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Forse per scaramanzia, in questi lunghissimi 4 anni, da quando cioè è scoppiata la crisi economica, nemmeno negli scenari più neri si è presa in considerazione l’eventualità che la Cina potesse fermarsi. Che la sua performance, il più forte traino per la crescita dell’economia globale dell’ultimo decennio, potesse scendere sotto l’8% annuo di aumento del PIL. Questo non solo perché il gigante asiatico  garantisce ogni anno l’entrata di milioni di nuovi soggetti sul mercato dei consumi, a casa sua e nei Paesi poveri. Ma anche perché il grandioso surplus commerciale di Pechino foraggia il debito occidentale, a partire da quello statunitense.

Infatti la Cina, ultimo grande Paese al mondo nominalmente comunista, non è solo la “fabbrica del mondo”, ma anche la sua banca. E una banca molto ambita, come testimoniano i big dell’Unione Europea che premono perché, dopo avere comprato per anni bond del tesoro USA, i cinesi comprino titoli dei Paesi semi-falliti del Mediterraneo. Tuttavia anche per la Cina c’è un limite, e i 1200 miliardi di dollari di debito americano, sommati ai 400 miliardi in bond degli Stati europei che già si trovano nei loro forzieri, pare siano un tetto che Pechino non vuole superare. Il timore degli economisti cinesi riguarda i tentennamenti occidentali rispetto alle urgenti riforme da introdurre nei mercati finanziari: si sospetta che molti Paesi non andranno fino in fondo con i pesanti sacrifici che hanno annunciato. In questo caso, la Cina si ritroverebbe con giganteschi crediti inesigibili.

Certo, parliamo di uno scenario apocalittico, ma ormai è lecito prendere in considerazione situazioni estreme per ragionare anche circa rimedi estremi. Le sole banche USA hanno in deposito i famigerati derivati per un controvalore di 231mila miliardi di dollari (su un totale mondiale stimato in 650 mila miliardi). Una cifra che equivale a 14 volte la capitalizzazione di tutti i listini di borsa mondiali e a 9 volte il PIL del mondo intero. La galassia dei derivati, che il presidente della Consob italiana definisce simpaticamente “innovazione finanziaria”, è formata da diversi strumenti, come quelli che dovrebbero assicurare un investitore dal fallimento di una società o di uno Stato, ma spesso sono acquistati da chi nulla rischia da quell’evento, ma vuole solo speculare sul fallimento. O i future che scommettono, come se fosse un gioco, sul prezzo che avranno il petrolio o il mais dopo un periodo di tempo.

La Cina, che pure non è sicuramente estranea a questi giochi di prestigio della finanza, rimane un Paese che i soldi se li guadagna producendo beni tangibili: comprando materie prime, trasformandole e vendendole. Rimane cioè un Paese a forte vocazione industriale, come si sarebbe detto una volta. Il denaro che investe in titoli americani o greci nasce dal lavoro, non dalla speculazione. Ma si vede condannata a sostenere coloro che sono i suoi principali clienti, riversando nelle loro casse quanto ha guadagnato un minuto prima vendendo loro televisori, auto o telefonini.

Questo perché il “resto del mondo”, quello che con la bolla speculativa non c’entra nulla, non è ancora in grado di sostituire i mercati occidentali. Ma è solo questione di tempo: la storica scelta cinese di fare diventare l’Africa un mercato consumatore, allargando la platea dei suoi clienti del futuro, è solo una delle prime mosse. Oggi la Cina  non può permettersi la fine della globalizzazione, che traina la crescita economica e ridistribuisce il suo lavoro e i suoi capitali, ma a Pechino, da 4000 anni, sono abituati a ragionare e lavorare sul lungo periodo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’attuale crisi finanziaria ci tiene compagnia, si fa per dire, da ormai quattro lunghi anni. Nel 2008 si pensava che sarebbe stata relativamente passeggera, e focalizzata in gran parte sui problemi dell’economia statunitense. La realtà ha purtroppo smentito quest’analisi. Erano stati sottovalutati due aspetti fondamentali del momento economico. Il primo era la profondità della crisi, che andava a intaccare la struttura portante del capitalismo finanziario in quanto “sistema”; un indizio che lasciava intuire come, dopo gli USA, l’uragano avrebbe colpito in pieno l’Europa. Il secondo era il fatto che la crisi si stava ponendo come spartiacque tra due periodi della geopolitica e dell’economia mondiale. Non a caso, in questi anni, i cinque Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) hanno praticamente raggiunto il 20% del PIL mondiale, accumulando nelle loro casse un terzo delle riserve valutarie globali. L’economia cinese e quella brasiliana sono diventate rispettivamente la terza e la sesta del pianeta.

Un altro dato che rende l’idea dei mutamenti in corso è il fatto che oggi i 26 Stati più industrializzati realizzano il 48% del PIL mondiale: per la prima volta in due secoli, meno della metà del totale. E mentre l’Europa taglia diritti e welfare in modo ragionato (Francia, Germania) o in modo selvaggio (Grecia, Portogallo), nei Paesi emergenti i diritti aumentano e migliorano anche le condizioni di vita. In Brasile, in pochi anni sono usciti dalla povertà 40 milioni di cittadini; la Cina ormai delocalizza alcune produzioni in Vietnam per via dell’aumento del costo della manodopera locale.

La crisi ci sta lasciando un mondo nel quale le distanze tra gli Stati, fino a ieri abissali, si sono accorciate. Un pianeta che va re-interpretato, perché la chiave di lettura “Nord-Sud” non è più sufficiente. Dal club ristretto dei G8 si è passati in modo indolore ai G20. Senza dubbio è stato un passo avanti verso la democratizzazione della politica internazionale, ma fuori dalla porta del salotto buono continuano a esserci decine e decine di Paesi. Siamo visibilmente tornati ai tempi delle potenze, con la differenza che rispetto al passato le potenze si sono moltiplicate.

Insomma, viviamo in un mondo in confusione, che non ha ancora trovato un nuovo equilibrio e nel quale non ci sono uno o due baricentri in grado di reggere l’ordine internazionale, come nello schema della Guerra Fredda. Il rischio è il ritorno di fiamma della microconflittualità, come in effetti sta avvenendo; guerre che magari non creano grandi sconvolgimenti geopolitici, ma rendono comunque un inferno la vita delle persone coinvolte.

C’è però anche un aspetto positivo, ed è che oggi tanti soggetti nuovi trovano spazio per “fare politica” e per incidere davvero sulla vita comune. Le realtà con voce in capitolo sugli equilibri politici ed economici si sono infatti moltiplicate: i movimenti, le ONG, le “piazze”, il popolo di Internet, la cittadinanza attiva, tutte modalità di una nuova politica che in questo quadro di incertezze trova maggiori margini d’azione. Forse un cambiamento in positivo è possibile, se non sprecheremo questa opportunità per ripensare noi stessi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Il dibattito sull’antiproibizionismo nel campo delle sostanze stupefacenti è sempre stato rifiutato dalla politica. Negli ultimi anni, in particolare, le liberalizzazioni sperimentali delle droghe sono state davvero poche, e sempre limitate a quelle cosiddette leggere. Solo partiti molto piccoli si sono battuti per la liberalizzazione, scontrandosi con un muro tanto solido da rifiutare anche il dialogo. Gli antiproibizionisti maggiormente attivi sono stati intellettuali, magistrati ed economisti, più che politici; personalità di tendenze neoliberali, come il noto Milton Friedman, più che veri progressisti.

Sulla guerra alla droga (e su quella per la droga) si sono costruiti momenti importanti della politica estera delle potenze occidentali. A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna mosse due guerre d’aggressione alla Cina per riuscire a importarvi l’oppio che gli inglesi producevano nella colonia indiana: Hong Kong fu uno dei trofei di quelle guerre combattute per tutelare la libera circolazione della più antica droga pesante. Proprio dall’oppio, nel 1827, la scienza tedesca era già riuscita a sintetizzare la morfina, e nel 1899 ne avrebbe ricavato anche l’eroina. Ai chimici tedeschi si deve anche la terza droga pesante, la cocaina, sintetizzata nel 1860 dalla millenaria foglia di coca. I laboratori che si erano inventati queste droghe, Merck e Bayer, sarebbero diventati multinazionali di primissimo livello.

Il mondo a cavallo tra l’800 e il 900 ci rimanda una fotografia in negativo della realtà di oggi. Negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 era vietato consumare alcool, ma le droghe che oggi chiamiamo pesanti si vendevano liberamente in farmacia. La criminalità organizzata si occupava di whisky, non di eroina. Il contrario di ciò che accade ai nostri giorni. Una regola basilare dell’economia di mercato veniva così confermata: un qualsiasi prodotto vietato per il quale c’è richiesta aumenta il suo prezzo e alimenta una rete illegale di fornitori. Quel fornitore illegale, nella Chicago di Al Capone, era la mafia. E fu soprattutto per questo che le autorità decisero di far tornare legale l’alcol.

Parallelamente le pressioni proibizioniste si spostarono sul fronte degli stupefacenti, che a partire dalla Convenzione internazionale del 1961 divennero tutti illegali. Negli anni ‘80 il proibizionismo sulle droghe divenne il cavallo di battaglia della politica estera statunitense nei confronti dell’America Latina e, a guerra fredda finita, fu l’alibi per mantenere una discreta ingerenza nei singoli Paesi del continente. Nel frattempo il mercato globale della droga cresceva a dismisura, arrivando a un giro d’affari stimato in 300 miliardi di dollari annui, metà dei quali prodotti negli USA.

Intere regioni e Paesi latinoamericani sono in guerra aperta contro i cartelli della droga, che però dispongono di risorse inesauribili. In Messico, Guatemala, Honduras si parla addirittura di guerra civile. In Europa, la ’ndrangheta gestisce il fiorente mercato della cocaina grazie ai suoi terminali in diversi Stati americani ed europei. In Oriente, le triadi cinesi curano il mercato dell’eroina dalla coltivazione del papavero da oppio allo smercio delle dosi, rifornendosi nell’Afghanistan in guerra e nella Birmania oppressa dai generali.

La droga disegna una geopolitica mondiale rovesciata: i Paesi produttori di un bene così prezioso sul mercato sono infatti vittime di conflitti, povertà e violenze quotidiane. Più una maledizione che una risorsa. Per questo il presidente del Guatemala, seguito da quelli di El Salvador, Bolivia e Colombia, ha voluto porre la questione della liberalizzazione all’ordine del giorno del fallimentare Vertice delle Americhe che si è tenuto il 14-15 aprile a Cartagena. Perché i governi non ce la fanno più a contrastare lo strapotere dei cartelli, e perché vorrebbero guadagnare qualcosa da questo business globale che esclude i produttori.

La risposta statunitense è stata ovviamente negativa, ma per la prima volta è stato dichiarato che si tratta di un tema sul quale almeno si può discutere. La notizia è dunque che, dopo decenni di chiusura, la politica è disposta a riaprire il dossier sul proibizionismo, che con tutta evidenza è stato uno dei grandi fallimenti del XX secolo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La crisi finanziaria, che qualcuno frettolosamente aveva liquidato come superata prima ancora che se ne fosse compresa la reale portata, si sta abbattendo implacabile sull’Europa. Ci sono diverse letture possibili, con il risultato di creare una grande “bolla informativa” che alla fine genera più confusione che chiarezza. Quali sono state le cause e quali i colpevoli della crisi?

A scelta, l’elevato tasso di indebitamento dei Paesi dell’Europa mediterranea, il crescente deficit dei conti pubblici, il differenziale tra euro e dollaro che in questi anni ha intaccato l’export europeo, il costo del lavoro che toglierebbe competitività. Sono tutte concause più o meni reali, ma sarebbe davvero riduttivo dare una lettura in termini esclusivamente monetari o di bilancio a una crisi che, in Europa, sta mutando i rapporti di forza tra gli Stati e nella società.

Il welfare, fiore all’occhiello di Eurolandia, pensato in una situazione economica e demografica radicalmente diversa rispetto a quella odierna, è ormai oggetto di un bombardamento quotidiano. La cecità, oppure l’impossibilità politica di aggiornare per tempo questo sistema, porta ora in Europa, in tempi di emergenza, ai primi piani di aggiustamento strutturale di netto stampo liberista. Piani che discriminano in base al reddito: chi avrà risorse per pagarsi i servizi che verranno tagliati continuerà a vivere normalmente, mentre chi non potrà affrontare i costi dovrà adattarsi a una situazione nuova e non certo positiva.

Con le riforme che già si annunciano, il sistema economico europeo, basato sui livelli di omogeneità sociale più alti del mondo, subirà un trasferimento di risorse dalla base della piramide sociale verso l’alto, cioè verso quei settori più direttamente responsabili della crisi finanziaria. Nelle passate settimane sono riecheggiate per la prima volta in Europa le voci di economisti, molti dei quali statunitensi, che hanno riproposto il solito credo con il quale in passato si è tentato, fallendo, di soccorrere Paesi in difficoltà: tagli alla spesa pubblica e al reddito dei settori socialmente più deboli.

Niente di nuovo allora, anche se questa sarebbe l’opportunità migliore per fare almeno quattro cose imprescindibili per il dopo-crisi.
Innazitutto chiudere una volta per tutte il dibattito sulla Tobin Tax e introdurla davvero, per raffreddare la speculazione finanziaria. Gli 800 miliardi che verranno accantonati per il salvataggio dell’euro potrebbero essere garantiti proprio da questa tassa, almeno in parte.
La seconda idea finora lasciata cadere è quella di incentivare la nascita di un’agenzia di rating europea. La sudditanza dei Paesi dell’euro nei confronti delle agenzie d’oltreoceano, coinvolte direttamente in operazione speculative e comunque appartenenti all’area del dollaro, è ormai inspiegabile.

La terza questione riguarda il ripensamento del welfare. Come renderlo più snello alla luce dei nuovi equilibri sociali e demografici, combattendo sprechi e garantendo allo stesso tempo l’assistenza di base e l’educazione comune. Efficienza e solidarietà, giustizia fiscale e sussidiarietà: tutti elementi che vanno di nuovo coniugati affinché il welfare abbia un futuro.

La quarta e ultima questione in sospeso riguarda i piani di uscita dalla crisi. Quelli annunciati sono un mix tra tagli alle spese correnti e infrastrutturali, un po’ di macelleria sociale e quadrature di bilancio forzate. Nulla invece sullo sviluppo, sul gettito fiscale produttivo, sul lavoro, sui settori economici strategici. Così ci si infila dritti dritti nel tunnel della recessione.

Se non vengono ora affrontate le cause strutturali di questa crisi, in futuro sarà sempre più difficile immaginare salvataggi e si registrerà probabilmente la fine dell’euro. Per alcuni significherà avviarsi verso il default, per altri addirittura vedere intaccata la propria integrità nazionale; soprattutto sarà la morte di un sogno, quello di un gruppo di Paesi che ebbero la forza di chiudere con un passato di diffidenze, conflitti e drammi, ma che non hanno poi trovato il coraggio di guardare insieme al futuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi ultimi anni abbiamo imparato che le materie prime alimentari, energetiche e minerarie non servono solo per mangiare, viaggiare, scaldarsi, produrre oggetti, ma anche per fare soldi. Tanti soldi. Perché quelle risorse essenziali che la gente comune chiama grano e soia, nichel e petrolio, cacao e caffè, carne di manzo o di maiale, per gli agenti di borsa hanno un altro nome. Le chiamano commodities e le quotano sui mercati: non quelli di quartiere, ma quelli finanziari, che hanno un orizzonte internazionale.

Oggi i  prezzi e la disponibilità di queste materie prime sono controllati da 12 giganti. Tra essi, cinque sono svizzeri e quattro statunitensi: insieme fatturano circa mille miliardi di dollari USA all’anno. Sono le cosiddette trading houses, misteriosi manovratori dei prezzi della benzina e del pane, che dispongono di ingenti capitali per speculare, acquistare, stoccare e vendere beni di questo tipo. E che decidono gli investimenti sulla base di approfondite ricerche di economia e geopolitica anziché dopo aver studiato le stagioni agricole e i cambiamenti climatici. Possono permettersi di immagazzinare enormi quantità di materie prime se il momento non è quello giusto per vendere, e sono in grado di determinare che cosa semineranno gli agricoltori di mezzo mondo in base ai prezzi promessi.

Le trading houses incidono pesantemente sulle quotazioni delle materie prime sui mercati e sul prezzo dei futures, cioè dei titoli che scommettono sul prezzo che una certa risorsa raggiungerà in un determinato momento. In poche parole non producono nulla ma, speculando, decidono che cosa produrranno gli altri e stabiliscono il valore della loro produzione. L’agricoltura globale è oggi nelle mani di queste realtà che controllano infatti tra il 70 e l’85% del mercato dei cereali, e che determinano anche i prezzi dei metalli: nelle loro mani ci sono il 60% del mercato dello zinco e il 40% di quello del rame. E commercializzano più petrolio dell’Arabia Saudita.

In questo mondo di poteri fortissimi che preferiscono non farsi notare è in atto un processo di ulteriore concentrazione, con l’annunciata fusione tra le svizzere Glencore e Xtrata. Nascerebbe un colosso da 90 miliardi di dollari all’anno, ma è solo una stima, perché questi gruppi non amano quotarsi in Borsa. La statunitense Cargill, per esempio, fattura 108 miliardi di dollari con il trading di materie prime e non ha bisogno di Wall Street. In borsa poi ci sono regole sulla trasparenza e sui movimenti delle aziende quotate che non si addicono esattamente al modus operandi delle trading house. Com’è immaginabile, questo business attira il più grande divoratore di materie prime emergente: la Cina, che sta già entrando nel club attraverso la Noble con sede a Hong Kong.

Se appena si solleva il velo di segretezza che caratterizza questo settore dedito alla grande speculazione e a operazioni al limite della legalità, si intravede la fragilità dell’odierno mondo globalizzato, nel quale un numero sempre più ridotto di soggetti riesce a imporre a miliardi di persone i consumi, i prezzi, perfino i modelli di sviluppo. Soggetti che si schermano dietro società offshore non quotate in borsa, con capacità di sviluppare business in decine di Paesi.

Anche la Tobin Tax oggi in discussione, che dovrebbe tassare i profitti della speculazione finanziaria, sarebbe uno strumento insufficiente per intervenire su queste logiche. Ci vorrebbe il coraggio di separare nettamente la produzione di beni essenziali dalla speculazione, vietando strumenti finanziari come i futures e restringendo il campo d’azione delle trading houses.

Ma di questi tempi, chi ha il potere di ridimensionare gli speculatori?

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’agricoltura mondiale è sempre più OGM e anche in Europa il vento comincia a soffiare nella stessa direzione. Secondo i dati recentemente pubblicati nel rapporto annuale dell’ISAAA, l’associazione che fa capo alla lobby del transgenico, nel 2011 la superficie mondiale coltivata a OGM è aumentata di 12 milioni di ettari, raggiungendo i 160 milioni di ettari coltivati da 17milioni di agricoltori in 29 Paesi, 19 dei quali in via di sviluppo.

L’Europa è sempre stata una diga nei confronti delle colture biotech, grazie all’applicazione del cosiddetto principio di precauzione: finché non si dimostra l’innocuità di un prodotto agricolo, non ne può essere permessa la coltivazione né il consumo. Nei fatti, però, la diga sta cedendo. Oggi da un lato il foraggio destinato ai capi di bestiame europei è abbondantemente composto da soia OGM; dall’altro, l’approvazione della varietà di mais transgenico numero 810 della Monsanto, avvenuta nel 2010, ha permesso a Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia di raggiungere i 115.000 ettari coltivati a mais geneticamente modificato, con un ritmo di crescita del 25% all’anno.

A livello globale, gli Stati Uniti continuano a essere il produttore leader delle colture biotech, con 69 milioni di ettari. Alle loro spalle il Brasile si sta affermando come il nuovo protagonista globale del settore, con 30,3 milioni di ettari coltivati. Seguono l’Argentina (con 24 milioni di ettari) e poi i giganti asiatici India e Cina, specializzati in cotone geneticamente modificato. Nel business è entrata anche l’Africa, a causa delle terre che diversi governi del Continente Nero hanno ceduto a Paesi arabi e asiatici, bisognosi di alimenti o biocombustibili.

Tutto ciò ha fatto crescere il comparto dell’11% nei Paesi in via di sviluppo e del 5% in quelli industrializzati. Intanto la scienza continua a non chiarire se i prodotti transgenici possano avere conseguenze negative sulla salute umana né, tantomeno, spiega quali siano gli eventuali effetti che essi potrebbero sviluppare.

In questo contesto, l’affermazione definitiva dell’agricoltura OGM dipende fondamentalmente dalla posizione che l’Europa assumerà in futuro. Un’Europa che fatica a mantenere la storica posizione di sostanziale chiusura al biotech, preoccupata dal fatto che, se tenesse ferma la rotta, toglierebbe ai propri agricoltori l’opportunità di fare più profitti. Una delle vie di uscita a disposizione della Commissione Europea, forse la peggiore ma purtroppo già in discussione, consiste nell’autorizzare la libera scelta dei singoli Paesi. Il rompete le righe avrebbe come conseguenza la fine della diversità europea: una diversità costruita negli anni malgrado il peso delle lobby, soprattutto grazie al successo dei movimenti  che si battono contro la cosiddetta agricoltura Frankenstein.

I Paesi emergenti e quelli più poveri, invece, ripongono molta fiducia nell’aumento della produzione che gli OGM sembrano garantire. Tuttavia questo convincimento contrasta con i risultati di una recente indagine della FAO sulla sicurezza alimentare: pur escludendo gli organismi geneticamente modificati, lo studio conclude che la produzione alimentare continuerà a crescere nei prossimi trent’anni e supererà la crescita demografica. Ciò nonostante, sempre secondo l’indagine della FAO, non si riuscirà a soddisfare il fabbisogno umano, perché le vere cause della fame e della malnutrizione sono la povertà e la mancanza di accesso alle risorse alimentari: due questioni che i sostenitori degli alimenti transgenici non affrontano, due situazioni critiche che il modello dell’agrobusiness OGM tende a peggiorare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Lo Stato alla riscossa

Pubblicato: 23 febbraio 2012 in Mondo
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Dalle pieghe della crisi sta emergendo un dato inaspettato: dopo anni e anni di disquisizioni sulla liquefazione delle identità e delle economie locali, destinate a fondersi nell’immenso pentolone della globalizzazione, ecco che rispuntano con forza gli Stati nazionali. La vecchia, solida struttura politico-amministrativa sulla quale, dal Trecento in poi, si è basata la costruzione degli odierni Stati ha riacquisito la sua centralità per una ragione semplice: nella tempesta finanziaria è proprio dagli Stati che sono arrivate, buone o cattive, le uniche risposte concrete. Gli organi transnazionali invece tacciono.

La retorica della globalizzazione ci spiegava che quella nazionale era una dimensione superata, sia dalle aggregazioni regionali sia dagli organismi multi-bilaterali. Fino al 2010 la cronaca internazionale descriveva il FMI, il WTO, l’Unione Europea e il G20 (per non parlare di Internet) come i nuovi detentori del potere. Che non sarebbe stato più nazionale bensì, appunto, globale. Oggi, invece, i giornali riportano quotidianamente solo le dichiarazioni dei presidenti o dei primi ministri di Francia, Germania, Stati Uniti e Cina. Si dibatte sul ruolo della Germania in Europa, sul peso dell’asse franco-tedesco e sulla validità delle risposte americane alla crisi.

È innegabile che siano state le singole nazioni a salvare le banche e a pompare liquidità nel sistema, a stimolare l’economia e a preoccuparsi dei disoccupati. Del resto il lavoratore, la banca o l’azienda in crisi non chiedono certo aiuto alla Banca Mondiale, ma si rivolgono alle istituzioni dei rispettivi Paesi: si aspettano che siano i governi a risolvere i problemi, anche perché li ritengono responsabili di ciò che sta accadendo. Al contrario, gli organismi internazionali non vengono percepiti, se non da minoranze intellettuali, come i responsabili dei grandi disastri politico-economici, anche se spesso ne sono i primi colpevoli.

In un recente saggio il professor Dani Rodrik, docente di Economia ad Harvard, ha criticato pesantemente Amartya Sen per aver parlato dell’esistenza di una nuova “identità multipla” che oltrepasserebbe i confini nazionali: recenti ricerche condotte tra la popolazione degli Stati Uniti rilevano invece che oggi l’attaccamento all’identità nazionale è altissimo, tanto da mettere in ombra perfino le identità locali. È facile ipotizzare che, se la ricerca venisse riproposta in Europa, i risultati sarebbero simili.

Molto probabilmente, in questi anni, media e sociologi hanno confuso l’omologazione dei cittadini al modello di consumo proposto dalle grandi multinazionali con un effettivo cambiamento di percezione delle persone rispetto al loro Paese e al resto mondo. Invece lo Stato di appartenenza rimane la “mamma”, amata e odiata, dalla quale il cittadino vorrebbe emanciparsi  quando le cose vanno bene, ma alla quale si attacca quando le difficoltà prevalgono, aspettandosi protezione e cure. Al contrario le istituzioni sopranazionali appaiono incomprensibili, evanescenti, lontane dalla percezione del cittadino comune alle prese con problemi concreti. Per giunta esse hanno pochi poteri, perché gli Stati non hanno mai voluto trasferire loro consistenti quote di sovranità.

Secondo Rodrik, insomma, gli Stati nazionali saranno pure un relitto ereditato dalla storia, ma alla fine sono tutto ciò che abbiamo.  C’è da dargli ragione.

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

In Africa, dopo la Cina, è arrivato il turno dell’India, un altro Paese BRIC in veloce crescita demografica ed economica, in progressivo avvicinamento al plotone delle potenze mondiali. La presenza indiana nel Continente Nero è caratterizzata dalla discrezione, dalla politica dei piccoli passi e del consolidamento progressivo delle posizioni conquistate. Niente a che vedere con la spettacolarità del drago cinese, anche se gli obiettivi non sono molto dissimili.

Per gli analisti, l’intensificarsi degli scambi commerciali tra India e Africa è frutto anche di una scelta strategica di New Delhi, che punta a “farsi notare” dall’ONU e a ottenere un posto fisso nel Consiglio di sicurezza. La progressione dello scambio economico è stata infatti impressionante, dagli 8 miliardi di dollari del 2004 ai 22 del 2012, e le previsioni dicono che fra 3 anni si arriverà a 100 miliardi. Nonostante le differenze di stile, la tipologia delle relazioni commerciali ed economiche è sorprendentemente sovrapponibile a quella cinese: anche per l’India si tratta di realizzare una diversificazione delle fonti energetiche su scala mondiale, di garantirsi forniture certe di materie prime e prodotti alimentari, e di aprire nuovi mercati.

A un primo sguardo l’iter parrebbe ricalcare quello seguito dalle potenze coloniali di 150 anni fa. In realtà il fenomeno è diverso. I colonizzatori di un tempo, infatti, non puntavano a procurarsi alimenti per soddisfare il loro consumo interno, né andavano esplicitamente in cerca di fonti energetiche, ma solo di materie prime strategiche. All’epoca gli obiettivi primari erano lo sfruttamento della forza lavoro locale e la conquista di posizioni geopolitiche di rendita.

Oggi le imprese indiane sono presenti nell’industria automobilistica in Africa del Sud così come in Marocco, nel comparto farmaceutico in Africa australe e in ambiti d’eccellenza in Senegal e Costa d’Avorio. È interessante notare che soprattutto i settori più evoluti sono destinati a beneficiare di un forte impulso tecnologico, grazie al fatto che l’India è tra le massime potenze al mondo nel ramo dell’informatica.

La nuova frontiera della diplomazia commerciale indiana è la leva finanziaria. Sono state aperte nuove linee di credito verso i Paesi africani per circa 5 miliardi e mezzo di dollari USA, destinate alle imprese locali con l’obiettivo di spingerle a investire nelle tecnologie indiane. Anche qui, nulla di diverso rispetto alla strategia cinese, ma agli occhi dell’Africa i due Paesi/continenti non hanno lo stesso appeal. L’India appare infatti più debole, incompiuta, con un’economia ancora fortemente basata sull’agricoltura. Insomma, uno Stato più vicino al “vissuto” africano, capace però di dimostrare che anche con questi handicap si può diventare concorrenziali in molti ambiti, si può raggiungere l’eccellenza in diversi settori di punta.

C’è poi da aggiungere che, al contrario di quella cinese, la presenza indiana in Africa è molto antica e ha una consistenza rilevante soprattutto nell’Est e nel Sud del continente.  In molti Paesi le comunità indiane hanno il controllo dei piccoli commerci, delle attività produttive su piccola scala, dei mercati locali.

La politica di New Delhi può quindi contare sulla diaspora e sul fatto che in diversi Stati africani ci sono dirigenti della società civile e politica di origine indiana. Ha un peso notevole anche il fatto che l’India è stata a lungo un Paese non allineato, e oggi è considerata una grande democrazia: sotto questo profilo desta meno preoccupazioni della Cina.

Per l’Africa si tratta di una nuova finestra di opportunità. La presenza combinata sino-indiana (e anche quella brasiliana, che si sta affacciando nei Paesi di lingua portoghese), offre opportunità irripetibili. Non essere più considerati esclusivamente produttori di materie prime, poter investire nella creazione di un mercato locale e regionale, spezzare i legami di monopolio con le ex potenze coloniali, immaginare di non essere più soltanto braccia ma anche consumatori: per gli africani sono tutte prospettive nuove. Resta da capire se tutto questo funzionerà, ma l’Africa, dopo secoli di oppressione e di saccheggio, stavolta può almeno provarci.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare network)

In questi ultimi mesi i media che si occupano di economia internazionale hanno dedicato particolare attenzione all’aumento del prezzo dei combustibili e dei cereali. Un fenomeno che riporta prepotentemente sul tavolo dei Grandi il tema della sicurezza alimentare: nonostante in molte zone del pianeta sia sempre stata precaria, da tempo la si dava per acquisita a livello globale.

L’attuale penuria di cereali, alla base della crescita dei prezzi, non può essere ricondotta a una sola causa. Dipende piuttosto da un insieme di situazioni concomitanti che hanno modificato velocemente la mappa della disponibilità di alimenti: cambiamento climatico, aumento dei consumi di carne in Asia, boom della produzione di biocombustibili, variazione dei modelli di consumo, operazioni di speculazione finanziaria…

Da quelle ambientali a quelle economiche, tutte queste concause appaiono legate a doppio filo alla nostra cultura dei consumi. Ecco perché, per interpretare la crisi della disponibilità di alimenti nel mondo, è indispensabile fare riferimento al nostro modello di sviluppo. I danni che stiamo provocando ai millenari equilibri agricoli mondiali sono profondi, in alcuni casi addirittura irreversibili: è il caso della perdita annuale di centinaia di migliaia di ettari di terre fertili, rese sterili o dal cambiamento climatico, o dall’uso intensivo della chimica e dall’erosione da ipersfruttamento.

Come sempre accade in economia, c’è chi da questa situazione ha ricavato un nuovo slancio economico. Grazie all’impennata dei prezzi, diversi Paesi stanno aumentando le loro quote di produzione di alimenti sui mercati internazionali: maggiori entrate permettono infatti di modernizzare le tecniche agricole e quindi di accrescere le rese, oltre a far lievitare i guadagni.  I piccoli e medi agricoltori devono però fare i conti con lo smisurato peso politico ed economico dell’agrobusiness internazionale: lo stesso che negli anni Novanta ha investito ingenti capitali per acquistare o affittare terre produttive che oggi sono orientate in buona parte alla produzione transgenica di cereali (mais e grano) e leguminose (soia) destinati al mercato del foraggio e del biocombustibile.

Questo orientamento della produzione agricola sta determinando il paradosso di Paesi esportatori netti di alimenti che in realtà hanno problemi a rifornirsi di prodotti base per l’alimentazione. Proprio negli ultimi mesi il Paraguay, quarto esportatore mondiale di OGM, ha avuto bisogno dell’aiuto dell’Unione Europea per fare fronte a una carestia originata da un lungo periodo di siccità che ha risparmiato soltanto la soia della Monsanto. Ciò perché nei Paesi agroesportatori le scelte e le tecniche produttive sono dettate dal mercato internazionale anziché dal mercato interno o regionale.

Si vive il paradosso di un’agricoltura sempre più ricca, ma incapace di generare lavoro e di radicare sul territorio le popolazioni rurali, che continuano a migrare verso le città. Il tutto in un contesto di “corsa alla terra” che vede la Cina, i Paesi arabi e le tigri asiatiche competere tra loro per accaparrarsi vaste superfici agricole in Africa e America Latina, necessarie per produrre in proprio alimenti e olii vegetali destinati a diventare biocombustibili.

In questo scenario davvero poco esaltante ci sono diverse esperienze in controtendenza che potrebbero diventare validi esempi per un diverso modello di sviluppo. È il caso dei circuiti a filiera corta e degli orti urbani, che però da soli non bastano a invertire la tendenza generalizzata. La politica, che in buona parte del mondo ha rinunciato al suo storico ruolo di regolamentatore del mercato, deve velocemente tornare a concepire strategie di sviluppo sostenibile per l’agricoltura. Magari prestando orecchio allo slogan scelto dalle associazioni di contadini familiari, “per un’agricoltura con agricoltori”: la banalità è solo apparente, non c’è nulla di scontato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

La settimana prossima si aprirà ad Addis Abeba, Etiopia, il vertice dell’Unione Africana dedicato al commercio tra i vari Paesi del continente. In un’area che finora è stata risparmiata dalla crisi economica mondiale, e che anzi durante il 2011 è cresciuta, la grande novità è l’accelerazione degli accordi per la creazione di un’area di libero commercio di dimensioni continentali. Da dieci anni si sta tentando di armonizzare le tariffe che gravano sulle esportazioni tra i Paesi africani, ormai attestate in media all’8,7%. Ora si vorrebbe fare di più, eliminando ogni carico fiscale sulla movimentazione di merci e servizi tra Stati.

Anche l’Africa prova quindi ad affidarsi a quella che è stata la chiave di volta per i Paesi del Sudest asiatico e dell’America Latina: la creazione di un mercato regionale sempre più sganciato dai legami storici con le potenze occidentali. Per la prima volta l’Africa si immagina non soltanto come un serbatoio di materie prime da esportare, ma come un mercato produttore e consumatore. In questo cambiamento di rotta gioca un ruolo significativo la presenza massiccia dell’imprenditoria cinese in ogni angolo del Continente Nero.

Una presenza stigmatizzata, che desta inquietudine sul piano dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente, e che viene vista con sospetto da parte delle ex potenze coloniali che hanno dettato legge negli ultimi due secoli in Africa. In realtà il modello seguito da Pechino per penetrare i mercati africani è molto originale. La Cina, infatti, ha ridefinito l’approccio allo sviluppo del continente mixando sapientemente i tradizionali aiuti a fondo perduto, il potenziamento del commercio e gli investimenti produttivi e infrastrutturali.

Si tratta di qualcosa che finora non si era mai visto, e che potrebbe essere definito come un nuovo modello di cooperazione basato sul partenariato economico e non sull’assistenzialismo. I nostri media si sono concentrati su uno solo degli aspetti del fenomeno, e forse nemmeno su quello più importante, per definire “predatoria” la presenza cinese in Africa: la costruzione di infrastrutture in cambio di risorse naturali. Un meccanismo che, per quanto possa apparire pericoloso, comincia a dare a molti Paesi la possibilità di contare su reti ferroviarie, strade, ospedali e centri di formazione indispensabili per sviluppare il commercio e garantire collegamenti alle regioni dimenticate.

Tuttavia la parte più consistente della presenza cinese in Africa è costituita dai crediti agevolati che le banche commerciali di Pechino erogano agli imprenditori, anche piccoli, e dagli investimenti diretti nel settore delle infrastrutture. La Cina indubbiamente è arrivata in Africa per restarci. Per questo motivo, tra i suoi interessi strategici, sono prioritari la crescita del commercio, lo sviluppo della produzione e l’aumento dei consumi nei mercati regionali.

Il modello di cooperazione cinese è riuscito a ottenere grandi risultati in pochissimo tempo, trainando la crescita economica dell’Africa subsahariana e dimostrandosi più vantaggioso per i Paesi africani rispetto all’obsoleta cooperazione allo sviluppo francese o britannica. Agli africani spetta ora il compito di accompagnare il buon andamento economico con un miglioramento della qualità della vita, con la democratizzazione della società e della politica, con la crescita di una capacità autonoma di mediazione che appare indispensabile per porre fine ai tanti conflitti ancora aperti.

Su questi punti dovranno fare da soli: difficilmente la Cina vorrà o potrà aiutarli, così come non li ha mai aiutati l’Europa. Ancora e sempre, con la Cina o senza, il destino dell’Africa rimane in mano agli africani. Somoza per

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)