La crociera turistica è un fenomeno relativamente moderno. È nata infatti nei Caraibi negli anni ’70, quando i transatlantici per il trasporto passeggeri sono stati superati dall’aereo. Solo allora gli armatori hanno creato questo nuovo mercato, caratterizzato sin dagli esordi da alti livelli di redditività.

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a quasi 16 milioni. Offerta e domanda sono cresciute in parallelo, con una capacità ricettiva che nel 2010 aveva già superato i 500.000 letti (pari alla metà circa dell’intera capacità ricettiva del Sudest Asiatico). Il settore si caratterizza per il notevole dinamismo, con una clientela che cresce, a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 30% all’anno.

Il sistema, che coinvolge un ampio ventaglio di settori economici, riconosce all’Italia un ruolo di primo piano: tra gli Stati industrializzati il nostro Paese possiede infatti la principale flotta di navi da crociera per stazza, e occupa il quarto posto assoluto a livello mondiale dietro Bahamas, Panama e Bermuda. Le crociere sono tra le fonti che contribuiscono in modo più significativo al movimento turistico nel Mediterraneo, con un impatto rilevante anche in termini economici: ogni passeggero spende in media 100 euro nelle città d’imbarco e 50 euro in ogni località visitata durante la crociera, cifre alle quali va aggiunto il costo della crociera stessa.

Le navi, comunemente definite città galleggianti, sono in realtà villaggi turistici in movimento: rispetto ai resort “tradizionali” hanno il vantaggio di potersi spostare, di variare la propria offerta, destagionalizzarla inseguendo il caldo. Il decollo definitivo del turismo da crociera è avvenuto in un preciso momento storico: dicembre 2004, il mese del terribile tsunami abbattutosi su parte dell’Asia. Le macerie lasciate dalla grande onda segnavano l’inizio del declino dei tipici beach resort, le strutture ricettive all-inclusive grazie alle quali gli europei avevano cominciato a fare turismo balneare dall’altra parte del mondo.

Peraltro il modello del resort, struttura che spesso assomiglia a un’astronave aliena e luccicante atterrata in un contesto di degrado e miseria, stava cominciando a fare i conti pure con l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo per il Paese ospite. E aveva già dimostrato di  non essere immune alla criminalità.

Il resort tropicale, insomma, nel 2004 ha cominciato a passare di moda. Il naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la possibilità di andarsi a cercare il bel tempo. Per non parlare del massimo immaginabile in termini di sicurezza: il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra durante le sue vacanze.

Anche la nave da crociera è un paradiso d’abbondanza alieno. Viaggia troppo al largo dalle umane miserie dei tropici per offendere i sentimenti dei turisti: occhio non vede (la povertà), cuore non duole. E le ferie scivolano via più serene. Però c’è un però. L’aumento vertiginoso della domanda sta giocando un brutto scherzo alle compagnie armatrici. La maggiore capacità ricettiva porta all’obbligo di garantire un’occupazione dei posti letto costante durante l’anno. Per questo anche qui, come nei resort, è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante è il numero e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata.

Non sono questi i motivi che hanno portato alla tragedia dell’isola del Giglio, ma l’industria turistica deve ancora una volta riflettere sul modello che continua a riproporre, a terra come sul mare. Un modello ispirato al più bieco consumismo, insostenibile sotto il profilo ambientale, basato sull’isolamento del turista dal contesto culturale e sociale del Paese visitato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Lo Stato alla riscossa

Pubblicato: 23 febbraio 2012 in Mondo
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Dalle pieghe della crisi sta emergendo un dato inaspettato: dopo anni e anni di disquisizioni sulla liquefazione delle identità e delle economie locali, destinate a fondersi nell’immenso pentolone della globalizzazione, ecco che rispuntano con forza gli Stati nazionali. La vecchia, solida struttura politico-amministrativa sulla quale, dal Trecento in poi, si è basata la costruzione degli odierni Stati ha riacquisito la sua centralità per una ragione semplice: nella tempesta finanziaria è proprio dagli Stati che sono arrivate, buone o cattive, le uniche risposte concrete. Gli organi transnazionali invece tacciono.

La retorica della globalizzazione ci spiegava che quella nazionale era una dimensione superata, sia dalle aggregazioni regionali sia dagli organismi multi-bilaterali. Fino al 2010 la cronaca internazionale descriveva il FMI, il WTO, l’Unione Europea e il G20 (per non parlare di Internet) come i nuovi detentori del potere. Che non sarebbe stato più nazionale bensì, appunto, globale. Oggi, invece, i giornali riportano quotidianamente solo le dichiarazioni dei presidenti o dei primi ministri di Francia, Germania, Stati Uniti e Cina. Si dibatte sul ruolo della Germania in Europa, sul peso dell’asse franco-tedesco e sulla validità delle risposte americane alla crisi.

È innegabile che siano state le singole nazioni a salvare le banche e a pompare liquidità nel sistema, a stimolare l’economia e a preoccuparsi dei disoccupati. Del resto il lavoratore, la banca o l’azienda in crisi non chiedono certo aiuto alla Banca Mondiale, ma si rivolgono alle istituzioni dei rispettivi Paesi: si aspettano che siano i governi a risolvere i problemi, anche perché li ritengono responsabili di ciò che sta accadendo. Al contrario, gli organismi internazionali non vengono percepiti, se non da minoranze intellettuali, come i responsabili dei grandi disastri politico-economici, anche se spesso ne sono i primi colpevoli.

In un recente saggio il professor Dani Rodrik, docente di Economia ad Harvard, ha criticato pesantemente Amartya Sen per aver parlato dell’esistenza di una nuova “identità multipla” che oltrepasserebbe i confini nazionali: recenti ricerche condotte tra la popolazione degli Stati Uniti rilevano invece che oggi l’attaccamento all’identità nazionale è altissimo, tanto da mettere in ombra perfino le identità locali. È facile ipotizzare che, se la ricerca venisse riproposta in Europa, i risultati sarebbero simili.

Molto probabilmente, in questi anni, media e sociologi hanno confuso l’omologazione dei cittadini al modello di consumo proposto dalle grandi multinazionali con un effettivo cambiamento di percezione delle persone rispetto al loro Paese e al resto mondo. Invece lo Stato di appartenenza rimane la “mamma”, amata e odiata, dalla quale il cittadino vorrebbe emanciparsi  quando le cose vanno bene, ma alla quale si attacca quando le difficoltà prevalgono, aspettandosi protezione e cure. Al contrario le istituzioni sopranazionali appaiono incomprensibili, evanescenti, lontane dalla percezione del cittadino comune alle prese con problemi concreti. Per giunta esse hanno pochi poteri, perché gli Stati non hanno mai voluto trasferire loro consistenti quote di sovranità.

Secondo Rodrik, insomma, gli Stati nazionali saranno pure un relitto ereditato dalla storia, ma alla fine sono tutto ciò che abbiamo.  C’è da dargli ragione.

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

Ormai sono pochi lembi di territorio quasi dimenticati, ma i loro nomi riportano ai secoli di splendore della più grande potenza marinara di tutti i tempi, la Gran Bretagna del XVI secolo, quella di Elisabetta I e sir Francis Drake. Isolette sperdute negli oceani, in sé di scarsissimo interesse economico, che però erano fondamentali per garantire il totale dominio dei mari ai velieri di Sua Maestà. Londra divenne grande quando riuscì ad assicurare ovunque la libera circolazione delle proprie navi: le isolette caraibiche, Hong Kong, la rocca di Gibilterra, Sant’Elena, le Pitcairn dovevano essere difese con le unghie e con i denti perché si trovavano esattamente negli spartiacque oceanici o a difesa di mari interni ricchi di opportunità per le merci inglesi.

Oggi alcuni di questi territori sono stati riconsegnati ai legittimi proprietari, come Hong Kong; altri sono stati incorporati d’ufficio nell’elenco dei possedimenti d’oltremare dell’ex impero. Rimangono però alcune “colonie” che continuano a generare conflitti. Gibilterra è sempre in cima ai pensieri di ogni governo spagnolo: non si capisce infatti quale senso possa avere oggi per la Gran Bretagna mantenere una base navale dentro un Paese, la Spagna, che appartiene allo stesso spazio politico, l’Unione Europea. Nei Caraibi la disputa riguarda i tentativi di mettere sotto controllo i paradisi fiscali, ma sulle isole Cayman il Regno Unito non vuole ascoltare ragioni.

In fondo all’Atlantico meridionale si trova invece l’arcipelago più costoso per Londra, quelle isole strappate all’Argentina nel 1833 e che portano due nomi, Falklands e Malvinas, a seconda di chi le nomina. Per la loro sovranità nel 1982 Argentina e Gran Bretagna combatterono una guerra che si chiuse con la vittoria inglese e un bilancio totale di un migliaio di morti. La dittatura argentina crollò dopo la sconfitta militare, mentre dall’altra parte dell’oceano la signora Thatcher si assicurò un regno lungo e stabile.

A 30 anni di distanza, di Falklands-Malvinas si torna a parlare: questione di diritti di pesca e di estrazione del petrolio che, ormai si sa, sotto quei fondali riposa in abbondanza. Insomma, le isole sono tornate strategiche, per fortuna senza che si possa ipotizzare seriamente un conflitto armato.

Questa volta i ruoli sono invertiti: Buenos Aires, in base alle risoluzione ONU, chiede un tavolo per discutere di sovranità e soprattutto di affari; Londra invece reagisce con toni militareschi e spedisce navi e uomini in capo al mondo.

L’andamento della crisi delle Falklands-Malvinas potrà essere un interessante indicatore dello stato attuale dei rapporti di forza sullo scacchiere planetario. Anche perché questa volta i Paesi latinoamericani sono solidali tra loro, nel G20 hanno un peso non irrilevante e anche gli Stati Uniti sono per il dialogo. Forse in questo mondo post-bipolare sono maturi i tempi per chiudere definitivamente le ferite del passato coloniale e per ipotizzare nuovi partenariati tra ex-rivali. Questa volta, però, tocca al Regno Unito essere all’altezza della sfida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In Africa, dopo la Cina, è arrivato il turno dell’India, un altro Paese BRIC in veloce crescita demografica ed economica, in progressivo avvicinamento al plotone delle potenze mondiali. La presenza indiana nel Continente Nero è caratterizzata dalla discrezione, dalla politica dei piccoli passi e del consolidamento progressivo delle posizioni conquistate. Niente a che vedere con la spettacolarità del drago cinese, anche se gli obiettivi non sono molto dissimili.

Per gli analisti, l’intensificarsi degli scambi commerciali tra India e Africa è frutto anche di una scelta strategica di New Delhi, che punta a “farsi notare” dall’ONU e a ottenere un posto fisso nel Consiglio di sicurezza. La progressione dello scambio economico è stata infatti impressionante, dagli 8 miliardi di dollari del 2004 ai 22 del 2012, e le previsioni dicono che fra 3 anni si arriverà a 100 miliardi. Nonostante le differenze di stile, la tipologia delle relazioni commerciali ed economiche è sorprendentemente sovrapponibile a quella cinese: anche per l’India si tratta di realizzare una diversificazione delle fonti energetiche su scala mondiale, di garantirsi forniture certe di materie prime e prodotti alimentari, e di aprire nuovi mercati.

A un primo sguardo l’iter parrebbe ricalcare quello seguito dalle potenze coloniali di 150 anni fa. In realtà il fenomeno è diverso. I colonizzatori di un tempo, infatti, non puntavano a procurarsi alimenti per soddisfare il loro consumo interno, né andavano esplicitamente in cerca di fonti energetiche, ma solo di materie prime strategiche. All’epoca gli obiettivi primari erano lo sfruttamento della forza lavoro locale e la conquista di posizioni geopolitiche di rendita.

Oggi le imprese indiane sono presenti nell’industria automobilistica in Africa del Sud così come in Marocco, nel comparto farmaceutico in Africa australe e in ambiti d’eccellenza in Senegal e Costa d’Avorio. È interessante notare che soprattutto i settori più evoluti sono destinati a beneficiare di un forte impulso tecnologico, grazie al fatto che l’India è tra le massime potenze al mondo nel ramo dell’informatica.

La nuova frontiera della diplomazia commerciale indiana è la leva finanziaria. Sono state aperte nuove linee di credito verso i Paesi africani per circa 5 miliardi e mezzo di dollari USA, destinate alle imprese locali con l’obiettivo di spingerle a investire nelle tecnologie indiane. Anche qui, nulla di diverso rispetto alla strategia cinese, ma agli occhi dell’Africa i due Paesi/continenti non hanno lo stesso appeal. L’India appare infatti più debole, incompiuta, con un’economia ancora fortemente basata sull’agricoltura. Insomma, uno Stato più vicino al “vissuto” africano, capace però di dimostrare che anche con questi handicap si può diventare concorrenziali in molti ambiti, si può raggiungere l’eccellenza in diversi settori di punta.

C’è poi da aggiungere che, al contrario di quella cinese, la presenza indiana in Africa è molto antica e ha una consistenza rilevante soprattutto nell’Est e nel Sud del continente.  In molti Paesi le comunità indiane hanno il controllo dei piccoli commerci, delle attività produttive su piccola scala, dei mercati locali.

La politica di New Delhi può quindi contare sulla diaspora e sul fatto che in diversi Stati africani ci sono dirigenti della società civile e politica di origine indiana. Ha un peso notevole anche il fatto che l’India è stata a lungo un Paese non allineato, e oggi è considerata una grande democrazia: sotto questo profilo desta meno preoccupazioni della Cina.

Per l’Africa si tratta di una nuova finestra di opportunità. La presenza combinata sino-indiana (e anche quella brasiliana, che si sta affacciando nei Paesi di lingua portoghese), offre opportunità irripetibili. Non essere più considerati esclusivamente produttori di materie prime, poter investire nella creazione di un mercato locale e regionale, spezzare i legami di monopolio con le ex potenze coloniali, immaginare di non essere più soltanto braccia ma anche consumatori: per gli africani sono tutte prospettive nuove. Resta da capire se tutto questo funzionerà, ma l’Africa, dopo secoli di oppressione e di saccheggio, stavolta può almeno provarci.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare network)

La capitale della Catalunya, Barcellona, è nota internazionalmente per il tocco architettonico regalato a questa città dal suo più grande architetto e artista, Antonì Gaudì (1852-1926). I turisti appena sbarcati a Barcellona iniziano ogni percorso della città con la vista notturna delle guglie illuminate della Sagrada Famiglia. E non mancano motivi per giustificare questo “pellegrinaggio”: la chiesa è senza ombra di dubbio uno dei capolavori della storia universale dell’arte, un’insieme di gotico e moderno che da solo giustifica il viaggio.

Altro monumento al genio di Gaudì è la Casa Vicens –costruita nel quartiere di Gracia per l’agente di borsa Manuel Vicens– e che fu il primo incarico importante affidato al giovane Gaudì neolaureato in architettura all’Università di Barcellona. Un gesto di fiducia, sentita la frase del Rettore dell’università che quando consegnò la laurea all’artista disse: “ abbiamo dato la laurea o a un pazzo o a un genio, con il tempo lo sapremo”.

La Casa Vicens si ispira all’arte orientale –mudéjar, persiano e bizantino– richiamato nella decorazione di azulejos di ceramica multicolore, dalle torri a forma di tempietto e alla cupola a forma di arco parabolico. Verso la fine del XIX secolo, Gaudì si lasciò influenzare dalla rivalutazione del gotico che diventava di moda in Europa. Sarà questo lo stile che di più influenzerà il creatore, secondo lui “uno stile imperfetto e eternamente inconcluso”. In qualche modo la Sagrada Famiglia, ancora incompleta, trova parte della sua bellezza proprio dalle parti immaginate e mai costruite.

Altro edificio chiave a Barcellona per conoscere l’opera del grande architetto è conosciuto popolarmente come La Pedrera, ma il cui vero nome è Casa Milá. Costruita tra il 1906 e 1910 con una facciata di pietra ondeggianti come il mare, riflette a pieno il trattamento rivoluzionario del ferro adoperato da Gaudì e utilizzato artisticamente nei balconi per richiamare le alghe marine.

A inizi del novecento, la ricca borghesia di Barcellona si contendeva l’artista che verrà contrattato per costruire la Casa Batlló. L’esterno della casa rimanda ancora una volta alla natura, con le sue colonne che ricordano ossa umane articolate e un tetto coperto dalla coda squamata di un drago gigante che si trascina sulla superficie.

Tra le grande utopie inconcluse del creatore, si contano oltre la famosissima Sagrada Familia, il Parque Güell, zona industriale con annesso quartiere operaio che voleva costruire l’industriale Eusebi Güell nella periferia della città e che rimase praticamente sulla carta per via del fallimento del mecenate, anche dovuto al megaprogetto urbanistico uscito dalla fantasia di Gaudì. Il quartiere, che avrebbe dovuto estendersi su 15 ettari, prevedeva una città-giardino di lusso, con sessanta case che comunicavano attraverso complicati ponti elevati sorretti da colonne a forma di tronchi, gallerie per passeggiare dentro i boschi, sinuose panche di mosaici spezzettati e un grande teatro greco al centro. Dal fallimento si sono salvate due case, una delle quali ospita il Museo Gaudì.

Sulla Sagrada Familia, opera massima e postuma dell’architetto catalano, si sono scritti decine di libri, ma uno dei punti salienti dell’opera, studiata scientificamente per la prima volta, è stato l’utilizzo della luce solare attraverso le vetrate per creare atmosfere variabili e uniche dentro il tempio. Gaudì, morto povero e dimenticato, riposa nella cripta del suo capolavoro diventato il suo mausoleo.

 Focus: Un genio in 3D

Gaudí ha sviluppato agli inizi del XX secolo un concetto vivo dell’architettura ispirato alla natura dalla quale raccoglieva le suggestioni che annotava sui diari dai quali poi improvvisava i lavori. Di fatto, poche volte si è avvalso di piani dettagliati, piuttosto preferiva plasmare le sue idee in plastici architettonici tridimensionali. Questa capacità di pensare in 3D era una qualità che Gaudì aveva imparato da bambino osservando gli alambicchi che costruiva suo padre. Per questo motivo la Sagrada Famiglia, che è ancora in fase di costruzione, genera accessi dibattiti tra gli architetti perchè le istruzioni lasciate da Gaudì sono piuttosto ambigue.

 Alfredo Somoza 

Informazioni utili

Documenti: dall’Italia basta la carta d’identità.

Per arrivare: In aereo, treno o in macchina, voli low cost.

 Costo della vita: Barcellona è leggermente più economica delle città del nord Italia, ma ancora per poco. Con 60-70 euro al giorno si riesce a vivere degnamente.

 Per dormire: Barcellona, come qualsiasi capitale europea, offre sistemazioni per quasi tutte le tasche.

Barcellona on line

http://www.gaudiallgaudi.com/AA002.htm Tutto sull’artista catalano

http://www.barcelonaturisme.com/ Portale cittadino del turismo

http://www.sagradafamilia.cat/ Il sito della Sagrada Familia

In questi ultimi mesi i media che si occupano di economia internazionale hanno dedicato particolare attenzione all’aumento del prezzo dei combustibili e dei cereali. Un fenomeno che riporta prepotentemente sul tavolo dei Grandi il tema della sicurezza alimentare: nonostante in molte zone del pianeta sia sempre stata precaria, da tempo la si dava per acquisita a livello globale.

L’attuale penuria di cereali, alla base della crescita dei prezzi, non può essere ricondotta a una sola causa. Dipende piuttosto da un insieme di situazioni concomitanti che hanno modificato velocemente la mappa della disponibilità di alimenti: cambiamento climatico, aumento dei consumi di carne in Asia, boom della produzione di biocombustibili, variazione dei modelli di consumo, operazioni di speculazione finanziaria…

Da quelle ambientali a quelle economiche, tutte queste concause appaiono legate a doppio filo alla nostra cultura dei consumi. Ecco perché, per interpretare la crisi della disponibilità di alimenti nel mondo, è indispensabile fare riferimento al nostro modello di sviluppo. I danni che stiamo provocando ai millenari equilibri agricoli mondiali sono profondi, in alcuni casi addirittura irreversibili: è il caso della perdita annuale di centinaia di migliaia di ettari di terre fertili, rese sterili o dal cambiamento climatico, o dall’uso intensivo della chimica e dall’erosione da ipersfruttamento.

Come sempre accade in economia, c’è chi da questa situazione ha ricavato un nuovo slancio economico. Grazie all’impennata dei prezzi, diversi Paesi stanno aumentando le loro quote di produzione di alimenti sui mercati internazionali: maggiori entrate permettono infatti di modernizzare le tecniche agricole e quindi di accrescere le rese, oltre a far lievitare i guadagni.  I piccoli e medi agricoltori devono però fare i conti con lo smisurato peso politico ed economico dell’agrobusiness internazionale: lo stesso che negli anni Novanta ha investito ingenti capitali per acquistare o affittare terre produttive che oggi sono orientate in buona parte alla produzione transgenica di cereali (mais e grano) e leguminose (soia) destinati al mercato del foraggio e del biocombustibile.

Questo orientamento della produzione agricola sta determinando il paradosso di Paesi esportatori netti di alimenti che in realtà hanno problemi a rifornirsi di prodotti base per l’alimentazione. Proprio negli ultimi mesi il Paraguay, quarto esportatore mondiale di OGM, ha avuto bisogno dell’aiuto dell’Unione Europea per fare fronte a una carestia originata da un lungo periodo di siccità che ha risparmiato soltanto la soia della Monsanto. Ciò perché nei Paesi agroesportatori le scelte e le tecniche produttive sono dettate dal mercato internazionale anziché dal mercato interno o regionale.

Si vive il paradosso di un’agricoltura sempre più ricca, ma incapace di generare lavoro e di radicare sul territorio le popolazioni rurali, che continuano a migrare verso le città. Il tutto in un contesto di “corsa alla terra” che vede la Cina, i Paesi arabi e le tigri asiatiche competere tra loro per accaparrarsi vaste superfici agricole in Africa e America Latina, necessarie per produrre in proprio alimenti e olii vegetali destinati a diventare biocombustibili.

In questo scenario davvero poco esaltante ci sono diverse esperienze in controtendenza che potrebbero diventare validi esempi per un diverso modello di sviluppo. È il caso dei circuiti a filiera corta e degli orti urbani, che però da soli non bastano a invertire la tendenza generalizzata. La politica, che in buona parte del mondo ha rinunciato al suo storico ruolo di regolamentatore del mercato, deve velocemente tornare a concepire strategie di sviluppo sostenibile per l’agricoltura. Magari prestando orecchio allo slogan scelto dalle associazioni di contadini familiari, “per un’agricoltura con agricoltori”: la banalità è solo apparente, non c’è nulla di scontato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Beppe Grillo ha rilanciato in questi giorni una polemica ormai quasi dimenticata, quella della concessione della cittadinanza italiana ai figli, nati in Italia, di immigrati regolari. Una novità che prevede l’introduzione di un nuovo  principio giuridico nell’ordinamento italiano, cioè lo ius soli (è cittadino chi nasce sul territorio della Repubblica) che andrebbe ad aggiungersi allo storico ius sanguinis (è cittadino chi è figlio di cittadini). Due tipi di principi che hanno una lunga storia e una spiegazione pratica: i  paesi storicamente d’immigrazione (Stati Uniti, Canada, Argentina, Australia, Brasile, ecc.) applicano lo ius soli, mentre quelli storicamente di emigrazione  (Spagna, Italia, Grecia, ecc.) lo ius sanguinis. Negli ultimi decenni, molti paesi europei e americani hanno però cambiato impostazione (Francia, Germania, Argentina) adottando i due principi contemporaneamente.  Ovviamente non si parla di “stranieri” tout court, che in ciascun paese hanno un percorso diverso per l’accesso alla cittadinanza, ma di persone nate fisicamente nel territorio di un determinato paese.

Il presidente Napolitano, l’on. Fini, il PD, SEL, hanno espresso la volontà di, senza cancellare lo ius sanguinis, riconoscere la cittadinanza anche a chi nasce sul territorio italiano da genitori stranieri. Il fronte del rifiuto è noto, ed è capeggiato dalla Lega Nord, al quale si aggiunge ora Beppe Grillo che non ha il coraggio di dire la sua ma scarta la vicenda perché “ci sono altre priorità”. La posizione più inquietante di queste ore è però quella del Prof. Giovanni Sartori che sul Corriere della Sera di oggi firma l’editoriale dal titolo “Una soluzione di buon senso”.  Sartori, politologo di fama internazionale, sostanzialmente dice che tra le due posizioni in campo  esiste una “terza via” che lui qualifica “di buon senso”. La terza via consiste nell’assegnare una residenza a vita e trasmissibile ai figli all’immigrato regolare e integrato, revocabile però a seconda delle politiche sull’immigrazione che si darà in futuro l’Italia. Un permesso “a vita” che nel caso in cui le cose si mettano male o si decide di cambiare linea sulla migrazione, possa permettere comunque la cacciata via dell’immigrato. Seguendo il ragionamento di Sartori, la revocabilità del permesso di soggiorno “a vita” varrebbe anche sui figli e sui nipoti che lo “ereditano”. E qui si pone il grande primo problema: un figlio o nipote di immigrato nato e cresciuto in Italia, dove viene rimandato indietro? Nel paese del padre o del nonno del quale magari nemmeno conosce la lingua?.  E poi quanti paesi accetterebbero il rimpatrio di un apolide, perché nel caso dei paesi dove vige lo ius soli il figlio del proprio cittadino nato all’estero è uno straniero. Ma questa sarebbe una proposta di buon senso?.

In realtà i permessi di soggiorno di lungo termine ma revocabili sono una realtà dolorosa che gli italiani conoscono bene, perché sono quelli ad esempio applicati dalla Svizzera. E’ la politica del “gast” (ospite) che a secondo che diventi “erwünscht” (desiderato) o “unerwünscht” (indesiderato) può rimanere nel paese o deve alzare i tacchi. Il tutto deciso senza possibilità d’appello dal paese ospitante.

La linea di ragionamento del Prof. Sartori smentisce inoltre la linea sostenuta da oltre un secolo da tutte le associazioni di tutela degli emigrati italiani nel mondo. Si è sempre lavorato, spesso con successo, perche gli oriundi italiani potessero mantenere la cittadinanza degli antenati (ius sanguinis) senza perdere l’accesso a quella del paese di nascita (ius soli) e quindi al godimento pieno della cittadinanza del paese ospitante. In questo senso l’Italia ha firmato negli anni diversi trattati per garantire la doppia cittadinanza ai propri cittadini all’estero (Argentina, Brasile, Venezuela, Germania, Canada, ecc.). Una situazione che ha permesso il mantenimento di legami storici e culturali senza però ledere i diritti di cittadinanza effettiva nel paese di nascita e di residenza.

In realtà, ciò che traspare dall’articolo di Sartori è la paura del “pericolo islamico” che secondo Sartori è la triste realtà tra i discendenti degli immigrati degli anni ’50 in Francia e in Gran Bretagna. Una lettura riduttiva e lesiva del diritto a professare liberamente una religione che confonde il diritto  di professare appunto una fede religiosa non cristiana con isolati gruppetti terroristici di matrice islamica. Secondo il prof. Sartori, se un figlio o nipote di immigrato “diventa” mussulmano”, ovviamente nel rispetto della convivenza e del rispetto per gli altri, sarebbe punibile di “revoca” del permesso di soggiorno vitalizio e rispedito al paese del padre o del nonno? E’ questo il modello di civiltà occidentale?

Il punto più delicato e discutibile del ragionamenti del Prof  Sartori si trova nella sua ultima affermazione: “L’unica privazione di questo status (residente a vita revocabile) è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.” Da lei non ci aspettavamo affermazioni di questo tono Professore. Si può sospendere il diritto al voto, e quindi la base della propria appartenenza a una comunità democratica, per prevenire il sorgere di partiti islamici? Va bene che cresca una società con due categorie di cittadini, e di diritti, non in base alla nascita ma all’origine? Non ci ricorda nulla questo modello ?

Si può concludere che secondo la proposta di “buon senso” del Prof. Sartori, i figli di immigrati nati in Italia (“G2”), quando chiedono diritti, a partire di quello di cittadinanza che ne comprende tutti, potrebbero essere sospettati di volere, sotto sotto,  fondare un partito islamico integralista. Un’affermazione buona per la Lega o per Libero, ma non per lei caro professore.

Alfredo Somoza

(cittadino italiano ius sanguinis nato a Buenos Aires)

La settimana prossima si aprirà ad Addis Abeba, Etiopia, il vertice dell’Unione Africana dedicato al commercio tra i vari Paesi del continente. In un’area che finora è stata risparmiata dalla crisi economica mondiale, e che anzi durante il 2011 è cresciuta, la grande novità è l’accelerazione degli accordi per la creazione di un’area di libero commercio di dimensioni continentali. Da dieci anni si sta tentando di armonizzare le tariffe che gravano sulle esportazioni tra i Paesi africani, ormai attestate in media all’8,7%. Ora si vorrebbe fare di più, eliminando ogni carico fiscale sulla movimentazione di merci e servizi tra Stati.

Anche l’Africa prova quindi ad affidarsi a quella che è stata la chiave di volta per i Paesi del Sudest asiatico e dell’America Latina: la creazione di un mercato regionale sempre più sganciato dai legami storici con le potenze occidentali. Per la prima volta l’Africa si immagina non soltanto come un serbatoio di materie prime da esportare, ma come un mercato produttore e consumatore. In questo cambiamento di rotta gioca un ruolo significativo la presenza massiccia dell’imprenditoria cinese in ogni angolo del Continente Nero.

Una presenza stigmatizzata, che desta inquietudine sul piano dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente, e che viene vista con sospetto da parte delle ex potenze coloniali che hanno dettato legge negli ultimi due secoli in Africa. In realtà il modello seguito da Pechino per penetrare i mercati africani è molto originale. La Cina, infatti, ha ridefinito l’approccio allo sviluppo del continente mixando sapientemente i tradizionali aiuti a fondo perduto, il potenziamento del commercio e gli investimenti produttivi e infrastrutturali.

Si tratta di qualcosa che finora non si era mai visto, e che potrebbe essere definito come un nuovo modello di cooperazione basato sul partenariato economico e non sull’assistenzialismo. I nostri media si sono concentrati su uno solo degli aspetti del fenomeno, e forse nemmeno su quello più importante, per definire “predatoria” la presenza cinese in Africa: la costruzione di infrastrutture in cambio di risorse naturali. Un meccanismo che, per quanto possa apparire pericoloso, comincia a dare a molti Paesi la possibilità di contare su reti ferroviarie, strade, ospedali e centri di formazione indispensabili per sviluppare il commercio e garantire collegamenti alle regioni dimenticate.

Tuttavia la parte più consistente della presenza cinese in Africa è costituita dai crediti agevolati che le banche commerciali di Pechino erogano agli imprenditori, anche piccoli, e dagli investimenti diretti nel settore delle infrastrutture. La Cina indubbiamente è arrivata in Africa per restarci. Per questo motivo, tra i suoi interessi strategici, sono prioritari la crescita del commercio, lo sviluppo della produzione e l’aumento dei consumi nei mercati regionali.

Il modello di cooperazione cinese è riuscito a ottenere grandi risultati in pochissimo tempo, trainando la crescita economica dell’Africa subsahariana e dimostrandosi più vantaggioso per i Paesi africani rispetto all’obsoleta cooperazione allo sviluppo francese o britannica. Agli africani spetta ora il compito di accompagnare il buon andamento economico con un miglioramento della qualità della vita, con la democratizzazione della società e della politica, con la crescita di una capacità autonoma di mediazione che appare indispensabile per porre fine ai tanti conflitti ancora aperti.

Su questi punti dovranno fare da soli: difficilmente la Cina vorrà o potrà aiutarli, così come non li ha mai aiutati l’Europa. Ancora e sempre, con la Cina o senza, il destino dell’Africa rimane in mano agli africani. Somoza per

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Il 2012 si apre sotto i peggiori auspici. Le notizie dall’Europa e dagli Stati Uniti confermano che si tratterà, se va bene, di un anno di recessione per l’Occidente e di rallentamento della crescita per i Paesi emergenti. Se invece va male, il fallimento dell’euro porterà a una serie di default di Stati nazionali con pesanti conseguenze per il progetto di unificazione continentale.

Un’Europa ulteriormente divisa e indebolita, proprio mentre gli Stati Uniti provano a gestire la fine del loro ruolo di potenza mondiale, determinerebbe sicuramente l’aggravarsi dei conflitti in corso e favorirebbe l’insorgere di nuovi scontri dettati da ragioni economiche e geopolitiche. Si delineerebbe un orizzonte di dissoluzione dello scenario internazionale, con il ritorno ai protezionismi e alle autarchie, in un contesto nel quale la democrazia diventerebbe un optional e i diritti umani una variabile secondaria.

Eppure c’era da aspettarsi che la fine del predominio economico secolare delle nazioni occidentali avrebbe prodotto gravi scompensi. È il conto salato che ci lascia in eredità il ventennio liberista: un periodo durante il quale si è pensato di fare a meno della politica per governare i conflitti, per sedare gli estremismi, per ripianare le disuguaglianze. Le stesse medicine che si sono somministrate per decenni ai Paesi periferici vengono ora riproposte ai grandi Stati, e i media scoprono quanto siano amare e soprattutto pericolose.

Debito, deficit pubblico, interessi, default, disoccupazione, precarietà: fino a 10 anni fa erano concetti e parametri utilizzati per l’analisi dei Paesi del Sud del mondo, mentre oggi diventano l’incubo di Spagna, Italia, Stati Uniti, Francia. Troppo grandi per fallire, si dice di questi Paesi. Ma ne siamo sicuri?

I ritardi nello sviluppare un pensiero economico alternativo ai dogmi degli anni Novanta sono notevoli. Nazionalizzare l’economia è oggi fuori discussione e i pochi palliativi che si possono mettere in campo, come la Tobin Tax, trovano più ostacoli che sostenitori.

Dalla crisi dei subprime in poi, nulla di nuovo è stato fatto se non trasferire quote miliardarie di capitali pubblici verso il settore bancario, aumentando il debito che i cittadini, magari precari o disoccupati, dovranno onorare. È come se non ci fosse una via di uscita allo schema tradizionale dell’economia di mercato che considera come unica molla dello sviluppo la crescita infinita della produzione e del consumo di beni. I cittadini assistono in silenzio, per ora, alle conseguenze delle decisioni prese in luoghi senza legittimità democratica.

È un meccanismo inceppato, quello della crescita infinita: l’unica riflessione possibile deve svilupparsi attorno al concetto di decrescita, cioè di ripensamento del modello produttivo e dei consumi. Esiste infatti un sistema di pensiero che teorizza una ridistribuzione delle risorse in base ai bisogni reali e non a quelli indotti, considera la socializzazione e la partecipazione come risorse strategiche, prende in considerazione il riciclo e riutilizzo dei beni manufatti e la transizione energetica. Un pensiero che in questa crisi ogni tanto affiora, ma alla fine non viene mai presso in considerazione dagli economisti “seri”: quegli stessi che non solo non hanno previsto il rischio di default, ma non hanno neppure la minima idea di come uscirne.

Oggi l’unica rivoluzione possibile è quella del coraggio. Il coraggio di fare e non più di subire; di uscire dai dogmi ideologici in materia economica e di incentivare e sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di consumo e produzione. Se il mondo troverà questo coraggio, il 2012 potrebbe essere l’anno della svolta. Se invece continuerà la navigazione a vista, forse la profezia dei Maya si avvererà, non perché il pianeta sarà distrutto da un gigantesco meteorite, ma perché finirà il mondo che abbiamo conosciuto finora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi mesi stiamo vivendo una situazione che rasenta la fantapolitica. Il debito degli Stati Uniti declassato, la Grecia tecnicamente fallita che cede la propria sovranità politica all’UE, i cinesi che diramano comunicati stampa di fuoco dando lezioni di economia di mercato e fanno pesare, per la prima volta pubblicamente, la loro posizione privilegiata in quanto “fabbrica del mondo” e principali creditori dell’Occidente. Paesi di calibro medio-grande, come la Spagna e l’Italia, “commissariati” di fatto dal nuovo-vecchio asse europeo formato da Francia e Germania.

Siamo di fronte a un capovolgimento delle certezze che si erano consolidate nei decenni precedenti, e in qualche caso, nei secoli: i paesi “centrali” non possono fallire a differenza dei paesi “periferici”; gli organismi finanziari (FMI, Banca Mondiale, BCE) possono elaborare (e imporre) ricette per i paesi periferici indebitati ma mai azzardarsi a dare consigli ai “Grandi”; le agenzie di rating non mordono la mano del padrone. Il contrario di tutto questo è successo in queste settimane di follie finanziarie e ancora di più. Negli USA, il leghismo dei tea party è quasi riuscito a fare andare il paese in default, mentre il leghismo di casa nostra, dimenticando per un momento i “grandi temi” della lotta alle donne velate e ai chioschi di kebab, ora diventa forza dell’antipolitica che a differenza del grilliamo, è ben rappresentata nelle istituzioni. I media continuano nella loro incessante campagna per fare passare il concetto che i veri guai dell’Italia sono gli stipendi dei deputati e i possessori di SUV di lusso.

Ma si poteva prevedere questa tempesta perfetta? Nei dettagli forse no, soprattutto perché molte di queste cose erano inimmaginabili, ma se allarghiamo lo sguardo sì. La radice più profonda della crisi odierna va cercata nella progressiva ritirata della politica a favore dell’economia. L’ubriacatura post Muro di Berlino che, secondo tanti, confermava l’inutilità dello Stato incapace, predone, antieconomico. Il paradosso è che oggi l’unico Stato in grado di fare la voce grossa e richiamare all’ordine gli occidentali è la Cina, paese nel quale il partito unico ha sì liberalizzato l’economia, ma tenendo saldamente le redini del controllo sul mercato e agendo su disegni decennali senza mai contraddirsi. In secondo piano, altri paesi emergenti oggi si sentono più forti. Il Brasile che durante gli otto anni di Governo Lula ha dato una nuova centralità allo Stato, rendendolo protagonista del rilancio industriale e strategico del paese. Oppure l’India, che malgrado i suoi mille problemi e complessità, non ha mai licenziato lo Stato quale regolatore del mercato.

Noi paghiamo invece lo stop sulla via della costruzione europea. Abbiamo una moneta senza Stato, caso unico nella storia, e 27 Stati senza potere di controllo effettivo sulla propria moneta. Un’entità monetaria, l’euro, che non ha dietro di sé un governo che possa decidere, ma una miriade di stati con le proprie politiche, logiche e situazioni debitorie. Una moneta senza un Ministero delle Finanze e una politica fiscale unica dietro è un rischio gigantesco, che in questa ore si sta materializzando con caratteristiche esplosive: il “commissariamento” di interi paesi. Ma chi sono i “commissari”? Anzitutto sono politici che hanno una legittimità  nei paesi (Francia, Germania) in cui sono stati eletti, ergo, non hanno nessuna legittimità democratica nei paesi “commissariati”. Sono commissari autoproclamati in base alla consistenza delle loro economie, ma soprattutto alla consistenza dell’esposizione del proprio sistema bancario nei confronti dei paesi commissariati. Sono quindi interessati soltanto al rientro dei capitali esposti senza fare distinguo sulle modalità che verranno utilizzate dai commissariati per trovare i soldi. In sostanza, così come il FMI per decenni ha imposto le sue “ricette” ai paesi indebitati del Sud del Mondo, per tutelare i capitali dei creditori e senza fare caso a come si raggiungeva la stabilità, lo stesso fa oggi la BCE, l’arma dei commissari nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. In questo caso però vengono intaccati alcuni principi sacrosanti del processo europeo, come la creazione di uno spazio sociale e la parità dei diritti tra i cittadini della comunità. Tutto ciò viene a cadere davanti agli interessi dei commissari e delle banche dei loro paesi.

Questa situazione rende il ben servito definitivo alla politica tremontiana delle piccole furbizie, dei condoni, degli scudi fiscali e infrange il mito del bravo Ministro che “sa tenere i conti in ordini”. All’Italia non serve un ragioniere, non serve semplicemente tenere i conti in ordine. L’Italia deve ripensare il proprio profilo produttivo, capire cosa tagliare e in cosa investire, immaginare come ricollocarsi nella globalizzazione e come avvicinare all’Europa, per quanto riguarda opportunità e diritti. Tutto questo manca da anni e oggi viene presentato il salato conto. Il Governo “tecnico” si presenta come grande fustigatore di evasori e caste mediovali, peccato che sulla crescita ancora nulla si ipotizza, che i giovani laureati emigrino, che le imprese scappino mentre le multinazionali di altr paesi europei continuino a fare shopping in Italia, che l’evasione fiscale continua a togliere risorse, che la criminalità continui a occupare vaste fette di territorio.

Ora siamo “in sicurezza” ci dicono, ma di vera patrimoniale non si vuole parlare, almeno a “Palazzo Merkel”, e si cominciano a scontare i “inevitabili” all’assistenza, alle pensioni, al mondo del lavoro. La cosa più preoccupante è che in questo si salvi chi può, non c’è nemmeno l’ombra di idee per andare oltre lo tsunami. Il mondo, che non è mai fermo, non aspetta.

Alfredo Somoza

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