I navigatori portoghesi che riuscirono a circumnavigare l’Africa per arrivare in Oriente furono i primi a gettare le basi per la globalizzazione dello scambio di beni o servizi, attività che dal Quattrocento in poi acquisì dimensioni planetarie. La potenza commerciale, in realtà, non andò sempre di pari passo con quella politica o militare: l’Impero spagnolo, egemone militarmente tra il XVI e il XVIII secolo, non fu mai una vera potenza mercantile; anzi, furono altri Stati europei a trarre un duraturo vantaggio dai suoi investimenti in uomini e risorse nelle Americhe, in Asia e in Europa. L’Olanda e soprattutto la Gran Bretagna furono le potenze commerciali per eccellenza dei nuovi tempi, quelli nei quali le cannoniere coloniali non sparavano per l’onore della Corona o in nome della fede, ma per garantire gli interessi delle compagnie private che gestivano i mercati mondiali, quotate alle Borse di Londra e di Amsterdam. Nel Novecento è stato il turno di nuova potenza industriale, militare e commerciale: gli Stati Uniti d’America, che sono riusciti a vincere la sfida posta dall’URSS durante la Guerra Fredda proprio grazie alla loro capacità di produrre merci e venderle, di accumulare risorse e di investirle in ricerca e innovazione, soprattutto nel settore bellico. L’URSS, l’altra grande potenza del XX secolo, per quanto abbia esercitato un potere politico e militare incontrastato all’interno del suo blocco di riferimento, non ha mai creato né alimentato un circuito commerciale degno di nota, se non per lo scambio di beni di base. La ruota fa un altro giro e, nel 2013, la storia ci riporta indietro di 3000 anni: perché la Cina, dopo millenni, è tornata a essere la prima potenza commerciale del mondo. Dopo 13 anni dal suo ingresso nel WTO, la Cina che ha scommesso sul mercato – pur rimanendo a guida comunista – ha superato gli Stati Uniti per il valore degli scambi commerciali con l’estero. Con un volume pari a 4160 miliardi di dollari USA, oltre a diventare il big trader mondiale, Pechino, grazie alla sua bilancia commerciale, guadagna ben 260 miliardi di dollari, a fronte di un “rosso” di 633 miliardi per Washington. Si tratta di un nuovo primato da parte del Paese più popoloso del mondo, che già vantava il primo posto nella classifica della produzione industriale. Oggi la Cina, che dovrebbe assestarsi attorno al miliardo e 400 milioni di abitanti, fabbrica più acciaio degli otto Paesi che la seguono in classifica sommati tra loro. A questo quadro più che positivo si aggiunge quello delle riserve in valuta dello Stato: anche qui, le più consistenti al mondo; ed è prossimo lo sbarco dello yuan nei panieri delle valute di riserva globali. Una mossa di Pechino che non dovrebbe avere ripercussioni sull’euro, ma che si farà sentire su un dollaro reso progressivamente più marginale negli scambi mondiali. La novità dei dati 2013 è che la domanda interna cinese è cresciuta, come voluto dalle autorità economiche nazionali per spezzare la dipendenza dall’export e dagli investimenti pubblici sul mercato interno. Queste rilevazioni confermano come sia sempre più marcata la distanza tra ciò che la Cina realmente è, e il modo in cui questo Paese viene percepito nel mondo. La Cina della miseria rurale, degli operai tenuti praticamente alla catena, degli scempi ambientali e dell’autoritarismo è infatti una faccia della medaglia, quella più nota e pubblicizzata. Ma la Cina è anche fattore di stabilità globale, investitore infrastrutturale in Africa e America Latina, big nel settore delle energie rinnovabili, con una società civile che si va facendo sempre più viva e fertile. Quest’ultima Cina spiega meglio dell’altra il successo globale del Paese che emerge dalle statistiche. Non si tratta sicuramente di un fenomeno passeggero: la più antica potenza mondiale è tornata sulla scena planetaria per restarci a lungo.
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La ruota del commercio
Pubblicato: 24 febbraio 2014 in MondoTag:Africa, Cina, commercio estero Cina, Commercio mondiale, La Cina, Portogallo, stati uniti
Lobbysti transgenici
Pubblicato: 13 febbraio 2014 in America Latina, Italia, MondoTag:Commissione Europea, lobby OGM, mais transgenico, Monsanto, OGM, OGM UE, principio di cautela, sicurezza alimentare, stati uniti
Il lobbismo è un’azione esercitata da gruppi economici o da corporazioni su pubblici funzionari, su uomini politici e sulle istituzioni pubbliche per orientarne a proprio vantaggio le decisioni. È un’attività regolamentata da leggi negli Stati Uniti e a livello di Commissione Europea, ma non in Italia. Nel passato le lobby hanno influenzato la grande storia e la geografia. Lo fece, per esempio, la lobby britannica dell’oppio nell’800, quando la Cina non volle autorizzare sul proprio territorio lo smercio della droga proveniente dalle coltivazioni indiane. Il rifiuto fu superato con le due Guerre dell’Oppio: le truppe di Sua Maestà piegarono il Celeste Impero e diedero il via all’espansione dell’alcaloide in Cina e poi nel resto del mondo. Hong Kong, un souvenir di guerra, divenne la base dalla quale i gruppi commerciali inglesi controllarono a lungo l’economia del gigante asiatico.
Altre lobby – decisamente a noi più vicine – sono quelle del tabacco, del gioco d’azzardo, dell’alcol e delle armi. Tutti prodotti che hanno gravi conseguenze sulla salute umana e, nel caso delle armi, anche sul mantenimento della pace nel mondo. Oggi in Europa una delle lobby più attive è però un’altra: quella delle grandi imprese dell’agrobusiness transgenico. Portano avanti una battaglia perché anche il mercato agricolo europeo si apra agli OGM, affrontando le resistenze della normativa comunitaria in materia di sicurezza alimentare: l’UE, applicando il principio di cautela, finora è riuscita ad arginare la produzione e la commercializzazione di prodotti transgenici. Un divieto in realtà più volte aggirato e che, tra l’altro, non riguarda l’alimentazione animale: con il risultato che buona parte del bestiame nostrano è alimentato con i 41 milioni di tonnellate di soia transgenica ogni anno importata in Europa.
Oggi la diga sta cedendo. Pur tra mille polemiche, la variante OGM Mon810 di mais, prodotta dal colosso statunitense Monsanto, è già legalmente coltivata in Europa. La lotta degli ambientalisti e dei consumatori anti-OGM contro le multinazionali ha però ottenuto un risultato notevole. Infatti la stessa Monsanto, numero uno del settore, ha ritirato la domanda con cui chiedeva alle autorità comunitarie di poter commercializzare altri tipi di sementi OGM nell’UE. Ufficialmente per le resistenze dei consumatori europei a questi prodotti, ma molto probabilmente perché il settore ha cambiato strategia e si prepara a una battaglia di lunga durata.
E qui tornano le lobby. I principali lobbisti del transgenico sono oggi gli scienziati che in nome della ricerca affermano, forse a ragione, che finora non sono stati rilevati problemi alla salute dovuti al consumo degli OGM. Altro argomento “forte” è che, attraverso la manipolazione genetica, si possono aumentare le proprietà vitaminiche di alcune specie per combattere la malnutrizione in Africa. Si tratta di argomenti sicuramente interessanti, ma che eludono il problema centrale.
Il problema fondamentale, infatti, non è la qualità intrinseca del prodotto OGM, bensì la natura del complesso industrial-agricolo che pratica le coltivazioni transgeniche. Là dove si è diffusa (Stati Uniti, Brasile, Argentina), l’agricoltura OGM ha eliminato la piccola proprietà, ridotto al minimo l’impiego di manodopera, ammazzato la biodiversità, costretto i coltivatori a una dipendenza mai esistita nei confronti dell’azienda produttrice. Un’agricoltura senza agricoltori insomma.
Ed è proprio questo il punto che la lobby pro-OGM non vuole che si discuta: perché in questo caso le prove da contrapporre ai benefici portati dalle coltivazioni biotech sarebbero schiaccianti. In Europa, unico continente al mondo, per ora queste lobby hanno trovato un ostacolo insormontabile nei movimenti ambientalisti e contadini, ma soprattutto nell’opinione pubblica. Sarà quindi proprio sui cittadini che esse si concentreranno nei prossimi anni, con un paziente lavoro finalizzato a convincerli che un mondo con una decina di specie alimentari coltivabili – registrate e commercializzate da 4 aziende – sia un mondo migliore e più sicuro.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
Il futuro sa ancora di fossile
Pubblicato: 31 gennaio 2014 in MondoTag:fonti rinnovabili, gas di scisto, geological society of america, petrolio, riserve NAFTA, sabbie bituminose, Shale gas, shale oil, stati uniti
Il settore energetico mondiale è in subbuglio. Nell’ultimo periodo sono crollate alcune certezze dei decenni passati. Soprattutto quelle che riguardavano il progressivo calo delle riserve dei tradizionali Paesi petroliferi fino ad arrivare al punto di non ritorno, un fenomeno accelerato dalla crescita della domanda da parte delle economie emergenti. E la conseguente urgenza di diversificare le fonti energetiche puntando sul rinnovabile: che poi le fonti rinnovabili fossero anche “pulite” era quasi un dettaglio ininfluente, se non a scopo pubblicitario.
Il Paese che più aveva investito su questo scenario erano gli Stati Uniti, primo consumatore e compratore mondiale di greggio. Anziché mettere in discussione il proprio modello di consumi, energivoro per eccellenza, Washington ha investito nella riconversione alla green economy, ambientalmente sostenibile e alimentata da fonti energetiche rinnovabili.
Poi sono state perfezionate le tecniche di estrazione del gas e del petrolio “di scisto”, che abbondano sotto le grandi pianure centrali, ed è entrato in circolazione anche il petrolio proveniente dalle sabbie bituminose del Canada. Nel complesso il NAFTA, il mercato comune tra USA, Canada e Messico, sta diventando il principale polo produttore di gas e petrolio a livello mondiale. Una manna non prevista, ma che comincia ad avere conseguenze pratiche sulle ambiziose politiche ambientali dell’amministrazione Obama.
La prima vittima di quest’abbondanza di materia prima sono i biocombustibili. Secondo l’Agenzia per l’ambiente, nel 2014 la quantità di etanolo ricavato dal mais che verrà miscelata alla benzina sarà inferiore del 20% rispetto a quella del 2013.
Si presentano anche problemi inediti per gli USA che si scoprono novella potenza petrolifera: infatti un divieto di esportare petrolio, risalente agli ’70, blocca la possibilità di esportare il greggio estratto nel Paese, deprimendo i prezzi interni per eccesso di offerta. Anche il Canada sta rivedendo la sua politica energetica e ambientale, e ha appena stanziato tre miliardi di dollari per studiare tecnologie che riducano l’enorme impatto ambientale dell’estrazione petrolifera dalle sabbie bituminose. È una rivoluzione: non si spendono più i soldi per produrre energia rinnovabile, ma per attutire l’impatto ambientale dell’estrazione di energia fossile. Mandando nel dimenticatoio gli impegni per ridurre le emissioni di CO2 previsti dagli accordi di Kyoto, peraltro mai sottoscritti dagli USA.
Questa congiuntura sta incidendo anche sulla geopolitica del Medio Oriente, con l’evidente progressivo disimpegno degli Stati Uniti che, tra poco, avranno meno interessi vitali da difendere in quell’area del pianeta. Inoltre l’abbondanza di combustibili fossili sul mercato globale sta facendo impennare i consumi che, secondo l’Energy Information Administration, praticamente raddoppieranno entro 25 anni per via del numero crescente di auto in circolazione.
Non sono tutte rose e fiori, però. A raffreddare tanta euforia arriva una prestigiosa istituzione. La Geological Society of America, fondata nel 1888 e forte di 25.000 associati tra scienziati, professori universitari e dirigenti di industria, dopo un’indagine ha concluso che la produzione di shale gas (il cosiddetto gas di scisto) negli USA si può già definire un fallimento; e che la sostenibilità dell’estrazione di shale oil (petrolio di scisto) è molto dubbia sul lungo periodo, in quanto dovrebbe cominciare a declinare a partire del 2020. Il punto dolente è simile a quello che rende il biocombustibile ricavato dal mais “discutibile” dal punto di vista commerciale.
Cioè per estrarre shale oil, così come per ricavare energia dal mais, si utilizza una quantità di energia pari o superiore a quella che si ricava. Questo senza parlare dell’impatto ambientale, perché per avere quantità costanti di greggio bisogna trivellare in continuazione rendendo il terreno instabile, consumando grandi quantità di acqua e inquinando falde e fiumi con prodotti chimici.
L’ennesima rivoluzione dei combustibili fossili, oggi in atto, è dunque discussa e discutibile. Ma ha già creato l’effetto di rallentare la ricerca di soluzioni alternative alla storica dipendenza dai combustibili fossili. È una scorciatoia probabilmente di corto respiro, un “raschiare il fondo del barile” in senso letterale. L’ultima via di fuga prima di doversi assumere le proprie responsabilità e di immaginare davvero come sarà il mondo post-petrolio, come si muoverà e come si alimenterà.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
La fine del sogno globale
Pubblicato: 4 dicembre 2013 in MondoTag:Bill Clinton, fine WTO, globalizzazione, Guerra Fredda, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, OMC, stati uniti, WTO
Quando, il primo gennaio 1995, a Ginevra nasceva ufficialmente l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il mondo era nel mezzo del decennio d’oro dell’espansione delle frontiere economiche globali. Finita la Guerra Fredda, smantellato il blocco sovietico, gli Stati Uniti guidati da Bill Clinton avevano trovato una nuova centralità. L’industria pesante e le lavorazioni ad alta densità di manodopera si spostavano dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli “emergenti”, e soprattutto in Cina.
La narrazione ufficiale dell’epoca raccontava che l’abbattimento di ogni barriera e ostacolo al commercio mondiale avrebbe garantito sviluppo e benessere per tutti. Le fabbriche che chiudevano in Occidente riaprivano in Oriente, ma con livelli di sfruttamento dei lavoratori simili a quelli della Rivoluzione Industriale dell’800. Eppure le critiche erano poche, si era certi che sarebbe andata bene comunque.
L’OMC, in inglese WTO, aveva il compito di “dirigere il transito”, e cioè di operare per abolire o ridurre le barriere tariffarie al commercio internazionale, non solo per i beni commerciali ma anche per i servizi e le proprietà intellettuali. In sostanza, il WTO doveva “mettere il turbo” agli scambi mondiali, lavorando per piegare le resistenze degli Stati nazionali all’apertura dei mercati, e fungendo da tribunale nelle dispute sul protezionismo, sul dumping, sui trattati internazionali. Nel pensiero unico dell’epoca, la fede nel dogma della globalizzazione liberale dell’economia era così forte che addirittura si scelse il sistema del consenso: un metodo che, pur non prevedendo l’esplicita unanimità delle decisioni, richiede che nessun Paese membro avanzi obiezioni ufficiali. Insomma, si era convinti che alla fine si sarebbe trovato, appunto, un consenso.
Come in tutti gli organismi internazionali, la direzione del WTO è stata monopolizzata dagli Stati Uniti e dai Paesi dell’Europa occidentale. Nei primi anni, però, il WTO si è occupato “misteriosamente” solo delle barriere doganali e dei sussidi all’economia dei Paesi emergenti e poveri, senza aggredire per nulla i più grandi sovvenzionatori e protettori dei rispettivi mercati interni, che sono gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea.
Il momento di frattura si è verificato a Cancùn, Messico, nel settembre 2003, quando si è tenuto il vertice che doveva dare il via al “Doha Round”, il meganegoziato su agricoltura e servizi. Nella calura dello Yucatán, per la prima volta si è materializzato un blocco di Paesi abbastanza forte da opporsi alle vecchie potenze, e capace di creare consenso tra gli Stati più poveri: Cina, India e Brasile sono diventati la testa di una fronda di Paesi africani, asiatici e latinoamericani che, per la prima volta, hanno alzato la voce in un evento di questo calibro. Rispedendo al mittente la “proposta” di aprire le loro economie a merci e servizi stranieri senza reciprocità.
È cominciato così a Cancùn il declino del WTO, aggravato poi dalla crisi mondiale che ha molto ridimensionato diversi principi ritenuti assoluti e indiscutibili solo pochi anni prima. Dagli USA che salvano il sistema bancario e la Chrysler, incentivando il ritorno in patria delle imprese che avevano delocalizzato in Asia, all’Europa che discute di misure di stimolo all’economia e rimanda la fine dei sussidi ai diversi settori produttivi.
Oggi il WTO, da regista della globalizzazione, è diventato quasi solo un tribunale per le dispute commerciali. Un ruolo assai modesto e un senso politico sfuocato. I Paesi membri sono molto impegnati a costruire nuove alleanze economiche. Le zone di libero commercio in discussione nell’area del Pacifico e tra gli USA e l’Europa, sommate a quelle già esistenti a livello regionale e a quelle tra i Paesi BRICS, ci consegnano un mondo sempre più interconnesso: ma non globalmente, bensì regionalmente. La Cina è l’altra potenza in grado di aggregare “soci” per garantirsi mercati mondiali. Il sogno degli anni ’90, di un mondo unipolare guidato dagli USA, dai loro partner e dai loro grandi gruppi economici è affondato. E il WTO è ormai solo un naufrago.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
Il ritorno del Nafta
Pubblicato: 2 novembre 2013 in America Latina, MondoTag:Accordo USA-UE, Messico, NAFTA, stati uniti, Trans Pacific Partnership, USA-Messico-Canada
Quando nel 1994 nasceva il Nafta, l’accordo di libero commercio fra i tre Paesi del Nord America (Canada, Stati Uniti e Messico), si era in una fase di piena espansione dell’economia globale. Con questo accordo si sanciva l’esistenza di un’area economica che, nei fatti, era costituita dalla prima potenza mondiale e da due suoi satelliti, almeno sotto il profilo dell’economia. Il Nafta era anche una grande opportunità, soprattutto per gli Stati Uniti, che potevano “legare” al loro mercato un’area con costi del lavoro sensibilmente inferiori a quelli interni (il Messico), e un’altra area ricca di materie prime energetiche fondamentali dal punto di vista strategico (il Canada).
Questi tre Paesi si sono infatti integrati velocemente, al punto che Messico e Canada hanno presto indirizzato la stragrande maggioranza del loro export verso gli USA, mentre l’industria statunitense ha iniziato proprio dal Messico ad attuare il suo processo di delocalizzazione produttiva. Poi l’interesse per questo accordo è molto calato, soprattutto per l’emergere della Cina come grande esportatore globale e come nuovo territorio di delocalizzazioni.
Ora tutto pare cambiare di nuovo. La nuova rivoluzione energetica determinata dalle tecnologie che consentono di recuperare gas e petrolio da scisti argillosi e da sabbie bituminose lascia prevedere che, in un futuro molto ravvicinato, Stati Uniti e Canada non soltanto diminuiranno le loro importazioni energetiche, ma addirittura diventeranno esportatori netti.
Il Messico, nella morsa della guerra tra Stato e narcotraffico, diventa invece di nuovo strategico per le imprese che lo avevano abbandonato negli anni scorsi, ingolosite dai costi ancora più stracciati della manodopera in Asia. L’aumento degli stipendi e della fiscalità cinese, insieme a quello dei costi dei trasporti, rende infatti di nuovo conveniente produrre lungo la linea di confine tra USA e Messico per poi vendere sul mercato del Nord con il solo costo del trasporto su gomma.
L’uscita degli Stati Uniti dalla crisi passa anche da qui. Dal ritrovare una loro centralità produttiva sostenuta dagli investimenti in ricerca – in verità sempre mantenuti – da un costo della manodopera inferiore a quello europeo e dall’abbondanza di energia a basso costo. Una nuova chance per gli Stati Uniti, insomma, che ora per consolidare questa tendenza rilanciano con due mosse.
La prima è il tentativo di creare una zona di libero commercio del Pacifico, la Trans Pacific Partnership, che oltre ai Paesi del Nafta include il Giappone e una serie di Stati emergenti latinoamericani e asiatici, escludendo la Cina. La seconda è la proposta di accordo di libero scambio con l’Europa. Un accordo che l’Europa non ha cercato, ma che sta celebrando come una grande opportunità senza valutare che, nel grande gioco internazionale, rinforzerebbe di nuovo il ruolo egemonico globale degli Stati Uniti.
Il momento felice degli Stati Uniti pare confermato dalle intenzioni degli investitori internazionali. Per il 2013, l’indice stilato annualmente da A.T. Kearney mette in evidenza come gli USA siano diventati di nuovo la prima destinazione mondiale per gli investimenti, seguiti dalla Cina (che scende al secondo posto) e dal Brasile, che rimane in posizione invariata. È interessante notare anche i progressi registrati dal Canada e dal Messico, i “soci” più stretti degli USA.
Nelle tendenze di investimento l’Europa è presente con l’ottavo posto della Germania e il nono del Regno Unito, per poi praticamente scomparire. Per quanto riguarda gli altri Paesi Brics, India e Russia superano la Francia, e il Sud Africa si piazza meglio di Spagna e Italia.
Da questi dati e dalle mosse degli Stati Uniti, ormai decisi a combattere con la Cina la lotta per la supremazia commerciale mondiale, si evince facilmente che il mondo che uscirà dalla crisi avrà qualche protagonista nuovo e molti protagonisti in meno. Tra questi ultimi ci sarà inevitabilmente buona parte di un’Europa incapace di immaginarsi come una singola realtà, composita ma unita, anziché come una litigiosa sommatoria di Paesi.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)





