Molti pensavano che avrebbero chiuso dopo poco tempo, invece sono ancora aperte. Le fabbriche recuperate, ormai quasi un marchio di qualità sociale, sono state la risposta alla fuga di imprenditori con pochi scrupoli. Quelli che avevano preferito la speculazione alla produzione. Quelli che erano scappati con il malloppo a cavallo della grande crisi che colpì l’Argentina nel 2001. Gli operai che si sono trovati all’improvviso senza più il “padrone”, con mesi e mesi di stipendi non incassati e con il fantasma della disoccupazione a vita appena fuori dalla porta, si sono dovuti improvvisare imprenditori, garantendo la continuità della produzione.

Le fabbriche recuperate hanno ispirato la promulgazione di leggi favorevoli, che permettevano allo Stato di espropriare le aziende (per esempio in seguito al mancato versamento delle tasse) per poi consegnarle ai lavoratori costituitisi in cooperative. Tra mille difficoltà, un movimento improvvisato si è articolato consolidandosi con il passare degli anni. Oggi il Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate è forte di 250 stabilimenti associati nei quali si produce di tutto, dalle piastrelle alle divise scolastiche, dai libri ai grissini. A questo movimento si affianca quello delle imprese recuperate, che include anche attività del terziario, come ad esempio l’Hotel Bauen, un 5 stelle nel cuore di Buenos Aires che era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1978 e che oggi è gestito da una cooperativa di lavoratori che lo hanno salvato dal fallimento.

Il movimento sudamericano delle fabbriche recuperate è stato riscoperto in questi mesi. C’è chi pensa che sia un esempio che prima o poi si rivelerà utile all’Europa in crisi profonda. In Argentina questo movimento ha avuto un’incidenza molto modesta sulla ripresa economica, ma il suo peso simbolico e politico è stato notevolissimo. I lavoratori delle imprese recuperate sono stati il simbolo di una società che ha ritrovato le sue priorità politiche dopo decenni drogati dai consumi facili, a discapito di una cultura della produzione e del lavoro. C’è voluto il default, ma la lezione degli operai che non hanno voluto abbandonare i loro posti di lavoro quando tutto il mondo crollava loro addosso è servita a iniettare speranza: ce la si poteva fare a uscire dalla crisi e dall’improvvisa miseria.

Anche la classe politica del dopo-default è stata fortemente influenzata dall’esperienza delle fabbriche recuperate. La politica di sostegno e di protezione dell’industria nazionale non è oggi negoziabile, anche a costo di subire le frequenti critiche degli organismi internazionali, che continuano imperterriti a sostenere posizioni nelle quali sempre meno Paesi credono. L’Argentina non è più sicuramente uno Stato campione del liberismo come negli anni Novanta, eppure la produzione industriale continua a crescere da quasi dieci anni a un ritmo orientale. Non è industria di avanguardia, come quella tedesca o anche brasiliana, non ci sono stati grandi investimenti infrastrutturali, si produce quasi esclusivamente per il mercato interno, ma le fabbriche sono attive.

Sono quelle stesse fabbriche che furono create dagli immigrati italiani, spagnoli, tedeschi agli inizi del Novecento e nelle quali si formò una classe operaia che fu la protagonista delle grandi trasformazioni del Paese, e anche della sua ricchezza. Nel 2001, quando in Argentina non si produceva nulla e si comprava tutto all’estero, un Paese nel quale l’unica occupazione giovanile era lavorare nel delivery di pizze a domicilio, gli ultimi operai veri, quelli delle catene di montaggio e della meccanica, hanno lanciato la loro sfida. Si sono riappropriati della loro fonte di lavoro e l’hanno difesa con le unghie e con i denti. È stato l’inizio di un’altra storia, e oggi nessuno tornerebbe più indietro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’attuale crisi finanziaria ci tiene compagnia, si fa per dire, da ormai quattro lunghi anni. Nel 2008 si pensava che sarebbe stata relativamente passeggera, e focalizzata in gran parte sui problemi dell’economia statunitense. La realtà ha purtroppo smentito quest’analisi. Erano stati sottovalutati due aspetti fondamentali del momento economico. Il primo era la profondità della crisi, che andava a intaccare la struttura portante del capitalismo finanziario in quanto “sistema”; un indizio che lasciava intuire come, dopo gli USA, l’uragano avrebbe colpito in pieno l’Europa. Il secondo era il fatto che la crisi si stava ponendo come spartiacque tra due periodi della geopolitica e dell’economia mondiale. Non a caso, in questi anni, i cinque Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) hanno praticamente raggiunto il 20% del PIL mondiale, accumulando nelle loro casse un terzo delle riserve valutarie globali. L’economia cinese e quella brasiliana sono diventate rispettivamente la terza e la sesta del pianeta.

Un altro dato che rende l’idea dei mutamenti in corso è il fatto che oggi i 26 Stati più industrializzati realizzano il 48% del PIL mondiale: per la prima volta in due secoli, meno della metà del totale. E mentre l’Europa taglia diritti e welfare in modo ragionato (Francia, Germania) o in modo selvaggio (Grecia, Portogallo), nei Paesi emergenti i diritti aumentano e migliorano anche le condizioni di vita. In Brasile, in pochi anni sono usciti dalla povertà 40 milioni di cittadini; la Cina ormai delocalizza alcune produzioni in Vietnam per via dell’aumento del costo della manodopera locale.

La crisi ci sta lasciando un mondo nel quale le distanze tra gli Stati, fino a ieri abissali, si sono accorciate. Un pianeta che va re-interpretato, perché la chiave di lettura “Nord-Sud” non è più sufficiente. Dal club ristretto dei G8 si è passati in modo indolore ai G20. Senza dubbio è stato un passo avanti verso la democratizzazione della politica internazionale, ma fuori dalla porta del salotto buono continuano a esserci decine e decine di Paesi. Siamo visibilmente tornati ai tempi delle potenze, con la differenza che rispetto al passato le potenze si sono moltiplicate.

Insomma, viviamo in un mondo in confusione, che non ha ancora trovato un nuovo equilibrio e nel quale non ci sono uno o due baricentri in grado di reggere l’ordine internazionale, come nello schema della Guerra Fredda. Il rischio è il ritorno di fiamma della microconflittualità, come in effetti sta avvenendo; guerre che magari non creano grandi sconvolgimenti geopolitici, ma rendono comunque un inferno la vita delle persone coinvolte.

C’è però anche un aspetto positivo, ed è che oggi tanti soggetti nuovi trovano spazio per “fare politica” e per incidere davvero sulla vita comune. Le realtà con voce in capitolo sugli equilibri politici ed economici si sono infatti moltiplicate: i movimenti, le ONG, le “piazze”, il popolo di Internet, la cittadinanza attiva, tutte modalità di una nuova politica che in questo quadro di incertezze trova maggiori margini d’azione. Forse un cambiamento in positivo è possibile, se non sprecheremo questa opportunità per ripensare noi stessi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Il dibattito sull’antiproibizionismo nel campo delle sostanze stupefacenti è sempre stato rifiutato dalla politica. Negli ultimi anni, in particolare, le liberalizzazioni sperimentali delle droghe sono state davvero poche, e sempre limitate a quelle cosiddette leggere. Solo partiti molto piccoli si sono battuti per la liberalizzazione, scontrandosi con un muro tanto solido da rifiutare anche il dialogo. Gli antiproibizionisti maggiormente attivi sono stati intellettuali, magistrati ed economisti, più che politici; personalità di tendenze neoliberali, come il noto Milton Friedman, più che veri progressisti.

Sulla guerra alla droga (e su quella per la droga) si sono costruiti momenti importanti della politica estera delle potenze occidentali. A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna mosse due guerre d’aggressione alla Cina per riuscire a importarvi l’oppio che gli inglesi producevano nella colonia indiana: Hong Kong fu uno dei trofei di quelle guerre combattute per tutelare la libera circolazione della più antica droga pesante. Proprio dall’oppio, nel 1827, la scienza tedesca era già riuscita a sintetizzare la morfina, e nel 1899 ne avrebbe ricavato anche l’eroina. Ai chimici tedeschi si deve anche la terza droga pesante, la cocaina, sintetizzata nel 1860 dalla millenaria foglia di coca. I laboratori che si erano inventati queste droghe, Merck e Bayer, sarebbero diventati multinazionali di primissimo livello.

Il mondo a cavallo tra l’800 e il 900 ci rimanda una fotografia in negativo della realtà di oggi. Negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 era vietato consumare alcool, ma le droghe che oggi chiamiamo pesanti si vendevano liberamente in farmacia. La criminalità organizzata si occupava di whisky, non di eroina. Il contrario di ciò che accade ai nostri giorni. Una regola basilare dell’economia di mercato veniva così confermata: un qualsiasi prodotto vietato per il quale c’è richiesta aumenta il suo prezzo e alimenta una rete illegale di fornitori. Quel fornitore illegale, nella Chicago di Al Capone, era la mafia. E fu soprattutto per questo che le autorità decisero di far tornare legale l’alcol.

Parallelamente le pressioni proibizioniste si spostarono sul fronte degli stupefacenti, che a partire dalla Convenzione internazionale del 1961 divennero tutti illegali. Negli anni ‘80 il proibizionismo sulle droghe divenne il cavallo di battaglia della politica estera statunitense nei confronti dell’America Latina e, a guerra fredda finita, fu l’alibi per mantenere una discreta ingerenza nei singoli Paesi del continente. Nel frattempo il mercato globale della droga cresceva a dismisura, arrivando a un giro d’affari stimato in 300 miliardi di dollari annui, metà dei quali prodotti negli USA.

Intere regioni e Paesi latinoamericani sono in guerra aperta contro i cartelli della droga, che però dispongono di risorse inesauribili. In Messico, Guatemala, Honduras si parla addirittura di guerra civile. In Europa, la ’ndrangheta gestisce il fiorente mercato della cocaina grazie ai suoi terminali in diversi Stati americani ed europei. In Oriente, le triadi cinesi curano il mercato dell’eroina dalla coltivazione del papavero da oppio allo smercio delle dosi, rifornendosi nell’Afghanistan in guerra e nella Birmania oppressa dai generali.

La droga disegna una geopolitica mondiale rovesciata: i Paesi produttori di un bene così prezioso sul mercato sono infatti vittime di conflitti, povertà e violenze quotidiane. Più una maledizione che una risorsa. Per questo il presidente del Guatemala, seguito da quelli di El Salvador, Bolivia e Colombia, ha voluto porre la questione della liberalizzazione all’ordine del giorno del fallimentare Vertice delle Americhe che si è tenuto il 14-15 aprile a Cartagena. Perché i governi non ce la fanno più a contrastare lo strapotere dei cartelli, e perché vorrebbero guadagnare qualcosa da questo business globale che esclude i produttori.

La risposta statunitense è stata ovviamente negativa, ma per la prima volta è stato dichiarato che si tratta di un tema sul quale almeno si può discutere. La notizia è dunque che, dopo decenni di chiusura, la politica è disposta a riaprire il dossier sul proibizionismo, che con tutta evidenza è stato uno dei grandi fallimenti del XX secolo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La presidente del Brasile Dilma Rousseff ha appena ratificato la Strategia Nazionale per la Difesa (END) elaborata nel 2008 dal suo predecessore, Lula da Silva, e ha annunciato la disponibilità di circa 35 miliardi di dollari da investire per far diventare il Paese una potenza regionale anche sotto il profilo militare, e non solo economico.
Il piano non si limita a prevedere i “tradizionali” acquisti di armi dall’estero (una scelta fatta per esempio dal vicino Venezuela), ma punta a dotare il Brasile di un vero e proprio complesso industriale militare. La differenza sostanziale con le vecchie e nuove potenze occidentali è che il Paese sudamericano non intende sviluppare un apparato militare finalizzato a ipotesi di intervento all’estero, ma lavora in chiave essenzialmente difensiva.

Un Paese che per superficie è il quinto al mondo (e tra pochi anni occuperà la stessa posizione anche per consistenza economica) è per natura assai impegnativo da proteggere. Ciò che i brasiliani temono veramente sono i futuri appetiti di altri Paesi sulle loro due frontiere economiche più strategiche: la foresta amazzonica e i giganteschi giacimenti di petrolio off-shore al largo delle coste atlantiche.
Le riserve di petrolio della cosiddetta “Amazzonia blu”, nella piattaforma oceanica continentale del Brasile, 200 km al largo delle coste tra Rio de Janeiro e San Paolo, sono infatti stimate in 100 miliardi di barili. Il loro sfruttamento tra qualche anno porterà il Brasile nel plotone di testa delle potenze petrolifere: in uno scenario futuribile caratterizzato dalla “carestia di combustibili”, sarebbe difficile difenderlo senza un’adeguata forza navale.

L’Amazzonia è l’altro focus della visione geopolitica brasiliana, un tema che quasi ossessiona le autorità del gigante sudamericano. Si tratta di un ecosistema che, solo nella sua parte brasiliana, è grande quanto l’Europa e racchiude buona parte della biodiversità naturale terrestre, oltre a importanti riserve di metalli, legname e a tantissima acqua dolce. Questa gigantesca foresta primaria, divisa tra 8 Stati indipendenti e una colonia francese, oggi da un lato è al centro del traffico di cocaina, e dall’altro è meta dei viaggi di consiglieri militari USA (e di dubbi scienziati che catalogano le specie naturali, non sempre solo per studiarle). Da decenni il Brasile teme che l’Amazzonia possa essere dichiarata “bene dell’umanità” e sottratta alla sovranità dei Paesi sudamericani. Per scongiurare questo scenario si sta dotando di una rete di videosorveglianza satellitare del territorio e presto costruirà sommergibili nucleari di piccole dimensioni in grado di pattugliare il Rio delle Amazzoni.

La nuova dottrina strategica brasiliana rappresenta la prima ricaduta militare dei cambiamenti nei rapporti internazionali. Anticipa scenari di conflitti futuri aventi come oggetto il controllo delle materie prime energetiche, della biodiversità, dell’acqua dolce: risorse che la cecità del nostro modello di consumo sta esaurendo inesorabilmente. La congiuntura internazionale, per la prima volta in molti secoli, ricomincia infatti a premiare chi dispone di vaste risorse naturali. Ai tempi del colonialismo, per il Sud del mondo questa fu una maledizione, e per buona parte dell’Africa lo è ancora adesso. Ma oggi per il Brasile è un momento magico.

Perché la popolazione possa trarre stabili benefici da questa situazione, secondo i brasiliani è indispensabile avviare una massiccia politica di modernizzazione dell’esercito in chiave difensiva. Opinabile o meno che sia questa scelta, a Brasilia procedono spediti: c’è già chi ipotizza che la forza militare che si metterà in piedi nei prossimi anni servirà anche per tutelare la sovranità degli altri Paesi sudamericani. USA, Francia e Regno Unito sono avvertiti.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La crisi finanziaria, che qualcuno frettolosamente aveva liquidato come superata prima ancora che se ne fosse compresa la reale portata, si sta abbattendo implacabile sull’Europa. Ci sono diverse letture possibili, con il risultato di creare una grande “bolla informativa” che alla fine genera più confusione che chiarezza. Quali sono state le cause e quali i colpevoli della crisi?

A scelta, l’elevato tasso di indebitamento dei Paesi dell’Europa mediterranea, il crescente deficit dei conti pubblici, il differenziale tra euro e dollaro che in questi anni ha intaccato l’export europeo, il costo del lavoro che toglierebbe competitività. Sono tutte concause più o meni reali, ma sarebbe davvero riduttivo dare una lettura in termini esclusivamente monetari o di bilancio a una crisi che, in Europa, sta mutando i rapporti di forza tra gli Stati e nella società.

Il welfare, fiore all’occhiello di Eurolandia, pensato in una situazione economica e demografica radicalmente diversa rispetto a quella odierna, è ormai oggetto di un bombardamento quotidiano. La cecità, oppure l’impossibilità politica di aggiornare per tempo questo sistema, porta ora in Europa, in tempi di emergenza, ai primi piani di aggiustamento strutturale di netto stampo liberista. Piani che discriminano in base al reddito: chi avrà risorse per pagarsi i servizi che verranno tagliati continuerà a vivere normalmente, mentre chi non potrà affrontare i costi dovrà adattarsi a una situazione nuova e non certo positiva.

Con le riforme che già si annunciano, il sistema economico europeo, basato sui livelli di omogeneità sociale più alti del mondo, subirà un trasferimento di risorse dalla base della piramide sociale verso l’alto, cioè verso quei settori più direttamente responsabili della crisi finanziaria. Nelle passate settimane sono riecheggiate per la prima volta in Europa le voci di economisti, molti dei quali statunitensi, che hanno riproposto il solito credo con il quale in passato si è tentato, fallendo, di soccorrere Paesi in difficoltà: tagli alla spesa pubblica e al reddito dei settori socialmente più deboli.

Niente di nuovo allora, anche se questa sarebbe l’opportunità migliore per fare almeno quattro cose imprescindibili per il dopo-crisi.
Innazitutto chiudere una volta per tutte il dibattito sulla Tobin Tax e introdurla davvero, per raffreddare la speculazione finanziaria. Gli 800 miliardi che verranno accantonati per il salvataggio dell’euro potrebbero essere garantiti proprio da questa tassa, almeno in parte.
La seconda idea finora lasciata cadere è quella di incentivare la nascita di un’agenzia di rating europea. La sudditanza dei Paesi dell’euro nei confronti delle agenzie d’oltreoceano, coinvolte direttamente in operazione speculative e comunque appartenenti all’area del dollaro, è ormai inspiegabile.

La terza questione riguarda il ripensamento del welfare. Come renderlo più snello alla luce dei nuovi equilibri sociali e demografici, combattendo sprechi e garantendo allo stesso tempo l’assistenza di base e l’educazione comune. Efficienza e solidarietà, giustizia fiscale e sussidiarietà: tutti elementi che vanno di nuovo coniugati affinché il welfare abbia un futuro.

La quarta e ultima questione in sospeso riguarda i piani di uscita dalla crisi. Quelli annunciati sono un mix tra tagli alle spese correnti e infrastrutturali, un po’ di macelleria sociale e quadrature di bilancio forzate. Nulla invece sullo sviluppo, sul gettito fiscale produttivo, sul lavoro, sui settori economici strategici. Così ci si infila dritti dritti nel tunnel della recessione.

Se non vengono ora affrontate le cause strutturali di questa crisi, in futuro sarà sempre più difficile immaginare salvataggi e si registrerà probabilmente la fine dell’euro. Per alcuni significherà avviarsi verso il default, per altri addirittura vedere intaccata la propria integrità nazionale; soprattutto sarà la morte di un sogno, quello di un gruppo di Paesi che ebbero la forza di chiudere con un passato di diffidenze, conflitti e drammi, ma che non hanno poi trovato il coraggio di guardare insieme al futuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Si è appena ripetuta all’Avana, per la seconda volta, la strana legittimazione di un governo socialista da parte del Vaticano. La visita di papa Ratzinger a Cuba, preceduta nel 1998 da quella di papa Wojtyla, rappresenta infatti l’unico viaggio ufficiale di un capo di Stato non latinoamericano in un Paese che i leader occidentali evitano da molto tempo.

Per il Vaticano, l’isola caraibica è una pedina importantissima nel tentativo di recupero dei fedeli nel suo più grande serbatoio, l’America: del miliardo e cento milioni di cattolici al mondo, oltre 500 milioni vivono nel nuovo continente. È qui, dunque, che si gioca il futuro della chiesa di Roma. Qui ormai si giocano gli equilibri politici di una Chiesa che, secondo molto analisti, non potrà fare a meno di darsi un papa latinoamericano non appena sarà possibile.

Il problema, per il papato, è che in America Latina la Chiesa sta subendo un processo di allontanamento dei fedeli che assomiglia sempre più a una frana. Le varie confessioni cristiane riformate ( come gli evangelisti e i pentecostali) e le “nuove” religioni nate negli Stati Uniti (i mormoni e i testimoni di Geova) stanno erodendo il bacino dei cattolici, e in alcuni Paesi centroamericani sono ormai maggioritarie. Il “gregge” di queste chiese ammonta 200 milioni di fedeli: un numero enorme, tale da contendere al cattolicesimo il primato religioso continentale. Non va sottovalutato il fatto che, in molte realtà, queste chiese hanno assunto un ruolo politico attivo.

La causa di questo cedimento cattolico va cercata nell’azione politica dei due papi che si sono recati a Cuba. Negli anni ’80, proprio Wojtyla e Ratzinger furono infatti i demolitori di quella corrente popolare della Chiesa cattolica conosciuta come la “teologia della liberazione”: una riflessione teologica che aveva portato la Chiesa, storicamente a fianco ai potenti, a immedesimarsi e coinvolgersi nelle lotte dei poveri, dei senza terra, delle minoranze etniche.

I vescovi che aderivano a quella corrente furono rimossi uno a uno durante il papato di Wojtyla, mentre si aprivano di nuovo le gerarchie a esponenti conservatori e all’aggressività dell’Opus Dei. Dopo la morte di Giovanni Paolo II le cose non sono cambiate: in America Latina oggi la Chiesa cattolica è conservatrice e, soprattutto, lontana dai poveri, che però proprio negli anni ’80 si sono moltiplicati. Si è aperto così un terreno di caccia per le altre confessioni cristiane, che si sono insediate nei quartieri più disagiati. Gli stessi dove magari le chiese cattoliche si stavano svuotando.

Il vero senso della visita dei papi a Cuba va quindi interpretato alla luce di questi dati. Nell’isola di Castro la rivoluzione non ha mai perseguitato la Chiesa cattolica e nemmeno la religione afrocubana. L’unico vero divieto ha riguardato le religioni provenienti dagli Stati Uniti. Ecco perché Cuba è oggi, paradossalmente, il Paese più cattolico del continente. Ecco perché proprio da qui il Vaticano conta di ripartire con una nuova evangelizzazione.

Per Fidel, invece, la visita del papa è una garanzia dell’impegno del Vaticano affinché la transizione a Cuba avvenga in modo ordinato e pacifico. Insomma, perché quando per motivi anagrafici ci sarà un’altra dirigenza, il Vaticano agisca come forza di mediazione. Per il leader cubano, dunque, il conservatore papa Ratzinger si configura come un alleato e non come un nemico. Le questioni spirituali rimangono sullo sfondo, molto sullo sfondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi mesi a Parigi è stata allestita una grande mostra per ricordare una pagina cancellata della storia d’Europa, gli zoo umani. Nelle esposizioni universali a cavallo tra Ottocento e Novecento– quelle di Bruxelles, Londra, Milano, Parigi, Barcellona – una delle principali attrattive erano i cosiddetti “giardini di acclimatamento”, nei quali non ci si limitava a presentare la flora e la fauna dei Paesi esotici, all’epoca quasi tutti colonizzati dall’Europa. In questi veri e propri zoo veniva riprodotta anche la vita dei popoli tribali.

Intere famiglie di pigmei, di amerindi della Terra del Fuoco e dell’Amazzonia, di boscimani sudafricani, di karen birmani strappati dai loro villaggi con la forza o con l’inganno dovevano recitare la loro vita quotidiana davanti agli occhi dei borghesi delle metropoli europee. Molti morivano di malattia, altri finivano rovinati dall’alcool, diversi si suicidavano, pochi tornavano a casa.

Nel XXI secolo gli zoo umani non sono più ammissibili. In compenso si praticano tranquillamente i safari umani.Quelli che si celano dietro il cartello politicamente corretto di “etnoturismo”, una tipologia di viaggio costosa, che porta il turista a contatto con popoli indigeni sui loro territori ancestrali. Le etnie oggetto di questo turismo sono le stesse che un tempo venivano esposte nei giardini di acclimatamento. Tranne quelle nel frattempo scomparse, è ovvio.

La più grande ONG che si batte per i diritti dei popoli tribali, Survival International, chiede da anni il bando del turismo cosiddetto etnico, perché fatto sulla pelle degli indigeni senza che essi ne ricavino alcun vantaggio. Anzi, molti di questi popoli a contatto con il turismo si sono ridotti a recitare, a banalizzare la loro cultura tradizionale a vantaggio degli spettatori di turno. Basta pensare a ciò che è accaduto ai masai del Kenya, alle finte cerimonie induiste a Bali, alla cremazione dei corpi in India o ai rituali del vudù haitiano.

Spesso chi assiste a queste esibizioni non ha coscienza del fatto che la mercificazione di riti e tradizioni è causa di gravi danni culturali. Quando però il turista sceglie di addentrarsi nei territori tribali, oltrepassa consapevolmente un limite che in molti Paesi è invalicabile anche dal punto di vista legale. In tutto il mondo, gran parte delle popolazioni indigene vive in zone che suscitano grandi appetiti economici, spesso scenario di violenze e conflitti armati. La cronaca riporta con regolarità notizie di turisti “avventurosi” che vengono derubati, sequestrati o uccisi: ma, evidentemente,questo non basta per far riflettere sull’inopportunità di recarsi in posti nei quali non si è voluti. E nemmeno a mettere in guardia sui rischi che, andandoci, si potrebbero correre.

Esistono piccole esperienze di turismo responsabile pensate insieme a popoli indigeni, in America Latina e in Asia. Sono viaggi ideati e realizzati con alcune comunità locali che hanno deciso di ricevere turisti e pongono limiti e vincoli alla loro presenza. Da questi visitatori ricavano un vantaggio economico che verrà utilizzato per progetti comunitari;per di più gli uomini e le donne accolti nelle comunità diventano spesso sostenitori delle loro cause. Il resto è un triste teatrino, molto spesso allestito con la complicità di regimi totalitari che utilizzano le etnie autoctone per attirare turisti: un’ulteriore umiliazione per popoli che hanno già subito troppo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi ultimi anni abbiamo imparato che le materie prime alimentari, energetiche e minerarie non servono solo per mangiare, viaggiare, scaldarsi, produrre oggetti, ma anche per fare soldi. Tanti soldi. Perché quelle risorse essenziali che la gente comune chiama grano e soia, nichel e petrolio, cacao e caffè, carne di manzo o di maiale, per gli agenti di borsa hanno un altro nome. Le chiamano commodities e le quotano sui mercati: non quelli di quartiere, ma quelli finanziari, che hanno un orizzonte internazionale.

Oggi i  prezzi e la disponibilità di queste materie prime sono controllati da 12 giganti. Tra essi, cinque sono svizzeri e quattro statunitensi: insieme fatturano circa mille miliardi di dollari USA all’anno. Sono le cosiddette trading houses, misteriosi manovratori dei prezzi della benzina e del pane, che dispongono di ingenti capitali per speculare, acquistare, stoccare e vendere beni di questo tipo. E che decidono gli investimenti sulla base di approfondite ricerche di economia e geopolitica anziché dopo aver studiato le stagioni agricole e i cambiamenti climatici. Possono permettersi di immagazzinare enormi quantità di materie prime se il momento non è quello giusto per vendere, e sono in grado di determinare che cosa semineranno gli agricoltori di mezzo mondo in base ai prezzi promessi.

Le trading houses incidono pesantemente sulle quotazioni delle materie prime sui mercati e sul prezzo dei futures, cioè dei titoli che scommettono sul prezzo che una certa risorsa raggiungerà in un determinato momento. In poche parole non producono nulla ma, speculando, decidono che cosa produrranno gli altri e stabiliscono il valore della loro produzione. L’agricoltura globale è oggi nelle mani di queste realtà che controllano infatti tra il 70 e l’85% del mercato dei cereali, e che determinano anche i prezzi dei metalli: nelle loro mani ci sono il 60% del mercato dello zinco e il 40% di quello del rame. E commercializzano più petrolio dell’Arabia Saudita.

In questo mondo di poteri fortissimi che preferiscono non farsi notare è in atto un processo di ulteriore concentrazione, con l’annunciata fusione tra le svizzere Glencore e Xtrata. Nascerebbe un colosso da 90 miliardi di dollari all’anno, ma è solo una stima, perché questi gruppi non amano quotarsi in Borsa. La statunitense Cargill, per esempio, fattura 108 miliardi di dollari con il trading di materie prime e non ha bisogno di Wall Street. In borsa poi ci sono regole sulla trasparenza e sui movimenti delle aziende quotate che non si addicono esattamente al modus operandi delle trading house. Com’è immaginabile, questo business attira il più grande divoratore di materie prime emergente: la Cina, che sta già entrando nel club attraverso la Noble con sede a Hong Kong.

Se appena si solleva il velo di segretezza che caratterizza questo settore dedito alla grande speculazione e a operazioni al limite della legalità, si intravede la fragilità dell’odierno mondo globalizzato, nel quale un numero sempre più ridotto di soggetti riesce a imporre a miliardi di persone i consumi, i prezzi, perfino i modelli di sviluppo. Soggetti che si schermano dietro società offshore non quotate in borsa, con capacità di sviluppare business in decine di Paesi.

Anche la Tobin Tax oggi in discussione, che dovrebbe tassare i profitti della speculazione finanziaria, sarebbe uno strumento insufficiente per intervenire su queste logiche. Ci vorrebbe il coraggio di separare nettamente la produzione di beni essenziali dalla speculazione, vietando strumenti finanziari come i futures e restringendo il campo d’azione delle trading houses.

Ma di questi tempi, chi ha il potere di ridimensionare gli speculatori?

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A me sembra un sogno che Buenos Aires sia nata.

La ritengo tanto eterna quanto l’acqua e l’aria.

J.L. Borges

Buenos Aires, porto dell’estrema Europa,

capitale di un impero mai esistito.

A. Malraux

La città di Santa María de los Buenos Aires non solo è la porta d’ingresso del paese, tappa inevitabile per chi voglia visitarlo. È anche una città-stato, uno spazio metropolitano sconfinato che nell’immaginario dei suoi abitanti, i porteños, rappresenta da solo uno dei due paesi in cui si divide l’Argentina: la capital, contrapposta a el interior, tutto il resto del paese.

Fondata due volte dagli spagnoli che girovagavano alla ricerca dell’Eldorado, Buenos Aires divenne ricca e potente grazie ai capricci della natura e dell’economia mondiale: bovini, ovini e cavalli, che nelle Pampas trovarono un habitat miracolosamente favorevole dove moltiplicarsi, grazie alle innovazioni tecnologiche della seconda metà dell’Ottocento, si trasformarono in una fiorente esportazione di carne fresca, basilare per l’alimentazione dell’Europa occidentale fino agli anni Sessanta. La piccola e marginale Buenos Aires divenne così, alla fine dell’Ottocento, uno dei più importanti porti mondiali per l’esportazione di cuoio, cereali, frutta, vino e carne.

Il processo di concentrazione delle attività produttive, culturali e politiche attorno alla capitale fu inarrestabile: Buenos Aires divenne metropoli alla fine del XIX sec., e una grande area metropolitana negli anni Sessanta (Grande Buenos Aires). Nei suoi 1200 kmq di estensione hanno sede il 75% delle attività industriali del paese e l’80% di quelle terziarie.

Non stupisce quindi che qui sia concentrato anche un terzo della popolazione del paese (11.000.000 ab.). Già nel 1943 il medico-scrittore Florencio Escardó trovò una spiegazione intelligente a tale gigantismo: “le province hanno creduto che Buenos Aires, in quanto sede delle autorità nazionali, fosse il punto supremo delle aspirazioni di tutti. Buenos Aires ha invece avuto un criterio fortemente accentratore. Si è ingrandita, è diventata bella, si è fortificata, con una logica propria che non era quella di capitale di una federazione. La città vive per se stessa, la repubblica viene percepita come un sipario sullo sfondo” (Geografía de Buenos Aires).

Nel triangolo delimitato dalla Casa Rosada, dal Parlamento e dalla City si definiscono le strategie economiche nazionali, si concretizzano alleanze e divisioni politiche, si preparano i golpe, si lanciano le mode e si diffondono i modelli culturali. Qui hanno sede tutte le televisioni, le radio e le testate giornalistiche nazionali. Buenos Aires è lo specchio di quanto di meglio e di peggio abbiano realizzato gli argentini negli ultimi 450 anni, il palcoscenico dove si sono consumati i drammi e i momenti gioiosi di un popolo eterogeneo che contribuì a costruire una metropoli laica dotata di chiese, moschee, sinagoghe e templi massonici.

Buenos Aires non è né bella né brutta: è un caso abbastanza raro di grande metropoli in cui non esiste un comune denominatore, e quindi ognuno può cercare (e non di rado incontrare), o inventarsi, ciò che più ama.

 

Milioni di uomini, di donne, di bambini, di operai, di impiegati. Come parlare di tutti? Come rappresentare quella realtà innumerabile in cento pagine, in mille, in un milione di pagine? Sei milioni di argentini, spagnoli, italiani, baschi, tedeschi, ungheresi, russi, polacchi, iugoslavi, siriani, libanesi, lituani, greci, ucraini. Oh, Babilonia! La città galiziana più grande al mondo. La città italiana più grande al mondo. Più pizzerie che a Napoli e Roma insieme. Oh, Babilonia! (Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe)

Alfredo Somoza

L’agricoltura mondiale è sempre più OGM e anche in Europa il vento comincia a soffiare nella stessa direzione. Secondo i dati recentemente pubblicati nel rapporto annuale dell’ISAAA, l’associazione che fa capo alla lobby del transgenico, nel 2011 la superficie mondiale coltivata a OGM è aumentata di 12 milioni di ettari, raggiungendo i 160 milioni di ettari coltivati da 17milioni di agricoltori in 29 Paesi, 19 dei quali in via di sviluppo.

L’Europa è sempre stata una diga nei confronti delle colture biotech, grazie all’applicazione del cosiddetto principio di precauzione: finché non si dimostra l’innocuità di un prodotto agricolo, non ne può essere permessa la coltivazione né il consumo. Nei fatti, però, la diga sta cedendo. Oggi da un lato il foraggio destinato ai capi di bestiame europei è abbondantemente composto da soia OGM; dall’altro, l’approvazione della varietà di mais transgenico numero 810 della Monsanto, avvenuta nel 2010, ha permesso a Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia di raggiungere i 115.000 ettari coltivati a mais geneticamente modificato, con un ritmo di crescita del 25% all’anno.

A livello globale, gli Stati Uniti continuano a essere il produttore leader delle colture biotech, con 69 milioni di ettari. Alle loro spalle il Brasile si sta affermando come il nuovo protagonista globale del settore, con 30,3 milioni di ettari coltivati. Seguono l’Argentina (con 24 milioni di ettari) e poi i giganti asiatici India e Cina, specializzati in cotone geneticamente modificato. Nel business è entrata anche l’Africa, a causa delle terre che diversi governi del Continente Nero hanno ceduto a Paesi arabi e asiatici, bisognosi di alimenti o biocombustibili.

Tutto ciò ha fatto crescere il comparto dell’11% nei Paesi in via di sviluppo e del 5% in quelli industrializzati. Intanto la scienza continua a non chiarire se i prodotti transgenici possano avere conseguenze negative sulla salute umana né, tantomeno, spiega quali siano gli eventuali effetti che essi potrebbero sviluppare.

In questo contesto, l’affermazione definitiva dell’agricoltura OGM dipende fondamentalmente dalla posizione che l’Europa assumerà in futuro. Un’Europa che fatica a mantenere la storica posizione di sostanziale chiusura al biotech, preoccupata dal fatto che, se tenesse ferma la rotta, toglierebbe ai propri agricoltori l’opportunità di fare più profitti. Una delle vie di uscita a disposizione della Commissione Europea, forse la peggiore ma purtroppo già in discussione, consiste nell’autorizzare la libera scelta dei singoli Paesi. Il rompete le righe avrebbe come conseguenza la fine della diversità europea: una diversità costruita negli anni malgrado il peso delle lobby, soprattutto grazie al successo dei movimenti  che si battono contro la cosiddetta agricoltura Frankenstein.

I Paesi emergenti e quelli più poveri, invece, ripongono molta fiducia nell’aumento della produzione che gli OGM sembrano garantire. Tuttavia questo convincimento contrasta con i risultati di una recente indagine della FAO sulla sicurezza alimentare: pur escludendo gli organismi geneticamente modificati, lo studio conclude che la produzione alimentare continuerà a crescere nei prossimi trent’anni e supererà la crescita demografica. Ciò nonostante, sempre secondo l’indagine della FAO, non si riuscirà a soddisfare il fabbisogno umano, perché le vere cause della fame e della malnutrizione sono la povertà e la mancanza di accesso alle risorse alimentari: due questioni che i sostenitori degli alimenti transgenici non affrontano, due situazioni critiche che il modello dell’agrobusiness OGM tende a peggiorare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)