Il dibattito sull’antiproibizionismo nel campo delle sostanze stupefacenti è sempre stato rifiutato dalla politica. Negli ultimi anni, in particolare, le liberalizzazioni sperimentali delle droghe sono state davvero poche, e sempre limitate a quelle cosiddette leggere. Solo partiti molto piccoli si sono battuti per la liberalizzazione, scontrandosi con un muro tanto solido da rifiutare anche il dialogo. Gli antiproibizionisti maggiormente attivi sono stati intellettuali, magistrati ed economisti, più che politici; personalità di tendenze neoliberali, come il noto Milton Friedman, più che veri progressisti.

Sulla guerra alla droga (e su quella per la droga) si sono costruiti momenti importanti della politica estera delle potenze occidentali. A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna mosse due guerre d’aggressione alla Cina per riuscire a importarvi l’oppio che gli inglesi producevano nella colonia indiana: Hong Kong fu uno dei trofei di quelle guerre combattute per tutelare la libera circolazione della più antica droga pesante. Proprio dall’oppio, nel 1827, la scienza tedesca era già riuscita a sintetizzare la morfina, e nel 1899 ne avrebbe ricavato anche l’eroina. Ai chimici tedeschi si deve anche la terza droga pesante, la cocaina, sintetizzata nel 1860 dalla millenaria foglia di coca. I laboratori che si erano inventati queste droghe, Merck e Bayer, sarebbero diventati multinazionali di primissimo livello.

Il mondo a cavallo tra l’800 e il 900 ci rimanda una fotografia in negativo della realtà di oggi. Negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 era vietato consumare alcool, ma le droghe che oggi chiamiamo pesanti si vendevano liberamente in farmacia. La criminalità organizzata si occupava di whisky, non di eroina. Il contrario di ciò che accade ai nostri giorni. Una regola basilare dell’economia di mercato veniva così confermata: un qualsiasi prodotto vietato per il quale c’è richiesta aumenta il suo prezzo e alimenta una rete illegale di fornitori. Quel fornitore illegale, nella Chicago di Al Capone, era la mafia. E fu soprattutto per questo che le autorità decisero di far tornare legale l’alcol.

Parallelamente le pressioni proibizioniste si spostarono sul fronte degli stupefacenti, che a partire dalla Convenzione internazionale del 1961 divennero tutti illegali. Negli anni ‘80 il proibizionismo sulle droghe divenne il cavallo di battaglia della politica estera statunitense nei confronti dell’America Latina e, a guerra fredda finita, fu l’alibi per mantenere una discreta ingerenza nei singoli Paesi del continente. Nel frattempo il mercato globale della droga cresceva a dismisura, arrivando a un giro d’affari stimato in 300 miliardi di dollari annui, metà dei quali prodotti negli USA.

Intere regioni e Paesi latinoamericani sono in guerra aperta contro i cartelli della droga, che però dispongono di risorse inesauribili. In Messico, Guatemala, Honduras si parla addirittura di guerra civile. In Europa, la ’ndrangheta gestisce il fiorente mercato della cocaina grazie ai suoi terminali in diversi Stati americani ed europei. In Oriente, le triadi cinesi curano il mercato dell’eroina dalla coltivazione del papavero da oppio allo smercio delle dosi, rifornendosi nell’Afghanistan in guerra e nella Birmania oppressa dai generali.

La droga disegna una geopolitica mondiale rovesciata: i Paesi produttori di un bene così prezioso sul mercato sono infatti vittime di conflitti, povertà e violenze quotidiane. Più una maledizione che una risorsa. Per questo il presidente del Guatemala, seguito da quelli di El Salvador, Bolivia e Colombia, ha voluto porre la questione della liberalizzazione all’ordine del giorno del fallimentare Vertice delle Americhe che si è tenuto il 14-15 aprile a Cartagena. Perché i governi non ce la fanno più a contrastare lo strapotere dei cartelli, e perché vorrebbero guadagnare qualcosa da questo business globale che esclude i produttori.

La risposta statunitense è stata ovviamente negativa, ma per la prima volta è stato dichiarato che si tratta di un tema sul quale almeno si può discutere. La notizia è dunque che, dopo decenni di chiusura, la politica è disposta a riaprire il dossier sul proibizionismo, che con tutta evidenza è stato uno dei grandi fallimenti del XX secolo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La presidente del Brasile Dilma Rousseff ha appena ratificato la Strategia Nazionale per la Difesa (END) elaborata nel 2008 dal suo predecessore, Lula da Silva, e ha annunciato la disponibilità di circa 35 miliardi di dollari da investire per far diventare il Paese una potenza regionale anche sotto il profilo militare, e non solo economico.
Il piano non si limita a prevedere i “tradizionali” acquisti di armi dall’estero (una scelta fatta per esempio dal vicino Venezuela), ma punta a dotare il Brasile di un vero e proprio complesso industriale militare. La differenza sostanziale con le vecchie e nuove potenze occidentali è che il Paese sudamericano non intende sviluppare un apparato militare finalizzato a ipotesi di intervento all’estero, ma lavora in chiave essenzialmente difensiva.

Un Paese che per superficie è il quinto al mondo (e tra pochi anni occuperà la stessa posizione anche per consistenza economica) è per natura assai impegnativo da proteggere. Ciò che i brasiliani temono veramente sono i futuri appetiti di altri Paesi sulle loro due frontiere economiche più strategiche: la foresta amazzonica e i giganteschi giacimenti di petrolio off-shore al largo delle coste atlantiche.
Le riserve di petrolio della cosiddetta “Amazzonia blu”, nella piattaforma oceanica continentale del Brasile, 200 km al largo delle coste tra Rio de Janeiro e San Paolo, sono infatti stimate in 100 miliardi di barili. Il loro sfruttamento tra qualche anno porterà il Brasile nel plotone di testa delle potenze petrolifere: in uno scenario futuribile caratterizzato dalla “carestia di combustibili”, sarebbe difficile difenderlo senza un’adeguata forza navale.

L’Amazzonia è l’altro focus della visione geopolitica brasiliana, un tema che quasi ossessiona le autorità del gigante sudamericano. Si tratta di un ecosistema che, solo nella sua parte brasiliana, è grande quanto l’Europa e racchiude buona parte della biodiversità naturale terrestre, oltre a importanti riserve di metalli, legname e a tantissima acqua dolce. Questa gigantesca foresta primaria, divisa tra 8 Stati indipendenti e una colonia francese, oggi da un lato è al centro del traffico di cocaina, e dall’altro è meta dei viaggi di consiglieri militari USA (e di dubbi scienziati che catalogano le specie naturali, non sempre solo per studiarle). Da decenni il Brasile teme che l’Amazzonia possa essere dichiarata “bene dell’umanità” e sottratta alla sovranità dei Paesi sudamericani. Per scongiurare questo scenario si sta dotando di una rete di videosorveglianza satellitare del territorio e presto costruirà sommergibili nucleari di piccole dimensioni in grado di pattugliare il Rio delle Amazzoni.

La nuova dottrina strategica brasiliana rappresenta la prima ricaduta militare dei cambiamenti nei rapporti internazionali. Anticipa scenari di conflitti futuri aventi come oggetto il controllo delle materie prime energetiche, della biodiversità, dell’acqua dolce: risorse che la cecità del nostro modello di consumo sta esaurendo inesorabilmente. La congiuntura internazionale, per la prima volta in molti secoli, ricomincia infatti a premiare chi dispone di vaste risorse naturali. Ai tempi del colonialismo, per il Sud del mondo questa fu una maledizione, e per buona parte dell’Africa lo è ancora adesso. Ma oggi per il Brasile è un momento magico.

Perché la popolazione possa trarre stabili benefici da questa situazione, secondo i brasiliani è indispensabile avviare una massiccia politica di modernizzazione dell’esercito in chiave difensiva. Opinabile o meno che sia questa scelta, a Brasilia procedono spediti: c’è già chi ipotizza che la forza militare che si metterà in piedi nei prossimi anni servirà anche per tutelare la sovranità degli altri Paesi sudamericani. USA, Francia e Regno Unito sono avvertiti.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La crisi finanziaria, che qualcuno frettolosamente aveva liquidato come superata prima ancora che se ne fosse compresa la reale portata, si sta abbattendo implacabile sull’Europa. Ci sono diverse letture possibili, con il risultato di creare una grande “bolla informativa” che alla fine genera più confusione che chiarezza. Quali sono state le cause e quali i colpevoli della crisi?

A scelta, l’elevato tasso di indebitamento dei Paesi dell’Europa mediterranea, il crescente deficit dei conti pubblici, il differenziale tra euro e dollaro che in questi anni ha intaccato l’export europeo, il costo del lavoro che toglierebbe competitività. Sono tutte concause più o meni reali, ma sarebbe davvero riduttivo dare una lettura in termini esclusivamente monetari o di bilancio a una crisi che, in Europa, sta mutando i rapporti di forza tra gli Stati e nella società.

Il welfare, fiore all’occhiello di Eurolandia, pensato in una situazione economica e demografica radicalmente diversa rispetto a quella odierna, è ormai oggetto di un bombardamento quotidiano. La cecità, oppure l’impossibilità politica di aggiornare per tempo questo sistema, porta ora in Europa, in tempi di emergenza, ai primi piani di aggiustamento strutturale di netto stampo liberista. Piani che discriminano in base al reddito: chi avrà risorse per pagarsi i servizi che verranno tagliati continuerà a vivere normalmente, mentre chi non potrà affrontare i costi dovrà adattarsi a una situazione nuova e non certo positiva.

Con le riforme che già si annunciano, il sistema economico europeo, basato sui livelli di omogeneità sociale più alti del mondo, subirà un trasferimento di risorse dalla base della piramide sociale verso l’alto, cioè verso quei settori più direttamente responsabili della crisi finanziaria. Nelle passate settimane sono riecheggiate per la prima volta in Europa le voci di economisti, molti dei quali statunitensi, che hanno riproposto il solito credo con il quale in passato si è tentato, fallendo, di soccorrere Paesi in difficoltà: tagli alla spesa pubblica e al reddito dei settori socialmente più deboli.

Niente di nuovo allora, anche se questa sarebbe l’opportunità migliore per fare almeno quattro cose imprescindibili per il dopo-crisi.
Innazitutto chiudere una volta per tutte il dibattito sulla Tobin Tax e introdurla davvero, per raffreddare la speculazione finanziaria. Gli 800 miliardi che verranno accantonati per il salvataggio dell’euro potrebbero essere garantiti proprio da questa tassa, almeno in parte.
La seconda idea finora lasciata cadere è quella di incentivare la nascita di un’agenzia di rating europea. La sudditanza dei Paesi dell’euro nei confronti delle agenzie d’oltreoceano, coinvolte direttamente in operazione speculative e comunque appartenenti all’area del dollaro, è ormai inspiegabile.

La terza questione riguarda il ripensamento del welfare. Come renderlo più snello alla luce dei nuovi equilibri sociali e demografici, combattendo sprechi e garantendo allo stesso tempo l’assistenza di base e l’educazione comune. Efficienza e solidarietà, giustizia fiscale e sussidiarietà: tutti elementi che vanno di nuovo coniugati affinché il welfare abbia un futuro.

La quarta e ultima questione in sospeso riguarda i piani di uscita dalla crisi. Quelli annunciati sono un mix tra tagli alle spese correnti e infrastrutturali, un po’ di macelleria sociale e quadrature di bilancio forzate. Nulla invece sullo sviluppo, sul gettito fiscale produttivo, sul lavoro, sui settori economici strategici. Così ci si infila dritti dritti nel tunnel della recessione.

Se non vengono ora affrontate le cause strutturali di questa crisi, in futuro sarà sempre più difficile immaginare salvataggi e si registrerà probabilmente la fine dell’euro. Per alcuni significherà avviarsi verso il default, per altri addirittura vedere intaccata la propria integrità nazionale; soprattutto sarà la morte di un sogno, quello di un gruppo di Paesi che ebbero la forza di chiudere con un passato di diffidenze, conflitti e drammi, ma che non hanno poi trovato il coraggio di guardare insieme al futuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Si è appena ripetuta all’Avana, per la seconda volta, la strana legittimazione di un governo socialista da parte del Vaticano. La visita di papa Ratzinger a Cuba, preceduta nel 1998 da quella di papa Wojtyla, rappresenta infatti l’unico viaggio ufficiale di un capo di Stato non latinoamericano in un Paese che i leader occidentali evitano da molto tempo.

Per il Vaticano, l’isola caraibica è una pedina importantissima nel tentativo di recupero dei fedeli nel suo più grande serbatoio, l’America: del miliardo e cento milioni di cattolici al mondo, oltre 500 milioni vivono nel nuovo continente. È qui, dunque, che si gioca il futuro della chiesa di Roma. Qui ormai si giocano gli equilibri politici di una Chiesa che, secondo molto analisti, non potrà fare a meno di darsi un papa latinoamericano non appena sarà possibile.

Il problema, per il papato, è che in America Latina la Chiesa sta subendo un processo di allontanamento dei fedeli che assomiglia sempre più a una frana. Le varie confessioni cristiane riformate ( come gli evangelisti e i pentecostali) e le “nuove” religioni nate negli Stati Uniti (i mormoni e i testimoni di Geova) stanno erodendo il bacino dei cattolici, e in alcuni Paesi centroamericani sono ormai maggioritarie. Il “gregge” di queste chiese ammonta 200 milioni di fedeli: un numero enorme, tale da contendere al cattolicesimo il primato religioso continentale. Non va sottovalutato il fatto che, in molte realtà, queste chiese hanno assunto un ruolo politico attivo.

La causa di questo cedimento cattolico va cercata nell’azione politica dei due papi che si sono recati a Cuba. Negli anni ’80, proprio Wojtyla e Ratzinger furono infatti i demolitori di quella corrente popolare della Chiesa cattolica conosciuta come la “teologia della liberazione”: una riflessione teologica che aveva portato la Chiesa, storicamente a fianco ai potenti, a immedesimarsi e coinvolgersi nelle lotte dei poveri, dei senza terra, delle minoranze etniche.

I vescovi che aderivano a quella corrente furono rimossi uno a uno durante il papato di Wojtyla, mentre si aprivano di nuovo le gerarchie a esponenti conservatori e all’aggressività dell’Opus Dei. Dopo la morte di Giovanni Paolo II le cose non sono cambiate: in America Latina oggi la Chiesa cattolica è conservatrice e, soprattutto, lontana dai poveri, che però proprio negli anni ’80 si sono moltiplicati. Si è aperto così un terreno di caccia per le altre confessioni cristiane, che si sono insediate nei quartieri più disagiati. Gli stessi dove magari le chiese cattoliche si stavano svuotando.

Il vero senso della visita dei papi a Cuba va quindi interpretato alla luce di questi dati. Nell’isola di Castro la rivoluzione non ha mai perseguitato la Chiesa cattolica e nemmeno la religione afrocubana. L’unico vero divieto ha riguardato le religioni provenienti dagli Stati Uniti. Ecco perché Cuba è oggi, paradossalmente, il Paese più cattolico del continente. Ecco perché proprio da qui il Vaticano conta di ripartire con una nuova evangelizzazione.

Per Fidel, invece, la visita del papa è una garanzia dell’impegno del Vaticano affinché la transizione a Cuba avvenga in modo ordinato e pacifico. Insomma, perché quando per motivi anagrafici ci sarà un’altra dirigenza, il Vaticano agisca come forza di mediazione. Per il leader cubano, dunque, il conservatore papa Ratzinger si configura come un alleato e non come un nemico. Le questioni spirituali rimangono sullo sfondo, molto sullo sfondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi mesi a Parigi è stata allestita una grande mostra per ricordare una pagina cancellata della storia d’Europa, gli zoo umani. Nelle esposizioni universali a cavallo tra Ottocento e Novecento– quelle di Bruxelles, Londra, Milano, Parigi, Barcellona – una delle principali attrattive erano i cosiddetti “giardini di acclimatamento”, nei quali non ci si limitava a presentare la flora e la fauna dei Paesi esotici, all’epoca quasi tutti colonizzati dall’Europa. In questi veri e propri zoo veniva riprodotta anche la vita dei popoli tribali.

Intere famiglie di pigmei, di amerindi della Terra del Fuoco e dell’Amazzonia, di boscimani sudafricani, di karen birmani strappati dai loro villaggi con la forza o con l’inganno dovevano recitare la loro vita quotidiana davanti agli occhi dei borghesi delle metropoli europee. Molti morivano di malattia, altri finivano rovinati dall’alcool, diversi si suicidavano, pochi tornavano a casa.

Nel XXI secolo gli zoo umani non sono più ammissibili. In compenso si praticano tranquillamente i safari umani.Quelli che si celano dietro il cartello politicamente corretto di “etnoturismo”, una tipologia di viaggio costosa, che porta il turista a contatto con popoli indigeni sui loro territori ancestrali. Le etnie oggetto di questo turismo sono le stesse che un tempo venivano esposte nei giardini di acclimatamento. Tranne quelle nel frattempo scomparse, è ovvio.

La più grande ONG che si batte per i diritti dei popoli tribali, Survival International, chiede da anni il bando del turismo cosiddetto etnico, perché fatto sulla pelle degli indigeni senza che essi ne ricavino alcun vantaggio. Anzi, molti di questi popoli a contatto con il turismo si sono ridotti a recitare, a banalizzare la loro cultura tradizionale a vantaggio degli spettatori di turno. Basta pensare a ciò che è accaduto ai masai del Kenya, alle finte cerimonie induiste a Bali, alla cremazione dei corpi in India o ai rituali del vudù haitiano.

Spesso chi assiste a queste esibizioni non ha coscienza del fatto che la mercificazione di riti e tradizioni è causa di gravi danni culturali. Quando però il turista sceglie di addentrarsi nei territori tribali, oltrepassa consapevolmente un limite che in molti Paesi è invalicabile anche dal punto di vista legale. In tutto il mondo, gran parte delle popolazioni indigene vive in zone che suscitano grandi appetiti economici, spesso scenario di violenze e conflitti armati. La cronaca riporta con regolarità notizie di turisti “avventurosi” che vengono derubati, sequestrati o uccisi: ma, evidentemente,questo non basta per far riflettere sull’inopportunità di recarsi in posti nei quali non si è voluti. E nemmeno a mettere in guardia sui rischi che, andandoci, si potrebbero correre.

Esistono piccole esperienze di turismo responsabile pensate insieme a popoli indigeni, in America Latina e in Asia. Sono viaggi ideati e realizzati con alcune comunità locali che hanno deciso di ricevere turisti e pongono limiti e vincoli alla loro presenza. Da questi visitatori ricavano un vantaggio economico che verrà utilizzato per progetti comunitari;per di più gli uomini e le donne accolti nelle comunità diventano spesso sostenitori delle loro cause. Il resto è un triste teatrino, molto spesso allestito con la complicità di regimi totalitari che utilizzano le etnie autoctone per attirare turisti: un’ulteriore umiliazione per popoli che hanno già subito troppo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi ultimi anni abbiamo imparato che le materie prime alimentari, energetiche e minerarie non servono solo per mangiare, viaggiare, scaldarsi, produrre oggetti, ma anche per fare soldi. Tanti soldi. Perché quelle risorse essenziali che la gente comune chiama grano e soia, nichel e petrolio, cacao e caffè, carne di manzo o di maiale, per gli agenti di borsa hanno un altro nome. Le chiamano commodities e le quotano sui mercati: non quelli di quartiere, ma quelli finanziari, che hanno un orizzonte internazionale.

Oggi i  prezzi e la disponibilità di queste materie prime sono controllati da 12 giganti. Tra essi, cinque sono svizzeri e quattro statunitensi: insieme fatturano circa mille miliardi di dollari USA all’anno. Sono le cosiddette trading houses, misteriosi manovratori dei prezzi della benzina e del pane, che dispongono di ingenti capitali per speculare, acquistare, stoccare e vendere beni di questo tipo. E che decidono gli investimenti sulla base di approfondite ricerche di economia e geopolitica anziché dopo aver studiato le stagioni agricole e i cambiamenti climatici. Possono permettersi di immagazzinare enormi quantità di materie prime se il momento non è quello giusto per vendere, e sono in grado di determinare che cosa semineranno gli agricoltori di mezzo mondo in base ai prezzi promessi.

Le trading houses incidono pesantemente sulle quotazioni delle materie prime sui mercati e sul prezzo dei futures, cioè dei titoli che scommettono sul prezzo che una certa risorsa raggiungerà in un determinato momento. In poche parole non producono nulla ma, speculando, decidono che cosa produrranno gli altri e stabiliscono il valore della loro produzione. L’agricoltura globale è oggi nelle mani di queste realtà che controllano infatti tra il 70 e l’85% del mercato dei cereali, e che determinano anche i prezzi dei metalli: nelle loro mani ci sono il 60% del mercato dello zinco e il 40% di quello del rame. E commercializzano più petrolio dell’Arabia Saudita.

In questo mondo di poteri fortissimi che preferiscono non farsi notare è in atto un processo di ulteriore concentrazione, con l’annunciata fusione tra le svizzere Glencore e Xtrata. Nascerebbe un colosso da 90 miliardi di dollari all’anno, ma è solo una stima, perché questi gruppi non amano quotarsi in Borsa. La statunitense Cargill, per esempio, fattura 108 miliardi di dollari con il trading di materie prime e non ha bisogno di Wall Street. In borsa poi ci sono regole sulla trasparenza e sui movimenti delle aziende quotate che non si addicono esattamente al modus operandi delle trading house. Com’è immaginabile, questo business attira il più grande divoratore di materie prime emergente: la Cina, che sta già entrando nel club attraverso la Noble con sede a Hong Kong.

Se appena si solleva il velo di segretezza che caratterizza questo settore dedito alla grande speculazione e a operazioni al limite della legalità, si intravede la fragilità dell’odierno mondo globalizzato, nel quale un numero sempre più ridotto di soggetti riesce a imporre a miliardi di persone i consumi, i prezzi, perfino i modelli di sviluppo. Soggetti che si schermano dietro società offshore non quotate in borsa, con capacità di sviluppare business in decine di Paesi.

Anche la Tobin Tax oggi in discussione, che dovrebbe tassare i profitti della speculazione finanziaria, sarebbe uno strumento insufficiente per intervenire su queste logiche. Ci vorrebbe il coraggio di separare nettamente la produzione di beni essenziali dalla speculazione, vietando strumenti finanziari come i futures e restringendo il campo d’azione delle trading houses.

Ma di questi tempi, chi ha il potere di ridimensionare gli speculatori?

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A me sembra un sogno che Buenos Aires sia nata.

La ritengo tanto eterna quanto l’acqua e l’aria.

J.L. Borges

Buenos Aires, porto dell’estrema Europa,

capitale di un impero mai esistito.

A. Malraux

La città di Santa María de los Buenos Aires non solo è la porta d’ingresso del paese, tappa inevitabile per chi voglia visitarlo. È anche una città-stato, uno spazio metropolitano sconfinato che nell’immaginario dei suoi abitanti, i porteños, rappresenta da solo uno dei due paesi in cui si divide l’Argentina: la capital, contrapposta a el interior, tutto il resto del paese.

Fondata due volte dagli spagnoli che girovagavano alla ricerca dell’Eldorado, Buenos Aires divenne ricca e potente grazie ai capricci della natura e dell’economia mondiale: bovini, ovini e cavalli, che nelle Pampas trovarono un habitat miracolosamente favorevole dove moltiplicarsi, grazie alle innovazioni tecnologiche della seconda metà dell’Ottocento, si trasformarono in una fiorente esportazione di carne fresca, basilare per l’alimentazione dell’Europa occidentale fino agli anni Sessanta. La piccola e marginale Buenos Aires divenne così, alla fine dell’Ottocento, uno dei più importanti porti mondiali per l’esportazione di cuoio, cereali, frutta, vino e carne.

Il processo di concentrazione delle attività produttive, culturali e politiche attorno alla capitale fu inarrestabile: Buenos Aires divenne metropoli alla fine del XIX sec., e una grande area metropolitana negli anni Sessanta (Grande Buenos Aires). Nei suoi 1200 kmq di estensione hanno sede il 75% delle attività industriali del paese e l’80% di quelle terziarie.

Non stupisce quindi che qui sia concentrato anche un terzo della popolazione del paese (11.000.000 ab.). Già nel 1943 il medico-scrittore Florencio Escardó trovò una spiegazione intelligente a tale gigantismo: “le province hanno creduto che Buenos Aires, in quanto sede delle autorità nazionali, fosse il punto supremo delle aspirazioni di tutti. Buenos Aires ha invece avuto un criterio fortemente accentratore. Si è ingrandita, è diventata bella, si è fortificata, con una logica propria che non era quella di capitale di una federazione. La città vive per se stessa, la repubblica viene percepita come un sipario sullo sfondo” (Geografía de Buenos Aires).

Nel triangolo delimitato dalla Casa Rosada, dal Parlamento e dalla City si definiscono le strategie economiche nazionali, si concretizzano alleanze e divisioni politiche, si preparano i golpe, si lanciano le mode e si diffondono i modelli culturali. Qui hanno sede tutte le televisioni, le radio e le testate giornalistiche nazionali. Buenos Aires è lo specchio di quanto di meglio e di peggio abbiano realizzato gli argentini negli ultimi 450 anni, il palcoscenico dove si sono consumati i drammi e i momenti gioiosi di un popolo eterogeneo che contribuì a costruire una metropoli laica dotata di chiese, moschee, sinagoghe e templi massonici.

Buenos Aires non è né bella né brutta: è un caso abbastanza raro di grande metropoli in cui non esiste un comune denominatore, e quindi ognuno può cercare (e non di rado incontrare), o inventarsi, ciò che più ama.

 

Milioni di uomini, di donne, di bambini, di operai, di impiegati. Come parlare di tutti? Come rappresentare quella realtà innumerabile in cento pagine, in mille, in un milione di pagine? Sei milioni di argentini, spagnoli, italiani, baschi, tedeschi, ungheresi, russi, polacchi, iugoslavi, siriani, libanesi, lituani, greci, ucraini. Oh, Babilonia! La città galiziana più grande al mondo. La città italiana più grande al mondo. Più pizzerie che a Napoli e Roma insieme. Oh, Babilonia! (Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe)

Alfredo Somoza

L’agricoltura mondiale è sempre più OGM e anche in Europa il vento comincia a soffiare nella stessa direzione. Secondo i dati recentemente pubblicati nel rapporto annuale dell’ISAAA, l’associazione che fa capo alla lobby del transgenico, nel 2011 la superficie mondiale coltivata a OGM è aumentata di 12 milioni di ettari, raggiungendo i 160 milioni di ettari coltivati da 17milioni di agricoltori in 29 Paesi, 19 dei quali in via di sviluppo.

L’Europa è sempre stata una diga nei confronti delle colture biotech, grazie all’applicazione del cosiddetto principio di precauzione: finché non si dimostra l’innocuità di un prodotto agricolo, non ne può essere permessa la coltivazione né il consumo. Nei fatti, però, la diga sta cedendo. Oggi da un lato il foraggio destinato ai capi di bestiame europei è abbondantemente composto da soia OGM; dall’altro, l’approvazione della varietà di mais transgenico numero 810 della Monsanto, avvenuta nel 2010, ha permesso a Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia di raggiungere i 115.000 ettari coltivati a mais geneticamente modificato, con un ritmo di crescita del 25% all’anno.

A livello globale, gli Stati Uniti continuano a essere il produttore leader delle colture biotech, con 69 milioni di ettari. Alle loro spalle il Brasile si sta affermando come il nuovo protagonista globale del settore, con 30,3 milioni di ettari coltivati. Seguono l’Argentina (con 24 milioni di ettari) e poi i giganti asiatici India e Cina, specializzati in cotone geneticamente modificato. Nel business è entrata anche l’Africa, a causa delle terre che diversi governi del Continente Nero hanno ceduto a Paesi arabi e asiatici, bisognosi di alimenti o biocombustibili.

Tutto ciò ha fatto crescere il comparto dell’11% nei Paesi in via di sviluppo e del 5% in quelli industrializzati. Intanto la scienza continua a non chiarire se i prodotti transgenici possano avere conseguenze negative sulla salute umana né, tantomeno, spiega quali siano gli eventuali effetti che essi potrebbero sviluppare.

In questo contesto, l’affermazione definitiva dell’agricoltura OGM dipende fondamentalmente dalla posizione che l’Europa assumerà in futuro. Un’Europa che fatica a mantenere la storica posizione di sostanziale chiusura al biotech, preoccupata dal fatto che, se tenesse ferma la rotta, toglierebbe ai propri agricoltori l’opportunità di fare più profitti. Una delle vie di uscita a disposizione della Commissione Europea, forse la peggiore ma purtroppo già in discussione, consiste nell’autorizzare la libera scelta dei singoli Paesi. Il rompete le righe avrebbe come conseguenza la fine della diversità europea: una diversità costruita negli anni malgrado il peso delle lobby, soprattutto grazie al successo dei movimenti  che si battono contro la cosiddetta agricoltura Frankenstein.

I Paesi emergenti e quelli più poveri, invece, ripongono molta fiducia nell’aumento della produzione che gli OGM sembrano garantire. Tuttavia questo convincimento contrasta con i risultati di una recente indagine della FAO sulla sicurezza alimentare: pur escludendo gli organismi geneticamente modificati, lo studio conclude che la produzione alimentare continuerà a crescere nei prossimi trent’anni e supererà la crescita demografica. Ciò nonostante, sempre secondo l’indagine della FAO, non si riuscirà a soddisfare il fabbisogno umano, perché le vere cause della fame e della malnutrizione sono la povertà e la mancanza di accesso alle risorse alimentari: due questioni che i sostenitori degli alimenti transgenici non affrontano, due situazioni critiche che il modello dell’agrobusiness OGM tende a peggiorare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La crociera turistica è un fenomeno relativamente moderno. È nata infatti nei Caraibi negli anni ’70, quando i transatlantici per il trasporto passeggeri sono stati superati dall’aereo. Solo allora gli armatori hanno creato questo nuovo mercato, caratterizzato sin dagli esordi da alti livelli di redditività.

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a quasi 16 milioni. Offerta e domanda sono cresciute in parallelo, con una capacità ricettiva che nel 2010 aveva già superato i 500.000 letti (pari alla metà circa dell’intera capacità ricettiva del Sudest Asiatico). Il settore si caratterizza per il notevole dinamismo, con una clientela che cresce, a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 30% all’anno.

Il sistema, che coinvolge un ampio ventaglio di settori economici, riconosce all’Italia un ruolo di primo piano: tra gli Stati industrializzati il nostro Paese possiede infatti la principale flotta di navi da crociera per stazza, e occupa il quarto posto assoluto a livello mondiale dietro Bahamas, Panama e Bermuda. Le crociere sono tra le fonti che contribuiscono in modo più significativo al movimento turistico nel Mediterraneo, con un impatto rilevante anche in termini economici: ogni passeggero spende in media 100 euro nelle città d’imbarco e 50 euro in ogni località visitata durante la crociera, cifre alle quali va aggiunto il costo della crociera stessa.

Le navi, comunemente definite città galleggianti, sono in realtà villaggi turistici in movimento: rispetto ai resort “tradizionali” hanno il vantaggio di potersi spostare, di variare la propria offerta, destagionalizzarla inseguendo il caldo. Il decollo definitivo del turismo da crociera è avvenuto in un preciso momento storico: dicembre 2004, il mese del terribile tsunami abbattutosi su parte dell’Asia. Le macerie lasciate dalla grande onda segnavano l’inizio del declino dei tipici beach resort, le strutture ricettive all-inclusive grazie alle quali gli europei avevano cominciato a fare turismo balneare dall’altra parte del mondo.

Peraltro il modello del resort, struttura che spesso assomiglia a un’astronave aliena e luccicante atterrata in un contesto di degrado e miseria, stava cominciando a fare i conti pure con l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo per il Paese ospite. E aveva già dimostrato di  non essere immune alla criminalità.

Il resort tropicale, insomma, nel 2004 ha cominciato a passare di moda. Il naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la possibilità di andarsi a cercare il bel tempo. Per non parlare del massimo immaginabile in termini di sicurezza: il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra durante le sue vacanze.

Anche la nave da crociera è un paradiso d’abbondanza alieno. Viaggia troppo al largo dalle umane miserie dei tropici per offendere i sentimenti dei turisti: occhio non vede (la povertà), cuore non duole. E le ferie scivolano via più serene. Però c’è un però. L’aumento vertiginoso della domanda sta giocando un brutto scherzo alle compagnie armatrici. La maggiore capacità ricettiva porta all’obbligo di garantire un’occupazione dei posti letto costante durante l’anno. Per questo anche qui, come nei resort, è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante è il numero e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata.

Non sono questi i motivi che hanno portato alla tragedia dell’isola del Giglio, ma l’industria turistica deve ancora una volta riflettere sul modello che continua a riproporre, a terra come sul mare. Un modello ispirato al più bieco consumismo, insostenibile sotto il profilo ambientale, basato sull’isolamento del turista dal contesto culturale e sociale del Paese visitato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Lo Stato alla riscossa

Pubblicato: 23 febbraio 2012 in Mondo
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Dalle pieghe della crisi sta emergendo un dato inaspettato: dopo anni e anni di disquisizioni sulla liquefazione delle identità e delle economie locali, destinate a fondersi nell’immenso pentolone della globalizzazione, ecco che rispuntano con forza gli Stati nazionali. La vecchia, solida struttura politico-amministrativa sulla quale, dal Trecento in poi, si è basata la costruzione degli odierni Stati ha riacquisito la sua centralità per una ragione semplice: nella tempesta finanziaria è proprio dagli Stati che sono arrivate, buone o cattive, le uniche risposte concrete. Gli organi transnazionali invece tacciono.

La retorica della globalizzazione ci spiegava che quella nazionale era una dimensione superata, sia dalle aggregazioni regionali sia dagli organismi multi-bilaterali. Fino al 2010 la cronaca internazionale descriveva il FMI, il WTO, l’Unione Europea e il G20 (per non parlare di Internet) come i nuovi detentori del potere. Che non sarebbe stato più nazionale bensì, appunto, globale. Oggi, invece, i giornali riportano quotidianamente solo le dichiarazioni dei presidenti o dei primi ministri di Francia, Germania, Stati Uniti e Cina. Si dibatte sul ruolo della Germania in Europa, sul peso dell’asse franco-tedesco e sulla validità delle risposte americane alla crisi.

È innegabile che siano state le singole nazioni a salvare le banche e a pompare liquidità nel sistema, a stimolare l’economia e a preoccuparsi dei disoccupati. Del resto il lavoratore, la banca o l’azienda in crisi non chiedono certo aiuto alla Banca Mondiale, ma si rivolgono alle istituzioni dei rispettivi Paesi: si aspettano che siano i governi a risolvere i problemi, anche perché li ritengono responsabili di ciò che sta accadendo. Al contrario, gli organismi internazionali non vengono percepiti, se non da minoranze intellettuali, come i responsabili dei grandi disastri politico-economici, anche se spesso ne sono i primi colpevoli.

In un recente saggio il professor Dani Rodrik, docente di Economia ad Harvard, ha criticato pesantemente Amartya Sen per aver parlato dell’esistenza di una nuova “identità multipla” che oltrepasserebbe i confini nazionali: recenti ricerche condotte tra la popolazione degli Stati Uniti rilevano invece che oggi l’attaccamento all’identità nazionale è altissimo, tanto da mettere in ombra perfino le identità locali. È facile ipotizzare che, se la ricerca venisse riproposta in Europa, i risultati sarebbero simili.

Molto probabilmente, in questi anni, media e sociologi hanno confuso l’omologazione dei cittadini al modello di consumo proposto dalle grandi multinazionali con un effettivo cambiamento di percezione delle persone rispetto al loro Paese e al resto mondo. Invece lo Stato di appartenenza rimane la “mamma”, amata e odiata, dalla quale il cittadino vorrebbe emanciparsi  quando le cose vanno bene, ma alla quale si attacca quando le difficoltà prevalgono, aspettandosi protezione e cure. Al contrario le istituzioni sopranazionali appaiono incomprensibili, evanescenti, lontane dalla percezione del cittadino comune alle prese con problemi concreti. Per giunta esse hanno pochi poteri, perché gli Stati non hanno mai voluto trasferire loro consistenti quote di sovranità.

Secondo Rodrik, insomma, gli Stati nazionali saranno pure un relitto ereditato dalla storia, ma alla fine sono tutto ciò che abbiamo.  C’è da dargli ragione.

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)