Alle elezioni presidenziali del 25 ottobre, per la prima volta dal 2003 i 30 milioni di elettori argentini non troveranno sulle schede il nome Kirchner. Con queste elezioni si chiude infatti il decennio abbondante del “kirchnerismo”, la corrente progressista del peronismo che ha condotto il Paese fuori dalle macerie del default del 2001. Prima Néstor, deceduto nel 2010, poi sua moglie Cristina Fernández, non più ricandidabile dopo due mandati, hanno lasciato il segno su un periodo politico e sociale fortemente condizionato da quel tracollo economico.

I capisaldi positivi del kirchnerismo sono stati il negoziato con i creditori del default che ha permesso di far tornare a crescere l’economia, la riapertura dei processi sui crimini compiuti dalla dittatura, la legge sul matrimonio paritario e quella contro la discriminazione di genere, la legge sui media, il ritorno dello Stato nelle aziende fallite dopo le privatizzazioni e l’allargamento del welfare. Al raggiungimento di questi traguardi, conquistati soprattutto durante il mandato di Néstor Kirchner, si è accompagnata una politica estera latinoamericanista che è riuscita a bloccare la nascita dell’ALCA (l’area di libero scambio con gli USA), a diversificare i mercati esportatori verso Oriente e a creare importanti istituzioni continentali come l’Unasur.

Il lato negativo riguarda alcuni dei vecchi vizi del peronismo, a partire dalle tendenze autoritarie (mai però diventate repressione dell’opposizione) e dalla corruzione nella gestione pubblica, fino alla mancanza di volontà di contrastare seriamente la violenza e il narcotraffico e al carattere prevalentemente assistenziale del welfare.

In questa “fine era” pesano soprattutto gli errori commessi negli ultimi due anni in materia economica, con un’incomprensibile chiusura del mercato dei cambi che ha portato alla nascita di un mercato parallelo del dollaro, insieme all’inflazione che si aggira sul 30% annuo e alla recessione. Una pesante eredità per chi dovrà governare a Buenos Aires è la vicenda mai chiusa con i fondi speculativi che detengono una parte del debito argentino e hanno avuto una sentenza favorevole negli USA per incassare cifre che lo Stato non può onorare, almeno in questo momento.

Nelle presidenziali di ottobre potrebbe rivelarsi necessario, per la prima volta nella storia, un secondo turno. I due candidati forti sono l’attuale governatore della Provincia di Buenos Aires, Daniel Scioli, già vicepresidente ai tempi di Néstor Kirchner, e il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, un ricco imprenditore edile che è stato anche presidente della squadra di calcio del Boca Juniors. Entrambi hanno un profilo di centro-destra, che poi si stempera in base alle alleanze che vanno componendosi. Scioli è sostenuto dalla famiglia Kirchner e dal peronismo, Macri dai liberali e dai radicali. Sarà presente alle elezioni un secondo peronista, Massa, e l’area socialista presenterà una propria candidata. Voti utili se ci sarà un ballottaggio, ma il kirchnerismo, che come detto sostiene Scioli, considerato vicino a papa Francesco, già altre volte ha ottenuto un consenso superiore a quanto previsto dai sondaggi.

Nell’Argentina post-default la democrazia non è in discussione, ma il rifiuto crescente espresso dai cittadini nei confronti della politica potrebbe far cambiare molte cose rispetto agli schemi classici. Anche se i candidati con possibilità di vincere, alla fine, si differenziano per pochi aspetti.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Tutti ricordiamo la celebre battuta del grande teorico militare prussiano Carl Philipp von Clausewitz «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi». Ed è sempre stato grossomodo così. Quando un Paese svelava un disegno espansionistico, oppure si sentiva minacciato da un altro Stato, scattava la guerra che poteva rimanere circoscritta ai duellanti oppure dilagare diventando un conflitto generalizzato. Ma prima e dopo c’era la politica, c’erano vincitori e vinti, c’erano i risarcimenti e le spartizioni di territori, le sfilate e la retorica patriottica.

Oggi le guerre sono cambiate. Non sono più strumenti risolutivi di controversie politiche o economiche, ma sostitute della “politica”. Questa mutazione è avvenuta in Africa e soprattutto in Medio Oriente. La guerra come unico strumento della politica ha conseguenze nefaste per gli Stati coinvolti, che spesso cessano addirittura di esistere. In mancanza di politica, e quindi di piani per il “dopo”, la guerra porta alla frammentazione territoriale e amministrativa, alle secessioni di fatto, alla conflittualità eterna.

La Somalia è stata uno dei primi Paesi a soccombere in quanto tale. L’operazione Restore Hope del 1993 non riuscì a tutelare né i somali né la Somalia, riuscendo invece a rinvigorire i movimenti integralisti che da allora la fanno da padroni. Anche l’Afghanistan è un “non-Stato”, dove governavano i talebani prima dell’invasione NATO e dove i talebani, a distanza 15 anni, continuano a controllare il territorio. Poi c’è stata la vicenda libica, con Francia e Regno Unito che coinvolsero la NATO in un’operazione contro Gheddafi senza avere nessuna idea sul dopo. Anzi, l’intervento militare ha allargato la storica frattura tra Cirenaica e Tripolitania, regioni che solo il Rais era riuscito a tenere insieme.

Ora è il turno della Siria, Paese che avrebbe dovuto subire lo stesso trattamento della Libia, in questo caso perché alleato dell’Iran. Il regime di Bashar al-Assad è stato sfidato da Qatar, Arabia Saudita e Turchia, che hanno armato oppositori di ogni tipo, soprattutto salafiti e jihadisti vari. Ovviamente con l’Occidente diviso tra complici e distratti. Dal disastro siriano sono scappati per ora 5 milioni di profughi, e proprio in Siria è dilagato il temuto l’Isis. Che era nato nell’ennesimo “non-Stato”, l’Iraq diviso tra sciiti, kurdi e sunniti, tutti armati. L’Iraq appunto, che in mancanza di un piano B sia George Bush padre sia Bill Clinton avevano preferito lasciare in mano a Saddam Hussein. Per George W. Bush, invece, il problema non si poneva. E si è visto com’è andata.

La guerra è uno strumento orribile in sé. Se a ciò si aggiunge l’aggravante dell’essere fine a se stessa, priva di un disegno politico, diventa pure totalmente inutile. L’elenco dei Paesi che rimangono tali solo sulle carte geografiche perché finiti nel tritacarne bellico si allunga, eppure la politica continua a tacere. In questi anni di grande confusione, solo la Russia post-sovietica sta seguendo una ferrea strategia, tutelando le sue frontiere con la NATO in Crimea e in Ucraina, e difendendo le sue basi militari sul Mediterraneo in Siria. Tutto il resto è confusione e improvvisazione a differenza dei videogames, i conflitti non possono essere cancellati per ripartire di nuovo.

Gli strateghi del nuovo potere globale confondono strumenti, obiettivi e metodo. Per trovare un nuovo assetto per il Medio Oriente, la madre di tutte le guerre in corso, il primo passo è mettere in discussione la “politica-armata”. Anche perché il peso delle conseguenze sulla popolazioni locali e su quelle che vivono a distanza ravvicinata, anche in Europa, diventerà presto definitivamente insostenibile.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Quando si parla di social media, oggi si fa riferimento soprattutto a Facebook. Il “diario virtuale” inventato da Mark Zuckerberg nel 2004 per il mondo universitario ormai conta quasi un miliardo e mezzo di utenti nel mondo. In pratica, il fenomeno più importante dall’invenzione di Internet, possibile solo grazie a Internet, perché senza l’infrastruttura della rete scomparirebbe in un secondo.

La formula vincente di Facebook è stata quella di fornire, con pochi paletti, una vetrina a chiunque volesse autopromuoversi, contattare vecchi amici, dire la sua, pavoneggiarsi. Il modello Facebook è ricco di contenuti, totalmente autogestiti e alimentati dagli utenti con modalità finora mai viste né previste. Anche per questo è diventato il maggiore veicolo mondiale per le leggende metropolitane, le informazioni false o non verificabili, la propaganda, addirittura per il reclutamento ideologico o militare.

Così come le tessere di fidelizzazione dei supermercati hanno eliminato le classiche, e costose, indagini sui gusti dei clienti – che ora di propria volontà forniscono gratis i loro profili di consumatori ai dipartimenti marketing – Facebook offre un gigantesco spaccato dell’umanità senza filtri e accessibile a tutti. Un patrimonio unico nella nostra storia, dal quale attingono servizi segreti, imprese, sociologi, massmediologi, politici.

Tra l’altro, Facebook è l’unico social in costante ascesa: i suoi competitor non riescono a crescere e Twitter ormai è in declino. 140 caratteri sono pochi per raccontare il proprio mondo e, soprattutto, i tweet sono effimeri, mentre su Facebook tutto rimane per sempre. Poter descrivere nascite, matrimoni, fidanzamenti a una platea almeno teoricamente planetaria è un richiamo al quale, in tempi di disperata ricerca di protagonismo mediatico, pochi possono resistere.

Facebook, che è un grande affare per i suoi proprietari, sfrutta la nuova psicologia di massa globale con un prodotto che si adatta a ogni cultura e società. Il patto con i consumatori è molto semplice: basta che tu mi intesti temporaneamente i diritti delle foto o dei commenti che posti, e io non ti faccio pagare niente. Gioca sul fatto che ancora non è diffusa la consapevolezza del valore commerciale dei contenuti e delle informazioni che si riversano nel web. In realtà, l’azienda di Menlo Park sta accumulando la memoria del futuro ed è questo il suo gigantesco capitale non svalutabile. Se è vero che il contratto prevede che l’utente possa cancellare i propri contenuti, è anche vero che le informazioni, quando sono state condivise da altri utenti, continueranno a rimanere dentro la rete aziendale.

Umberto Eco ha recentemente affermato che i social media hanno dato la parola a legioni di imbecilli. Una visione aristocratica del diritto di parola, che dovrebbe essere garantito anche agli imbecilli. Facebook non discrimina tra l’imbecille e il grande intellettuale, prende tutti e il suo miliardo e mezzo di utenti, incluso Umberto Eco, sono infinitamente più numerosi di quelli di qualsiasi testata giornalistica al mondo. Il punto è: chi legge i contenuti che questa moltitudine elabora ogni giorno? Pochissimi, perché i grandi numeri, anche sui social media, li fanno solo i famosi, cioè coloro che hanno sempre avuto visibilità e ascolto.

Allora che cos’è Facebook se non una finzione, un’illusione di contare qualcosa nella globalizzazione che paghiamo cedendo il nostro pensiero, palesando i nostri gusti agli esperti di marketing o alla politica? Partecipazione 2.0 che, a differenza di quella “de visu”, ha un proprietario, si quota in borsa e ci perseguita 24 ore al giorno per venderci qualcosa.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, si è velocemente guadagnato un ruolo da leader globale in uno scenario di vuoto e di caos che spinge la gente a cercare nuovi riferimenti. Riferimenti che, però, si fa fatica a individuare.

Il papa ha un profilo al tempo stesso fortemente definito sul piano pastorale e molto “politico” rispetto alle umane vicende. Innanzitutto incarna un prototipo di uomo pubblico raro ma molto rispettato. L’austerità francescana di Bergoglio è molto simile, anche se su basi culturali completamente diverse, alle regole di vita e di comportamento seguite dall’ex presidente uruguayano José “Pepe” Mujica, un contadino ed ex guerrigliero diventato popolare a livello internazionale.

Bergoglio parla molto chiaro, con un linguaggio che ha tarato sulle difficoltà di un Paese, l’Argentina, fallito nel 2001 quando lui era arcivescovo di Buenos Aires. Difficoltà oggi purtroppo comuni a tanti altri Stati. Nel suo linguaggio, l’analisi spietata dell’esistente è sempre accompagnata dalla fiducia nell’uomo e in valori, come lo spirito di servizio, che possano dare una speranza. La sua radicale affermazione nell’omelia in plaza de la Revolución a L’Avana, «chi non vive per servire non serve per vivere», ha sicuramente riecheggiato le frasi di un altro argentino, presente in effigie alla Messa: quel Che Guevara che diceva «siate capaci di sentire nel più profondo di voi stessi le ingiustizie commesse contro chiunque in qualsiasi parte del mondo». Due visioni totalizzanti e simili, entrambe riferite all’uomo come essere compiuto solo se al servizio degli altri.

A papa Francesco è stato riconosciuto anche il ruolo di mediatore imprescindibile tra contendenti storicamente contrapposti. Il metodo del dialogo da lui esaltato in chiara polemica con il “metodo della guerra”, la diplomazia discreta e di alto livello, la ricerca di ciò che unisce… il metodo gesuitico, insomma, oggi stupisce perché si è rivelato decisivo per chiudere l’ultimo simbolo della Guerra Fredda, lo scontro tra USA e Cuba.

Ma non è solo la politica latinoamericana a interessare al papa. I temi dei migranti e dell’ambiente che ha scelto per la sua tappa statunitense sono argomenti avversati dai repubblicani impegnati nelle primarie, che ritengono che il cambiamento climatico non esista e che i migranti vadano ricacciati indietro innalzando un muro ancora più alto al confine con il Messico.

Con Francesco il Vaticano torna in trincea, dopo che per anni aveva abbandonato il Continente in cui vive la maggioranza dei cattolici consegnandolo di fatto alle chiese evangeliche e pentecostali. Questo ritorno, insieme ai prossimi viaggi programmati in Africa, sta spostando l’asse della Chiesa eurocentrica, finora fortemente influenzata dalle gerarchie vaticane e dai mondi economici e politici contigui. La fine dello IOR come banca offshore, il licenziamento di fatto della Sacra Rota e degli avvocati vaticani, la lontananza dai partiti che si richiamano alla Chiesa, l’idea di far pagare le tasse alle sedi ecclesiastiche che fanno business, il depotenziamento del Vaticano compiuto dallo stesso “Vescovo di Roma” costituiscono proprio la benzina che sta alimentando il rilancio della Chiesa.

La chiesa di Francesco è globale, non “romana”, e lo dimostra anche nei fatti. Per esempio ospitando in Vaticano solo due famiglie di profughi siriani, ma imponendo a tutta la Chiesa di fare altrettanto. Non centro e periferia ma comunità diffusa, rete, ecclesia, comunità di credenti.

La geopolitica del Vaticano per secoli è stata tratteggiata dai Gesuiti. Oggi, per la prima volta, uno di loro sta occupandosi insieme di religione e di politica in veste di pontefice. Una novità che lascerà sicuramente profondi segni sulla Chiesa del futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Chi pensava che la Russia post-sovietica fosse condannata alla marginalità si sbagliava. Ma si sbagliava anche chi era convinto che Mosca potesse controbilanciare la potenza degli Stati Uniti, come ai tempi della Guerra Fredda. In realtà, il bipolarismo è stato irrimediabilmente consegnato alla storia: sotto la guida ferrea di Vladimir Putin, la Russia sta conquistando passo dopo passo un posto nel mondo multipolare. E non è poco.

I conflitti che oggi vedono coinvolta la Russia ci fanno capire come questo Paese stia ricostruendo e difendendo il suo spazio geopolitico storico, risalente ai tempi degli zar. Ucraina, Crimea e Siria sono collegate da un filo rosso che riguarda le frontiere con la NATO, il controllo del Mar Nero e la presenza navale nel Mediterraneo. Il blitz quasi indolore con il quale Mosca si è annessa la Crimea ha imposto il primo stop ai cambiamenti politici che avrebbero potuto mettere in pericolo le presenze ritenute strategiche dalla Russia.

La vicenda Ucraina è più complessa, perché la prevalenza di partiti ostili a Mosca nel Parlamento di Kiev avrebbe potuto far passare sotto traccia, implicita nel pacchetto di adesione all’UE, l’entrata del Paese nella NATO, e quindi lo spostamento dell’alleanza militare guidata dagli USA verso ovest. Nulla hanno risolto gli Accordi di Minsk, che pure hanno fatto scattare la tregua tra le minoranze russofile sostenute da Mosca e l’esercito ucraino: di fatto, nelle tre province confinanti è avvenuta una secessione che va bene alla Russia e lega le mani a Kiev.

In Siria, infine, ha avuto un peso decisivo il sostegno russo al governo di Damasco, alleato di ferro fin dai tempi dell’URSS, quando governava il padre di Bashar al-Assad. Non è certo una coincidenza che la porzione di Paese ancora controllata dal presidente alauita si sviluppi a ventaglio dalla base navale russa di Tartus, l’unico presidio di Mosca nel Mediterraneo.

Fin qui tutte mosse difensive, giocate bene sul piano militare ma con ricadute economiche negative sulla Russia per via dell’embargo occidentale. È proprio a partire da questo presupposto che sta maturando una politica di avvicinamento tra Mosca e Pechino potenzialmente in grado di cambiare l’ordine mondiale. I due Paesi stanno siglando importanti accordi sul piano energetico, dell’industria bellica, delle comunicazioni. La presenza di Putin a fianco di Xi Jinping durante l’imponente sfilata dello scorso 2 settembre a Pechino per i 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale è stata la più che simbolica dimostrazione di una partnership non limitata alla cooperazione tra due Stati, ma estesa anche alla politica internazionale. Non a caso, la Cina sta partecipando economicamente alla difesa di Assad in Siria.

Cos’hanno in comune i due giganti? Poco e molto. Poco perché il profilo demografico, culturale e produttivo della Cina è completamente diverso da quello di un Paese a cavallo tra Europa e Asia, spopolato e forte solo nelle commodities energetiche e minerarie, oltre che in alcuni settori dell’industria bellica. Molto perché si tratta di due regimi che, uno per natura e l’altro per scelta, censurano la libertà di opinione, perseguitano l’opposizione, sono parte di sistemi corruttivi tra i più oliati al mondo. Soprattutto, sono due potenze che stanno tentando di diventare egemoni a livello regionale e di proporsi come imprescindibili per la ricomposizione dell’ordine internazionale. La Russia e la Cina si vedono come potenze globali, e in buona parte lo sono già. O meglio, oggi lo è solo la Cina, ma la Russia farà il possibile per diventarlo: non perché possa davvero raggiungere la capacità industriale e finanziaria cinese, ma perché controlla uno sconfinato spazio geografico e dall’URSS ha ereditato un potere militare secondo solo a quello statunitense, insieme alla stessa bramosia di potenza.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Dopo 50 anni, il prossimo 23 marzo 2016 si siglerà la pace tra lo Stato colombiano e la guerriglia delle FARC. Un conflitto con radici profonde, risalenti alla guerra civile a cavallo del ‘900 raccontata da Gabriel Garcia Marquez. Il combustibile di questo conflitto infinito è stato l’ingiustizia sociale e il possesso della terra, ai quali si sono aggiunti nei decenni lo strapotere del narcotraffico e la violenza dello Stato e del parastato a tutela degli interessi dei latifondisti.

Il Presidente Santos ha ora annunciato la conclusione della trattativa per la pace entro 6 mesi dopo avere superato il difficile scoglio della giustizia, allargando i margini dell’amnistia per chi ha commesso reati ascrivibili alla lotta armata, e dopo avere concordato sul tema della terra, del ritorno dei profughi interni, della riforma costituzionale. Una trattativa che per la prima volta si conclude e che ha prodotto la spaccatura dello stesso partito del Presidente Juan Manuel Santos che ha rotto con il suo predecessore Alvaro Uribe contrario al negoziato.

I meriti esterni per la pace che verrà vanno a Cuba e agli Stati Uniti, storici alleati di ciascuna delle parti in causa e, negli ultimi mesi, al discreto lavoro di mediazione della diplomazia Vaticana che era stata chiamata a fare parte del tavolo dai guerriglieri delle Farc. Quando domenica scorsa Papa Francesco durante l’omelia a Plaza de la Revoluciòn pregava per la pace nel paese sudamericano, l’accordo era già pronto per essere sottoscritto. Ora manca la formalità che chiuderà il più antico e ultimo conflitto del continente americano.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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La Commissione europea ha appena annunciato il suo piano per la riforma del meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), la controversa clausola che garantirebbe agli investitori esteri la possibilità di citare in giudizio gli Stati qualora emanassero regolamenti o normative che mettono a rischio le loro aspettative di business. Questo è uno dei punti più contestati dell’Accordo tra USA e Europa (TTIP), attualmente in discussione
La nuova proposta, annunciata nel maggio scorso dalla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, è stata accolta dal Parlamento europeo durante il voto sulla relazione Lange dello scorso  10 luglio. La riforma della clausola è un tentativo di dar vita ad una Corte arbitrale internazionale con competenza sugli investimenti che sostituisca il tradizionale arbitrato privato nel TTIP e nei futuri trattati di libero scambio. Nelle intenzioni della Commissione «il nuovo sistema sarà composto da giudici qualificati, gli atti saranno trasparenti e i casi verranno giudicati sulla base di regole chiare. Inoltre, la Corte sarà soggetta a revisione da parte di un nuovo tribunale di appello».

La riforma annunciata non scioglie il nodo dell’equità davanti alla legge perché la nuova corte arbitrale manterrebbe intatti i privilegi di gruppi privati nei confronti della società civile. Mantenendo la possibilità per le imprese di scegliere se rivolgersi a questo tribunale internazionale o utilizzare quelli nazionali, creando quindi una scappatoia per aggirare la giurisdizione pubblica negli Stati. Le grandi imprese non saranno dunque tenute a seguire l’iter cui sono invece obbligati tutti i cittadini dell’Unione prima di poter adire la Corte di Giustizia europea. La nuova Corte, inoltre, non prevede l’esclusione di arbitri che fino ad oggi hanno fatto nella grande maggioranza dei casi gli interessi delle aziende. Anzi, la riforma proposta dalla Commissione europea li innalza al rango di giudici, cui spetta una percentuale del risarcimento finale. In tal modo, si legittima l’investitore a chiedere compensi milionari o miliardari ai governi. Tanto più alte saranno le richieste, tanto più salirà la parcella del giudice in caso di condanna dello Stato. Un principio che urla vendetta rispetto ai fondamentali del diritto circa l’imparzialità e la mancanza di conflitto di interessi da parte del giudicante.
Quale sia il rapporto tra l’introduzione di questa nuova corsia giuridica riservata ai privati e l’aumento degli investimenti e dello scambio di merci, come si auspica l’Accordo, nemmeno la commissaria europea Malmström riesce a spiegarlo, riconoscendo addirittura che non vi sia alcun rapporto diretto. Non una clausola per favorire il buon andamento del negoziato, ma la creazione di nuovi meccanismi giuridici che superano quelli esistenti senza apparente necessità.  E’ stato confermato inoltre che la nuova proposta non si applica al CETA, l’accordo Ue-Canada il cui testo attende la ratifica del Parlamento europeo. Lasciare quindi intatto l’ISDS nel CETA significa garantire una scorciatoia alle multinazionali statunitensi intenzionate a denunciare gli Stati europei utilizzando il vecchio sistema perché potrebbero chiedere risarcimenti sfruttando le loro sussidiarie in Canada.
La proposta europea non è ancora testo legale e necessita dell’approvazione degli Stati Uniti, ma conferma il disinteresse della Commissione verso la schiacciante opposizione pubblica all’attribuzione di tutele speciali per gli investitori esteri. Il negoziato per il TTIP si conferma sempre di più come un contenitore che introduce regole e riforme che vanno ben oltre gli obiettivi dichiarati di eliminare i vincoli per la circolazione di merci e servizi tra gli Stati.

 

Alfredo Somoza

 

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Il mondo senza confini, il mondo senza ideologie, il mondo dove le merci e i capitali girano liberamente, il mondo nel quale tutti abbiamo le stesse opportunità. L’utopia globalista degli anni ’90 si sta velocemente  esaurendo. Oggi si parla invece di chiusure, protezione, sicurezza e muri, tanti muri.

Nel 1989, mentre i tedeschi picconavano il Muro di Berlino, nel mondo intero si contavano altri 15 muri, più che altro in funzione delle logiche della guerra Fredda. Il mondo globalizzato di oggi ne conta ben 65, costruiti  la maggior parte in silenzio, oppure riciclati da vecchi conflitti sempre e fatti diventare bastioni in chiave anti-immigratoria. Se la retorica globale insiste sul mondo aperto, la realtà è diversa, il mondo si apre alle merci e si chiude a riccio alle persone. Il diritto di circolazione, un caposaldo del colonialismo ottocentesco, per la prima volta è stato seriamente messo in discussione, così come il sacrosanto diritto di assistenza ai profughi e ai rifugiati sanciti dopo la Seconda Guerra Mondiale per assistere i profughi europei del conflitto. Il mondo che non si è mai disarmato dopo la fine dello scontro tra USA e URSS, si sta ora anche dividendo fisicamente. Tra ricchi e poveri, tra disperati e meno disperati, tra poveri e miserabili. I principali muri, che un giorno diventeranno simbolo del XXI secolo insieme alle telecamere, si ergono a Nord e a Sud, a est e a ovest.

Nel Sahara Occidentale, ex colonia spagnola occupata abusivamente dal Marocco si trova uno dei più vecchi Muri, di sabbia, lungo ben 2.700 chilometri costruito nel 1980 per dividere il Marrocco dalle regioni controllate dai combattenti indipendentisti saharawi. Oggi quel Muro serve a contenere i migranti che scappano dall’Africa sub-sahariana. L’ultimo muro in ordine di tempo è invece quello che sta costruendo in chiave anti-profughi l’Ungheria, lungo 177 chilometri della sua frontiera con la Serbia seguito a ruota dalla Bulgaria che sta fortificando il suo confine con la Turchia.  Fortemente simbolico è il muro che divide gli Stati Uniti dal Messico lungo centinaia di chilometri. Iniziato in chiave anti-terrorismo, è diventata la prova visibile di quanto l’Accordo di libero Commercio NAFTA riguardasse solo le merci e non le persone. Il pre-candidato alle Primarie repubblicane Donald Trump vorrebbe estenderlo all’intero confine e fare pagare i lavori al Messico. Tra la Grecia e la Turchia è stato eretto il Muro Evros nel 2012, malgrado il miglioramento delle relazioni tra i due paesi, per questo i migranti in Grecia arrivano quasi esclusivamente via mare. Nelle enclave spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla è stato costruito un Muro alto 6 metri per evitare l’ingresso di migranti. I tentativi di scalare il Muro, e i metodi con i quali la Guardia civil tenta di evitarlo, provocano spesso la morte dei migranti. L’India ha invece “impacchettato” il Bangladesh con una struttura di filo spinato lunto tutto il confine per sconsigliare le migrazioni . Il Muro che divide Nicosia, in Cipro, e che risale all’invasione turca del 1974, e oggi è diventato un confine dell’area Schengen.  L’Arabia Saudita ha alzato un muro di 900 chilometri che va a rinforzare una  barriera di sabbia alta 7 metri per dividere il loro paese dall’Iraq. Israele infine nel 2002 ha iniziato a costruire un muro difensivo che è diventato anche legittimante di occupazioni abusive di territori palestinesi, ma anche di controllo dei flussi di persone.

Questa la mappa aggiornata, quali saranno i prossimi? L’erezione di muri è l’ultima frontiera della politica che rinuncia alla sua missione storica di cambiare le cose, ma che accetta con rassegnazione l’esistente. Una realtà che tende a peggiorare, proprio perchè invece di affrontare i problemi che generano guerre e miserie si illude di potere trovare pace e sicurezza in mondi protetti da muri, da occhi elettronici, da guardie armate. Paesi chiusi dentro muri, quartieri chiusi per i più ricchi, telecamere che controllano l’intero territorio, una vita di autoreclussione come non si era mai visto dei tempi del Medioevo. Tutte pie illusioni, smentite quotidianamente dalla realtà che è invece dinamica, che non fa sconti, che riesce a vanificare muri e occhi elettronici.

Alfredo Somoza

 

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Lo stupore generato dalle esternazioni estive di Mons. Galantino contro la “politica” è dovuto principalmente alla poca conoscenza della stampa italiana sulle consuetudini di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Galantino, che risponde solo al Papa, sta incalzando la politica con metodo bergogliano. E’ cioè adoperando come una frusta contro la classe politica le questioni sociali ed etiche, senza distinguere tra destra e sinistra (cosa che invece era consuetudine della CEI dei vecchi tempi sempre schierata contro il centrosinistra). Una posizione nuova per la CEI, da “forza autonoma” e non semplicemente suggeritrice delle sue “cinghie di trasmissione”, i cosiddetti partiti cattolici.  Lo stesso concetto di “partito cattolico” è estraneo alla cultura politica di Papa Francesco. Nella sua esperienza pastorale in Argentina, da Arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza dei Vescovi, Bergoglio fustigava di persona il defunto Presidente neo-peronista Nestor Kirchner, senza intermediari. Lo criticava “da destra”, opponendosi fermamente ad esempio al matrimonio gay (approvato lo stesso dal Parlamento) e “da sinistra”, ritenendo che il governo facesse poco per i più deboli. L’ex presidente Kirchner diceva infatti che Bergoglio “era il vero capo dell’opposizione”. Ma anche lui sbagliava perché il Vescovo non aveva nessun rapporto organico con l’opposizione “partitica”, ma molti con quella “sociale”, dei movimenti. Sono gesti che passano inosservati ai nostri emeriti vaticanisti, ma Bergoglio in realtà era già “sceso” in politica in Italia, quando ha scelto Don Luigi Ciotti, in modo plateale, come principale interlocutore sui temi della legalità e dell’antimafia. Don Ciotti il sacerdote impegnato, ma anche il “politico” della società civile che ha messo in piedi Libera. Mons. Galantino invece sta attaccando sia il governo sia l’opposizione sui rifugiati, un tema centrale nella cultura di un Papa che è stato figlio di emigrati italiani è cresciuto in un paese-rifugio da tutte le tempeste del ‘900, soprattutto quelle europee. Un tema sul quale Francesco non è disposto a trovare mediazioni.

Questo è un modo di fare Chiesa e di fare politica al quale bisognerà abituarsi, che rompe la contiguità tra Vaticano e mondo cattolico impegnato in politica, che rimette al centro una Chiesa con una sua soggettività politica autonoma non più a disposizione di questo o di quell’altro partito, ma che si gioca in proprio. Un approccio movimentista che ha due radici culturali, quella gesuitica e quella peronista delle origini. Una storia, quella dei gesuiti argentini e quella personale di Bergoglio, che ha prodotto un mix di conservazione in materia dottrinale e di progressismo in campo sociale ed economico. Nulla a che fare con il comunismo, come pensano invece gli analfabeti della storia della Chiesa e dell’America Latina che ragliano sui media dozzinali, anzi. Forse prima o poi qualcuno capirà che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e con essa le categorie del ‘900. Anche Oltretevere la musica è cambiata, ma si fa fatica ancora a cogliere le nuove armonie.

 

Alfredo Somoza

 

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Si chiamano PASO, cioè “primarie aperte, simultanee e obbligatorie”, l’unico strumento al mondo istituito per legge da uno Stato per validare le candidature alle elezioni politiche e amministrative. Le primarie aperte, simultanee e obbligatorie nascono in Argentina nel 2009 per iniziativa dell’allora presidente Néstor Kirchner e rimangono l’unico esempio di “primarie per legge” effettivamente attuato, oggetto di interesse e di studio a livello internazionale. Il meccanismo è così semplice ed efficace da spazzare via qualsiasi altra ipotesi. Circa due mesi prima dell’elezione del presidente della Repubblica, del Parlamento o dei governatori, le varie forze politiche formalizzano una o più candidature per la carica. In una data prestabilita, negli stessi seggi dove si vota e con l’imprimatur dello Stato tutti i cittadini abilitati al voto possono dare le propria preferenza a un candidato e alla lista collegata. Le forze politiche che non superano la soglia dell’1,5% non potranno presentarsi alle elezioni, mentre il candidato più votato di ciascuna forza politica, con il tipico meccanismo delle primarie, diventa automaticamente il candidato ufficiale di quella forza.

Due sono le differenze rispetto alle primarie che conosciamo in Italia, che nelle ultime tornate hanno mostrato serissime falle sotto il profilo del rispetto delle regole. La prima è che lo Stato garantisce la trasparenza dell’operazione e rende “ufficiale” il risultato; la seconda è che, essendo obbligatorie per tutte le forze politiche e tenendosi nello stesso giorno, è impossibile che l’elettore di centrodestra possa votare per un candidato del centrosinistra (o viceversa) per influenzare la scelta dello schieramento opposto: infatti, potendo esprimere un solo voto, se così facesse non potrebbe dare la preferenza al candidato preferito espresso dal suo schieramento. Un altro effetto positivo di questo meccanismo è che la stessa composizione delle liste per le primarie favorisce alleanze preventive che saranno rodate per mesi prima del momento del voto.

L’esito del voto, tra l’altro, può essere intuito con molta più precisione rispetto ai sondaggi. Se si sommano i risultati ottenuti dai diversi candidati di una singola forza politica alle primarie, si avrà una grande approssimazione rispetto a quello che sarà il risultato vero. La prima volta che infatti fu attuato questo meccanismo, nelle presidenziali del 2011, la candidata Cristina Kirchner, che alle primarie ottenne il 50,4%, venne eletta con il 54% nelle elezioni tenutesi due mesi dopo. Domenica 13 si terranno le Paso per le legislative di ottobre che daranno un segnale importante sulla popolarità dell’attuale Presidente Mauricio Macri, che tra l’altro non gode finora di maggioranza propria alle Camere.
In sostanza, con le PASO la legittimazione dei candidati alle massime cariche dello Stato è stata in buona parte sottratta ai partiti e “passata” ai cittadini. E senza via di fuga, visto che si tratta di un meccanismo istituzionale valido per tutti. Una piccola lezione da un Paese che ha subito disastri politici ed economici di varia natura nell’ultimo mezzo secolo, ma che sono anche serviti per immaginare modelli partecipativi all’avanguardia.

 

Alfredo Somoza