Alle elezioni presidenziali del 25 ottobre, per la prima volta dal 2003 i 30 milioni di elettori argentini non troveranno sulle schede il nome Kirchner. Con queste elezioni si chiude infatti il decennio abbondante del “kirchnerismo”, la corrente progressista del peronismo che ha condotto il Paese fuori dalle macerie del default del 2001. Prima Néstor, deceduto nel 2010, poi sua moglie Cristina Fernández, non più ricandidabile dopo due mandati, hanno lasciato il segno su un periodo politico e sociale fortemente condizionato da quel tracollo economico.

I capisaldi positivi del kirchnerismo sono stati il negoziato con i creditori del default che ha permesso di far tornare a crescere l’economia, la riapertura dei processi sui crimini compiuti dalla dittatura, la legge sul matrimonio paritario e quella contro la discriminazione di genere, la legge sui media, il ritorno dello Stato nelle aziende fallite dopo le privatizzazioni e l’allargamento del welfare. Al raggiungimento di questi traguardi, conquistati soprattutto durante il mandato di Néstor Kirchner, si è accompagnata una politica estera latinoamericanista che è riuscita a bloccare la nascita dell’ALCA (l’area di libero scambio con gli USA), a diversificare i mercati esportatori verso Oriente e a creare importanti istituzioni continentali come l’Unasur.

Il lato negativo riguarda alcuni dei vecchi vizi del peronismo, a partire dalle tendenze autoritarie (mai però diventate repressione dell’opposizione) e dalla corruzione nella gestione pubblica, fino alla mancanza di volontà di contrastare seriamente la violenza e il narcotraffico e al carattere prevalentemente assistenziale del welfare.

In questa “fine era” pesano soprattutto gli errori commessi negli ultimi due anni in materia economica, con un’incomprensibile chiusura del mercato dei cambi che ha portato alla nascita di un mercato parallelo del dollaro, insieme all’inflazione che si aggira sul 30% annuo e alla recessione. Una pesante eredità per chi dovrà governare a Buenos Aires è la vicenda mai chiusa con i fondi speculativi che detengono una parte del debito argentino e hanno avuto una sentenza favorevole negli USA per incassare cifre che lo Stato non può onorare, almeno in questo momento.

Nelle presidenziali di ottobre potrebbe rivelarsi necessario, per la prima volta nella storia, un secondo turno. I due candidati forti sono l’attuale governatore della Provincia di Buenos Aires, Daniel Scioli, già vicepresidente ai tempi di Néstor Kirchner, e il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, un ricco imprenditore edile che è stato anche presidente della squadra di calcio del Boca Juniors. Entrambi hanno un profilo di centro-destra, che poi si stempera in base alle alleanze che vanno componendosi. Scioli è sostenuto dalla famiglia Kirchner e dal peronismo, Macri dai liberali e dai radicali. Sarà presente alle elezioni un secondo peronista, Massa, e l’area socialista presenterà una propria candidata. Voti utili se ci sarà un ballottaggio, ma il kirchnerismo, che come detto sostiene Scioli, considerato vicino a papa Francesco, già altre volte ha ottenuto un consenso superiore a quanto previsto dai sondaggi.

Nell’Argentina post-default la democrazia non è in discussione, ma il rifiuto crescente espresso dai cittadini nei confronti della politica potrebbe far cambiare molte cose rispetto agli schemi classici. Anche se i candidati con possibilità di vincere, alla fine, si differenziano per pochi aspetti.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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