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C’è un filo conduttore che collega la sottrazione di terre all’Africa all’appassionato dibattito sul riutilizzo degli avanzi alimentari in Europa. In questi primi mesi di Expo2015 al land grabbing non si è nemmeno accennato: e infatti l’argomento risulta assente dalla Carta di Milano, insieme alla speculazione finanziaria sulle materie prime. Un tema che scotta, del quale nessuno vuole parlare… Eppure molti espositori lo conoscono benissimo, visto che diversi Stati presenti a Rho sono grandi accaparratori di terre africane.

In base a una lettura volutamente parziale delle dichiarazioni di papa Francesco, molto si è invece dibattuto sul come distribuire ai poveri l’invenduto dei supermercati. Non che non sia vergognoso il fatto che circa il 30% degli alimenti pronti per il consumo vada sprecato, ma il problema vero, anche in questo caso, è un altro. Un terzo degli alimenti finisce in pattumiera, infatti, solo nei Paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più, ma anche male: perché la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti.

Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire ai consumatori ricchi pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno. Non è possibile che, quando un Paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la FAO non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel Paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce.

Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, quelle che occupano gli spazi più in vista a Expo. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino…

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” delle Nazioni Unite sono otto traguardi che, nel 2000, tutti i 191 Stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. In sostanza, un “libro dei sogni” che forniva le ricette per liberare milioni di essere umani dalla povertà estrema. Anzitutto impegnava i Paesi ricchi a spendere lo 0,7% del loro PIL in cooperazione allo sviluppo, un livello raggiunto solo dai 4 Stati scandinavi e in prospettiva anche dal Regno Unito. Quei fondi, insieme a quelli messi a disposizione dai governi nazionali e dai privati, avrebbero dovuto supportare lo sradicamento della miseria e della fame, portare al raggiungimento dell’istruzione primaria universale, promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna; combattere l’HIV/AIDS e garantire la sostenibilità ambientale.

Nella definizione degli Obiettivi, però, le istruzioni per strappare dalla fame e dalla malattia i più poveri non erano accompagnate da indicazioni precise sulle leve economiche da adoperare, né chiarivano su quali diritti bisognasse insistere (per esempio, sarebbe stato opportuno esplicitare il diritto alla terra, che determina le condizioni di vita delle popolazioni rurali).

Malgrado la vaghezza di contenuti e metodo, le Nazioni Unite si ritengono soddisfatte dei risultati raggiunti e rilanciano la sfida formulando una nuova tornata di obiettivi: gli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, in inglese Sustainable Development Goals (SDGs). Il settimanale britannico «The Economist» li ha ribattezzati Stupid Development Goals ritenendoli più che inutili, addirittura dannosi.

In pratica, si ipotizza ancora di migliorare la vita dei poveri stabilendo meccanismi per indirizzare gli aiuti internazionale verso i Paesi che potrebbero spenderli meglio, scelti in base a parametri di dubbia efficacia.

Mentre gli Obiettivi del millennio erano otto, e si articolavano in 21 sotto-obiettivi, gli SDGs consistono in 17 macro-obiettivi e contano ben 169 sotto-obiettivi, definiti “targets”. I loro sostenitori giustificano questa proliferazione spiegando che i traguardi sono più ambiziosi: si estendono a questioni che spaziano dall’urbanizzazione e dalle infrastrutture al cambiamento climatico. Si afferma, correttamente, che la riduzione della povertà è radicata in un intero sistema di disuguaglianza e di ingiustizia, quindi c’è bisogno di molti obiettivi diversi per migliorare la governance, favorire la trasparenza, ridurre le disparità e così via.

Ma l’insieme rimane un pasticcio, perché riflette in modo caotico e generalistico troppi interessi contrastanti. Tra gli obiettivi c’è, per esempio, la creazione di una “partnership globale per lo sviluppo sostenibile, integrato da partenariati multi-stakeholder”, qualunque cosa ciò significhi.

Secondo «The Economist», nel corso dei prossimi 15 anni il mondo avrà davvero la possibilità di strappare alla povertà estrema quasi un miliardo di persone che oggi vivono con non più di 1,25 dollari USA al giorno. Il raggiungimento di questo obiettivo, però, non sarà automatico; anzi, in molti luoghi il trend punta nella direzione sbagliata. Le cause della povertà estrema hanno a che fare soprattutto con l’ingiusta distribuzione della terra, con l’esclusione sociale e culturale, con la discriminazione di genere o di etnia, con le conseguenze del cambiamento climatico. Tutte questioni che non possono essere rimosse solo con la buona volontà e nemmeno con il trasferimento di risorse da Nord a Sud, fermo restando che questi flussi continuino nel tempo.

Ciò che non racconta l’ONU, che continua a volare alto per evitare di immischiarsi nelle miserie provocate dai suoi stessi membri, è che se gli obiettivi del 2000 sono stati parzialmente raggiunti il merito non è attribuibile alla cooperazione, bensì alla fantastica crescita economica dei Paesi emergenti, storici serbatoi di povertà estrema di massa. È vero che la salute materna e infantile, la lotta all’AIDS e la prevenzione della malaria hanno fatto passi avanti, ma i progressi registrati in questi ambiti grazie al trasferimento di risorse Nord-Sud non sono paragonabili all’impulso che la presenza cinese o brasiliana ha dato alle economie dell’Africa o dell’America meridionale.

Gli obiettivi del millennio dovrebbero affrontare proprio i nodi della globalizzazione per essere efficaci: opportunità, inclusione, regole, redistribuzione, diritti. Perché quando la crescita è accompagnata dai diritti e da politiche ridistributive, non c’è bisogno dell’elemosina interessata della potenza di turno per superare la povertà, né di complessi e contraddittori manuali di istruzione.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Alla fine degli anni ’80, quando cadevano i vincoli per gli investimenti internazionali e si aprivano al mondo Stati fino a quel momento ermeticamente chiusi, il turismo era uno dei settori più promettenti: beneficiava infatti direttamente di entrambe queste novità. Nacquero allora i beach resort in Africa, Asia e America Latina dove, con la formula tutto compreso, anche chi non era mai uscito dal suo Paese poteva provare il brivido dell’esotico. I voli charter scaricavano ogni mese a Malindi, Sharm el-Sheikh, nello Yucatán milioni di nuovi turisti che davano vita al primo fenomeno di turismo di massa globale.

La geografia del turismo, quella nella quale sono evidenziati i Paesi e le località con attrattive naturali, culturali e un buon livello organizzativo e di sicurezza, si estendeva praticamente a tutti i continenti. Alle mete storiche, in Europa e Stati Uniti, si erano aggiunte centinaia di destinazioni emergenti in Paesi senza tradizione turistica. Era il mondo che si avviava verso la globalizzazione, il mondo senza frontiere e nel quale bisognava conoscere e interpretare le culture degli altri.

Tanto entusiasmo non privo di retorica ha avuto però vita breve. I primi segnali dai quali si poteva intuire che qualcosa non stava funzionando sono arrivati dall’ambiente, per esempio dalle barriere coralline del Mar Rosso che scomparivano in fretta. Poi le tracce d’insofferenza delle popolazioni locali, escluse dai benefici del turismo, sono diventate aggressività nei confronti dei viaggiatori. Infine sono arrivati i rischi seri per i turisti, pericolo di vita compreso, nei Paesi sconvolti da lotte per il potere tra Stato, gruppi estremisti, bande criminali. Anche le crociere, ultima frontiera della sicurezza, non godono di buona salute. I frequenti incidenti sulle nave e fuori delle navi che hanno riempito le cronache di questi anni hanno reso chiaro che non esiste oggi una possibilità sicura al 100% per viaggiare in questo mondo sempre più instabile.

La geografia del turismo oggi si è molto ristretta, tornando quasi ai livelli della Guerra Fredda. L’Africa e il Medio Oriente sono in buona parte off-limits, le metropoli latinoamericane e interi Paesi come il Messico sono diventati pericolosi, il Mediterraneo è mare di tragedie e di lutto più che di divertimento.

Il turismo non è certo responsabile della situazione odierna, se non in modo proporzionale al suo peso economico, ambientale e sociale. In particolare, laddove il turismo di massa si è appropriato di una località per farla diventare appetibile si sono ripetuti sempre gli stessi fenomeni di danno ambientale, di marginalizzazione della popolazione locale e di diffusione della corruzione, del traffico di droghe e della prostituzione. Il turismo in quello che era il Terzo Mondo ha portato sviluppo solo in rari casi, e tanti Paesi che oggi dipendono pesantemente dei suoi flussi continuano a essere poveri e iniqui.

Il turismo non ha reso migliori i luoghi che ha toccato negli ultimi anni perché renderli migliori non era previsto nel business plan e nella mission delle compagnie multinazionali. Solo le piccole esperienze di turismo responsabile e comunitario hanno testimoniato, qua e là, che un altro turismo, motore di promozione sociale e di tutela ambientale era possibile: ma senza mai contagiare la grande industria.

Oggi più che mai l’intero settore è chiamato con urgenza a ripensare il suo modo di essere e di operare. Il territorio e la gente che lo abita non sono solo un contorno garantito e scontato a far da cornice all’offerta. Non è possibile costruire isole di abbondanza e di spreco in mezzo alla miseria senza pensare che, prima o poi, se ne pagheranno le conseguenze.

Occorre prendere coscienza del fatto che il turismo attuale è lo specchio delle aspettative di un modello di sviluppo e dei consumi ormai fuori dal tempo. È imprescindibile tornare all’essenziale, alla dimensione della conoscenza di luoghi e di scambio con le persone, ritrovando lo spirito con il quale il turismo nacque, per provare ad allargare la ristretta geografia turistica odierna. Una ristrettezza che testimonia il fallimento di molte aspettative sulla globalizzazione e, molto più in piccolo, delle illusioni del turismo globale di massa.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Furono una delle grandi battaglie globali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Le campagne sul debito estero “del Terzo Mondo”, come lo si chiamava allora, costituirono una fucina, un terreno di contaminazione tra il mondo cattolico, quello della sinistra e il nascente movimento ambientalista. Si trattava di un tema per definizione globale, vista la quantità di Paesi e soggetti coinvolti, che si prestava a essere affrontato da diversi punti di vista. Le origini dell’indebitamento degli Stati periferici, iniziato negli anni ’60 ed esploso alla fine degli anni ’80, andava infatti cercata nella corruzione e nelle dittature, mentre le conseguenze riguardavano lo sfruttamento selvaggio sia dell’ambiente sia delle persone, l’eliminazione del welfare e la privatizzazione dei servizi pubblici.

Queste campagne culminarono con il grande Giubileo cattolico dell’anno 2000, durante il quale alcuni governi si impegnarono a cancellare i loro crediti nei confronti degli Stati più poveri della Terra. L’Italia, che promise di cancellare 6 miliardi di euro di crediti, alla fine lo fece per meno della metà. Ma il debito del Terzo Mondo, mal gestito dal Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo provocava cicliche crisi globali. La ricetta promossa dal FMI, controllato a maggioranza dai Paesi del G7 creditori di quelli indebitati, era sempre la stessa. Con lo slogan di tagliare i rami secchi, si agiva su pensioni, sanità, educazione, costo del lavoro e riduzione lineare della spesa pubblica. Ricette che spingevano nella recessione i Paesi indebitati, i quali riuscivano a malapena a pagare gli interessi sul debito senza avere la possibilità di investire per riattivare l’economia.

La storia ci spiega che, dopo il default dell’Argentina del 2001, molti Stati cambiarono strategia rilanciando l’investimento pubblico come volano per la crescita: che infatti, anche per un buon andamento dei prezzi delle materie prime, ripartì. Alcuni Paesi, come il Brasile e la stessa Argentina, allontanarono il FMI dai loro ministeri dell’economia saldando i debiti che avevano nei confronti dell’istituzione con sede a Washington.

Oggi il caso Grecia riporta al centro del dibattito il tema del debito. A differenza del passato, però, i Paesi più in sofferenza sono europei. Dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, il debito globale è cresciuto di 57mila miliardi di dollari USA, dei quali 19mila a carico degli Stati a economia avanzata. Anche la Cina, che pure ha importantissime riserve valutarie, è diventata un Paese indebitato a causa degli sforzi sostenuti per evitare il rallentamento della crescita economica. A fare la parte del leone tra i detentori di questo nuovo debito sono le Banche centrali che, con il meccanismo del quantitative easing, hanno acquistato bond emessi dagli Stati come ora sta facendo la BCE. Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banca del Giappone sono attualmente proprietari del 62% di tutti i bond in circolazione nel mondo. Una massa di carta, o di “pagherò”, garantiti solo dalla promessa di onorarli.

Per questo motivo le difficoltà a rinegoziare il debito estero greco non stanno nella cifra, che è modesta, bensì nel rispetto delle regole del gioco. Regole che sanciscono l’intangibilità dei crediti concessi e assegnano attestati di maggiore o minore rischio, incidendo quindi sugli interessi che i debitori devono pagare. E a tutti i governi impediscono di emettere all’infinito ulteriore debito per pagare i debiti pregressi, tranne che a quello degli Stati Uniti.

Quando si parla di debito si parla dunque sia di una materia tecnica e complessa, sia di geopolitica e di rapporti di forza. C’è debito e debito, insomma. Anzi, c’è Paese indebitato e Paese indebitato. Ciò dimostra come i Parametri di Maastricht, il maggiore feticcio della costruzione europea, siano una finzione arbitraria e come la reale sostenibilità del debito non sia direttamente proporzionale ai “paletti percentuali” stabiliti dal trattato. Un debito è sostenibile fin quando i creditori lo ritengono tale, il resto sono chiacchiere.

La controprova è che la stragrande maggioranza dei Paesi dell’euro, se oggi uscisse dalla moneta comune, non avrebbe i numeri per esservi nuovamente accettata, soprattutto a causa dell’esposizione debitoria. E che Paesi come Germania e USA, pur essendo entrambi fortemente indebitati, possono permettersi di ripagare i loro debiti praticamente senza interessi.

Dunque in molti casi di debito si muore, mentre in altri ci si può convivere anche bene: almeno fin quando si riesce a convincere i creditori di essere virtuosi. E questo non c’entra con l’economia, ma solo con l’essere una potenza anziché un Paese marginale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Furono i Maya gli scopritori e i primi coltivatori del cacao che, secondo una leggenda azteca, il dio Quetzalcóatl aveva concesso agli uomini per alleviare la loro fatica. Il primo europeo a conoscere i semi fu Cristoforo Colombo, che li ricevette in regalo durante il suo quarto viaggio. Hernán Cortés scoprì invece che nella civiltà azteca − da lui annientata − quei semi erano considerati un bene di lusso, prerogativa dei ceti alti (nobili, guerrieri e sacerdoti), e che rappresentavano uno dei cardini della cucina locale.

I semi di cacao erano così preziosi da essere utilizzati anche come moneta. Si spiega così il primo nome del cacao: Amygdalae pecuniariae, ovvero “mandorla di denaro”. Nome poi trasformato da Linneo in Theobroma cacao: theobroma deriva dal greco e significa “cibo degli dei”. Da un termine azteco in lingua nahuatl deriva invece la parola “cioccolato”.

I semi di cacao entrano trionfalmente nella globalizzazione quando Cortés rientra in Europa nel 1528. Allungato con acqua già in Messico, nel Vecchio Continente il cacao si afferma come ingrediente base di una bibita alla moda, grazie anche all’aggiunta di zucchero, anice, cannella e vaniglia. Nel Seicento si trasforma in cioccolata in Italia, nel XIX secolo nasce l’industria cioccolatiera in Svizzera.

Così il cacao, la materia prima imprescindibile per l’elaborazione del dolce più globale che esista, è diventato una commodity di primo livello, coltivata non soltanto nell’America natìa, ma anche in Africa equatoriale e in Indonesia. Una materia prima quotata in Borsa, sia a Londra sia a Chicago, che continua ad avere un valore elevato ed è oggetto di speculazione in base alla fortuna dei raccolti o alla situazione politica dei Paesi produttori.

Ora il cacao è al centro di uno scontro proprio tra le due grandi Borse, che hanno lanciato contemporaneamente contratti su questa commodity come ultimo episodio di una guerra a colpi di futures e derivati per accaparrarsi un mercato valutato in 150 miliardi di dollari USA. Ma i futures lanciati da Londra e Chicago, che controllano il 70% del mercato del cacao, saranno per la prima volta denominati in euro, moneta di riferimento dei Paesi africani (Costa d’Avorio, Congo, Ghana, Camerun) che producono il grosso delle fave destinate alla grande industria agroalimentare.

I futures sono strumenti finanziari che fissano la quotazione della materia prima in anticipo rispetto al momento della vendita, prendendo in considerazione alcuni parametri della produzione, ma sono soggetti a sbalzi anomali dettati dalla speculazione. Il paradosso di questa situazione, caratterizzata dal costante aumento del prezzo del cacao per via della crescita del mercato consumatore cinese, è che la produzione non aumenta. Ormai la domanda supera del 20% l’offerta dei Paesi produttori e questo perché, in realtà, la coltivazione del cacao penalizza chi la pratica. Del prezzo finale solo il 5% va ai coltivatori, ai valori d’oggi circa 2 dollari a quintale. Il resto va per il 60% all’intermediazione finanziaria e per il 35% all’industria di trasformazione.

Ed è così che, mentre il costo della materia prima aumenta per via della speculazione orchestrata dalle Borse, gli agricoltori abbandonano la coltivazione del cacao perché non permette loro di sopravvivere.

Il campanello d’allarme sta però suonando in diverse multinazionali, prime fra tutte Mars, Mondelez e Nestlé, che insieme comprano il 60% della produzione mondiale. Sono questi i soggetti che decideranno la sorte dello scontro tra le Borse di Chicago e Londra scegliendo quale contratto utilizzare. Gli unici perdenti saranno gli agricoltori e i braccianti, pagati all’incirca mezzo dollaro al giorno, che in Paesi devastati da malattie e guerre continueranno a raccogliere le fave del “cibo degli dei”. Quei semi che, dai tempi di Cortés, sono diventati delizia per i consumatori e dannazione per gli agricoltori.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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«Mi scuso con i messicani perché noi, Stati Uniti, abbiamo deliberatamente reindirizzato il trasporto di droga nel nostro Paese fuori dalle rotte aeree e marittime e, da allora, questo trasporto si è sviluppato via terra». Non è un dialogo tratto da House of Cards, ma la dichiarazione di un ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, che ha pronunciato queste parole a Città del Messico, davanti a una platea di giovani in un convegno organizzato della rete Laureate International Universities.

La “confessione” di chi è stato per dieci anni alla Casa Bianca, riportate in Italia soltanto dall’Almanacco Latinoamericano, spiega diverse cose. Anzitutto le ragioni del cambiamento epocale che, negli anni ’90, si è verificato nella storia del narcotraffico tra Sudamerica e USA.

Fino a quel decennio, la cocaina entrava in Florida tramite una vera e propria flottiglia di navi e di piccoli aerei che, dalla Colombia, facevano scalo in Belize o in qualche isoletta caraibica prima di atterrare o ancorare vicino a Miami: città che era diventata la capitale mondiale del narcotraffico. Qui non solo transitava la pioggia di polvere bianca che si riversava nel resto del Paese, ma si riciclavano anche i soldi sporchi investendoli nell’edilizia e foraggiando il sistema bancario locale, in larga misura connivente. Una rete controllata dai “cartelli” dell’epoca, rigorosamente colombiani: prima di Medellín e poi di Cali.

Senza troppa pubblicità, a un certo punto negli Stati Uniti viene decretato il blocco navale e aereo, e il traffico si sposta per la prima volta via terra. Proprio a questo punto entra in scena il Messico: uno storico produttore ed esportatore di marijuana che all’improvviso si specializza in eroina, di origine locale, e monopolizza il transito della cocaina. Sorgono così sei cartelli della droga che presto estromettono i colombiani dagli USA, il primo mercato mondiale degli stupefacenti, e successivamente riescono anche a piegare lo Stato messicano, arrivando a controllare buona parte del territorio nazionale.

A favorire l’operazione è l’entrata in vigore del NAFTA, l’accordo di libero scambio tra USA, Canada e Messico, che aprì un’autostrada ai cartelli messicani.

Il resto è storia contemporanea. 70mila morti nella guerra tra Stato e mafie, l’allargamento degli affari dei narcos alla gestione del traffico dei clandestini e dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici, la loro ascesa inarrestabile nell’establishment economico e politico messicano.

Oggi sotto il confine tra Messico e Stati Uniti corre un reticolo di tunnel scavato per trasportare merci illecite. Ma la droga non si muove solo nel sottosuolo: ogni anno la frontiera è attraversata da circa due milioni di camion, solo un’infima parte dei quali viene controllata. Il NAFTA non ha solo allentato i controlli al confine ma ha anche avuto l’effetto di distruggere la piccola e media agricoltura messicana, liberando terre e braccia per i mercanti di morte.

La guerra globale alla droga dichiarata dagli USA costa 50 miliardi di dollari all’anno alle casse pubbliche, eppure si è dimostrata un fallimento su tutta la linea. Oggi si comincia a parlare di liberalizzazione delle droghe leggere, con le prime aperture fatte nello Stato del Colorado, ma rimane il nodo delle droghe pesanti, vera e propria cassaforte della malavita organizzata e della rete di corruzione che si annida in entrambi i Paesi coinvolti. La confessione di Bill Clinton, a distanza di 20 anni, ci dice che non ci fu la volontà politica di eliminare il traffico internazionale ma solo di “gestirlo”, spostandone le rotte all’interno dell’area di libero commercio con il Messico: come se la droga fosse una merce come le altre, come se fosse gestibile. Alla luce di questa ammissione andrà riscritta l’intera storia del narcotraffico internazionale.

Per i messicani il prezzo è stato devastante: se le cose sono andate così, e non ci sono motivi per non crederlo, le scuse non bastano.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

A member of the citizens' Self-Protection Police guards at the Municipal Palace of Nueva Italia community in Michoacan State, Mexico, on January 12, 2014. The Mexican government deployed hundreds of forces after several attacks to the federal policemen occurred in villages of western Michoacan state. AFP PHOTO / ALFREDO ESTRELLA

A member of the citizens’ Self-Protection Police guards at the Municipal Palace of Nueva Italia community in Michoacan State, Mexico, on January 12, 2014. The Mexican government deployed hundreds of forces after several attacks to the federal policemen occurred in villages of western Michoacan state. AFP PHOTO / ALFREDO ESTRELLA

Si è finalmente aperta a Milano la grande Fiera mondiale sul tema del cibo. Il primo colpo d’occhio non è però scontato: da un lato si capisce fino a un certo punto quale sia il tema dell’Expo, dall’altro si rimane positivamente colpiti dall’architettura dei padiglioni. Expo 2015 ricorda molto da vicino la BIT, la grande fiera annuale di promozione-vendita turistica nella quale ogni paese esalta le sue qualità, vere o presunte, per attirare i visitatori. La maggior parte dei paesi partecipanti a Expo si capisce subito che non sono venuti per dire la loro sul tema dell’alimentazione, ma per fare promozione generalista, soprattutto coloro, come gli stati del Golfo, che di cibo non producono quasi nulla. Che senso ha quindi che paesi come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti o il Kuwait abbiano spazi tra i più scenografici quando hanno da offrire all’umanità datteri e poco più? Solo promozione dell’immagine di ricchezza e stabilità in un momento buio per il mondo arabo. E i grandi paesi produttori di cibo come si presentano? Alcuni in modo incomprensibile, come l’Argentina o il Cile che più che raccontare le caratteristiche dei loro importanti settori agroalimentari, puntano sul ristorante (Argentina) o sul supermercato di prodotti tipici con prezzi folli (Cile). Notevole lo sforzo invece del Brasile, che è l’unico paese che ha saputo coniugare l’aspetto ludico (il percorso “sulla rete”) con i contenuti, fornendo al visitatore diversi elementi di conoscenza sull’agricoltura brasiliana. Stati Uniti, Germania, Francia, Svizzera hanno scelto invece un tema-forza sul quale costruire un’operazione di immagine, mentre tanti altri (Malesia, Corea, Kazakistan) puntano sulla promozione del paese in generale sempre con tante gastronomia. Lo spazio non occupato dei padiglioni nazionali è presidiato saldamente da alcune multinazionali del cibo: le galassie Nestle, Coca Cola, Mc Donald’s insieme alle più piccole sorelle italiane come Illy e Eatitaly. I prezzi non sono affatto da fiera popolare, tutto è raddoppiato, ma soprattutto non c’è nessuna logica condivisa e un caffè può costare 1, 1,5 o 2 euro. A sentire gli espositori, i prezzi alti sono dovuti ai costi degli allestimenti e anche al dazio pagato alla società unica scelta da Expo per gestire l’ingresso di tutte le merci al sito espositivo. Una punta di curiosità la alimenta Techno Gym, ditta che produce attrezzi da palestra, e che è presente con una decina di spazi lungo la Fiera. Acqua pubblica in giro non si trova, anche se corre voce ci siano dei rubinetti da qualche parte, per la gioia della Nestle che ha il monopolio dell’acqua in bottiglia. Non si può dire molto sui cluster tematici dove sono stati concentrati i paesi più poveri che non potevano pagare uno spazio da soli. Misteriosamente all’apertura di Expo nessuno era aperto, forse perché la priorità è stata data a chi invece ha pagato salatamente.

Una delle assenze più clamorose per una fiera su questo argomento è quella di chi la terra la coltiva. Non è stato prevista nessuna facilitazione perché partecipino, se non come relatori ai dibattiti, esponenti del mondo agricolo di base, delle esperienze associative come i GAS, dell’agricoltura familiare. Sarebbe stato interessante un padiglione collettivo perché questo mondo si presentasse al pubblico di Expo. C’è invece Cascina Triulza, sede della società civile non necessariamente legata al tema dell’agricoltura. L’unica struttura vera nel senso che si tratta di una cascina storica recuperata all’interno della quale si concentrerà la parte più importante del dibattito sui contenuti di Expo. Peccato che non sarà molto frequentata dai visitatori, che ignorano l’esistenza e i contenuti, e che spendono una cifra notevole per godersi gli aspetti spettacolari di Expo, non di sicuro per dedicare 2 o 3 ore a un dibattito.

Sui contenuti al momento esistono due documenti. Il primo è la tanto promossa “Carta di Milano”, contributo collettivo coordinato dalla Fondazione Barilla sul tema di Expo. Una dichiarazione con la giusta dose di vaghezza che si usa in queste occasioni per mettere d’accordo tutti. Una carta che non entra nel merito dei problemi attuali sul cibo, come la veloce riconversione di suolo agricolo a coltivazioni non alimentari o il dilagare del land grabbing (sottrazione di terre), e che si concentra su aspetti opinabili, come quella della lotta allo spreco (giusta), proponendo di trasferire ai poveri le eccedenze non sprecate (pessima idea). Una visione preoccupante sul cibo, che mette la buona volontà al posto della giustizia e del diritto.

Il secondo documento per ora presentato è il Manifesto Terra Viva (Il nostro suolo, i nostri Beni Comuni, il nostro Futuro), firmato dalla Fondazione Navdanya di Vandana Shiva, e da diverse personalità internazionali del mondo politico e accademico. Qui si parla invece chiaramente di diritto, beni comuni, disuguaglianze, riforma agraria e soprattutto si propongono linee di lavoro che vanno a rimodellare lo stesso concetto di democrazia declinandolo in partecipazione, diversità, comunità, decentramento, diritti della terra. Un impianto teorico che farà da linea guida ai momenti di approfondimento proposti dalla Fondazione Triulza, ma che rimarrà piuttosto marginale nella grande fiera di Rho.

E’ difficile capire quale idea si possa formare sul tema della nutrizione del pianeta un visitatore al termine della visita al sito espositivo. Se giovane, ci sono buone probabilità che abbia mangiato da Mc Donald’s, l’unico operatore che offre pasti completi sotto i 10 euro. Sicuramente avrà camminato sulla rete brasiliana, visto le ballerine kazake, tentato di recuperare un cappello di paglia dai vietnamiti e qualche fetta di mela essiccata dagli svizzeri. Forse qualche concetto letto qui o la rimarrà impresso nella mente, ma non è prevedibile molto di più.

Si spera che almeno le scuole si spingano fino allo spazio Slow Food e alla Collina della biodiversità (2 km a piedi dalla fermata MM), dove si fa formazione sui tema della terra, ma il grosso impatto si esaurirà tra effetti speciali e caccia al souvenir. E’ difficile immaginare cosa succederà dello spazio espositivo, che a differenza dell’Expo di Lisbona che lasciò alla città un bellissimo quartiere sul fiume, sorge in mezzo al nulla. E’ ancora più difficile decifrare lo strano labirinto mentale di chi continua ad insistere che i contenuti di Expo siano il cuore della manifestazione, quando basta un giro veloce per capire che è l’esatto contrario. E non c’è nulla di male nell’organizzare grandi eventi, al netto ovviamente di cementificazioni e ruberie varie, ma sarebbe meglio evitare la retorica del “qui si scriverà il futuro dell’alimentazione globale”. Voliamo più basso.

Non si percepisce infine un disegno politico preciso da parte delle multinazionali che hanno investito fortemente sull’evento. Sono normali investimenti in marketing, come in tutte le manifestazioni di rilievo mondiale a prescindere dall’argomento, per ribadire la forza di un marchio. Non va nemmeno caricata di dietrologie la presenza in Expo del fast food più famoso del mondo: non convinceranno nessuno della bontà del loro prodotto ma anche a Expo ribadiranno il loro primato: offrire un pasto caldo a portata di tutte le tasche. Tra Mc Donald’s, che offre un pranzo a 7 euro e Eatitaly dove si paga 25 euro stando basso per mangiare spesso in piedi con il piatto di plastica, una parte consistente dei visitatori che hanno pagato 39 euro il biglietto d’ingresso non avranno dubbi. Ma non si tratterà di “votare” con l’acquisto, ma di auto-garantirsi il “diritto al cibo” a misura delle proprie possibilità. Un dibattito sempre rimandato, quando si parla di cibo e di qualità, è proprio quello sul prezzo. Le scelte elitarie di chi pensa che si possano solo mangiare cibi di nicchia, carissimi, si scontrano con la “democraticità”, al netto dei pesanti impatti ambientali e sulla salute, dei grandi marchi globali.  La sfida del cibo passa anche dall’apertura mentale che possa portare a valutare tutti gli elementi, e non solo quelli che ci fanno piacere, quando si parla di cibo globale. Il tema della quantità, rifiutato da una certa mentalità elitaria, riguarda miliardi di persone. Le città non possono autoalimentarsi con il prodotto degli orti urbani. La grande sfida non è come eliminare la grande produzione mondiale tornando tutti a coltivarci il proprio cibo, anzi, ma come riconvertirla a criteri di sostenibilità. Le risposte alla povertà e alle carestie sono molto complesse per immaginare che si risolveranno, solo, a colpi di DOP e chilometri zero. Ci manca tutto un pezzo di ragionamento da fare per quanto riguarda la grande produzione agricola mondiale, base della sicurezza alimentare mondiale. Ecco, Expo sarebbe una bella occasione se si discutesse seriamente, e trovando il modo di coinvolgere i visitatori, su questi temi. Temo però che rimarrà come ricordo solo qualche sbiadito selfie delle scolaresche con Foody, ma questo lo sapremo tra 6 mesi.

Alfredo Somoza

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Le Borse hanno festeggiato in questi giorni il cosiddetto commissariamento di Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco. Secondo la lettura trionfalistica amplificata dalla stampa, è stata la conseguenza del duro scontro avvenuto nell’ultima riunione dei Ministri dell’economia europei dove sono volati insulti anche sul piano personale. Il Ministro dilettante e perditempo, anche se con un curriculum da fare invidia a due terzi dei suoi colleghi, sarebbe l’unico ostacolo perché la Grecia possa concludere un accordo con l’eurogruppo. Un accordo che sostanzialmente ribadisca la linea portata avanti dalla Troika, con la complicità della politica di Atene, che non ha risolto la situazione debitoria del paese ellenico, non ha rilanciato l’economia, e ha creato nel frattempo quella che viene definita un’emergenza umanitaria. L’Europa non ha voluto consapevolmente registrare il chiaro segnale, europeista e riformista, dato dall’elettorato greco che ha scelto con il voto un governo, che pur ribadendo la volontà di rimanere in Europa chiede anche un cambio dei paradigmi economici. Varoufakis ha portato in seno ai salotti buoni di Bruxelles un punto di vista diverso, maggioritario nell’opinione pubblica che da tempo ha capito che qualcosa non funziona in questo bizzarro condominio che ha adottato in modo ferreo i dogmi  dell’austerità, ribadendo un pensiero unico in materia economica che la storia ha già condannato all’oblio in tante altre parti del mondo a partire dagli Stati Uniti.

Varoufakis è stato il parafulmine messo in campo da Siryza in questa fase tormentata attirando su di se odi e dispetti da parte dei colleghi, mentre Tsipras apriva un canale diretto con Angela Merkel, il vero nodo della questione. Ora la delegazione greca diventa più importante e non è più legata a una sola persona, come è giusto che sia quando il gioco si fa duro ed è in discussione l’interesse nazionale. Chi pensava che affondando Varoufakis affondava la Grecia ci dovrà ricredere. L’accordo che potrebbe essere raggiunto aveva bisogno di una rottura anche estetica del grigiore impersonale di Bruxelles e Varoufakis ha fatto la sua parte e continuerà a farla. Come scrive lui stesso “la nostra sfida, a questo punto, è convincere i nostri partner del fatto che i nostri impegni sono strategici, non tattici, e che la logica è dalla nostra parte”. Le riforme sul piano fiscale e pensionistico annunciate da Atene fanno bene sperare, ma non sono imposizioni della Troika, ma parte importante del programma di riforme di Siryza. Lotta all’evasione e alla corruzione, ripensamento dell’apparato statale, rilancio dell’industria sono riforme che hanno bisogno di tempo e di respiro. Se ciò avverrà con la Grecia ancora membro del club dell’euro non sarà merito di Varoufakis ma della forza politica che lo ha nominato ministro e che non ha chiesto affatto le sue dimissioni. Sarà invece duro per i critici di oggi accettare che il loro approccio ha fallito.

Alexis Tsipras, Yanis Varoufakis

Trent’anni fa, quando si comprava il caffè nicaraguense o il miele cileno nelle “botteghe del Terzo Mondo” si faceva una scelta politica, solidaristica e raramente di convenienza. Oggi le cose non stanno più proprio così.

Negli ultimi decenni tantissima acqua è passata sotto i ponti del commercio internazionale: sono cambiati i gusti dei consumatori e i Paesi di provenienza delle merci globali, eppure la nicchia rappresentata dal commercio equo e solidale è sempre presente. Anzi, è continuamente cresciuta anche in questi anni di crisi economica. Si tratta di un comparto che ha assunto come valori centrali la sostenibilità ambientale e sociale e che mette sul mercato prodotti di fascia qualitativa alta, il cui valore mondiale nel 2004 era di 850 milioni di euro e dieci anni dopo è salito a 5,5 miliardi. Una storia di successo ancora piccola, rispetto al commercio globale, ma che beneficia in modo sensibile 1.200.000 contadini e 200.000 lavoratori generici.

I prodotti equi e solidali “parlano” al consumatore, raccontando storie di lotta e di superamento delle difficoltà. Storie che spiegano come l’unione tra i piccoli agricoltori faccia la forza e come la scommessa sul biologico, alla lunga, paghi in termini di salute, tanto per i contadini quanto per i consumatori. Sono prodotti in grado di “formare” chi li acquista, insomma, anche se di solito vengono apprezzati soprattutto dai consumatori già formati. Ed è questo uno dei limiti storici dei produttori e dei rivenditori dell’equo e solidale: la difficoltà a spiegare ai consumatori generici la differenza tra il loro caffè e quello degli altri.

Qualche anno fa, quando nei supermercati di alcune catene della grande distribuzione furono allestiti i primi scaffali dedicati a questi prodotti, le botteghe che fino ad allora erano gli unici punti vendita protestarono dicendo che questa mossa avrebbe banalizzato l’equo e solidale: nei supermercati, infatti, nessuno avrebbe spiegato la storia nascosta dietro l’etichetta, come invece fanno i volontari delle botteghe. La critica era in parte motivata, ma non prendeva in considerazione il fatto che il prodotto equo e solidale esposto sullo scaffale della Coop o di Esselunga arriva davanti agli occhi del consumatore generico, e non solo di quello già sensibilizzato che frequenta la bottega.

Oggi queste critiche sono state superate, e proprio la grande distribuzione ha fatto la differenza in termini di fatturato. Tuttavia stiamo sempre parlando di una nicchia che, se anche crescesse per i prossimi 30 anni agli ottimi ritmi attuali, nicchia rimarrebbe.

Quanto è stato rilevante, allora, l’impatto dei principi del commercio equo e solidale sul commercio senza aggettivi? La risposta potrebbe essere “poco” ma anche “molto”. Nel senso che oggi c’è indubbiamente una maggiore attenzione sui temi ambientali e sociali. Per esempio, al di là della normativa di legge, molte aziende hanno adottato l’etichetta trasparente, che entra nel merito anche della qualità o delle condizioni dei lavoratori. Alcuni grandi marchi, come l’italiana Lavazza o i francesi di Carrefour, hanno creato linee di prodotti con caratteristiche, spesso certificate, di commercio equo e solidale. Insomma, c’è stato un moderato travaso di buone pratiche verso l’industria tradizionale, ma soprattutto c’è stato un forte lavoro di sensibilizzazione del consumatore.

Tendenzialmente il consumatore odierno sta attento soprattutto al prezzo e alla qualità, ma spesso cerca anche garanzie in materia ambientale o di diritti. È un consumatore che, anche se non acquista il prodotto del commercio equo e solidale, lo apprezza e riconosce in esso un valore qualitativo: valore che è dato da elementi oggettivi, per esempio la scelta del biologico, ma anche da valutazioni sulle politiche ambientali o lavorative. Per molti aspetti il commercio equo e solidale anticipa il concetto di qualità del futuro. Non più soltanto di tipo organolettico o sanitario, ma anche ricco di indicatori per misurare la sostenibilità ambientale e sociale del prodotto.

La “provocazione” è servita, dunque, non perché oggi il commercio mondiale sia ancora cambiato, ma perché ha seminato il dubbio e ha fornito a una massa sempre più grande di consumatori gli elementi necessari per esigere prodotti (non necessariamente “equi e solidali”) che facciano bene alla natura e a noi. Se è vera l’affermazione secondo la quale il consumatore vota attraverso la scelta di ciò che compra, il “partito” della sostenibilità è sicuramente una piccola forza in crescita, e alimenta un’egemonia culturale che va ben oltre i suoi numeri di fatturato.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Sono tempi bui per la democrazia nel mondo. All’indomani della caduta del Muro di Berlino, la democrazia pareva il destino ineluttabile dell’umanità, insieme all’economia globalizzata di mercato: ma quell’illusione viene smentita ogni giorno dai fatti. Sarà perché la globalizzazione non era in sé tanto democratica, e ha finito con il creare una schiera di vincitori e di perdenti senza possibilità d’appello. Sarà anche perché, per entrare nel club dei vincitori, non è stato mai richiesto un passe-partout democratico. Anzi, non a caso, i primi e fondamentali passi per dare il via al processo globale furono mossi verso la Cina, diventata oggi una potenza mondiale pur avendo mantenuto gli stessi livelli di autoritarismo di un tempo.

E così è accaduto che, mentre nei Paesi democratici le riforme imprescindibili per agganciarsi al carro della globalizzazione si sono tradotte in un calo notevole dei diritti individuali, nei Paesi guidati da dittature la crescita economica ha consolidato le strutture di potere senza metterle in discussione.

Appurato che la crescita economica non coincide necessariamente con l’aumento delle libertà individuali e collettive, bisogna aggiungere che oggi la democrazia è sotto tiro anche in aree dove la povertà regna indisturbata: in particolare in quelle aree dove, senza risparmiare mezzi militari, sono state tentate diverse operazioni fallimentari di “esportazione” della democrazia, come se questa forma di governo fosse anch’essa una merce, a disposizione di tutti sul mercato. L’amaro risveglio dalle cosiddette “primavere arabe” ha visto il ritorno dei generali in Egitto, la fine della Libia come Stato unitario, la lotta all’ultimo sangue per rovesciare la democrazia tunisina.

Le forze antagoniste o terroristiche che operano in questi Paesi sono state allevate e foraggiate da diversi regimi totalitari del Golfo, che però nel gioco della globalizzazione siedono al tavolo delle potenze credibili e autorevoli grazie al loro portafoglio gonfio di petrodollari. Non si è mai vista, per esempio, un’operazione miliardaria di marketing turistico come quella che da alcuni anni decanta i Paesi del Golfo come nuovi paradisi terrestri, quando in realtà si tratta di Stati che si reggono sullo sfruttamento disumano del lavoro immigrato, sull’intolleranza culturale e di genere, su amicizie pericolose sulla scacchiera internazionale. E anche di sicuri paradisi fiscali. Insomma, quando si decantano i fasti di Dubai o di Doha si cancella l’altra faccia, quella sporca, perché la democrazia, se si è ricchi, diventa un optional.

Per l’ISIS e simili non ci sono invece dubbi. Nel ristretto orizzonte culturale di questi movimenti non c’è spazio per un sistema di governo che permetta di scegliere, dissentire o contestare il capo. La recente scena dei deputati tunisini rinchiusi in Parlamento a cantare il loro inno nazionale ci riporta a pagine epiche della resistenza all’autoritarismo e chiarisce definitivamente quanto la lotta in corso in Medio Oriente nulla abbia a che fare con la religione, ma piuttosto con la democrazia. Una guerra che riduce gli spazi di libertà anche in Occidente, dove le leggi antiterroristiche varate d’urgenza stanno consegnando agli Stati poteri d’intromissione, controllo e polizia nei confronti dei cittadini inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Winston Churchill riteneva che la democrazia fosse la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre: il suo celebre aforisma rischia però di essere definitivamente consegnato alla storia, se l’internazionale del terrore riuscirà a imporre anche a noi la sua visione. Perché, se la risposta delle democrazie mature sarà quella di misurarsi sul campo (minato) preferito dal nemico, la guerra per la democrazia a livello mondiale sarà definitivamente persa.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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