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Pochi giorni fa una sentenza della Federal Court di San Francisco ha stabilito che la Bayer dovrà versare 80 milioni di dollari di risarcimento al coltivatore Andrew Herdeman, ammalatosi di cancro in seguito alla sua esposizione al diserbante Roundup, a base di glifosato. Il verdetto è destinato a riaprire il dossier sull’agricoltura OGM. La molecola del glifosato fu scoperta nel 1950, ma soltanto negli anni ’70 la multinazionale statunitense Monsanto cominciò a commercializzarla facendone la molecola fondamentale del Roundup, che divenne l’erbicida principe a livello mondiale. Soprattutto da quando il brevetto Monsanto è scaduto e anche altre aziende hanno cominciato a produrlo. Secondo studi indipendenti, le vendite mondiali del prodotto superano ormai le 800.000 tonnellate all’anno, per un valore di oltre 8 miliardi di dollari.

In Europa, il glifosato si commercializza non soltanto per uso agricolo ma anche come diserbante per giardini. Tuttavia il 49% di questo erbicida, classificato due anni fa dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabilmente cancerogeno”, viene utilizzato per irrorare i campi coltivati con sementi OGM. Questo perché le varietà geneticamente modificate, soprattutto la soia, vengono “progettate” in laboratorio per resistere al glifosato anche quando le piante sono già sviluppate. Ne deriva un uso dissennato del diserbante, praticamente durante tutto il ciclo vitale della pianta, con irrorazioni non solo manuali ma anche da aerei: in questo modo il diserbante viene sparso su superfici più vaste di quelle coltivate.

In Argentina, dove la soia OGM occupa ormai oltre il 60% delle superfici agricole, una legge di pochi anni fa vieta di spargere glifosato dal cielo a meno di 500 metri dai centri abitati. Una distanza ridicola per le fumigazione aeree, soprattutto in regioni ventose, come spesso accade in Argentina. I danni peggiori da glifosato vengono però dalla contaminazione delle falde acquifere. La presenza dell’erbicida viene rilevata in tutti gli acquedotti, con concentrazioni altissime nelle aree rurali, e nelle regioni in cui si usa intensivamente il glifosato gli studi non lasciano dubbi sulla maggior incidenza di tumori. Nella UE, la Commissione Europea continua a tentennare quando si tratta di vietarne l’uso.

Al netto della disputa scientifica sulla pericolosità del glifosato, la questione è anche politica. Il glifosato è indispensabile per l’agricoltura transgenica, e l’agricoltura transgenica è un’agricoltura senza contadini e senza biodiversità. Il modello OGM prevede infatti la coltivazione di una sola varietà per ogni specie, ha bisogno di vaste superfici da coltivare in modo intensivo e meccanizzato, richiede un abbondante uso di chimica e ingenti capitali per finanziare il ciclo produttivo. Già oggi l’agricoltura OGM produce derrate per il mercato alimentare e per l’allevamento e lo fa consumando gigantesche quantità di diserbanti, pesticidi e petrolio, con forti ricadute sull’ambiente e contribuendo al cambiamento climatico.

L’agricoltura OGM rende più poveri i terreni ed elimina la piccola e media produzione, mettendo così a rischio la sicurezza alimentare. Per questo motivo è sbagliato continuare la disputa scientifica sulla nocività degli OGM per l’organismo umano, finora mai dimostrata: sembra invece il caso di puntare sulla reale convenienza del modello OGM, soprattutto a lungo termine. L’agricoltura OGM non ha lo scopo di migliorare le condizioni dei più poveri, come auspicano gli scienziati favorevoli a questo modello, ma finisce solo con l’aumentare i profitti dell’agricoltura industriale, senza preoccuparsi del futuro dei terreni né della diversità agricola. L’agricoltura OGM è un’agricoltura senza agricoltori. E già solo questo dovrebbe fare riflettere.

 

 

Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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