Il primo ballottaggio nella storia elettorale argentina è già in sé un fatto politico. Il candidato peronista, Daniel Scioli, dato come sicuro vincitore al primo turno, è riuscito a ottenere soltanto 700.000 voti in più del suo inseguitore Mauricio Macri, fermandosi al 36%. Questo è il livello di consenso che ottiene il peronismo kirchnerista a 12 anni dalla sua salita al potere.

Si delinea, quindi, uno scenario incerto che, il prossimo 22 novembre, vedrà il Paese scegliere tra una prospettiva di continuità “intra-peronista” (difficile dire a questo punto quale sarebbe il grado di continuità kirchnerista), rappresentata da Daniel Scioli, e una prospettiva di discontinuità, rappresentata dalla storica ascesa di Mauricio Macri che, partendo dal governo della Città di Buenos Aires, grazie all’alleanza con i principali partiti anti-kirchneristi è riuscito a costruire una forza politica in tutto il Paese.

Gli oltre due milioni di voti in meno ottenuti da Daniel Scioli rispetto a quelli che premiarono Cristina Fernández Kirchner nel 2011 rappresentano il segno più chiaro del colpo subito dal Frente para la Victoria fondato da Néstor Kirchner.

Molte sono le cause di questo fenomeno: di sicuro ha influito il diverso contesto economico e sociale. Nel 2011 l’Argentina usciva da un decennio di crescita e di euforia, dopo il default del 2001, e credeva nella narrazione kirchnerista di crescita con ridistribuzione del reddito. Ma l’incantesimo si è rotto con il precipitare della crisi economica, le discutibili scelte di politica monetaria, l’impazzimento dell’inflazione e l’entrata in recessione del Paese, alle prese con i colpi della crisi globale e con il rallentamento dell’economia cinese.

Sul voto del primo turno hanno influito anche le vicende giudiziarie, dallo scandalo relativo alla misteriosa morte del pubblico ministero federale Alberto Nisman alle accuse di corruzione che hanno toccato vari esponenti di governo, fino a sfiorare la stessa  “Presidenta”.

Scioli è apparso “appesantito” inoltre dalla presenza di vecchi cimeli del passato come Carlos Zannini, che gli è stato imposto come candidato vicepresidente, e Aníbal Domingo Fernández, già sconfitto rovinosamente nell’elezione a governatore della Provincia di Buenos Aires. Molto ha pesato poi il voto delle zone rurali, che ha portato il FpV a perdere il primato in alcuni collegi portanti del Paese, come Córdoba, Santa Fe, Mendoza e le aree rurali della Provincia di Buenos Aires, divenute negli ultimi anni la culla di un malcontento legato alla produzione agricola e all’imposizione fiscale che Mauricio Macri ha saputo ben interpretare.

Sergio Massa, il terzo arrivato al primo turno, rappresenterà forse l’ago della bilancia in questo storico ballottaggio. Nei giorni scorsi, molte voci si sono susseguite in merito ai potenziali apparentamenti, ma numerosi sono anche i segnali che lasciano presagire un’indipendenza del Frente Renovador di Massa, i cui voti potrebbero distribuirsi tra i due candidati.

Mauricio Macri ha un’opportunità storica per portare al governo una compagine con un nucleo centrale liberale, che appartiene alla tradizione della sua forza politica, stemperato dall’alleanza con l’Unione Civica Radicale, di tradizione socialdemocratica, e con la forza politica di Elisa Carrió, una delle voci più critiche sui temi di corruzione. Presenta una proposta politica di rottura rispetto ad alcuni cardini delle passate amministrazioni, ma senza strappi radicali su temi quali il welfare o il ruolo del pubblico in economia, capisaldi della gestione kirchnerista. Il voto del prossimo 22 novembre ha infatti perso molto della sua carica ideologica, del confronto tra due visioni dello Stato, per diventare uno spartiacque su temi “trasversali”.

Corruzione, trasparenza, libertà di opinione, efficienza amministrativa: sono questi gli argomenti sui quali saranno chiamati a esprimersi gli elettori argentini. Tuttavia, non è possibile dimenticare che l’Argentina di Scioli continuerebbe a essere ancorata a una visione in parte autarchica e in parte ideologica circa le alleanze e la gestione dell’economia, mentre un Paese guidato da Macri tornerebbe più facilmente nel circuito internazionale dei capitali, farebbe felici i mercati e produrrebbe un riposizionamento “occidentale” in politica internazionale.

Comunque vada, l’Argentina dei Kirchner sarà un ricordo del passato, anche se molte delle politiche varate in questi anni, nel bene e nel male, continueranno a condizionare la vita degli argentini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

Scioli-y-Macri.-Sergio-Berensztein

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