E’ l’ultima frontiera dei diritti ancora negati, è un’emergenza sociale che costa migliaia di vite umane ogni anno. Le violenze sulle donne sono una delle “eredità culturali”, se così si possono definire, più radicate nei secoli in società fortemente improntate sul ruolo predominante dei maschi, sull’elogio della forza e della virilità, sulla sottovalutazione, se non l’accettazione, delle violenze avvenute dentro le mura di casa. Negli ultimi anni la crescita del movimento femminista latinoamericano sta dando il via a una grande rivoluzione civile: in diversi paesi, le violenze contro le donne sono finalmente perseguibili. Si stanno infatti moltiplicando le legislazioni che tutelano e puniscono la violenza di genere in Sud America, ma la vera notizia è che finalmente in Centro America, la regione nella quale si registrano i più alti indici di violenze, le cose possono cambiare: il Parlamento nicaraguense, all’unanimità, ha detto sì alla “Ley Integral en contra de la Violencia hacia las Mujeres” che prevede la penalizzazione di tutte le forme di violenza nei confronti del genere femminile. Violenza e abusi non solamente fisici, ma anche psicologici, economici e lavorativi. Le pene previste vanno dai 15 anni di prigione per i casi di violenze fisica o psicologica fino ai 30 per “femminicidio”. Le femministe del Nicaragua, paese nel quale la violenza sessuale familiare è all’ordine del giorno, puntano anche al divieto dell’interruzione di gravidanza dovuta a violenza, e in Sud America, l’Argentina potrebbe essere il terzo paese del Continente, dopo il Canada e gli Stati Uniti, a rendere legale l’aborto. Dopo la restituzione della dignità e della giustizia alle vittime delle dittature, dopo la fine formale delle discriminazione su base etnica contro indios e afroamericani, dopo le campagne massicce sui diritti dell’infanzia, ora l’attenzione va alle donne. Una lotta spesso silenziosa soprattutto in paesi ad alto rischio come il Guatemala, dove si contano un migliaio circa di vittime di violenza di genere ogni anno e nel quale l’ Asociación de Mujeres de Guatemala organizza le sue “marchas silenciosas” per richiamare l’attenzione di un’opinione pubblica che fa fatica a riconoscere non solo gli aspetti più tragici del fenomeno, ma anche le umiliazioni silenziose, la violenze taciute, i soprusi più o meno legalizzati.

L’America latina si interroga oggi sul come sradicare pratiche quasi ancestrali di violenza di genere. Un tema rimasto tabù per troppo tempo nelle agende della politica, anche se sono state le donne le principali protagoniste di molte lotte per i diritti, si pensi ad esempio  alle madri degli scomparsi di tanti paese. Oggi le donne latinoamericane rivendicano e cominciano a segnare le prime vittorie politiche, perché anche su queste violazioni si possa scrivere “nunca más”, mai più.

Alfredo Somoza

(retrato de Mujer. Diego Rivera)

Incuneata tra i fiordi e le foreste, Oslo possiede un curioso carattere a metà tra la sofisticata capitale europea e il villaggio rurale.  Capitale ricca di cultura e di storia, ma anche porta d’ingresso per un fantastico mondo naturale laddove l’Europa diventa di ghiaccio.

 

Il centro cittadino di Oslo è caratterizzato dalla miriade di negozi, caffè e mercati. Difficile definire lo stile della capitale norvegese: l’abbondanza di parchi e le ampie aree pedonali la rendono assai vivibile e poco caotica, e anche durante le gelide serate invernali le strade del centro e della città vecchia prospiciente al mare si riempiono di gente. Oslo è una città prevalentemente moderna. La sua architettura ha le linee austere tipiche delle città scandinave. Pur avendo infatti oltre un millennio di storia, Oslo è stata ricostruita numerose volte a causa dei molti incendi che nel corso dei secoli l’hanno distrutta, come quello del 1624 che la rase completamente al suolo e “grazie” al quale Oslo fu ricostruita in pietra e mattoni. Fu re Christian IV a progettare personalmente la nuova città e le mura di cinta, anche se l’incremento della popolazione fu così rapido che dopo pochi decenni le mura dovettero essere abbattute per fare posto a nuovi abitanti. La città fu rinominata in onore del suo sovrano e per 300 anni fu nota come Christiania.
Con un territorio di oltre 450 km quadrati Oslo è una delle più estese capitali europee, con la particolarità però di avere la maggior parte della sua area ricoperta da fitte foreste. Se a questo si aggiunge poi il fatto che, con la sua popolazione di nemmeno mezzo milione di abitanti, Oslo è la più piccola delle capitali scandinave, ci si fa ben presto un’idea di come i confini ufficiali della città si espandano ben oltre il perimetro urbano fino a perdersi nei boschi. Questo significa anche che migliaia di chilometri di piste da sci (illuminate per consentirne l’uso anche durante i bui mesi invernali) sono comodamente raggiungibili dal centro città. E lo sci, in tutte le varianti è la passione nazionale dei norvegesi nonché un’antica tradizione – nato non tanto come sport quanto piuttosto come elementare mezzo di trasporto. Cosìcome altre città europee hanno cattedrali o grattacieli a definirne il profilo, Oslo ha il trampolino per salto con gli sci di Holmenkollen che la domina dall’omonima collina.

Al vicino nord in treno

Il treno veloce e silenzioso che collega Oslo con Hamar è il migliore messo per entrare nella Norvegia dei grandi spazi aperti e delle foreste. Questa cittadina è, insieme a Lillenhammer, uno dei punti più importante del distretto di Hedmark, cuore agricolo del paese sulla sponda del grande lago Mjosa con belle spiagge e un simpatico porto.

Da Hamar si snodano centinaia di percorsi di turismo rurale che offrono l’alternativa all’altra grande attrattiva del paese, il dedalo dei fiordi. L’agriturismo è in piena espansione in un paese dove l’agricoltura rimane fortemente sovvenzionata, ma è pur sempre un’attività “minore” rispetto al terziario e all’estrazione dell’oro nero.

Una delle prime fattorie che si sono aperte al turismo è la Rudi Farm, nella Valle di Gudbrand. In questa centenaria tenuta, che alterna aree coltivate con aree boschive, si può pernottare, mangiare le pietanze tipiche della campagna norvegese (formaggi, cervo, renna, frutti di bosco) e conoscere il folklore locale, soprattutto musicale. A Hamar esistono anche resti importanti della storia di questo popolo di agricoltori e navigatori che fu ben conosciuto, e temuto, dal resto degli europei durante il Medioevo. Appena fuori città, su una collina, si erge l’abbazia di Domkirkeodden, o meglio metà di quello che fu l’abbazia, conservata in una gigantesca scatola di cristallo per evitare che pioggia e ghiaccio finiscano di demolirla. Costruita nel 1200 e distrutta nel 1500 durante l’occupazione danese della Norvegia, fu ricostruita più volte e ancora distrutta da russi e svedesi in successive invasioni. Oggi Domkirkeodden è un simbolo della tormentata, ma coraggiosa storia dei norvegesi e qui si celebrano messe e matrimoni e si recitano pagine di storia in costumi tipici. Nell’organizzare la visita a questa località nel cuore del paese non bisogna dimenticare l’opera del più grande scrittore e autore teatrale norvegese, Henrik Ibsen, che proprio nel Gudbrand trovò ispirazione per la sua più famosa opera, quel Peer Gynt che racconta l’epica storia di questa terra verde e aspra. E’ possibile assistere ad una rappresentazione in costume del Gynt sulla sponda del Lago Gala nei lunghi tramonti dell’estate boreale. Uno spettacolo che merita se non altro per la cornice di un verde profondo e antico nella breve estate dall’eterno giorno.

 

Alfredo Somoza

 

La grande crisi che si è abbattuta dal 2008 in poi su Europa e Stati Uniti per ora ha solo rallentato la crescita impetuosa delle cosiddette economie “emergenti”, e soprattutto degli alfieri del nuovo ordine internazionale multipolare, i Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Le stime al ribasso della crescita della Cina e del Brasile non destano per ora troppe preoccupazioni, o comunque ne suscitano molte meno di quelle che riguardano l’Europa.

Il campanello d’allarme in America Latina, continente che continua a godere di un periodo positivo dal punto di vista economico grazie ai prezzi delle commodities e all’aggancio progressivo al mercato del Pacifico, riguarda invece la politica.  In Venezuela, dove il prossimo ottobre si voterà per eleggere il nuovo presidente, il principale punto del dibattito è la salute di Hugo Chávez che ha deciso di ripresentarsi, malgrado la gravità della sua malattia. La sua non appare una ricandidatura attribuibile a quella “aspirazione all’eternità” tipica dei populismi, quanto piuttosto alla constatazione che la rivoluzione bolivariana non ha prodotto una classe dirigente in grado di esprimere nuove leadership.

Non sarebbero pochi gli argomenti sui quali farsi venire nuove idee in Venezuela. Innanzitutto sul tema della persistenza della povertà di massa e dell’insicurezza generale che essa produce, pur dopo 13 anni di investimenti dello Stato. Oppure sul perdurare delle storiche dipendenze venezuelane dall’import di prodotti industriali e alimenti. Il candidato delle opposizioni, Capriles, non è totalmente fuori dai giochi, anche se ha già dovuto confermare, in caso di vittoria, il mantenimento di diverse politiche di welfare create da Chávez. Una situazione, quella dei liberisti che devono mantenere alcune conquiste sociali, molto frequente nell’America Latina degli ultimi anni.

In Paraguay invece c’è stato un golpe institucional contro il presidente Fernando Lugo. Lo scorso 22 giugno il Senato ha votato a favore della destituzione di Lugo per “cattiva gestione” in relazione ai gravissimi fatti che hanno visto la morte di 11 contadini e 6 poliziotti a Curuguaty durante l’operazione di sgombero di un’azienda agricola occupata da un mese dai senza terra. Il “giudizio politico”, previsto dalla Costituzione post-dittatura, si è concluso a tempo di record con la destituzione del presidente con un solo voto contrario. Dietro le quinte si registra la soddisfazione dei grandi proprietari terrieri che coltivano soia OGM, della parte conservatrice della Chiesa cattolica, e più in generale dei poteri forti. Il presidente-sacerdote è stato difeso solo dai colleghi alla guida dei Paesi del Mercosur, che hanno sospeso il Paraguay e minacciato ritorsioni senza ottenere però risultati concreti. Il mandato di Lugo sarebbe scaduto il prossimo mese di aprile: proprio per questo motivo è difficile interpretare il golpe che ha portato al potere il suo vice, esponente dello storico  Partito Colorado.

Il terzo campanello d’allarme arriva dal Messico, dove dopo 12 anni di governo del conservatore PAN torna al potere l’inossidabile PRI, il Partito della Rivoluzione Istituzionale che aveva governato il Messico nei precedenti… 70 anni! La sinistra ancora una volta non è riuscita a vincere, confermando che il Paese confinante con gli Stati Uniti continua a rimanere estraneo all’ondata di rinnovamento che, ormai da un decennio, ha investito la politica latinoamericana, determinando anche gli equilibri del Centro del continente. Un ritorno dei “dinosauri”, dunque, che in realtà non sono mai scomparsi. Sono solo rimasti in agguato cercando di riproporsi, come in Messico, con facce più giovani e  telegeniche.

Altri fronti di preoccupazione sono la situazione stagnante di Cuba, dopo le aperture dell’anno scorso, e la crisi sull’economia che sta determinando il blocco del mercato dei cambi in Argentina.

Se ne potrebbe dedurre che in America Latina si sta voltando pagina di nuovo, ma sarebbe una conclusione errata. L’architrave dei cambiamenti in corso, e soprattutto del nuovo posizionamento internazionale dell’America Latina (equidistante da Stati Uniti e Europa, in veloce avvicinamento all’Africa e all’Asia e con alleanze regionali via via più ambiziose) è stato il Brasile di Lula e oggi di Dilma Rousseff. L’asse Lula-Chávez-Kirchner-Bachelet è stato decisivo nella messa in moto di queste dinamiche: poi si sono aggiunti Morales, Correa, Lugo, Vázquez. Alcuni processi avviati durante quella stagione sono ormai irreversibili. Primi fra tutti la diversificazione dei mercati internazionali e l’autonomia politica dagli Stati Uniti. Altri caposaldi non si discutono: il neo-conservatore Piñera in Cile ha dovuto confermare buona parte del welfare ereditato dal centrosinistra. Lo stesso, come si è detto, si è impegnato a fare in caso di vittoria Capriles in Venezuela.

Ultimo ma non meno importate, la democrazia come sistema di governo si è ormai consolidata nella regione: tanto che sono stati gli stessi Paesi latinoamericani a intervenire per bloccare diversi tentativi di sovvertimento dell’ordine democratico. Con l’eccezione del pasticcio paraguayano. Ora siamo alla “seconda generazione” di politici: qui cominciano le difficoltà e si distinguono i leader carismatici che hanno lavorato per preparare la propria successione e quelli che non lo hanno fatto. La differenza che passa tra Lula e Chávez.

Se il livello di partecipazione della società civile resterà alto come in questi anni, sicuramente sarà possibile garantire la continuità di politiche che si sono dimostrate molto efficaci nel ridurre la povertà e garantire i diritti. Anche se poco noto, oggi nel continente sudamericano molti paesi hanno legiferato in favore dei matrimoni gay, hanno sancito il diritto al cambiamento di sesso, al testamento biologico. Hanno legalizzato le droghe leggere. La povertà è calata in generale, ma soprattutto in Brasile, storico serbatoio della disperazione sociale, dove decine di milioni di ex-poveri si sono avvicinati ai ceti medi. Ma sarà l’andamento dell’economia, che qui ancora “gira”, a permettere il sostegno delle politiche espansive e ridistributive applicate negli anni scorsi. Quando bisognava uscire dalle macerie lasciate dal neoliberismo degli anni ’90. Quelle politiche che i Paesi latini si sono potuti permettere dopo la rottura politica con il Fondo Monetario Internazionale e le sue ricette recessive sempre uguali, oggi riproposte in Grecia e Spagna.

L’America Latina ha ancora margini incredibilmente grandi per crescere riducendo le ingiustizie sociali. Purché a guidare il continente non sia l’economia ma la politica (oggi presa a bersaglio in Europa), proprio come è accaduto negli ultimi 10 anni. In questa parte del mondo il governo della finanza senza mediazione politica è già stato sperimentato: nessuno sano di mente potrebbe oggi proporre agli elettori di tornarci.

Alfredo Somoza

Il Chiapas è balzato agli onori della cronaca quando nel 1994 un pugno di insorti zapatisti del Chiapas dichiararono “guerra” agli accordi del NAFTA tra Messico e gli Stati Uniti. Nasceva la lotta di resistenza al neoliberismo in America Latina. Il Chiapas, al confine con il Guatemala, non è soltanto lo stato più povero del Messico e culla della resistenza indigena, è anche uno scrigno di biodiversità naturale e culturale che offre molto al viaggiatore.

 San Cristobal de las Casas, città che porta il nome del suo primo vescovo e grande accusatore delle malefatte della Corona spagnola nei confronti degli indios, è la porta d’ingresso del piccolo Stato messicano del Chiapas nel cuore del mondo dei maya. Una città di montagna dall’inconfondibile sapore coloniale spagnolo, a2.100 metridi altitudine e dal clima temperato tutto l’anno nella quale i colori dei mercati e delle persone infondono un’impronta genuinamente indigena che rendono il Chiapas  più vicino al Guatemala che al Messico. Affacciarsi nei patios delle vecchie case permette di scoprire mondi segreti pensati per garantire la quiete delle famiglie in un contesto protetto, ma all’aperto. Oggi le vecchie corti nascondono negozi di artigianato, bar, piccoli hotel, ristoranti e ancora tante famiglie. Le strade di ciottolato convergono sempre in piccole piazze popolate a tutte le ore da passanti, innamorati e venditori ambulanti. San Cristobal sa di caffè, di cui il Chiapas è uno dei produttori mondiali di più alta qualità, e che qui viene consumato a tutte le ore. Alcuni spunti interessanti per entrare nel sentimento della città sono il Mercato della frutta, dove si possono consumare e ammirare i mille frutti arrivati dalle terre basse tropicali e la Chiesa barocca di Santo Domingo, scelta dagli indigeni maya-tzoltziles come luogo di mercato per il loro splendido artigianato.

A poca distanza di San Cristobal, si trova Chiapa de Corzo, da dove partono le barche che conducono i turisti a percorrere il Cañón del Sumidero, uno spettacolare canyon fluviale dalla storia tragica: qui diverse centinaia di indios si suicidarono, buttandosi dallo strapiombo alto900 metri, prima di arrendersi agli spagnoli nel XVI secolo. Nelle acque del Rio Grijalbo che attraversa il canyon, nuotano gli ultimi esemplari di coccodrillo messicano e si possono osservare pellicani, cormorani, garze e avvoltoi.

La gestione di alcuni dei luoghi più visitati sono in mano degli indigeni che vivono in queste zone, come nel caso di Motebello, un ecosistema di lagune diventato parco nazionale a soltanto60 chilometrida Comitàn de Dominguez, a ridosso dalla frontiera con il Guatemala. Nelle vicinanze, le cascate di Chiflòn formano una consistente barriera d’acqua che precipita sul fiume San Vicente generando una pioggia sottile che si estende per centinaia di metri.

Tornando a San Cristobal, dieci chilometri prima, si trova il paese di San Juan Chamula, uno dei luoghi mistici più noti e interessanti del Messico. Nella chiesa del paese, custodita 24 ore al giorno dai membri di una confraternita indigena, si celebrano riti sincretici di alto valore simbolico. Per gli indigeni chamulas (maya tzotziles), questa Chiesa si trova sull’ombelico del mondo, dentro una “cicatrice” della valle dove gli antichi celebravano i rituali millenari e i sacerdoti cristiani eressero la loro Chiesa sfruttando la sacralità del posto. All’interno del tempio vengono consumati sacrifici ai santi cattolici officiati da curanderos (medici-sacerdoti tradizionali), che però in realtà si rivolgono alle forze della natura che veneravano gli indios. Il pavimento è ricoperto da aghi di pino e i santi sono appoggiati lungo i muri della Chiesa e vengono interpellati per guarire malattie, l’anima di qualcuno, risolvere problemi di lavoro o di coppia. San Giovanni Battista è il santo più venerato qui, più di Gesù, e oltre a offrire cibo e bevande alla sua immagine, si può assistere anche al sacrificio di un gallo. I turisti non sono ben accetti in Chiesa, ma chiedendo con il dovuto rispetto permesso alle guardie della confraternita si può entrare senza assolutamente però scattare fotografie.

Il Chiapas è anche archeologia maya, foreste primarie impervie, dove si sta organizzando un turismo di comunità molto interessante e anche “caracoles”, cioè le zone liberate dai zapatisti nelle quali si sta ricostruendo la vita comunitaria tipica degli indigeni che hanno saputo resistere a 500 anni di violenze e soprusi rimanendo attaccati alle loro tradizioni e alla loro terra.

Alfredo Somoza

Il PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale del Messico è stato più che un partito lungo il ‘900, è stata la monolitica colonna portante di un paese che in quel periodo si affermava come potenza regionale. Nato nel 1929 per trovare un posto nelle istituzioni ai rivoluzionari, secondo le malelingue da qui deriva il “rivoluzionario istituzionale”, oppure per garantire la continuità dei principi della rivoluzione messicana, secondo la retorica ufficiale, il PRI è stato il partito-stato dalle mille contraddizioni lungo 70 anni ininterrotti di potere. Solo il PCUS sovietico ha avuto una così lunga storia, con la differenza che però il PCUS è scomparso nel 1991, mentre il PRI sta per tornare al potere tra poche ore.

Il PRI è stato a lungo un partito nazionalista, fortemente statalista, schierato internazionalmente contro gli Stati Uniti e terra di rifugio per i profughi politici del Sud America. E’ stato anche repressore sanguinario delle rivolte studentesche del ’68, casa di tutte le corruzioni, neoliberista e populista. La somma dei vizi e delle virtù dei messicani per decenni. La migliore definizione sul Messico governato dal PRI è stata data dal Nobel Mario Vargas Llosa che lo definiva la “dittatura perfetta”.

Quanto il PRI ha dovuto cedere la mano al conservatore PAN nel 2000 lo fece con lo spirito di prendersi del tempo per riorganizzarsi  in attesa di tornare al potere. Dopo 12 anni, la parentesi si sta chiudendo questo weekend. Nel frattempo il PRI si è rinnovato, almeno generazionalmente, è entrato nell’Internazionale Socialista, e ha ripreso un linguaggio più consono alla tradizione progressista delle origini. Per i messicani, si tratterà di un ritorno a un passato ricordato oggi quasi con nostalgia. Da quando il PRI è all’opposizione il paese è precipitato nella crisi economica e soprattutto ha imboccato una strada di scontro frontale con i cartelli della droga sfociato in una vera e propria guerra civile. I messicani sono oggi sfiancati da uno scontro armato che è costato 5000 vittime negli ultimi 3 anni e stanno perdendo la speranza in un futuro migliore, a differenza della maggioranza dei latinoamericani. Nessuno si sogna che il ritorno al potere del vecchio dinosauro del PRI possa porre rimedio a questa situazione, ma anche senza dirlo, molti voteranno perché “in passato si stava meglio”. Nostalgie di uno stato forte, padrone dell’economia e del lavoro, che ridistribuiva i proventi del petrolio e che rendeva orgogliosi i messicani nel mondo. Una tendenza che non solo in Messico si fa avanti, e grazie alla quale gli avanzi della vecchia politica riescono a riciclarsi. Se a questo aggiungiamo il folklore e le bandiere sventolate di Pancho villa ed Emiliano Zapata, la frittata è fatta. Il PRI che torna al potere è una speranza per tanta parte della vecchia politica, purtroppo difficilmente cambierà in meglio la situazione dei messicani.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Nel 1988 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento”, ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici sud-sud come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza, Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro dipendenza dagli storici rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente.

Molto tempo è passato e alcuni timidi tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, e la materializzazione delle teorie di Amin, si è avuta solo in questi ultimi anni. Anzi, sta ancora avvenendo in questa seconda fase della globalizzazione, nella quale non ci sono padroni indiscussi della scena internazionale (come gli appartenenti al G8), ma si sono affermati anche nuovi protagonisti. È il caso dei Paesi BRICS. India, Cina, Brasile, Russia stanno infatti consolidando nuove geometrie economiche e politiche in un mondo nel quale nessuna potenza riesce più a esercitare una leadership globale, ma anzi, molte potenze del passato tentano disperatamente di non essere espulse dal nuovo ordine multipolare.

I dati appena pubblicati dall’ufficio statistico cinese confermano che sono in corso cambiamenti molto profondi. Nell’ultimo anno, l’export di Pechino verso i Paesi fuori dall’area euro, dollaro e yen è cresciuto del 17%, mentre verso l’Europa si è registrato un calo dell’1%. Ciò che era già successo con gli Stati Uniti, cioè il calo drastico delle esportazioni cinesi, comincia a verificarsi dunque anche con l’Europa. I cinesi guardano altrove. Solo in Russia il boom degli elettrodomestici ha fatto lievitare l’export di Pechino del 50%. Guardando i dati nel loro complesso, si comprende che oggi per la Cina il mercato in maggiore espansione è l’America Latina, che nel 2017 dovrebbe equivalere all’Europa o addirittura superarla. Ma anche l’Africa, dimenticata da tutti gli altri, per i cinesi è un mercato a tutti gli effetti. La sua quota nell’export di Pechino aumenta con un ritmo da capogiro: entro 10 anni il Continente Nero potrebbe diventare il secondo mercato estero per la Cina.

Il peso che gli scambi commerciali con il gigante asiatico hanno assunto nelle diverse aree del pianeta determina anche differenti valutazioni e reazioni nei confronti della crisi. Non c’è dubbio che la buona risposta alle difficoltà planetarie offerta dall’America Latina e dall’Africa sia fondamentalmente legata all’aggancio tra questi mercati e la Cina (e, più in generale, ai rapporti sempre più stretti con l’area del Pacifico). Per il 2012, mentre tutti i numeri che riguardano la crescita del PIL sono in negativo in Europa, con la sola eccezione della Germania, i cinesi si aspettano ancora un +7,5% e i brasiliani un +3%.

Si tratta di incrementi minori di quelli del passato, ma pur sempre rilevanti. Per ora la crisi sta solo rallentando la crescita dei BRICS. La domanda è quanto resisteranno questi Paesi se la crisi andrà avanti. Oppure, se la crisi peggiorerà, quanto potranno resistere al contagio. C’è chi dice che in questo caso potrebbero addirittura guadagnarci: teoria tutta da dimostrare, ma ciò che è indubbio è che USA e Europa, quando usciranno dalla crisi, non troveranno più lo stesso mondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In tempi di crisi economica globale, mentre molti Stati cominciano ad arroccarsi e a ricreare barriere protezionistiche, e molti migranti tornano nei Paesi di origine, anche per il panino globale pare sia suonato l’allarme. La catena di fast food McDonald’s, società-simbolo della globalizzazione alimentare, ha imboccato la strada della regionalizzazione dei suoi menu.

In Italia e in Francia si erano già percepite le avvisaglie di quella che ormai è diventata una politica aziendale: i panini con lo speck dell’Alto Adige o gli hamburger con il camembert  erano già stati introdotti nel menu da un paio d’anni per arricchire l’offerta, insieme alle verdure e alle insalate per rendere il pasto più sano. La spiegazione ufficiale di questi cambiamenti fa riferimento alla volontà di rispondere all’atteggiamento negativo di una fetta crescente di mercato, che rimprovera la multinazionale  di omogeneizzare i gusti e imporre i suoi hamburger in stile americano a spese delle tradizioni gastronomiche locali e della salute dei clienti. Ma questa versione non dice tutto.

La costruzione del brand McDonald’s, come quella di tanti altri marchi multinazionali, si è basata, più che sulla qualità del prodotto, sul messaggio che questo trasmetteva: mangia globale, diventa globale. Un concetto vincente soprattutto nel decennio dorato della globalizzazione, gli anni ’90, quando tutto il mondo era convinto che l’apertura dell’economia mondiale fosse la risposta alla povertà, all’oppressione, al provincialismo. Scarpe firmate, vestiti firmati, cibi firmati, uguali e riconoscibili in qualsiasi Paese del pianeta, che contenevano anche un messaggio di grande fede nell’avvenire.

Poi, piano piano, si è cominciato a capire che cosa c’era dietro la promessa delle multinazionali. Siamo già nel nuovo secolo e si comincia a parlare di delocalizzazione, precariato, sfruttamento minorile, distruzione ambientale. Oggi, a distanza di 4 anni dall’inizio di una crisi economica che sta mettendo in discussione la natura stessa del capitalismo, i marchi globali, i consumi globali, non sono più un must da esibire, ma stanno scivolando velocemente, nell’immaginario collettivo, verso la categoria della paccottiglia.

Così com’era liberatorio per i giovani di Mosca, Pechino o Milano mangiare un hamburger sotto gli archi dorati del re dei fast food, oggi lo diventa il ritorno ai tacos messicani, alla pizza o al kebab. Alimenti poveri che raccontano però storie nelle quali la gente può continuare a identificarsi. Cibo che è cultura e non solo nutrimento. Cultura perché il cibo è frutto di millenni di sperimentazioni, di incroci, di trasformazioni, di storie familiari e collettive. Un cibo senza cultura, o anzi, appartenente a una cultura ben precisa che però si è voluta vendere come universale, non poteva che essere effimero, legato a un determinato momento politico e a una moda.

Le catene di fast food questo lo sanno e oggi, in nome della regionalizzazione dell’offerta, fanno marcia indietro, proponendo ingredienti che renderanno il loro cibo molto meno globale e molto più locale. Un cibo con cultura appunto, la fine della fiaba che raccontava che l’hamburger era sinonimo di libertà, il ritorno alla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Nel clima di negatività nel quale oggi siamo immersi, sicuramente una notizia positiva.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Forse per scaramanzia, in questi lunghissimi 4 anni, da quando cioè è scoppiata la crisi economica, nemmeno negli scenari più neri si è presa in considerazione l’eventualità che la Cina potesse fermarsi. Che la sua performance, il più forte traino per la crescita dell’economia globale dell’ultimo decennio, potesse scendere sotto l’8% annuo di aumento del PIL. Questo non solo perché il gigante asiatico  garantisce ogni anno l’entrata di milioni di nuovi soggetti sul mercato dei consumi, a casa sua e nei Paesi poveri. Ma anche perché il grandioso surplus commerciale di Pechino foraggia il debito occidentale, a partire da quello statunitense.

Infatti la Cina, ultimo grande Paese al mondo nominalmente comunista, non è solo la “fabbrica del mondo”, ma anche la sua banca. E una banca molto ambita, come testimoniano i big dell’Unione Europea che premono perché, dopo avere comprato per anni bond del tesoro USA, i cinesi comprino titoli dei Paesi semi-falliti del Mediterraneo. Tuttavia anche per la Cina c’è un limite, e i 1200 miliardi di dollari di debito americano, sommati ai 400 miliardi in bond degli Stati europei che già si trovano nei loro forzieri, pare siano un tetto che Pechino non vuole superare. Il timore degli economisti cinesi riguarda i tentennamenti occidentali rispetto alle urgenti riforme da introdurre nei mercati finanziari: si sospetta che molti Paesi non andranno fino in fondo con i pesanti sacrifici che hanno annunciato. In questo caso, la Cina si ritroverebbe con giganteschi crediti inesigibili.

Certo, parliamo di uno scenario apocalittico, ma ormai è lecito prendere in considerazione situazioni estreme per ragionare anche circa rimedi estremi. Le sole banche USA hanno in deposito i famigerati derivati per un controvalore di 231mila miliardi di dollari (su un totale mondiale stimato in 650 mila miliardi). Una cifra che equivale a 14 volte la capitalizzazione di tutti i listini di borsa mondiali e a 9 volte il PIL del mondo intero. La galassia dei derivati, che il presidente della Consob italiana definisce simpaticamente “innovazione finanziaria”, è formata da diversi strumenti, come quelli che dovrebbero assicurare un investitore dal fallimento di una società o di uno Stato, ma spesso sono acquistati da chi nulla rischia da quell’evento, ma vuole solo speculare sul fallimento. O i future che scommettono, come se fosse un gioco, sul prezzo che avranno il petrolio o il mais dopo un periodo di tempo.

La Cina, che pure non è sicuramente estranea a questi giochi di prestigio della finanza, rimane un Paese che i soldi se li guadagna producendo beni tangibili: comprando materie prime, trasformandole e vendendole. Rimane cioè un Paese a forte vocazione industriale, come si sarebbe detto una volta. Il denaro che investe in titoli americani o greci nasce dal lavoro, non dalla speculazione. Ma si vede condannata a sostenere coloro che sono i suoi principali clienti, riversando nelle loro casse quanto ha guadagnato un minuto prima vendendo loro televisori, auto o telefonini.

Questo perché il “resto del mondo”, quello che con la bolla speculativa non c’entra nulla, non è ancora in grado di sostituire i mercati occidentali. Ma è solo questione di tempo: la storica scelta cinese di fare diventare l’Africa un mercato consumatore, allargando la platea dei suoi clienti del futuro, è solo una delle prime mosse. Oggi la Cina  non può permettersi la fine della globalizzazione, che traina la crescita economica e ridistribuisce il suo lavoro e i suoi capitali, ma a Pechino, da 4000 anni, sono abituati a ragionare e lavorare sul lungo periodo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Molti pensavano che avrebbero chiuso dopo poco tempo, invece sono ancora aperte. Le fabbriche recuperate, ormai quasi un marchio di qualità sociale, sono state la risposta alla fuga di imprenditori con pochi scrupoli. Quelli che avevano preferito la speculazione alla produzione. Quelli che erano scappati con il malloppo a cavallo della grande crisi che colpì l’Argentina nel 2001. Gli operai che si sono trovati all’improvviso senza più il “padrone”, con mesi e mesi di stipendi non incassati e con il fantasma della disoccupazione a vita appena fuori dalla porta, si sono dovuti improvvisare imprenditori, garantendo la continuità della produzione.

Le fabbriche recuperate hanno ispirato la promulgazione di leggi favorevoli, che permettevano allo Stato di espropriare le aziende (per esempio in seguito al mancato versamento delle tasse) per poi consegnarle ai lavoratori costituitisi in cooperative. Tra mille difficoltà, un movimento improvvisato si è articolato consolidandosi con il passare degli anni. Oggi il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate è forte di 250 stabilimenti associati nei quali si produce di tutto, dalle piastrelle alle divise scolastiche, dai libri ai grissini. A questo movimento si affianca quello delle imprese recuperate, che include anche attività del terziario, come ad esempio l’Hotel Bauen, un 5 stelle nel cuore di Buenos Aires che era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1978 e che oggi è gestito da una cooperativa di lavoratori che lo hanno salvato dal fallimento.

Il movimento sudamericano delle fabbriche recuperate è stato riscoperto in questi mesi. C’è chi pensa che sia un esempio che prima o poi si rivelerà utile all’Europa in crisi profonda. In Argentina questo movimento ha avuto un’incidenza molto modesta sulla ripresa economica, ma il suo peso simbolico e politico è stato notevolissimo. I lavoratori delle imprese recuperate sono stati il simbolo di una società che ha ritrovato le sue priorità politiche dopo decenni drogati dai consumi facili, a discapito di una cultura della produzione e del lavoro. C’è voluto il default, ma la lezione degli operai che non hanno voluto abbandonare i loro posti di lavoro quando tutto il mondo crollava loro addosso è servita a iniettare speranza: ce la si poteva fare a uscire dalla crisi e dall’improvvisa miseria.

Anche la classe politica del dopo-default è stata fortemente influenzata dall’esperienza delle fabbriche recuperate. La politica di sostegno e di protezione dell’industria nazionale non è oggi negoziabile, anche a costo di subire le frequenti critiche degli organismi internazionali, che continuano imperterriti a sostenere posizioni nelle quali sempre meno Paesi credono. L’Argentina non è più sicuramente uno Stato campione del liberismo come negli anni Novanta, eppure la produzione industriale continua a crescere da quasi dieci anni a un ritmo orientale. Non è industria di avanguardia, come quella tedesca o anche brasiliana, non ci sono stati grandi investimenti infrastrutturali, si produce quasi esclusivamente per il mercato interno, ma le fabbriche sono attive.

Sono quelle stesse fabbriche che furono create dagli immigrati italiani, spagnoli, tedeschi agli inizi del Novecento e nelle quali si formò una classe operaia che fu la protagonista delle grandi trasformazioni del Paese, e anche della sua ricchezza. Nel 2001, quando in Argentina non si produceva nulla e si comprava tutto all’estero, un Paese nel quale l’unica occupazione giovanile era lavorare nel delivery di pizze a domicilio, gli ultimi operai veri, quelli delle catene di montaggio e della meccanica, hanno lanciato la loro sfida. Si sono riappropriati della loro fonte di lavoro e l’hanno difesa con le unghie e con i denti. È stato l’inizio di un’altra storia, e oggi nessuno tornerebbe più indietro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’attuale crisi finanziaria ci tiene compagnia, si fa per dire, da ormai quattro lunghi anni. Nel 2008 si pensava che sarebbe stata relativamente passeggera, e focalizzata in gran parte sui problemi dell’economia statunitense. La realtà ha purtroppo smentito quest’analisi. Erano stati sottovalutati due aspetti fondamentali del momento economico. Il primo era la profondità della crisi, che andava a intaccare la struttura portante del capitalismo finanziario in quanto “sistema”; un indizio che lasciava intuire come, dopo gli USA, l’uragano avrebbe colpito in pieno l’Europa. Il secondo era il fatto che la crisi si stava ponendo come spartiacque tra due periodi della geopolitica e dell’economia mondiale. Non a caso, in questi anni, i cinque Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) hanno praticamente raggiunto il 20% del PIL mondiale, accumulando nelle loro casse un terzo delle riserve valutarie globali. L’economia cinese e quella brasiliana sono diventate rispettivamente la terza e la sesta del pianeta.

Un altro dato che rende l’idea dei mutamenti in corso è il fatto che oggi i 26 Stati più industrializzati realizzano il 48% del PIL mondiale: per la prima volta in due secoli, meno della metà del totale. E mentre l’Europa taglia diritti e welfare in modo ragionato (Francia, Germania) o in modo selvaggio (Grecia, Portogallo), nei Paesi emergenti i diritti aumentano e migliorano anche le condizioni di vita. In Brasile, in pochi anni sono usciti dalla povertà 40 milioni di cittadini; la Cina ormai delocalizza alcune produzioni in Vietnam per via dell’aumento del costo della manodopera locale.

La crisi ci sta lasciando un mondo nel quale le distanze tra gli Stati, fino a ieri abissali, si sono accorciate. Un pianeta che va re-interpretato, perché la chiave di lettura “Nord-Sud” non è più sufficiente. Dal club ristretto dei G8 si è passati in modo indolore ai G20. Senza dubbio è stato un passo avanti verso la democratizzazione della politica internazionale, ma fuori dalla porta del salotto buono continuano a esserci decine e decine di Paesi. Siamo visibilmente tornati ai tempi delle potenze, con la differenza che rispetto al passato le potenze si sono moltiplicate.

Insomma, viviamo in un mondo in confusione, che non ha ancora trovato un nuovo equilibrio e nel quale non ci sono uno o due baricentri in grado di reggere l’ordine internazionale, come nello schema della Guerra Fredda. Il rischio è il ritorno di fiamma della microconflittualità, come in effetti sta avvenendo; guerre che magari non creano grandi sconvolgimenti geopolitici, ma rendono comunque un inferno la vita delle persone coinvolte.

C’è però anche un aspetto positivo, ed è che oggi tanti soggetti nuovi trovano spazio per “fare politica” e per incidere davvero sulla vita comune. Le realtà con voce in capitolo sugli equilibri politici ed economici si sono infatti moltiplicate: i movimenti, le ONG, le “piazze”, il popolo di Internet, la cittadinanza attiva, tutte modalità di una nuova politica che in questo quadro di incertezze trova maggiori margini d’azione. Forse un cambiamento in positivo è possibile, se non sprecheremo questa opportunità per ripensare noi stessi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)