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La Cina è lo Stato più antico del mondo. 4000 anni di continuità territoriale, politica e linguistica spezzata nel ’900, ma solo dal punto di vista socio-politico, con il passaggio dal Celeste Impero alla Repubblica Popolare. Una rivoluzione, quella maoista, che abolì la nobiltà e distribuì la terra pubblica ai contadini, ma non cambiò l’essenza di un Paese nato attorno al nucleo statale modellato da Confucio e che rappresenta, in pieno terzo millennio, la versione aggiornata degli imperi dell’antichità, basati sul controllo delle risorse e sulla programmazione sociale.

La moderna Cina si è data come prossimo traguardo il più epocale cambiamento sociale mai tentato. Si tratta del piano per urbanizzare 400 milioni di contadini che abitano le aree rimaste arretrate dopo 30 anni di boom economico basato sullo sviluppo industriale e dei servizi.  Pechino prevede di investire una cifra da capogiro: ben 5 mila miliardi di euro da spendere nel prossimo decennio per garantire ancora alti livelli di crescita nei successivi 10 anni. Una programmazione che si spinge fino al 2035, un lasso temporale che mai nessuna potenza (vecchia o nuova) avrebbe potuto immaginare. La logica di questo piano, formulato dalla nuova dirigenza del Partito Comunista appena insediatasi, è che “recuperando” 400 milioni di cinesi al mercato della produzione industriale e dei consumi si porranno le basi per mantenere in attivo gli indici di crescita economica ancora per decenni.

Il piano servirebbe anche a “regolarizzare” i circa 200 milioni di cinesi che senza autorizzazione, ma anche senza espliciti divieti, si sono già spostati nelle città della costa. Cittadini che alimentano le catene di montaggio ma che non godono, non avendo avuto l’autorizzazione a cambiare residenza, dei servizi di base quali la sanità, l’educazione o l’abitazione. Il piano di urbanizzazione a tappe forzate, nelle intenzioni di Pechino, non dovrebbe appesantire ulteriormente le attuali metropoli, bensì sviluppare le città di “piccole” dimensioni (su scala cinese, quelle che oggi contano tra uno e due milioni di abitanti). Se il piano, finanziato con emissioni a catena di titoli di Stato, dovesse avere successo, la Cina del 2025 avrà una popolazione concentrata per il 70% nelle aree urbane.

Si tratta di un’impresa ciclopica, che presenta però grossi rischi se non sarà guidata con pugno di ferro. Da una parte si dovrà garantire una maggiore ridistribuzione del reddito per evitare i conflitti sociali, e dall’altra bisognerà evitare che lo svuotamento delle campagne incida pesantemente sulla sovranità alimentare di un Paese in bilico tra quanto è in grado di produrre e quanto ha bisogno di importare. Il riso, alimento di base dei cinesi e pilastro dell’agricoltura, è storicamente il prodotto che ha garantito l’autarchia alimentare. I dati dell’import di questo cereale dicono molto sui cambiamenti in corso: nel 2010 la Cina dovette importare 300mila tonnellate di riso, solo due anni più tardi si sono raggiunti i 2,5 milioni di tonnellate. Lo stesso vale per la carne, di cui la Cina è già il quarto consumatore mondiale, e alla cui produzione viene destinato un terzo della produzione cerealicola locale.

La bilancia agricola cinese nel 2012 ha raggiunto il passivo record di -54 miliardi di dollari. Pechino, come tutti gli imperi, al momento di programmare fa i conti con le riserve globali di alimenti: proprio per questo motivo c’è da essere molto preoccupati per il futuro dell’alimentazione di un mondo dal quale scompaiono progressivamente i contadini, coloro i quali hanno permesso la vita dell’umanità sulla terra dal Neolitico in poi, e sono sempre stati indispensabili per la nascita e lo sviluppo delle città.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Mentre la comunità degli Stati fatica, rallenta e si ferma, dilatando i termini di entrata in vigore degli accordi, c’è chi invece viaggia spedito. Il fenomeno del cambiamento climatico, come ormai accertato dalla comunità scientifica internazionale, è generato da diversi fattori, in parte riconducibili ai cicli del pianeta e in parte dovuti alle attività umane. Prima tra tutte, la combustione delle fonti energetiche di origine fossile – carbone, petrolio e gas naturale – che liberano nell’atmosfera CO2 e altri “gas serra”.

Il cambiamento climatico in corso, con l’aumento della temperatura media mondiale, ha tra gli altri effetti quello dello scioglimento dei ghiacci polari. Dal 2011 il Mar Glaciale Artico, dove si trova il Polo Nord magnetico, è navigabile durante l’estate: grazie a questa novità, in sé negativa, si è scatenata una nuova caccia all’oro nero. La Norvegia, confinante con queste acque fino a ieri sigillate dai ghiacci, sta per stanziare una cifra miliardaria per trasportare sulla terraferma il petrolio che dovrebbe essere estratto dai fondali del mare di Barents, una delle zone più promettenti. Il consorzio formato dalla compagnia statale norvegese Statoil insieme alla connazionale Peroro e all’italiana ENI prevede di pompare 200mila barili al giorno da trasportare con un oleodotto lungo 300 chilometri fino a Goliat, il maxi deposito di gas e petrolio progettato e costruito dall’ENI. Entro quest’estate la Norvegia rilascerà 86 nuove licenze di trivellazione, 72 delle quali proprio nel Mare di Barents.

Difficilmente gli altri Stati che si affacciano sul Mar Glaciale Artico rimarranno a guardare. Si calcola che sotto le acque liberate dai ghiacci si celi un quinto delle riserve petrolifere ancora esistenti al mondo. A breve le rivendicazioni sulla sovranità di queste ricchezze potrebbero creare conflittualità, e questo perché in passato, dato il poco o nullo interesse economico, le delimitazioni delle aree di pertinenza dei diversi Paesi sono state molto vaghe. C’è anche un fronte americano che riguarda questa corsa al petrolio artico: la società Shell sta trivellando in Alaska, ma ha dovuto rallentare i lavori per via delle condizioni meteorologiche non proprio ideali. Le prospezioni parlano di ingenti riserve anche sotto la baia di Baffin, tra la Groenlandia e il Canada, e al largo delle coste russe. Anche la Danimarca, in quanto potenza di riferimento per la Groenlandia, si prenota per la corsa.

Si va delineando, insomma, una nuova opportunità per ribadire la dipendenza della nostra economia dal petrolio e dal gas. Stavolta saranno estratti da terre che fino a ieri, nelle intenzioni di tutti, erano destinate a rimanere intatte in quanto Patrimonio dell’Umanità. Investimenti miliardari che avrebbero potuto essere dirottati verso la ricerca di fonti alternative di energia, risorse sostenibili e rinnovabili.

È una doppia sconfitta per chi da decenni si batte affinché la riduzione dei danni provocati dal cambiamento climatico coincida con una nuova politica energetica che potenzi l’autoproduzione, le fonti rinnovabili e la tutela ambientale. Quando, per “andare avanti”, si arriva a pompare petrolio perfino dal Polo e si fratturano idraulicamente le rocce a oltre tremila metri di profondità per ricavare gas, è evidente che si sta entrando nella fase di agonia di un modello di sviluppo basato sulla disponibilità di fonti energetiche fossili, da ricavare a qualunque prezzo. La domanda da porsi è se domani le cose cambieranno a causa dell’esaurimento definitivo degli idrocarburi o per l’impatto drammatico di queste scelte sull’ambiente: in ogni caso, il prezzo da pagare sarà sicuramente molto alto.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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 Corralito in spagnolo è il diminutivo di “corral”, il recinto dove si rinchiude il bestiame. Un recinto di solito circolare perché gli animali possano correre, ma senza uscire. In Argentina il corralito, applicato in economia, fu una trovata del’indimenticabile, per gli argentini, super Ministro dell’Economia Domingo Cavallo. L’uomo che prima con Menem e poi con De La Rua applicò fino in fondo la norme dettate dall’ortodossia neoliberale, svendendo ogni bene dello Stato e massacrando welfare, istruzione e politiche industriali. Il capolavoro di Cavallo fu però la parità tra il peso e il dollaro in rapporto uno a uno. Quando questo modello cominciò a mostrare la corda, soprattutto perché il peso dollarizzato spingeva fuori mercato l’export argentino e aveva privato lo Stato di una politica monetaria sovrana, iniziò la fuga di capitali verso altri paesi che Cavallo tentò di stoppare applicando appunto il “corralito“. Così il 1° dicembre 2001, a sorpresa, vengono bloccati i conti correnti e i depositi degli argentini autorizzando solo il ritiro di una cifra giornaliera di pochi dollari. Era l’inizio di una crisi che portava alla fuga  del Presidente De La Rua alla vigilia di Natale e al default del paese un mese dopo. I risparmiatori che avevano in banca un peso equivalente a un dollaro, riusciranno ad ottenere, alla fine delle restrizioni nel 2002, un dollaro ogni 3 pesos. I risparmiatori argentini avevano perso 2/3 del valore dei soldi sui conti correnti ai quali si aggiungeva la svalutazione del valore dei bond del Tesoro. Le somiglianze con quanto sta accadendo in Cipro sono tante, ma una la grande differenza. In Cipro, di notte e a sorpresa (sono sempre operazioni a banche chiuse), si sta decidendo di introdurre un prelievo forzoso sul risparmio. Si è deciso quindi di prolungare la chiusura delle banche e bloccare i bancomat (il corralito appunto) e nel frattempo si discute quale sarà il prelievo sui conti correnti e sui depositi attraverso una Patrimoniale obbligatoria e direttamente prelevata dallo Stato dai conti correnti. La differenza con la situazione argentina? Che essendo Cipro un paese dell’area euro non può svalutare la moneta né fallire, ma può solo aumentare la pressione fiscale o procedere con patrimoniali. I cittadini ciprioti non si troveranno come gli argentini con una moneta svalutata, ma con meno quantità di euro. Una differenza probabilmente deleteria per i risparmiatori, ma una bella differenza per l’economia del paese. Uno Stato fortemente indebitato che riesce a svalutare, e in casi estremi a fallire, riconoscendo solo una parte dei propri debiti, è già sulla strada di un possibile risanamento o comunque di un’effetto rimbalzo dovuto al deprezzamento. E’ quello che è successo con l’Argentina tra il 2003 e il 2011, con un’economia cresciuta a ritmi asiatici. Il Cipro, così come la Grecia, pagherà le conseguenze dell’aggiustamento strutturale senza potere mai seriamente intaccare lo stock del debito né avere un vantaggio comparativo per i propri servizi o merci. Il corralito cipriota diventa anche un modello che domani si potrebbe applicare in Italia (dove esiste già il precedente della “tassa per l’Europa” di Amato), Spagna, Portogallo, ma soprattutto è una misura senza futuro. Rigore senza crescita ed esproprio del risparmio  non fanno che allungare l’agonia di paesi che non sono in grado, senza svalutare o fallire, di affrontare la loro situazione debitoria. Gli esperti europei che durante la notte consigliano i governi di mettere in atto queste misure sanno perfettamente che sono mosse disperate, ma per ora, non avendo idee migliori, i costi della crisi continueranno a farli pagare agli stessi.

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Ridurre il valore anche simbolico dell’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, alla polemica sulle sue presunte colpe durante la dittatura militare argentina degli anni ’70 rivela una visione molto ridotta delle sfide che questo pontificato dovrà affrontare.

Bergoglio, come tutti i papabili provenienti da Paesi che hanno subito dittature, non ha un profilo limpidissimo in relazione ai comportamenti tenuti in quegli anni bui. La Chiesa argentina, sotto la dittatura, si divideva tra una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta, e un’area definita “grigia”, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, senza condannare pubblicamente i generali, nemmeno li considerarono mai come la salvezza del Paese, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone.

Bergoglio e la Compagnia di Gesù si collocavano sicuramente in quest’ultima situazione. L’unico episodio che riguarda da vicino il nuovo pontefice, cioè il sequestro e la detenzione clandestina di due giovani gesuiti rilasciati 5 mesi dopo, è stato ricostruito dal giornalista Horacio Verbitsky nel suo libro L’isola del silenzio. Verbitsky azzarda una domanda inquietante. Si chiede cioè se quei due gesuiti, che davano fastidio per il loro lavoro insieme ai poveri, e che erano stati prima avvertiti e poi cacciati da Bergoglio, siano stati denunciati ai militari proprio dal loro superiore. Questa tesi, mai dimostrata per ammissione dello stesso Verbistsky, appare piuttosto improbabile: i sacerdoti di quel tipo erano già ben noti ai militari senza bisogno di denunce. Piuttosto, il fatto che i due siano stati liberati dopo 5 mesi lascia intuire che con ogni probabilità i vertici della Compagnia di Gesù si mossero per ottenerne il rilascio.

La figura di Francesco I è però carica di altri significati per una Chiesa in profonda crisi. Da un lato il papa è un convinto sostenitore dei principi tradizionali della dottrina sui temi riguardanti i matrimoni gay, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’aborto. Dall’altra è un severo critico del modello neoliberale e delle sue conseguenze. Infine, è da sempre un uomo che fa dell’austerità e del rifiuto dei privilegi uno stile di vita. Si può prevedere che sarà un vescovo di Roma intransigente, e che proverà a ripulire la Curia dai corvi e dai legami pericolosi con la finanza deviata.

Ma anche, e questa è la dimensione globale della scelta, Francesco I è il primo pontefice non europeo, il papa che inaugura davvero l’era della Chiesa mondiale. In particolare, è il primo papa dell’America Latina, il continente dove vive circa il 40% dei fedeli cattolici. Una Chiesa giovane e forte, quella sudamericana, ma messa sotto scacco da parte delle religioni cristiane riformate che raccolgono quotidianamente nuovi fedeli.

Si può dire che l’elezione di Francesco I costituisce un riconoscimento ufficiale dei mutati equilibri mondiali, nell’era dei BRICS e del G20. Un Papa che parlerà molto di Europa e di economia, come fece sempre durante gli anni più duri del “dopo default” argentino, ma che saprà parlare anche alle nuove chiese con un linguaggio più comprensibile. Non va dimenticato infine che Bergoglio è un gesuita, e quindi il dialogo con l’Oriente e con l’Islam sarà un altro caposaldo del suo pontificato. I Gesuiti, da sempre considerati l’eminenza grigia della Chiesa ma finora sempre tenuti fuori da San Pietro, per la prima volta conquistano la massima istituzione cattolica: con Bergoglio, dovranno dimostrare se la loro formula, stare con gli ultimi senza disdegnare il potere, funziona ancora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il G20, il nuovo club delle potenze mondiali allargato ai Paesi emergenti, non ha nei confronti dei beneficiari della globalizzazione lo stesso atteggiamento passivo che caratterizzava il suo predecessore, il G8. Una delle ragioni di questa discontinuità è l’origine delle compagnie transnazionali che in questi anni hanno sbaragliato la concorrenza locale nei principali mercati mondiali: tutte sono espressione dei Paesi di “vecchia industrializzazione”. Ma c’è anche un’altra motivazione, da rintracciare nel declino di quell’ideologia che ieri lasciava le mani libere agli attori del mercato globale.

Il G20 ha recentemente posto l’attenzione sulla cosiddetta “erosione della base imponibile”. In termini intelligibili, si sta parlando della possibilità di evadere legalmente le tasse di cui godono le imprese multinazionali. Il gioco è molto semplice, addirittura banale. Si è creato in questi anni un particolare “reddito senza Stato”, cioè un’imponibile prodotto in Paesi a fiscalità normale, come l’Italia, ma sul quale si pagano le tasse nei paradisi offshore in cui risultano registrate le aziende multinazionali. Non solo. Si tende anche a spostare parte del guadagno ottenuto in un Paese ad alta tassazione verso altri a bassa o nulla tassazione con operazioni interaziendali sull’orlo della truffa.  Con uno slogan: “guadagno i soldi qui, ma pago le tasse dove voglio”. Un giochino che per la sola Italia vale, secondo le stime della Guardia di Finanza, oltre tre miliardi di imposte non versate, una cifra molta vicina – per esempio – a quanto costerebbe risolvere la vicenda degli esodati.

Le aziende più lungimiranti, come Google, Amazon o Apple, stanno cercando di raggiungere concordati fiscali nei vari Paesi prima che cali la mannaia dell’imposizione. Ma la situazione creata da questa fiscalità virtuale non riguarda solo il mancato versamento delle tasse, si configura anche come concorrenza sleale: mentre una software house italiana o francese paga in media il 30% di tasse, la Microsoft sui prodotti venduti in Francia o Italia se la cava con il 5%. Questo spiega anche la politica di prezzi di alcune di queste multinazionali, che possono offrire ai consumatori proposte economicamente imbattibili sì per i quantitativi che raggiungono, ma anche per i vantaggi fiscali di cui godono.

I colossi dell’economia globale diventano oggi appetibili per gli Stati in affanno perché le loro potenzialità in materia fiscale sono enormi. C’è da capire se il loro modello di impresa reggerà a un cambiamento in questo senso, ma al di là delle singole valutazioni, si tratta innanzitutto di sanare un’ingiustizia nei confronti delle imprese di dimensioni nazionali che non possono eludere i loro obblighi fiscali nei confronti del Paese nel quale operano. Ora sarà l’OCSE, con l’avallo del G20, a stilare entro luglio un piano d’azione che consenta di agire tutti insieme e contemporaneamente, così da evitare fughe verso i paradisi fiscali.

In sintesi, i Paesi del G20, quasi tutti alle prese con le difficoltà di risanamento dei conti pubblici, potrebbero ottenere una boccata di ossigeno da una riforma della fiscalità delle multinazionali. Per scelta o per disperazione, si sta per compiere un altro passo verso la fine della globalizzazione senza regole, fino a ieri intesa come mito, come toccasana per il progresso dell’Umanità. Si apre un nuovo capitolo nella conflittualità crescente tra l’economia che vuole continuare a operare senza regole e la politica, che deve rendere conto e fornire servizi a cittadini-elettori sempre più indignati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La complicata vicenda dei due marò del reggimento San Marco detenuti in India per l’uccisione di due pescatori scambiati per pirati ci parla dello stato dei rapporti tra i Paesi occidentali e le nuove potenze emergenti mondiali. Senza entrare nel merito del processo che si celebra nel Kerala, la situazione è di grande novità: per la prima volta in situazioni simili, è stato rispettato il diritto internazionale non a favore del Paese europeo, ma in base alla posizione assunta dalla nazione dei due pescatori uccisi.

Lo scenario è quello delle acque dell’Oceano Indiano infestate da pirati, uno dei tanti punti del pianeta dove la navigazione si fa solo sotto scorta, come nel Mar Rosso, lungo le coste del Corno d’Africa, del Golfo di Guinea o dell’Indonesia. I tempi della filibusta in realtà non sono mai finiti. I nuovi galeoni con l’oro della globalizzazione, e cioè petrolio e apparecchi elettronici, sono sotto tiro non solo per le merci trasportate, ma soprattutto per il riscatto che i pirati riescono a farsi pagare per liberare navi ed equipaggi. Questo grazie ai Paesi non-luogo, Stati che fanno comodo a tutti per i più diversi traffici, dalla Somalia alla Liberia: le basi ideali per i pirati con il satellitare.

Ma i nostri due marò, sui quali si pronuncerà appunto la giustizia indiana, sono rimasti coinvolti in una vicenda che, per la prima volta, si concluderà secondo tutti i crismi della legge. Una merce rara di questi tempi. Non solo si sono consegnati alla polizia indiana, ma hanno usufruito di un permesso per tornare in Italia dalle famiglie durante il Natale. E, cosa più incredibile, sono rientrati in India per sottoporsi al verdetto della giustizia locale. La spiegazione di tanto rispetto manifestato nei confronti delle procedure di un Paese lontano, considerato inaffidabile dal punto di vista della macchina statale e con alti livelli di corruzione, va cercata nella tabella degli scambi commerciali tra Italia e India. Dai discreti 2 miliardi di dollari USA del 2000 si è passati ai 9 miliardi del 2011 e si calcola che entro il 2015 si raggiungeranno i 15 miliardi.

Sono oltre 400 le imprese italiane che negli ultimi anni hanno investito in India. Ci sono tutti (o quasi) i nomi chiave del capitalismo italiano: Fiat, Pirelli, Piaggio, Ferrero, De Longhi, Saipem. L’India insomma è una delle due porte per l’ingresso ai grandi mercati asiatici, insieme alla Cina. L’Italia si gioca le sue carte forte anche del ruolo di facilitatrice svolto dal più importante politico indiano, l’italiana Sonia Gandhi. A questo punto il diritto internazionale va rispettato. I due marò si sottopongono alla giustizia locale e, dopo il permesso natalizio, mantengono la parola data. Parrebbe un mondo ideale se non ci fosse il dato economico a farla da padrone. Quello che si può concludere è che la crescita economica dei Paesi Brics (e associati) renderà sicuramente più rispettato il diritto internazionale: se non altro per non perdere buone opportunità di business.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il 2013 sarà il quinto anno segnato dalla crisi economica esplosa prima negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa. Leggendo i pronostici dei più autorevoli studiosi di politica internazionale, si ha l’idea che ormai sia diventata cronica l’impotenza di chi dovrebbe prendere decisioni, giuste o sbagliate, per provare a riattivare un ciclo economico positivo.

Ogni mattina si attende il responso dei mercati incrociando le dita, con lo stesso atteggiamento con il quale gli antichi greci si rivolgevano all’oracolo di Delfi. La passività non si limita all’aspetto economico e finanziario: la politica boccheggia anche su altri fronti. Il massacro in Siria, la deriva nordafricana, l’infinito conflitto afgano e quello israelo-palestinese, i covi dei pirati offshore, le mafie che insanguinano interi Paesi sono tutti problemi da risolvere. Però si rimandano decisioni e azioni a un tempo sempre di là da venire.

Il mondo del 2013 paga le conseguenze di due giganteschi vuoti, l’uno conseguenza dell’altro. Il primo è la mancanza di leadership globale. Gli Stati Uniti rimangono una potenza globale ormai solo in virtù della loro forza militare, ma al loro interno sono dissanguati dal conflitto tra democratici e repubblicani sulla riforma del fisco e più in generale sul modello di società. L’Europa è invece zavorrata dalla crisi dei Paesi più deboli, non risolta in tempo, e dalle politiche imposte da quelli più forti, che dalle difficoltà degli altri Stati cercano di trarre guadagno. La Cina, l’India e il Brasile sono ancora potenze regionali, prive di peso reale negli equilibri “che contano”. Il resto del mondo è semplicemente ininfluente.

Il secondo vuoto, legato al primo, è quello delle idee. Il mondo ha bisogno di una rivoluzione culturale, politica ed economica che parta dal basso. La riflessione sul modello di sviluppo va tradotta in politiche possibili: occorre immaginare meccanismi istituzionali internazionali che stimolino azioni collettive così che si possano produrre beni pubblici globali. E occorre distinguere una volta per tutte ciò che è giusto sia affidato al mercato e ciò che invece deve rimanere di pertinenza della sfera pubblica, perché sia garantita l’universalità dell’accesso ai beni fondamentali.

La qualità dell’ambiente, la redistribuzione di redditi e ricchezze, la promozione di politiche fiscali giuste e sostenibili, il controllo dei mercati, la diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, la riconversione delle fonti energetiche, la lotta senza tregua alle mafie e alla corruzione: tutti questi temi dovrebbero far parte della nuova agenda del mondo.

Davanti alla crisi degli Stati, una simile rivoluzione può nascere soltanto dalla forza di cittadini organizzati e partecipi. Per questo, in testa all’agenda del 2013, va collocata la tutela del primo bene comune: la democrazia, quella vecchia modalità di convivenza civile senza la quale l’orizzonte diventa buio. È proprio lei, la democrazia, che rischia di pagare il prezzo più salato della crisi economica e di credibilità di una politica miope.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare network)

 

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Ormai i siamo alla tanto temuta fine del mondo. La data del 21 dicembre 2012 che sarebbe scritta nel calendario maya come “il fine corsa” ha indotto non solo giornali di dubbia serietà a lanciare l’ipotesi dell’apocalisse vicina. Anche la RAI e il suo vicedirettore Roberto Giacobbo, ineffabile druido di Voyager, hanno macinano puntate e puntate sulla profezia dei maya, inserita in una più generale storia dell’umanità contrassegnata dal Santo Graal e dalle piramidi degli antichi egizi, senza dimenticare l’Area 51 del Nevada e i Templari. Italia1 si prepara invece allo “Speciale Fine del Mondo” alla vigilia della fatidica mezzanotte.

Quando si parla del calendario maya si fa riferimento a una modalità di misurazione del tempo senza dubbio molto evoluta per il contesto e per l’epoca nella quale è maturata. Una misurazione che però è figlia di una ben determinata concezione del tempo e della vita sulla terra. I maya, come gli egizi, i greci, i celti, i cinesi, gli indiani e gli aborigeni australiani, concepivano il tempo in modo circolare. Per loro, cioè, le cose che succedono oggi sono già accadute ieri, e accadranno anche domani. La storia procede per cerchi, o cicli, che si chiudono per cedere il passo ad altri, finché si torna di nuovo all’origine in un moto perpetuo. Fu il cristianesimo a introdurre un concetto rivoluzionario nella concezione del tempo, la storia lineare. Cioè una storia della creazione con un inizio e una fine. Una storia che procede non per cicli, ma per progressione. Sant’Agostino è stato forse il primo pensatore, commentando la fine dell’Impero romano, ad azzardare l’idea che ci fossero un “prima” e un “dopo”, quindi un passato e un futuro.

Da questo filone di pensiero derivano i concetti di sviluppo e modernità, termini intraducibili in molte lingue. Nel calendario maya ogni ciclo, come quello che sta per terminare quest’anno, si chiude con grandi sconvolgimenti. In realtà si tratta di simbologia, cioè un modo di sottolineare la drammaticità del momento di passaggio e anche la paura per il cambiamento, per quanto esso non sia mai definitivo. Una paura che l’Occidente conobbe molto bene quando il calendario gregoriano segnò l’anno Mille dalla nascita di Gesù Cristo. Il 21 dicembre 2012 non succederà quindi nulla che abbia a che fare con il calendario maya, se non il perdurare dello sguardo etnocentrico dell’Occidente sulla cultura degli altri.

I maya, che secondo la letteratura-paccottiglia sarebbero una civiltà del passato, in realtà sono ancora vivi e vegeti tra il Guatemala, l’Honduras e il Messico meridionale. Continuano a credere in un ordine temporale antico e non si stanno affatto preparando a morire. I loro problemi sono altri, stretti come sono nella morsa tra la povertà e la guerra che contrappone Stati e narcos. Il 21 dicembre i maya forse si divertiranno, avranno qualche turista in più. Poi la vita continuerà come tutti i giorni, in una nuova era che si godranno da soli e della quale non avremo notizie. Un’era che per i maya si apre sotto buoni auspici, perché almeno i media li lasceranno in pace per qualche secolo.

Alfredo Somoza

Come le foglie in autunno, stanno cadendo uno a uno i dogmi economici degli ultimi 30 anni. I capisaldi della scuola di pensiero liberale dei professori dell’Università di Chicago – Friedman, Harberger e Stigler – stanno andando progressivamente in soffitta. Dopo avere ispirato i governi di Ronald Reagan e della signora Thatcher, oltre a una nutrita schiera di presidenti latinoamericani degli anni ’90, il neoliberismo non è più criticato soltanto dai movimenti antagonisti. Oggi a volerlo dimenticare sono anche le istituzioni che in passato si sono abbeverate alle sue idee.

In questi giorni si sono aperti simultaneamente due fronti. Il Fondo Monetario Internazionale, sotto la pressione dei Paesi BRICS, ha riconosciuto che alcune misure di controllo sui flussi di capitali possono rivelarsi giustificate e utili per evitare che interi Stati soccombano a terremoti finanziari. Ne sanno qualcosa l’Indonesia, il Messico, l’Italia della liretta, l’Argentina pre-default che hanno dovuto subire la forza d’urto dei capitali volanti, quelli che si spostano senza limitazioni da un Paese all’altro determinando impennate alternate a crolli di valute e borse locali. Già da due anni il Brasile chiedeva ad alta voce questo intervento, visto che è diventato destinazione di capitali speculativi internazionali in cerca di alti rendimenti: un flusso di denaro che finisce con il provocare la sopravvalutazione del real, penalizzando le esportazioni.

Sempre in questi giorni, a Londra il ministro dell’Economia (appartenente al partito conservatore che fu di Mrs. Thatcher) apre la lotta alle multinazionali che vendono merci e servizi nel Regno Unito, come i giganti Amazon e Google, ma pagano solo un ridicolo 3% di tasse in Lussemburgo. Da noi una sentenza del Tribunale del Lavoro ha stabilito che la compagnia aerea Ryanair dovrà applicare la legislazione del lavoro italiana ai suoi dipendenti italiani, e non più quella irlandese, più permissiva. Va chiarito che queste imprese non hanno commesso alcun reato. Finora si sono mosse all’interno delle non-regole degli anni ’90, quando FMI e Commissione Europea avevano adottato i dogmi appunto dei Chicago boys, deregolamentando il mercato dei capitali e permettendo alle multinazionali di scegliersi liberamente il Paese più conveniente per pagare tasse e stabilire contratti di lavoro.

Ora la crisi sta spingendo la politica a riprendere il suo ruolo regolatore e, soprattutto, a ridare un senso logico all’economia globale, che non può più basarsi solo sull’interesse dell’imprenditore, ma deve considerare anche quello dei lavoratori e delle comunità locali e nazionali. Queste prime avvisaglie, che rivelano come la politica stia tornando a occuparsi di economia, compongono un confuso puzzle in un momento di smarrimento. Appaiono più come il frutto del bisogno di cassa che come conseguenza di un ragionamento serio, e senza coordinamento non potranno avere un seguito: se non si traducono in misure condivise saranno facilmente aggirabili.

Ciò che per ora ci limitiamo a registrare è che stanno crollando diversi paradigmi che fino a ieri sembravano inamovibili. È una conseguenza della crisi e anche del maggiore protagonismo dei Paesi che in passato hanno subito senza potersi difendere. Solo il tempo ci farà capire se da queste macerie nascerà un New Deal globale oppure torneremo ai tempi delle chiusure e delle autarchie, a quando il peso di uno Stato dipendeva solo dal numero delle cannoniere in suo possesso.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Quando si discute dello sviluppo dei Paesi che una volta chiamavamo “del Terzo Mondo”, siamo tutti d’accordo nel riconoscere il ruolo positivo degli investimenti in infrastrutture, formazione e sanità pubblica. E tutti sosteniamo l’importanza di creare condizioni favorevoli agli investitori. Però, poco o mai si parla di quel flusso costante di valuta pregiata che entra nei Paesi poveri e poverissimi tramite i money transfer e che si distribuisce capillarmente sostenendo i consumi alimentari, gli studi, le cure mediche, l’avvio di attività economiche. In linguaggio tecnico si chiamano rimesse. Sono i soldi che gli emigrati mandano ai familiari rimasti in patria.

In Italia dovremmo conoscere bene questi flussi di denaro: a cavallo tra il XIX e il XX secolo erano uno dei pilastri del bilancio nazionale. In alcune regioni, come nelle Marche, in Liguria e in Friuli, furono il volano per economie locali storicamente depresse. Nel contesto della crisi odierna, le rimesse figurano nel ristretto elenco delle voci dell’economia globale che non conoscono contrazioni. Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, nel 2014 si dovrebbero addirittura superare le previsioni. E non parliamo certo di spiccioli: quest’anno ci si attende una movimentazione di rimesse pari a 534 miliardi di dollari USA, 406 dei quali assorbiti dai Paesi emergenti. Molto, ma molto di più dei fondi residuali destinati alla cooperazione allo sviluppo.

I principali destinatari di questi flussi sono India, Cina, Filippine, Messico e Nigeria, seguiti da Egitto, Pakistan, Bangladesh e Vietnam. Soldi che “alimentano” milioni di piccoli commercianti, artigiani, scuole e cliniche private, imprese edili. Le famiglie che ricevono queste rimesse consumano, generano occupazione ed entrate fiscali. E migliorano le condizioni di vita. Sono molti i governi che si adagiano su questi fondi con i quali i cittadini poveri si pagano da soli ciò che lo Stato non fornisce. Per il Tagikistan, la Moldova, il Lesotho, la Tunisia, la Liberia, il peso delle rimesse si aggira tra il 20 e il 40% del PIL nazionale: sono la prima voce dell’economia. Come sempre, dove girano molti soldi c’è chi guadagna sulla movimentazione. Le agenzie specializzate nei trasferimenti applicano una commissione sulle operazioni pari in media al 7,5%, ma in Africa si arriva a toccare il 12%. Praticamente a livelli di usura.

Una politica europea sull’immigrazione non può fare a meno di questo dato: gli immigrati svolgono un ruolo importante, simultaneamente, in due mondi. Sia nei paesi che richiedono manodopera per sostenere i propri livelli di benessere e di produttività, sia nei paesi nei quali le rimesse degli emigrati creeranno sviluppo, capitalizzazione, opportunità di studio e di sostegno alle famiglie.

La politica dell’Unione Europea di sostegno ai ritorni volontari di immigrati rimasti senza lavoro in Europa, con aiuti economici per il viaggio e consulenza, formazione e microcredito nei paesi di origine, è una valida alternativa alla barbarie delle espulsioni coatte e dei CIE. E’ importante che chi torna dopo anni di lavoro in Europa venga sostenuto per il suo reinserimento in paesi che nel frattempo, e sono tanti, sta vivendo un periodo economico di crescita.

Non è possibile però che ci siano 29 diverse politiche sull’immigrazione in ambito comunitario e che drammi come quelli quotidiani a Lampedusa siano problemi dei soli paesi mediterranei. Una politica comune per il Mediterraneo dovrebbe partire dalla creazione di opportunità di lavoro nei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, oltre che dalla stabilizzazione della situazione politica in fiamme dopo il crollo dei regimi totalitari a lungo sostenuti dall’Europa stessa.

Partiamo dalle  rimesse, l’unico flusso finanziario costante da Nord verso Sud, e anche il flusso più democratico e capillare: arrivano a raggiungere anche l’ultimo degli ultimi. Oltre a generare questo fiume di denaro verso Sud, gli emigrati, grazie al peso positivo dei loro contributi, garantiscono stabilità ai sistemi pensionistici dei Paesi in cui vivono e lavorano. Paesi in cui sono fondamentali anche dal punto di vista della stabilità demografica. Questi flussi vanno ricondotti dentro canali “formali” evitando lo strozzinaggio dei grandi call money che impongono tassi di oltre il 10% sui piccoli quantitativi. Detassare le rimesse e eliminare i costi dei trasferimenti sarebbe un’efficace politica di cooperazione allo sviluppo.

Insomma, non possiamo pensare a politiche per un’Altra europa senza affrontare il nodo di politiche che mettano al centro la razionalità in materia di flussi di persone, che hanno un ruolo economico e sociale ma sono allo stesso tempo soggetti con diritti sempre meno riconosciuti.

Gli emigrati giocano un ruolo centrale in due diverse società che, lontane per storia, economia cultura, vengono rese più vicine proprio da questi lavoratori globali: creano ricchezza nel Paese “di scelta” e ricchezza nel Paese di origine. Gli unici eroi della globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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