un mondo che sta cambiando velocemente secondo modalità via via più anomale, che spesso si percepiscono anche a occhio nudo. L’antropologia, invece, non ha ancora cominciato a indagare come e perché l’uomo non abbia perfezionato strumenti culturali adatti ad affrontare questi cambiamenti in corso, mettendo progressivamente a tacere uno dei principi basilari della vita sulla Terra: l’istinto di sopravvivenza.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Lo statunitense Paul Elliott Singer, 71 anni, possiede una fortuna personale valutata in 2,1 miliardi di dollari USA grazie alla proprietà del fondo Elliott Management Corporation, gestore di 27 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i titoli di debito sono svalutati per poi denunciare lo Stato emittente per l’intero valore nominale più gli interessi. Grazie a questa pratica legale, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di Paesi falliti.

Ovviamente questo grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile ai diritti dei gay per motivi familiari, non si preoccupa di aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione economica e sociale. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer, che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ’90 acquisì debiti dello Stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farsene rimborsare 43. Operazione ripetuta con uno dei Paesi più disperati al mondo, il Congo, che ha dovuto versare a Singer 67 milioni di dollari per fondi che erano stati pagati solo 15 milioni.

Con l’Argentina, quest’avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NML Capital rastrellò sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni di dollari. Poi denunciò il Paese davanti al Tribunale Federale di New York di cui è titolare un suo amico personale, l’anziano giudice Thomas Griesa (nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due gestori di fondi. Dopo anni di dibattimenti, rinvii, tentativi di mediazione, nel 2013 si è arrivati a una sentenza che ha condannato l’Argentina a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli. Pronunciamento confermato dalla Suprema Corte statunitense nel 2014. Così i circa 50 milioni di dollari investiti da Singer sono diventati 832 (+ 1608%): un affare tondo per il fondo avvoltoio e una sentenza che ha creato giurisprudenza.

Dal punto di vista tecnico, la sentenza ha dato luogo a un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo Porto Rico e poi la Grecia, l’Italia…

Mauricio Macri, il nuovo presidente argentino, ha deciso di chiudere questa vertenza che continua a penalizzare il Paese sia sul piano degli interessi da pagare sulle emissioni di bond, sia sul reperimento internazionale di capitali. Per Buenos Aires il conto finale si aggirerà attorno a 4,5 miliardi di dollari.

Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi: gli stessi che sono considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Ecco perché, se oggi c’è una riforma urgente da fare, è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi avvoltoi. Ma, come sappiamo, le riforme diventano sempre più difficili quando la politica dipende dalla grande massa di risorse e mezzi spostata dagli speculatori.

Paul Singer può essere contento: il suo motto «mettere la massima pressione sulla preda» ha funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina, quelli che avevano accettato le condizioni del debitore per riavere indietro buona parte dei loro risparmi. Ora sta planando su un nuovo e promettente caso: in Perú ci sono titoli emessi dallo Stato 40 anni fa per risarcire i proprietari di latifondi espropriati e mai pagati. Oggi valgono, sulla carta, 5 miliardi di dollari. Una carogna fresca per l’appetito degli avvoltoi di Wall Street.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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“Hanno pestato la coda alla jaracarà, invece che schiacciarle la testa” Questo il succo del messaggio consegnato alla stampa da un Lula da Silva appena uscito dal commissariato dell’aeroporto paulista di Congonhas, dove era stato portato contro la sua volontà dalla polizia per dichiarare nell’ambito della maxi inchiesta “Lavajato” (autolavaggio)  sul giro di denaro tra l’impresa pubblica Petrobras e la politica. La jaracarà è il più pericoloso serpente velenoso del Sud del Brasile e c’è un solo modo di neutralizzarlo, schiacciare la sua testa appunto. Ignacio da Silva detto Lula è stato il simbolo più efficace dei cambiamenti avvenuti in Sudamerica alla fine della Guerra Fredda. L’operaio metalmeccanico che diventa presidente della grande potenza regionale era anche il dirigente politico dal profilo più popolare, per origine e per cultura. Molto più di Chavez e di Kirchner, anni prima rispetto ad altri due leader usciti dal popolo,  Evo Morales e Pepe Mujica. Ma soprattutto Lula è stato il Presidente del boom del Brasile, diventato icona e simbolo di successo. Da un paio d’anni, il suo  Brasile fiero e vincente, che aveva ottenuto in un sol colpo la Coppa del Mondo di calcio e le Olimpiadi, è praticamente scomparso. La cronaca ci racconta un Paese piegato su se stesso, in crisi economica e soprattutto in crisi morale e politica. Il Brasile di oggi sembra l’incubo di quello che si era finalmente svegliato,  innescando un processo vertiginoso di crescita economica, di aumento del prestigio internazionale, di rimozione di antiche ingiustizie sociali.

Trenta milioni di persone, ed è un dato certificato, si sono emancipate dalla povertà durante il quasi decennio di Lula, periodo nel quale l’elettricità ha raggiunto le aree rurali, sono stati scoperti e sfruttati importantissimi giacimenti offshore di petrolio e la diplomazia brasiliana ha contribuito a fondare il gruppo dei Paesi BRIC. Tra il 2002 e il 2014 il salario minimo è aumentato del 77% e i brasiliani in condizione di povertà estrema sono scesi dal 9% della popolazione al 3%.

Questi traguardi sono stati raggiunti grazie a un ciclo favorevolissimo per le materie prime agricole e minerarie e alla capacità di diversificare le esportazioni verso est e verso il mondo arabo. Ma il Brasile “potenza”, che rivendicava un posto fisso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e impegnava i propri caschi blu in Africa e ad Haiti, aveva i piedi d’argilla. Malgrado il rumore mediatico, era rimasto un Paese dalle profonde disuguaglianze sociali, con una corruzione radicata nella classe politica e con una burocrazia asfissiante. Se nel 2014 il rapporto di reddito tra l’1% della popolazione più ricco e il 10% più povero era di 14.500 reais contro 155, ci sarà un motivo.

A giudizio di molti, le differenze sociali in Brasile nascono dalla concentrazione della ricchezza in un sistema economico dominato da grandi e grandissimi gruppi economici. Concentrazione che riguarda anche la proprietà terriera, oggi dominata dai baroni della soia OGM. Sul piano fiscale, le rendite delle aziende non sono tassate, le tasse sulla successione e sul patrimonio sono ridicole, mentre quella sul reddito è poco progressiva. Il grosso delle entrate fiscali deriva infatti dall’IVA, pagata indistintamente da ricchi e poveri. L’aspetto lodevole delle politiche di Lula è stato il massiccio sostegno offerto al reddito dei ceti più bassi senza intaccare le concentrazioni della ricchezza, ma abbandonando i ceti medi. E proprio questi ultimi sono quelli che per primi hanno voltato le spalle al Partito dei Lavoratori.

Il Brasile che diventava potenza mondiale continuava ad avere servizi da terzo mondo in campo sanitario, scolastico o dei trasporti: contro questa situazione si sono ribellate le metropoli a più alto reddito. Ma sono stati altri due fattori a innescare la crisi complessiva del Paese: la crisi economica che ha rallentato la Cina, suo principale cliente, e il ritorno in primo piano della corruzione che coinvolge politici di governo e di opposizione con scandali sempre più clamorosi. Oltre al tradizionale fenomeno della compravendita dei voti (figlio di un sistema istituzionale nel quale il presidente non ha praticamente mai una maggioranza propria in Parlamento ma deve “costruirla”), è venuto alla luce il passaggio di fondi neri tra i gestori delle grandi aziende pubbliche, come il colosso Petrobras, e il sottobosco della politica di ogni colore. Un collegamento tra gestione della cosa pubblica e interessi privati non più digeribile da parte dei cittadini.

Questi sono i mali antichi di un Paese «benedetto da Dio per la sua natura», come recita una popolare canzone, ma che paga ancora un elevato prezzo alla storia coloniale, durante la quale si formarono i ceti sociali, la struttura della proprietà e i poteri che continuano a dettare legge in uno Stato ricchissimo eppure maledettamente pieno di poveri. E in questo contesto va letta la vicenda politica e umana di Lula. Dai sondaggi circolati pochi giorni fa, se si dovesse candidare alla successione di Dilma Rousseff, vincerebbe contro qualsiasi altro rivale. Il Presidente più amato dei brasiliani oggi però sta vivendo giorni delicati per lui, per il suo mito e per il suo futuro. L’immagine del serpente velenoso al quale invece di schiacciare la testa hanno solo pestato la coda è significativa. Sappiamo tutti che quando purtroppo capita, la cosa più probabile è che il serpente calpestato si rivolti di scatto mordendo la gamba dell’aggressore.  Aldilà delle battute colorate, in Brasile è in atto una guerra tra poteri, ma il dato di fondo è vero: il sistema brasiliano è profondamente inquinato da connivenze illegali e la maggiore sconfitta del presidente-operaio  è stata quella di non essere riuscito, o di non avere voluto, voltare pagina con le urgenti riforme  di cui ha bisogno un paese eterno candidato a far parte del ristretto club delle potenze globali.

 

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Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Pubblicato: 25 gennaio 2016 in Mondo
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Dal 1° ottobre 2016, la moneta cinese (lo yuan o renminbi) entrerà nel ristretto club delle valute di riferimento mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di assegnare alla moneta di Pechino il 10,92% dei “diritti speciali di rilievo”, l’unità di conto delle riserve dell’istituzione multilaterale. Saranno quindi cinque le monete che comporranno il paniere delle valute forti: le altre sono il dollaro USA (42%), l’euro (31%), la sterlina britannica e lo yen (8% ciascuno). Un successo per la Cina, che in qualche modo compensa la delusione per il persistente veto statunitense che ha finora bloccato una maggiore partecipazione di Pechino al capitale dell’istituzione monetaria globale. Nell’assemblea del FMI i fondi conferiti generano quote equivalenti a voti: in questa istituzione fortemente voluta dagli USA, infatti, non vale il principio “una testa un voto” ma i voti sono ponderati in base alla partecipazione al capitale del Fondo stesso.

La valuta della Cina, Paese ancora formalmente comunista, entra dunque nel “salotto buono” delle monete: un evento che spiega meglio di cento trattati il successo del lungo percorso iniziato alla fine degli anni ’70, con le riforme di Deng Xiaoping. Riforme che hanno creato innanzitutto due realtà separate: la Cina profonda, delle campagne su base collettivista, e le moderne città della costa, aperte all’afflusso di capitali stranieri e all’arricchimento personale. Una contraddizione che non è mai esplosa, ma anzi ha alimentato il più grande spostamento di manodopera mai registrato all’interno di una singola nazione.

Oggi la Cina è la seconda economia mondiale e vanta il principale apparato industriale del pianeta. Ma detiene anche il record dell’inquinamento e dell’impatto sul cambiamento climatico perché non produce beni solo per il proprio mercato ma è di fatto la fabbrica del mondo.

Le debolezze sono anch’esse visibili, e riguardano principalmente l’architettura finanziaria del Paese, come è emerso nello scorso luglio durante la tempesta che ha investito la Borsa di Shanghai. Il mercato finanziario di Pechino è grande ma squilibrato, il mercato dei capitali è ancora inadeguato e quello azionario dominato dalla speculazione.

Ma un dato è indiscutibile: il riconoscimento internazionale dello yuan anticipa il prossimo conferimento dell’ultimo attestato, che sancirà il definitivo ingresso della Cina tra i Grandi del mondo. E cioè il riconoscimento dello status di “economia di mercato”, cosa che non è una semplice formalità. Se rilasciato, abbatterebbe i dazi che le merci cinesi devono pagare quando entrano in Europa o negli USA, e Pechino sbaraglierebbe definitivamente i settori industriali superstiti in Occidente.

La logica dice che la Cina ha ormai superato tutte le prove per dimostrare che non è una forza antagonista alle vecchie potenze né al capitalismo. Ma la strada è ancora lunga per il gigantesco Paese-laboratorio che, negli ultimi 20 anni, non solo ha ridefinito il mercato mondiale ma ha portato anche a rimettere in discussione il rapporto tra benessere e democrazia: due concetti che, fino al successo cinese, parevano costituire un binomio obbligato.

Ecco la Cina che con le sue contraddizioni, con il suo partito unico, con la sua moneta fino a ieri valida solo all’interno dei confini nazionali non solo rivendica ma comincia a guadagnare poltrone di prestigio nei vecchi club dell’Occidente.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Nelle trattative in corso tra UE e USA per il TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti) il nodo dei marchi di tutela dell’agroalimentare (DOP, IGP, STG) non è stato ancora affrontato. E questo perché, in linea di principio, non vi sono gli estremi per discuterlo. Nel senso che l’Europa ha sviluppato nei decenni un vasto programma di sostegno e di riconoscimento della tipicità, la territorialità e la trasparenza sull’agroalimentare, mentre negli Stati Uniti tali dimensioni sono ignorate dalla legge e rimangono oggetto di lotta, per affermarli, soltanto da parte delle associazioni di consumatori. Un vuoto legislativo, voluto, che ha fatto prosperare il cosiddetto “italian sounding”, cioè i prodotti che “suonano” italiani, ma che italiani non sono. Formaggi, prosciutti, vini, prodotti negli Stati Uniti per il mercato locale e che in Europa non possono entrare, anzi, sono contrastati dalla legislazione europea che perseguita e punisce gli importatori (non solo statunitensi) che violano le normi vigenti. Da una recente inchiesta promossa dal Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano tra i consumatori a stelle e strisce di formaggio “parmesan” (il finto parmigiano) si apprende che il 67% degli acquirenti è convinto che si tratti di “formaggio italiano”. Questo dato smentisce la tesi dei falsari di oltreoceano, che in modo ingannevole utilizzano un marchio europeo per commercializzare il loro prodotto, spiegando che il “parmesan” è ormai considerato dai consumatori un formaggio “americano”. Il punto che si pone ora nel negoziato TTIP è che il riconoscimento anche negli USA dei prodotti europei marchiati DOP o IGP potrebbe danneggiare i produttori di cloni e soprattutto impedirebbe loro di penetrare il ricco mercato europeo. Ed è qui che scatta la “mediazione possibile”, su modello del CETA (Accordo di libero scambio Canada-Europa), con la probabile elencazione di un numero di prodotti europei e americani che saranno tutelati sia nella versione originale sia nella versione fasulla. Una buona soluzione per il negoziatore italiano Paolo De Castro perché, davanti al fatto che già negli USA 9 prodotti su 10 sono finti italiani, “peggio di così non potrebbe andare”. Cioè in sostanza si sta per smantellare il sistema di garanzie e di tutele che in questi anni hanno premiato i produttori virtuosi che investendo sul prodotto hanno moltiplicato le eccellenze dell’agroalimentare. Una perdita secca per l’Italia che è il paese da record con 161 DOP, 106 IGP e 2 STG iscritti nel registro UE.

Com’era prevedibile, nel capitolo agroalimentare, non considerato “prioritario” nel mandato negoziale del TTIP, si andrà sul riconoscimento reciproco penalizzando fortemente l’Europa e in particolar modo l’Italia. Il Parmigiano Reggiano, già presente sul mercato statunitense, manterrà la sue nicchie di mercato per consumatori di fascia alta, mentre noi saremo invasi da “parmesan” a bassissimo costo che andrà ad erodere i mercati terzi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna) finora sbarrati alle contraffazioni.

Questa è solo una delle conseguenze prevedibili del TTIP che a conti fatti, e dai numeri forniti dalla Commissione Europea, dovrebbe produrre un modesto aumento dello 0,5% del PIL comunitario entro il 2027. In quali settori e in quali paesi non è dato sapere.

 

Alfredo Somoza

 

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In casa Mariani l’allegria si è spenta come le luci del Natale appena passato. Quello che era stato il risultato positivo dell’esame di compatibilità genetica di un’azienda privata è stato smentito dal responso ufficiale della Banca Nazionale dei dati Genetici, nata a corollario di decenni di lotte delle Abuelas de Plaza de Mayo per garantire il diritto all’identità degli oltre 500 bambini sequestrati ai loro genitori dai militari negli anni ’70. La nipote ritrovata numero 120 doveva essere Anahì, la cui nonna era la storica militante dei diritti umani María Isabel “Chicha” Mariani, prima presidente di Abuelas e responsabile del ritrovamento di 66 nipoti sequestrati. La fotografia di Maria abbracciata a quella che credeva sua nipote diffusa ieri su Facebook valeva più di mille discorsi dopo 39 anni di ricerche, ed era riuscita a fare superare le divisioni politiche in un’Argentina ancora reduce delle elezioni presidenziali. Così invece non era, e Chicha Mariani continuerà ancora a lottare per ritrovare la nipote strappata alla sua famiglia quando aveva appena 3 mesi, mentre quella donna che si pensava fosse sua nipote continuerà a cercare ancora la sua vera identità. Una storia tragica lunga 4 decenni che non si riesce a chiudere, una ferita che ancora sanguina, una beffa del destino che nel suo capriccio ha permesso a due donne di credere, ma soltanto per il giorno di Natale, che erano quella famiglia che la furia criminale del totalitarismo aveva spezzato 40 anni prima.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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Potrebbe sembrare un racconto di Natale, ma invece è il frutto di decenni di lotta per la verità e la giustizia. Ieri è stata confermata a Buenos Aires  l’identità di Clara Anahì Mariani, figlia di Daniel e Diana, sequestrati e fatti scomparire dalla dittatura di Rafael Videla nel ormai lontano 1976. I genitori di Anahì lavoravano in una tipografia clandestina nella martoriata città di La Plata e la nonna, Maria Isabel “Chicha” Mariani, non si è mai arresa fondando e diventando la prima presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, la cui attuale Presidente, Estela de Carlotto, ha ritrovato il suo nipote appena 2 anni fa.

Anahì è il nipote numero 120 che ha potuto ritrovare la sua identità grazie al lavoro instancabile delle nonne che riuscirono a far nascere il banco nazionale del DNA delle persone scomparse grazie al quale si può avere un raffronto scientifico certo quando si ha sospetti sulle proprie origini.

Il diritto all’identità è oggi un pilastro dei cosiddetti nuovi diritti dell’uomo che con fatica si vorrebbe affermare nel mondo, ma rimane un miraggio per milioni di persone vittime di regimi, cartelli criminali o conflitti. Oggi a Buenos Aires una famiglia che si ritrova dopo 4 decenni sta vivendo finalmente la sua storia di Natale che ci racconta una pagina nera della storia sudamericana insieme e un’altra bellissima e piena di speranza sulla giustizia che ogni tanto riesce a vincere.

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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