Quando nel 1994 nasceva il Nafta, l’accordo di libero commercio fra i tre Paesi del Nord America (Canada, Stati Uniti e Messico), si era in una fase di piena espansione dell’economia globale. Con questo accordo si sanciva l’esistenza di un’area economica che, nei fatti, era costituita dalla prima potenza mondiale e da due suoi satelliti, almeno sotto il profilo dell’economia. Il Nafta era anche una grande opportunità, soprattutto per gli Stati Uniti, che potevano “legare” al loro mercato un’area con costi del lavoro sensibilmente inferiori a quelli interni (il Messico), e un’altra area ricca di materie prime energetiche fondamentali dal punto di vista strategico (il Canada).

Questi tre Paesi si sono infatti integrati velocemente, al punto che Messico e Canada hanno presto indirizzato la stragrande maggioranza del loro export verso gli USA, mentre l’industria statunitense ha iniziato proprio dal Messico ad attuare il suo processo di delocalizzazione produttiva. Poi l’interesse per questo accordo è molto calato, soprattutto per l’emergere della Cina come grande esportatore globale e come nuovo territorio di delocalizzazioni.

Ora tutto pare cambiare di nuovo. La nuova rivoluzione energetica determinata dalle tecnologie che consentono di recuperare gas e petrolio da scisti argillosi e da sabbie bituminose lascia prevedere che, in un futuro molto ravvicinato, Stati Uniti e Canada non soltanto diminuiranno le loro importazioni energetiche, ma addirittura diventeranno esportatori netti.

Il Messico, nella morsa della guerra tra Stato e narcotraffico, diventa invece di nuovo strategico per le imprese che lo avevano abbandonato negli anni scorsi, ingolosite dai costi ancora più stracciati della manodopera in Asia. L’aumento degli stipendi e della fiscalità cinese, insieme a quello dei costi dei trasporti, rende infatti di nuovo conveniente produrre lungo la linea di confine tra USA e Messico per poi vendere sul mercato del Nord con il solo costo del trasporto su gomma.

L’uscita degli Stati Uniti dalla crisi passa anche da qui. Dal ritrovare una loro centralità produttiva sostenuta dagli investimenti in ricerca – in verità sempre mantenuti – da un costo della manodopera inferiore a quello europeo e dall’abbondanza di energia a basso costo. Una nuova chance per gli Stati Uniti, insomma, che ora per consolidare questa tendenza rilanciano con due mosse.

La prima è il tentativo di creare una zona di libero commercio del Pacifico, la Trans Pacific Partnership, che oltre ai Paesi del Nafta include il Giappone e una serie di Stati emergenti latinoamericani e asiatici, escludendo la Cina. La seconda è la proposta di accordo di libero scambio con l’Europa. Un accordo che l’Europa non ha cercato, ma che sta celebrando come una grande opportunità senza valutare che, nel grande gioco internazionale, rinforzerebbe di nuovo il ruolo egemonico globale degli Stati Uniti.

Il momento felice degli Stati Uniti pare confermato dalle intenzioni degli investitori internazionali. Per il 2013, l’indice stilato annualmente da A.T. Kearney mette in evidenza come gli USA siano diventati di nuovo la prima destinazione mondiale per gli investimenti, seguiti dalla Cina (che scende al secondo posto) e dal Brasile, che rimane in posizione invariata. È interessante notare anche i progressi registrati dal Canada e dal Messico, i “soci” più stretti degli USA.

Nelle tendenze di investimento l’Europa è presente con l’ottavo posto della Germania e il nono del Regno Unito, per poi praticamente scomparire. Per quanto riguarda gli altri Paesi Brics, India e Russia superano la Francia, e il Sud Africa si piazza meglio di Spagna e Italia.

Da questi dati e dalle mosse degli Stati Uniti, ormai decisi a combattere con la Cina la lotta per la supremazia commerciale mondiale, si evince facilmente che il mondo che uscirà dalla crisi avrà qualche protagonista nuovo e molti protagonisti in meno. Tra questi ultimi ci sarà inevitabilmente buona parte di un’Europa incapace di immaginarsi come una singola realtà, composita ma unita, anziché come una litigiosa sommatoria di Paesi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Immagine  —  Pubblicato: 28 ottobre 2013 in Mondo, Per Vimercate
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Secondo le cronache dell’epoca, la votazione del Senato statunitense tenutasi il 28 giugno 1902 fu pesantemente influenzata da un francobollo. All’ordine del giorno c’era la legge Spooner, che doveva decidere dove aprire il canale di collegamento tra gli oceani Atlantico e Pacifico.

Il luogo più adatto era il Nicaragua, sfruttando i laghi Managua e Granada (detto anche Lago Nicaragua). In questo Paese esisteva già un servizio misto tra navi e ferrovie che permetteva a merci e viaggiatori di spostarsi da un oceano all’altro. Ma all’inizio del ’900 la tecnologia, e soprattutto la volontà politica degli Stati Uniti, diventati potenza mondiale, consentivano la costruzione di un vero canale. Il Nicaragua era praticamente una colonia a stelle e strisce, e ciò rendeva ancora migliori le condizioni per realizzarlo.

Qui la storia si complica. A Washington, infatti, cominciò a circolare un francobollo emesso da Managua sul quale era riprodotto il porto di Momotombo con lo splendido omonimo vulcano, coronato da un pennacchio di fumo bianco. Porto Momotombo doveva essere il punto di partenza del canale. I lobbisti pro-Panama riuscirono a mettere in piedi a tempo di record un’operazione di propaganda ingannevole, accostando il vulcano immortalato nel francobollo con il Monte Pelée in Martinica, che nel 1902 aveva eruttato provocando 40.000 morti. I consensi per il canale del Nicaragua precipitarono a beneficio di Panama, e il resto è storia nota.

Nel terzo millennio, però, il Nicaragua avrà il suo canale. Il Parlamento di Managua ha infatti appena approvato il progetto di una società di Hong Kong, paravento della Cina, che investirà 40 miliardi di dollari USA per aprire una nuova via d’acqua tra Atlantico e Pacifico. In questo modo la Cina avrà un accesso strategico ai mercati centroamericani e dell’intera America Latina, uno dei principali sbocchi commerciali di Pechino.

Il canale “cinese” avrà anche il compito di scardinare definitivamente i rapporti un tempo privilegiati tra USA e America Latina, oggi già incrinati. Un’ipotesi di commercio navale alternativa a quella panamense consentirebbe di ridurre drasticamente il costo del trasporto di energia fossile e di cereali tra il Sudamerica e la Cina; e offrirà un’alternativa ad altri Paesi dell’area, come il Venezuela, non particolarmente entusiasti di pagare un salato pedaggio al Panama, il che equivale agli USA, ogniqualvolta una loro nave attraversa il canale di Panama.

Il canale del Nicaragua rappresenta una nuova puntata della sfida globale tra USA e Cina per la supremazia sull’economia di domani. Nel mondo multipolare cade così uno degli ultimi punti fermi: il monopolio statunitense sulla navigazione tra i due oceani, fondamentale per il controllo del cosiddetto “cortile di casa” centroamericano. Per la Cina si tratta di un’operazione che darà vantaggi concreti e anche simbolici: nemmeno l’Unione Sovietica aveva mai immaginato di avere un proprio canale. Insomma, grazie al suo potente commercio estero e alla sua “diplomazia degli affari”, la Cina sta riuscendo a spazzare via la geopolitica del ’900.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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L’Africa, se parliamo di telefonia mobile, è ormai il continente più collegato. La Banca Africana di Sviluppo ha calcolato che ci sono 650 milioni di utilizzatori di telefoni cellulari su un miliardo di abitanti del continente. Un rapporto telefoni per abitanti superiore a quelli dell’Europa e degli Stati Uniti. Questa è quindi la prima generazione di africani che ha accesso a un prodotto considerato di alta tecnologia: il possesso di un telefonino è spesso più frequente che l’accesso all’acqua potabile o all’elettricità.

Per gli africani, il telefono portatile è allo stesso tempo l’unico collegamento con il mondo, il portafoglio e la buca delle lettere. Questo perché nel Continente Nero, più che sui giochi o sulla musica, i gestori di telefonia puntano a offrire innanzitutto servizi utili, come la gestione dei conti bancari, le informazioni utili agli agricoltori, gli scambi commerciali. Questa rivoluzione è stata possibile grazie all’offerta di telefoni essenziali ma resistenti prodotti in Cina. Telefonini da 20 dollari USA, poco più di 16 euro, resi ulteriormente accessibili da agevolazioni fiscali che hanno abbattuto i prezzi ai consumatori.

Giovani e giovanissimi compongono il più grande gruppo di fruitori di telefonia cellulare: in Sud Africa si registra un picco di possesso del 72% nella fascia 15-24 anni. Le compagnie telefoniche che operano in Africa macinano bilanci miliardari composti da centinaia di milioni di consumatori poveri o poverissimi, nonostante abbiano dovuto fare i conti con il dilagare di modalità di comunicazione low cost tra i loro clienti. Come, per esempio, l’uso degli squilli senza rispondere, tecnica inventata in Africa per trasmettere notizie senza spendere soldi: una specie di codice Morse digitale. Per venire incontro a questa enorme fetta di consumatori è stato ideato il servizio “call me” che include un certo numero di sms giornalieri gratuiti.

Ma la rivoluzione dei cellulari in Africa sta aprendo la strada anche all’innovazione tecnologica autoctona. Vérone Mankou, un imprenditore ventiseienne della Repubblica del Congo, già nel 2006 ha sviluppato una linea di smartphone e tablet touch-screen adattati ai bisogni del mercato locale. Il suo smartphone Elikia (“speranza” in lingua lingala), che usa il sistema Android e viene costruito in Cina, è a tutti gli effetti il primo contributo tecnologico africano al mondo globalizzato. Quando Google ha rifiutato le carte di credito emesse in Congo per l’acquisto di applicazioni, Mankou ha lanciato una propria linea di apps “sviluppate da africani per l’Africa” e di carte di credito prepagate per l’acquisto online.

Il marchio VMK dell’imprenditore congolese per ora tiene testa a giganti della telefonia come BlackBerry, Samsung e Nokia. L’inedita sinergia tra Africa e Cina si sposta ora anche sul piano della ricerca e commercializzazione di tecnologie espressamente concepite per il mercato locale e per il potere d’acquisto dei consumatori africani. Con questo piccolissimo primo passo, l’Africa spezza dunque il ruolo secolare di acquirente netto di esportazioni a basso costo (e tecnologicamente superate) al quale la storia l’aveva relegata.

La Cina, che come molte altre potenze ha bisogno dell’Africa per rifornirsi di materie prime minerarie ed energetiche, sta interpretando le aspirazioni e le potenzialità creative di un miliardo di persone ancora ai margini dei mercati mondiali. È una scommessa che a lungo termine non può che pagare. Ed è interessante notare che solo chi è stato per secoli emarginato, come i cinesi, è riuscito a cogliere le potenzialità di un “mondo” formato anche dai continenti dimenticati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La visita del primo papa latinoamericano in Brasile doveva per forza richiamare folle oceaniche e risvegliare l’orgoglio di una Chiesa, quella brasiliana, sotto assedio da parte delle altre confessioni cristiane. La visita di Bergoglio apre però altre questioni, anzitutto quella del posizionamento della Chiesa. E non rispetto alle alchimie dei palazzi romani, ma rispetto alla scelta per così dire “di classe”. Papa Francesco, pur non avendo in passato aderito alla teologia della liberazione, ha esplicitato nei suoi discorsi e negli atti simbolici la sua visione di una  Chiesa che prioritariamente deve rivolgersi agli ultimi. Una scelta di campo che in America Latina non si faceva da tempo in ambito ecclesiale, almeno a questi livelli, e che non disdegna la politica, anzi. Il Papa ha incontrato la presidente in carica del Brasile Dilma Roussef e anche il suo predecessore Lula ricordando loro che non basta il consenso elettorale, ma che la gente va sempre ascoltata, che i giovani che protestano fanno bene e che la lotta contro povertà e la corruzione sono prioritarie.

Dal bagno di folla carioca Papa Francesco torna rinforzato e se venisse fatto un sondaggio, sicuramente si registrerebbe il salto enorme della sua popolarità e di quello dell’Istituzione che rappresenta. Un Papa dinamico e giovane, malgrado l’età, ma soprattutto un Papa che parla in modo chiaro e netto in modo da essere capito da tutti. Un Papa che ride e fa battute, che allontana l’immagine di una Chiesa troppo simile all’immagine del Venerabile Jorge del Nome della Rosa. In America Latina Papa Francesco è già un mito e c’è da scommettere che le prossime tappe dei suoi viaggi e dei suoi pensieri riguarderanno l’Africa, la vera sfida per la Chiesa.

Papa Francesco, “chi sono io per giudicare”, non smentisce chi vedeva nella sua elezione una svolta storica per la Chiesa. Una Chiesa che sdrammatizza la sua storia , parla il linguaggio della base e che all’improvviso è popolata da “vescovi di Roma” e di “nonni in casa”. Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa dell’era BRICS.

Alfredo Somoza per Popolare Network.

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Correva l’anno 1888 e il Brasile aboliva la schiavitù. Era l’ultimo Paese americano a farlo: chiudeva così un capitolo vergognoso della sua storia, lungo più di quattro secoli. Improvvisamente le campagne si svuotarono, gli impianti per la spremitura della canna da zucchero rimasero senza braccia, le piante di caffé senza cure. Gli ex schiavi fuggirono dai luoghi dove avevano conosciuto solo fame e frustate per accalcarsi nelle città, alla ricerca di un lavoro salariato e di nuove possibilità. Speranze che, purtroppo, erano spesso destinate a svanire nel nulla.

Il Brasile di fine Ottocento doveva dunque risolvere il problema della manodopera rurale. La soluzione abitava in Italia, più precisamente in Veneto, dove gli agenti del governo carioca trovarono un popolo cattolico e mansueto disposto a tutto per fuggire dalla fame. Furono un milione e mezzo gli italiani che nei successivi 40 anni si recarono in Brasile, e altri tre milioni navigarono fino alla vicina Argentina. Un esodo biblico si direbbe oggi, da far impallidire qualsiasi sbarco mai avvenuto a Lampedusa. Il resto della storia lo conosciamo: gli oriundi italiani nel mondo sono stati capaci di conquistarsi ruoli di tutto rispetto nelle diverse società che li hanno accolti.

Solo a partire dal 1970 il saldo migratorio italiano è diventato positivo. Fino a quel momento, a partire dall’inizio del secolo, l’Italia era stata terra di emigranti; nel 1970 invece, il numero degli immigrati ha cominciato a superare quello di chi lasciava il Paese per cercare fortuna altrove. L’Italia si era trasformata in una potenza economica, mentre molti degli Stati che un secolo prima avevano ospitato europei in fuga erano diventati a loro volta luoghi dai quali si scappava, per motivi politici o economici.

Altro giro di ruota, e negli anni 2000 i Paesi emergenti cominciano a conquistare un ruolo da protagonisti sulla scena globale. Nel 2011, dopo la Cina, il Brasile entra nel gruppo delle prime potenze mondiali superando il PIL di Italia e Regno Unito. Com’è noto, per capire la situazione economica di uno Stato non bastano i macroindicatori che fotografano il momento, come appunto il dato del prodotto interno lordo. Bisogna osservare anche le tendenze e i fenomeni a lungo termine. Da questo punto di vista il Brasile è un Paese in piena crescita: ha da poco ottenuto un upgrade da Standard & Poor’s e ha un bisogno urgente di figure professionali specializzate.

Per questa ragione il governo di Dilma Roussef sta mettendo a punto una legge che faciliterà l’immigrazione e che dovrebbe consentire a 400mila professionisti stranieri altamente qualificati, preferibilmente europei disoccupati, di lavorare nelle imprese brasiliane. In Italia per ora ne hanno parlato soltanto Esteri e Il Sole 24 ore, ma la notizia è carica di significati. Nel primo semestre 2012 il numero di immigrati approdati nel gigante sudamericano è cresciuto del 52,4%; il motore di ricerca lavoro Monster conta 80mila curricula di professionisti europei che si rivolgono al mercato brasiliano.

Per quanto riguarda l’Italia, a spingere molti a guardare nuovamente verso l’America Latina non sono soltanto i legami migratori storici con il Brasile, ma anche la crisi economica e le scarse prospettive di impiego. Certo oggi non è facile pensare di tornare a navigare le vecchie rotte dell’emigrazione; eppure la veloce industrializzazione di zone fino a ieri poverissime (come il Pernambuco, dove la Fiat sta aprendo la sua quarta fabbrica brasiliana) genera una domanda di manodopera qualificata e di tecnici di alto livello che in quelle terre non è disponibile, mentre in Italia la stessa manodopera viene lasciata per strada dalle aziende in crisi.

Se gli italiani torneranno davvero a emigrare in Brasile si ripeterà un ciclo storico che sembrava chiuso per sempre. La crisi economica che sta riscrivendo il nostro futuro si prepara a regalarci un’altra grande sorpresa.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Claudio, Fava, Laura Boldrini, Alfredo Somoza alla presentazione di Mar del Plata, 16 luglio 2013 Teatro Franco Parenti

Claudio, Fava, Laura Boldrini, Alfredo Somoza alla presentazione di Mar del Plata, 16 luglio 2013 Teatro Franco Parenti

 

 

Armando Spataro e Enrico Calamai alla presentazione di Mar del Plata, 15 luglio 2013. teatro Franco Parenti

Armando Spataro e Enrico Calamai alla presentazione di Mar del Plata, 15 luglio 2013. teatro Franco Parenti

Presentazione Mar del Plata. Teatro Franco Parenti, Milano 15 luglio 2013

La scelta del cibo, di cosa è commestibile o no, per noi onnivori è paradossalmente cosa complicata. Poiché l’uomo è una delle poche specie animali in grado di nutrirsi praticamente di tutto, siamo stati noi stessi, attraverso la cultura, a creare tabù e divieti, nel tentativo di regolamentare ciò che la natura aveva lasciato libero. Tolti i prodotti velenosi o dannosi per la salute, infatti, ogni popolo si è dato una sua propria dieta a partire esclusivamente da ciò che ogni territorio era in grado di produrre. Fu la globalizzazione, prima con le carovane e poi con i bastimenti e i viaggi transcontinentali, a mescolare le tradizioni, a far viaggiare piante e animali in quei grandi flussi commerciali che, a partire dal XVI secolo, cambiarono la mappa produttiva e alimentare del mondo.

Il più noto tabù alimentare della nostra storia riguarda il cannibalismo. Con minime e trascurabili eccezioni, uomo non mangia uomo, e questo è un punto fermo. Altri cibi, soprattutto di origine animale, sono stati vietati all’una o all’altra comunità spesso per ragioni di tipo igienico-sanitario. È il caso della maledizione biblica nei confronti della carne di maiale, animale disprezzato e dichiarato non commestibile da due delle tre grandi religioni monoteiste mondiali: molto probabilmente per la diffusione di malattie legate al modus vivendi di questo animale onnivoro e per le difficoltà a conservare le sue carni particolarmente grasse.

La carne e le proteine animali rimangono un elemento universale nella nostra dieta, tranne che per le minoranze vegetariane, e anche questa è una scelta culturale, ma il suo consumo varia molto nei diversi continenti. Dalle poche specie che si consumano negli USA, per la presenza massiccia di grandi “produttori di proteine” da allevamento, all’estrema varietà di mondi come quello amazzonico, dove si ricavano proteine dagli insetti, dai roditori, dalle scimmie e praticamente da ogni cosa si muova.

Altri tabù alimentari riguardano invece i sentimenti che si nutrono nei confronti di una specie animale. Nel Regno Unito e nei Paesi americani, per esempio, consumare carne di cavallo è impensabile, così come in quasi tutto l’Occidente mangiare carne di cane o di gatto. Parliamo di un divieto culturale, senza che vi sia nessuna controindicazione di tipo sanitario o nutrizionale.

Nella provincia cinese del Guangxi ogni anno si festeggia il solstizio d’estate con una grande abbuffata di carne di cane. Quest’anno si sono levate forti le proteste degli animalisti, per la prima volta anche in Cina, sulle condizioni in cui gli animali sono stati sacrificati. Condizioni di sofferenza e vera e propria crudeltà, come capita spesso a tutti gli animali dei poverissimi. Ma tra le righe della giusta critica sui maltrattamenti inflitti ai cani si cela chiaramente il pregiudizio culturale sui gusti dei cinesi. Il motivo del tabù per noi è chiaro: il cane è il miglior amico dell’uomo, vive in simbiosi con noi, lavora spesso per noi. Ma questa è appunto la nostra percezione. In Cina la vedono diversamente. I cinesi si scandalizzano, per esempio, perché da noi si mangia il coniglio.

Fermo restando che tutti i popoli hanno i propri tabù, è innegabile che a livello mondiale contano di più quelli dei Paesi che sono o sono stati grandi potenze. La Cina, ancora non accettata ufficialmente nel club dei Grandi, ai suoi cittadini che si recano all’estero sta insegnando che non bisogna sputare per terra per non fare brutte figure, e sicuramente dovrà prima o poi vietare la tradizione del cane in umido. Per i cosiddetti migliori amici dell’uomo, la globalizzazione non può che portare benefici.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il primo modesto ruggito della politica nei confronti dell’economia finanziaria anarchica di quest’inizio di millennio si è levato durante il G8 di Lough Erne, in Irlanda del Nord: probabilmente uno degli ultimi che si celebreranno, visti i mutati equilibri mondiali.

Sono due i segnali che confermano come il clima tra economia e politica stia cambiando. Il primo è sintetizzato dallo slogan di Obama: “mai più Apple”, inteso nel senso di evitare che le aziende multinazionali evadano legalmente le tasse con giochi di prestigio e facendo spola tra Paesi condiscendenti e paradisi fiscali. Un giochino, formalmente lecito, che permette a Apple di pagare le tasse solo per lo 0,1% dei profitti dopo averli fatti transitare dall’Irlanda, contro il 35% che dovrebbe sborsare al fisco statunitense. Per i bilanci di Washington questa fuga della base imponibile nazionale, chiamata eufemisticamente “ottimizzazione fiscale”, comincia a costare troppo.

Secondo la coalizione “Citizens for Tax Justice”, tra il 2008 e il 2010 una trentina di multinazionali come Boing, General Electric, Verizon e Apple non ha pagato un dollaro di tasse a fronte di 205 miliardi di dollari di profitto, sottraendo legalmente al fisco 78 miliardi. Se proviamo a valutare il peso di questo fenomeno sull’economia degli USA, scopriamo che l’incidenza delle grandi corporation nella formazione della base imponibile nazionale è crollata dal 32% del 1952 all’attuale 9%. I cittadini, i commercianti, i professionisti e le piccole e medie imprese sono ora i principali finanziatori dello Stato, che continua però a destinare imponenti risorse a ricerca e sviluppo, alle infrastrutture e agli acquisti diretti a beneficio delle grandi società multinazionali.

La seconda scoperta del G8 è stata la presa d’atto, da parte del premier britannico, del fatto che qualcosa non torna nelle colonie di Sua Maestà. E cioè in quella decina di “territori d’oltremare” – eufemismo che continua a significare colonie – che sono diventati altrettanti covi di pirati. Intesi non nel senso di navigatori in caccia di galeoni, come ai tempi di Morgan, ma di pirati fiscali che navigano sul web. Si tratta infatti di paradisi fiscali nei quali è possibile mettere al riparo il bottino proveniente dall’evasione e dal crimine. Il paradosso è che non sono Paesi governati dalla filibusta, ma appunto “territori” di un Paese membro dell’Unione Europea e del G8. Pare che Cameron abbia strappato ai diversi governatori di questi territori la promessa che accetteranno le regole di trasparenza e cooperazione internazionale suggerite dell’OCSE. Un sì convinto espresso al telefono, secondo quanto ha riferito Downing Street: vedremo quale seguito avrà.

Mentre tutti gli Stati si sono indebitati per soccorrere le banche, i sistemi di welfare traballano e il lavoro si riduce, il mondo della finanza internazionale ha operato e continua a operare sempre più fuori dalle regole. Le norme sono saltate o sono state modificate negli anni per favorire l’espansione a livello globale dei grandi soggetti economici. Oggi però le multinazionali riescono a fare a meno anche degli Stati nei quali lavorano, evadendo in modo legale il loro obbligo di contribuire alla comunità di appartenenza attraverso la fiscalità. Queste aziende godono di servizi, infrastrutture, ammortizzatori sociali, detassazioni competitive, incentivi: ma al momento di dividere i profitti con lo Stato riescono a sfuggire. Spesso nel marchio sbandierano e vendono la loro “americanità”, ma in realtà sono ufficialmente registrate in qualche isoletta caraibica.

La sfida che si pone oggi ai grandi della Terra è capire con quali strumenti e quali regole sia possibile riconvertire l’economia globale a criteri di sostenibilità e di trasparenza. Perché un’economia autoalimentata, che prende e non dà nulla, impoverisce un Paese anziché arricchirlo, e un Paese più povero è anche un mercato più povero. I Grandi hanno davanti una sfida inedita: salvare il capitalismo mondiale da quelli che sono stati suoi primi beneficiari.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)
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Estratto del Verbale della seduta del Consiglio Comunale di Arcore del 17 aprile 2013-06-19.

 Intervento a favore della proposta di Delibera di Iniziativa Popolare “Cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia figli di stranieri e residenti ad Arcore”.

PROFESSOR SOMOZA ALFREDO LUIS

 

Grazie Presidente. Voglio ringraziare tutti voi, i cittadini di Arcore che hanno firmato queste proposte, il Consiglio Comunale, la Giunta, perché da due ore in quest’Aula stiamo parlando di temi “alti”, temi dimenticati dalla politca nazionale, ma che  riguardano tutti noi.

La cittadinanza e il cittadino sono gli atti fondanti di una Repubblica, non c’è cittadino senza Repubblica, non c’è Repubblica senza cittadino.

Quindi stiamo parlando di qualcosa di molto importante, per quanto, chiarisco subito, credo che tutti lo sappiate perfettamente, stiamo parlando di una proposta di delibera soltanto simbolica e quindi politica.

Io credo che la politica non deva essere patrimonio degli Stati centrali. Credo che gli Stati sempre di più siano lontani dal capire come cambia la società e che per questo motivo siano importanti le sollecitazioni che arrivano dai territori.

Noi questa sera stiamo scrivendo un pezzo di storia italiana, quando si ricorderà che la rivoluzione della cittadinanza, l’essere diventati Europei finalmente anche in Italia, non è partito da Roma, ma è partita dai territori.

Per questo motivo sono profondamente convinto dell’importanza delle autonomie locali e per questo motivo sono un convinto federalista.

La cittadinanza è fondamentalmente un rapporto tra lo Stato e una persona, costituito dalla concessione di uno status e da un rapporto giuridico.

“Io ti riconosco come cittadino”, quindi hai un tuo status giuridico e questo riconoscimento ha dietro di sé o ha dentro di sé tutta una serie di diritti specifici che ti riguardano. Diversi sono invece i diritti che qualsiasi Stato riconosce a chi è straniero o a chi è apolide, cioè a chi non ha cittadinanza.

Nella tradizione giuridica internazionale, esistono fondamentalmente due modelli su questo tema. Quello più diffuso a livello mondiale è il cosiddetto ius soli, cioè il diritto alla cittadinanza per il fatto di essere nato dentro il territorio di uno Stato.

È stato il diritto del cosiddetto modello francese, cioè il modello che nasce in Francia attorno al 1500 e che verrà rilanciato con forza dalla Rivoluzione Francese, la Francia è il primo paese in Europa e quasi l’unico che ha nella sua Costituzione questo tipo di diritto.

Ma è anche il modello di diritto delle grandi democrazie che sono state aperte all’arrivo degli immigrati, quindi il diritto tipico di un paese che ha accolto stranieri perché aveva bisogno in un determinato momento della sua storia nuovi cittadini e quindi considerava che il principale fattore d’integrazione partisse proprio dalla cittadinanza, non tanto per l’immigrato, che in ogni paese deve scontare dei periodi di tempo per acquisire la cittadinanza, ma per chi fosse nato in quel territorio.

Questo è stato il diritto che ha accompagnato la stragrande maggioranza dei 29 milioni d’Italiani che emigrarono tra il 1860 e il 1985.

Ricordiamo: il 43% dal nord Italia, Friuli, Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. È il diritto degli stati Uniti, del Canada, dell’Australia, dell’Argentina, del Brasile oltre che della Francia in Europa.

Sono pochi i paesi che non hanno riconosciuto questo diritto. Uno è tristemente noto da questo punto di vista: la Svizzera. Un paese nel quale le persone sono considerate semplice strumento, pezzi di un ingranaggio per il lavoro, da buttare via appena non servono più.

Seconda tradizione di diritto di cittadinanza è lo ius sanguinis, il cosiddetto modello tedesco. Si è cittadini perché uno o entrambi dei genitori sono cittadini di un determinato Stato.

Pensate che in Italia fino al 1984 la cittadinanza italiana veniva trasmessa solo per via paterna. È stato il Presidente Pertini che fece un atto di riconoscimento della cittadinanza motivandolo per il fatto che un cittadino congolese er figlio “di madre italiana” e quindi fece scattare il meccanismo che portò alla parità tra uomo e donna su questo tema.

Lo ius sanguinis è quello strano diritto, visto con gli occhi dell’oggi, perché riguarda i paesi che contrariamente ai paesi americani, hanno avuto dei grandi flussi in uscita, cioè dei grandi flussi di emigrazione, come appunto l’Italia. In questo modo, si manteneva un legame con i figli degli emigrati che erano andati a vivere da qualche altra parte.

È quel diritto ad esempio che permette che in Italia ci siano, quando si vota alle Politiche, 12 deputati e 6 senatori che arrivano dai collegi esteri, votati da persone che per la maggior parte non hanno nemmeno mai messo piede in Italia perché sono seconde, terze generazioni, che non pagano nemmeno tasse in Italia.

Mentre abbiamo il paradosso dei circa 4 milioni di immigrati che qui risiedono, lavorano e pagano le tasse allo Stato, ma non hanno diritto di voto nemmeno a livello amministrativo.

Oggi questa situazione sta cambiando velocemente, perché il Consiglio d’Europa del 6 novembre 1997 (non ratificato dall’Italia) ha dato l’indicazione di facilitare lo ius soli, cosa che sta facendo tutta l’Europa.

La Germania ad esempio che aveva appunto il modello tedesco, quindi lo ius sanguinis, ha introdotto questa modifica: basta un genitore residente da otto anni perché il figlio sia tedesco.

L’Irlanda: bastano tre anni di residenza del genitore. Il Belgio: bastano dieci anni di residenza del genitore. Sostanzialmente senza introdurre lo ius soli, di fatto stanno introducendo delle condizioni che riguardano i genitori e i tempi di residenza nel paese rispetto ai figli.

Quando parliamo di cittadinanza, parliamo di integrazione, ma il termine integrazione potrebbe risultare offensivo per chi nasce nel territorio di un paese, frequenta l’asilo nido, le scuole, si laurea e quindi non ha da “integrarsi” in un paese nel quale ovviamente è nato.

Ma fondamentalmente per quello che riguarda l’aspetto simbolico, visto che noi in questo momento stiamo riflettendo di quello, è fondamentalmente il riconoscimento di quello che hanno già fatto tanti Comuni, il riconoscimento dell’appartenenza ad una comunità.

Comincio a concludere velocemente con tre citazioni per capire quanto forse sia più trasversale rispetto agli altri due che abbiamo toccato sinora.

Per quale motivo sia leggermente incomprensibile il fatto che siamo qui stasera a discutere di un atto simbolico di un Comune perché non c’è la legislazione nazionale.

“È opportuno rendere così l’acquisizione della cittadinanza da parte dei minori figli di immigrati già di fatto integrati nella nostra comunità nazionale. È un’autentica follia, un’assurdità che dei bambini nati in Italia non diventino italiani”. Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica.

“La chiesa è favorevole al riconoscimento del diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia e conseguentemente al diritto al voto amministrativo, allo svolgimento del servizio civile per i giovani tra i 18 e i 28 anni”. Conferenza Episcopale Italiana 9 gennaio 2013.

“Io non sono un migrante, sono nato e vissuto in Italia. Perché tutti si rivolgono a me come a un immigrato, uno straniero? Io non sono altro che un nuovo Italiano che fatica a essere riconosciuto come tale. Sono il frutto dei sacrifici dei miei genitori emigrati che non viene coronato”. Un ragazzo di seconda generazione di Milano.

Concludo con un brano di una poesia di uno scrittore ligure molto importante che diceva questo alla fine dell’ottocento: “Ecco il Naviglio maestoso e lento, salpa, Genova gira, alita il vento, sul vago lido si distende un velo e il drappello sgomento solleva un grido desolato al cielo. Addio fratelli, addio turba dolente”. Edmondo De Amicis. Gli emigranti. Inizi del 900.

Su quella nave viaggiavano simbolicamente due giovani astigiani, che avrebbero avuto quattro figli a Buenos Aires, diventati Argentini per nascita e Italiani per discendenza, quindi con doppia cittadinanza.

Uno di questi figli qualche giorno fa è stato eletto Papa ed è il primo Papa emigrante della nostra storia, cioè figlio di emigrati di Asti, quindi cittadino Italiano secondo lo ius sanguinis e anche cittadino argentino in quanto nato sul territorio argentino.

Papa Francesco è un figlio dell’emigrazione italiana che grazie all’accoglienza ricevuta nella lontana Argentina oggi può rappresentare le aspettative di oltre un miliardo di cattolici nel mondo.

Come Papa Francesco il Presidente degli Stati Uniti d’America che è il simbolo di superamento di una storia di violenza, di schiavitù e anche in quel paese di lotta per la cittadinanza, quella degli Afroamericani, ci ricorda come tutto stia cambiando velocemente.

Le estensioni dei diritti non sono stati mai nella storia un problema, ma anzi, hanno liberato potenzialità, favorito il progresso e non volerli riconoscere equivale negare la nostra storia di popolo migrante.

Per il Comune di Arcore questa delibera si tratta di un atto simbolico, ma per i piccoli Arcoresi figli di immigrati che riceveranno la cittadinanza onoraria sarà un riconoscimento della loro appartenenza a questa comunità, una comunità locale che vede lontano e che nella sua autonomia politica vuole recapitare stasera un segnale forte alla politica nazionale.

Grazie per la vostra attenzione.

 

(La delibera è stata approvata con il voto favorevole di PD, SEL,Rifondazione, Lista Civica, PDL. Contrari: Lega Nord)

 

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