Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Pubblicato: 25 gennaio 2016 in Mondo
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Dal 1° ottobre 2016, la moneta cinese (lo yuan o renminbi) entrerà nel ristretto club delle valute di riferimento mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di assegnare alla moneta di Pechino il 10,92% dei “diritti speciali di rilievo”, l’unità di conto delle riserve dell’istituzione multilaterale. Saranno quindi cinque le monete che comporranno il paniere delle valute forti: le altre sono il dollaro USA (42%), l’euro (31%), la sterlina britannica e lo yen (8% ciascuno). Un successo per la Cina, che in qualche modo compensa la delusione per il persistente veto statunitense che ha finora bloccato una maggiore partecipazione di Pechino al capitale dell’istituzione monetaria globale. Nell’assemblea del FMI i fondi conferiti generano quote equivalenti a voti: in questa istituzione fortemente voluta dagli USA, infatti, non vale il principio “una testa un voto” ma i voti sono ponderati in base alla partecipazione al capitale del Fondo stesso.

La valuta della Cina, Paese ancora formalmente comunista, entra dunque nel “salotto buono” delle monete: un evento che spiega meglio di cento trattati il successo del lungo percorso iniziato alla fine degli anni ’70, con le riforme di Deng Xiaoping. Riforme che hanno creato innanzitutto due realtà separate: la Cina profonda, delle campagne su base collettivista, e le moderne città della costa, aperte all’afflusso di capitali stranieri e all’arricchimento personale. Una contraddizione che non è mai esplosa, ma anzi ha alimentato il più grande spostamento di manodopera mai registrato all’interno di una singola nazione.

Oggi la Cina è la seconda economia mondiale e vanta il principale apparato industriale del pianeta. Ma detiene anche il record dell’inquinamento e dell’impatto sul cambiamento climatico perché non produce beni solo per il proprio mercato ma è di fatto la fabbrica del mondo.

Le debolezze sono anch’esse visibili, e riguardano principalmente l’architettura finanziaria del Paese, come è emerso nello scorso luglio durante la tempesta che ha investito la Borsa di Shanghai. Il mercato finanziario di Pechino è grande ma squilibrato, il mercato dei capitali è ancora inadeguato e quello azionario dominato dalla speculazione.

Ma un dato è indiscutibile: il riconoscimento internazionale dello yuan anticipa il prossimo conferimento dell’ultimo attestato, che sancirà il definitivo ingresso della Cina tra i Grandi del mondo. E cioè il riconoscimento dello status di “economia di mercato”, cosa che non è una semplice formalità. Se rilasciato, abbatterebbe i dazi che le merci cinesi devono pagare quando entrano in Europa o negli USA, e Pechino sbaraglierebbe definitivamente i settori industriali superstiti in Occidente.

La logica dice che la Cina ha ormai superato tutte le prove per dimostrare che non è una forza antagonista alle vecchie potenze né al capitalismo. Ma la strada è ancora lunga per il gigantesco Paese-laboratorio che, negli ultimi 20 anni, non solo ha ridefinito il mercato mondiale ma ha portato anche a rimettere in discussione il rapporto tra benessere e democrazia: due concetti che, fino al successo cinese, parevano costituire un binomio obbligato.

Ecco la Cina che con le sue contraddizioni, con il suo partito unico, con la sua moneta fino a ieri valida solo all’interno dei confini nazionali non solo rivendica ma comincia a guadagnare poltrone di prestigio nei vecchi club dell’Occidente.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Nelle trattative in corso tra UE e USA per il TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti) il nodo dei marchi di tutela dell’agroalimentare (DOP, IGP, STG) non è stato ancora affrontato. E questo perché, in linea di principio, non vi sono gli estremi per discuterlo. Nel senso che l’Europa ha sviluppato nei decenni un vasto programma di sostegno e di riconoscimento della tipicità, la territorialità e la trasparenza sull’agroalimentare, mentre negli Stati Uniti tali dimensioni sono ignorate dalla legge e rimangono oggetto di lotta, per affermarli, soltanto da parte delle associazioni di consumatori. Un vuoto legislativo, voluto, che ha fatto prosperare il cosiddetto “italian sounding”, cioè i prodotti che “suonano” italiani, ma che italiani non sono. Formaggi, prosciutti, vini, prodotti negli Stati Uniti per il mercato locale e che in Europa non possono entrare, anzi, sono contrastati dalla legislazione europea che perseguita e punisce gli importatori (non solo statunitensi) che violano le normi vigenti. Da una recente inchiesta promossa dal Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano tra i consumatori a stelle e strisce di formaggio “parmesan” (il finto parmigiano) si apprende che il 67% degli acquirenti è convinto che si tratti di “formaggio italiano”. Questo dato smentisce la tesi dei falsari di oltreoceano, che in modo ingannevole utilizzano un marchio europeo per commercializzare il loro prodotto, spiegando che il “parmesan” è ormai considerato dai consumatori un formaggio “americano”. Il punto che si pone ora nel negoziato TTIP è che il riconoscimento anche negli USA dei prodotti europei marchiati DOP o IGP potrebbe danneggiare i produttori di cloni e soprattutto impedirebbe loro di penetrare il ricco mercato europeo. Ed è qui che scatta la “mediazione possibile”, su modello del CETA (Accordo di libero scambio Canada-Europa), con la probabile elencazione di un numero di prodotti europei e americani che saranno tutelati sia nella versione originale sia nella versione fasulla. Una buona soluzione per il negoziatore italiano Paolo De Castro perché, davanti al fatto che già negli USA 9 prodotti su 10 sono finti italiani, “peggio di così non potrebbe andare”. Cioè in sostanza si sta per smantellare il sistema di garanzie e di tutele che in questi anni hanno premiato i produttori virtuosi che investendo sul prodotto hanno moltiplicato le eccellenze dell’agroalimentare. Una perdita secca per l’Italia che è il paese da record con 161 DOP, 106 IGP e 2 STG iscritti nel registro UE.

Com’era prevedibile, nel capitolo agroalimentare, non considerato “prioritario” nel mandato negoziale del TTIP, si andrà sul riconoscimento reciproco penalizzando fortemente l’Europa e in particolar modo l’Italia. Il Parmigiano Reggiano, già presente sul mercato statunitense, manterrà la sue nicchie di mercato per consumatori di fascia alta, mentre noi saremo invasi da “parmesan” a bassissimo costo che andrà ad erodere i mercati terzi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna) finora sbarrati alle contraffazioni.

Questa è solo una delle conseguenze prevedibili del TTIP che a conti fatti, e dai numeri forniti dalla Commissione Europea, dovrebbe produrre un modesto aumento dello 0,5% del PIL comunitario entro il 2027. In quali settori e in quali paesi non è dato sapere.

 

Alfredo Somoza

 

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In casa Mariani l’allegria si è spenta come le luci del Natale appena passato. Quello che era stato il risultato positivo dell’esame di compatibilità genetica di un’azienda privata è stato smentito dal responso ufficiale della Banca Nazionale dei dati Genetici, nata a corollario di decenni di lotte delle Abuelas de Plaza de Mayo per garantire il diritto all’identità degli oltre 500 bambini sequestrati ai loro genitori dai militari negli anni ’70. La nipote ritrovata numero 120 doveva essere Anahì, la cui nonna era la storica militante dei diritti umani María Isabel “Chicha” Mariani, prima presidente di Abuelas e responsabile del ritrovamento di 66 nipoti sequestrati. La fotografia di Maria abbracciata a quella che credeva sua nipote diffusa ieri su Facebook valeva più di mille discorsi dopo 39 anni di ricerche, ed era riuscita a fare superare le divisioni politiche in un’Argentina ancora reduce delle elezioni presidenziali. Così invece non era, e Chicha Mariani continuerà ancora a lottare per ritrovare la nipote strappata alla sua famiglia quando aveva appena 3 mesi, mentre quella donna che si pensava fosse sua nipote continuerà a cercare ancora la sua vera identità. Una storia tragica lunga 4 decenni che non si riesce a chiudere, una ferita che ancora sanguina, una beffa del destino che nel suo capriccio ha permesso a due donne di credere, ma soltanto per il giorno di Natale, che erano quella famiglia che la furia criminale del totalitarismo aveva spezzato 40 anni prima.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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Potrebbe sembrare un racconto di Natale, ma invece è il frutto di decenni di lotta per la verità e la giustizia. Ieri è stata confermata a Buenos Aires  l’identità di Clara Anahì Mariani, figlia di Daniel e Diana, sequestrati e fatti scomparire dalla dittatura di Rafael Videla nel ormai lontano 1976. I genitori di Anahì lavoravano in una tipografia clandestina nella martoriata città di La Plata e la nonna, Maria Isabel “Chicha” Mariani, non si è mai arresa fondando e diventando la prima presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, la cui attuale Presidente, Estela de Carlotto, ha ritrovato il suo nipote appena 2 anni fa.

Anahì è il nipote numero 120 che ha potuto ritrovare la sua identità grazie al lavoro instancabile delle nonne che riuscirono a far nascere il banco nazionale del DNA delle persone scomparse grazie al quale si può avere un raffronto scientifico certo quando si ha sospetti sulle proprie origini.

Il diritto all’identità è oggi un pilastro dei cosiddetti nuovi diritti dell’uomo che con fatica si vorrebbe affermare nel mondo, ma rimane un miraggio per milioni di persone vittime di regimi, cartelli criminali o conflitti. Oggi a Buenos Aires una famiglia che si ritrova dopo 4 decenni sta vivendo finalmente la sua storia di Natale che ci racconta una pagina nera della storia sudamericana insieme e un’altra bellissima e piena di speranza sulla giustizia che ogni tanto riesce a vincere.

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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La vittoria dell’opposizione venezuelana, dopo la sconfitta lo scorso mese in Argentina del peronismo kirchnerista, ci racconta l’inizio della fine di un ciclo storico caratterizzato da un mix di intervento pubblico, welfare, ridistribuzione del reddito, diritti civili e neo-populismo che aveva conquistato il Sud America dopo i fallimenti delle destre. Da Caracas a La Paz, da Buenos Aires a Quito e in buona parte anche a Brasilia, si erano affermati governi guidati da figure carismatiche, reduci da sconfitte inenarrabili e che mai si sarebbe potuto immaginare fossero diventati presidenti dei loro paesi. Lula, Chavez, Kirchner, Morales, Correa hanno dato un volto e un nuovo protagonismo al subcontinente americano scrivendo pagine storiche come la rottura del monopolio dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti e l’Europa, il processo di unificazione politica ed economica Sud-Sud, la primavera dei diritti civili. Oggi queste esperienze man mano stanno andando ad esaurirsi per una serie di motivi interni ed esterni. A livello macro, il ciclo particolarmente vantaggioso per i produttori di materie prime, come lo sono tutti i paesi latinoamericani, è entrato in crisi con il rallentamento dell’economia cinese. I proventi delle tasse sulla soia, la carne, il petrolio, i minerali avevano finanziato welfare, politica estera, riforme lavorative e pensionistiche. Il Venezuela dei tempi d’oro di Chavez, che si poteva permettere di sostenere Cuba e Nicaragua vendendo loro sottocosto il petrolio, oggi deve fare i conti con un prezzo del greggio che è un quarto rispetto a 5 anni fa. I fattori interni del declino sono invece insiti nel modello politico basato sulla figura carismatica di un leader, spesso senza una struttura partitica vera alle spalle. Nepotismo, corruzione, rigurgiti autoritari e poca trasparenza sono la cifra di quasi tutte queste esperienze nella loro fase declinante. La madre di tutti i fallimenti è stata però la mancanza di ricambio, legittimata da riforme continue delle costituzioni per permettere il perpetuarsi al comando. Le seconde generazioni designate da  Kirchner  e da Chavez, sono state un fallimento e il momento magico è ormai  svanito.

Cosa resterà di questa stagione politica? Probabilmente molto, nel senso che i diritti acquisiti, il ruolo dello Stato e il protagonismo popolare, non si possono cancellare facilmente e anche se, come sta capitando, ci sarà un ritorno di forze politiche legate agli anni del neoliberismo, non si potranno ripetere gli scenari degli anni ’90, quando un intero continente fu regalato ai grandi capitali, mentre venivano cancellati i diritti dei lavoratori. Il ricambio democratico è sempre salutare quando va a scrostare situazioni nelle quali populismo e corruzione sono diventati un cocktail micidiale. Ma resta il dubbio sul futuro, e cioè sulla natura di quelle forze storicamente di destra che tornano al potere. Il dubbio cioè se hanno capito la lezione dei loro passati fallimenti e se hanno stemperato la loro naturale tendenza a promettere ai poveri per dare ai ricchi.

La ruota della storia si è messa a girare di nuovo in Sud America, un continente ormai ancorato alla democrazia. E’ in democrazia che sono avvenuti i grandi cambiamenti dell’ultimo decennio. Questo è un patrimonio inestimabile e la condizione perché si possa ripetere in futuro un’altra tornata progressista.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Quest’inverno sarà caratterizzato a livello mondiale dall’influenza del Niño, un fenomeno climatico individuato per la prima volta dai pescatori peruviani, che segnalavano un anomalo riscaldamento delle acque del Pacifico centrale a ridosso del Natale: si spiega così il nome El Niño, riferito al Bambin Gesù. Questo aumento delle temperature nell’oceano più grande della Terra, che si verifica all’incirca ogni 5 anni, ha come conseguenze piogge, nevicate abbondanti e alluvioni. La siccità, invece, è l’effetto caratteristico del fenomeno speculare, cioè l’abbassamento anomalo della temperatura del Pacifico, chiamato La Niña.

La scienza ha soltanto accertato che Niño e Niña sono provocati dall’interferenza tra due diverse tipologie di onde che spazzano il Pacifico in sensi tra loro opposti, favorendo lo spostamento di enormi masse d’acqua: ciò determina l’aumento oppure la diminuzione della temperatura di vaste zone dell’oceano. Tuttavia, non è stata individuata con certezza la causa prima del problema. Il “bambino” e la “bambina” rientrano in quella zona d’ombra sui meccanismi climatici che ancora non riusciamo a spiegare. Malgrado l’incertezza, c’è chi li addebita (ingiustamente) al più vasto fenomeno del cambiamento climatico, provocato dalle emissioni di CO2. Circa le cause di quest’ultimo, invece, non ci sono più dubbi sul ruolo negativo giocato dall’uomo… sebbene qualche sparuto ricercatore scientifico, magari sovvenzionato dall’industria petrolifera, continui ancora ad affermare il contrario.

Non solo la politica a livello globale è impazzita, ma il caos si affaccia in modo prepotente anche sui delicati equilibri della natura. Molti diranno che si tratta di cicli che cambiano, che nella storia della Terra ci sono state transizioni molto più radicali e traumatiche, con la scomparsa di interi mondi animali e vegetali. Ma ciò non basta a spiegare ciò che sta accadendo oggi. Al netto dei cicli della natura, l’uomo sta incidendo pesantemente sul clima: lo dice la scienza e lo dice il buon senso.

Negli ultimi 5 anni, secondo il Worldwatch Institute 140 milioni di persone hanno abbandonato le loro terre per sfuggire a disastri naturali connessi al clima. E sono in veloce aumento i conflitti per il controllo dei pascoli, dei suoli fertili, delle risorse idriche.

Mentre la crisi di leadership politica globale priva il mondo di una regia su temi puntuali, come la stessa lotta al cambiamento climatico o la risoluzione pacifica dei conflitti, il groviglio di problemi che spesso si concentrano in una stessa area geografica si fa sempre più inestricabile. Oggi, in tutti gli scenari di guerra sono presenti lotte per la terra, per le risorse naturali e per l’acqua, più o meno sovrapposte ad altre cause di scontro.

In realtà, non tutti sono rimasti paralizzati davanti a questo “crescendo problematico”. Tra settembre e ottobre, il Food Index della FAO ha registrato un rialzo del 4% dei prezzi degli alimentari. El Niño, che finora era stato ignorato dai mercati, comincia a preoccupare soprattutto per la ricaduta sulle commodities tropicali. E, per la prima volta, i prezzi si stanno adeguando a quelle che potrebbero essere le conseguenze delle variazioni di temperatura nel Pacifico: salgono con punte del 17% per lo zucchero, per via del rischio piogge torrenziali in Brasile, e del 6% per l’olio di palma, perché si teme invece la siccità in Oriente. L’unica certezza, insomma, è che l’economia, giocando su rialzi e ribassi, riuscirà a parare i colpi dei disastri annunciati.

Il mondo globale è fatto così, caos e improvvisazione sul piano politico, programmazione e tempismo in campo economico. Uno sbilanciamento troppo marcato ormai per immaginare che possa durare a lungo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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L’aggettivo “umanitario”, secondo il vocabolario, è riferito a «persona o a cosa ricca di sentimenti filantropici, di amore per il prossimo e di sollecitudine per le sorti dell’uomo»: uno scienziato, una persona che si è contraddistinta per il suo agire contro un’ingiustizia o per l’affermazione dei diritti. L’umanitarismo, infatti, ha radici nelle lotte contro la schiavitù, contro il totalitarismo, per il miglioramento della condizione della donna, per i diritti dei bambini.

Nel ’900, a partire dall’esperienza delle grandi guerre, nasce un “diritto umanitario” che attua una prima mutazione del significato di questo aggettivo, menzionando esplicitamente la prevenzione e l’assistenza nei confronti delle popolazioni colpite da conflitti armati. I Trattati di Ginevra danno vita all’istituzione umanitaria per eccellenza, almeno secondo questa interpretazione: la Croce Rossa. In pratica, si è già passati dal progresso e dall’affermazione dei diritti alla tutela dei civili in situazioni di conflitto.

Nella seconda metà del ’900 assistiamo a un’ulteriore mutazione del significato di “umanitario”, quando questa parola entra nel vocabolario sia delle organizzazioni non governative sia della politica. Le Ong “umanitarie” seguono una linea di sviluppo che estende l’esperienza della Croce Rossa, portando aiuti disinteressati ai feriti di guerra, agli sfollati, ai profughi. Una grande e plurale Croce Rossa “dal basso”, sostenuta in tutto il mondo da milioni di cittadini attraverso il volontariato e le donazioni. Invece la politica bellica comincia a giocare con l’aggettivo umanitario per giustificare interventi armati che si collocano ai limiti del diritto internazionale, o addirittura oltre.

Tra gli interventi armati degli ultimi 30 anni, pochi sono avvenuti con il consenso preventivo delle Nazioni Unite. Privo di ombre è stato il caso della Prima Guerra del Golfo, nel 1990, combattuta da un’alleanza internazionale sotto il cappello dell’ONU in quanto l’Iraq di Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, un Paese sovrano e membro della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma gli altri interventi etichettati come “umanitari” spesso sono stati portati avanti al di fuori di ogni cornice legale – come la Seconda Guerra del Golfo, giustificata dal falso delle “armi di distruzione di massa” in possesso  dell’Iraq – oppure su spinta dalla sola NATO, come nel caso dell’escalation militare in Libia, ufficialmente scatenata da Francia e Regno Unito per proteggere la popolazione del Paese.

L’aggettivo “umanitario”, ridotto alla difesa dei civili inermi, non solo è stato utilizzato come paravento per guerre combattute a difesa di variegati interessi nazionali o strategici, ma ha accompagnato anche interventi giustificati dalla necessità di agire contro l’oppressione delle donne (Afghanistan), contro il terrorismo (ancora Afghanistan), contro il narcotraffico (Panama), a tutela di un’etnia (Kossovo).

La stessa cooperazione internazionale, nata per favorire lo sviluppo economico e sociale, è diventata sempre più “cooperazione armata”, intesa come finanziamento di “interventi umanitari” in scenari di guerra non meglio definiti. Gli eserciti impegnati sul campo sono stati trasformati in operatori umanitari, con compiti da cooperanti anche se belligeranti. Nuova linfa per gli eserciti e per i fabbricanti di armi, che così hanno potuto usufruire dei fondi dirottati dalla cooperazione allo sviluppo, come nel caso italiano.

Il concetto di “umanitario”, figlio dell’Illuminismo, oggi è diventato la foglia di fico della politica armata. Sepolte le grandi lotte per il progresso dell’umanità, per debellare le malattie dei poveri, per affermare i diritti e la democrazia contro i totalitarismi, l’azione umanitaria oggi si propone solo l’obiettivo di ridurre i danni, senza nemmeno riuscirci.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il primo ballottaggio nella storia elettorale argentina è già in sé un fatto politico. Il candidato peronista, Daniel Scioli, dato come sicuro vincitore al primo turno, è riuscito a ottenere soltanto 700.000 voti in più del suo inseguitore Mauricio Macri, fermandosi al 36%. Questo è il livello di consenso che ottiene il peronismo kirchnerista a 12 anni dalla sua salita al potere.

Si delinea, quindi, uno scenario incerto che, il prossimo 22 novembre, vedrà il Paese scegliere tra una prospettiva di continuità “intra-peronista” (difficile dire a questo punto quale sarebbe il grado di continuità kirchnerista), rappresentata da Daniel Scioli, e una prospettiva di discontinuità, rappresentata dalla storica ascesa di Mauricio Macri che, partendo dal governo della Città di Buenos Aires, grazie all’alleanza con i principali partiti anti-kirchneristi è riuscito a costruire una forza politica in tutto il Paese.

Gli oltre due milioni di voti in meno ottenuti da Daniel Scioli rispetto a quelli che premiarono Cristina Fernández Kirchner nel 2011 rappresentano il segno più chiaro del colpo subito dal Frente para la Victoria fondato da Néstor Kirchner.

Molte sono le cause di questo fenomeno: di sicuro ha influito il diverso contesto economico e sociale. Nel 2011 l’Argentina usciva da un decennio di crescita e di euforia, dopo il default del 2001, e credeva nella narrazione kirchnerista di crescita con ridistribuzione del reddito. Ma l’incantesimo si è rotto con il precipitare della crisi economica, le discutibili scelte di politica monetaria, l’impazzimento dell’inflazione e l’entrata in recessione del Paese, alle prese con i colpi della crisi globale e con il rallentamento dell’economia cinese.

Sul voto del primo turno hanno influito anche le vicende giudiziarie, dallo scandalo relativo alla misteriosa morte del pubblico ministero federale Alberto Nisman alle accuse di corruzione che hanno toccato vari esponenti di governo, fino a sfiorare la stessa  “Presidenta”.

Scioli è apparso “appesantito” inoltre dalla presenza di vecchi cimeli del passato come Carlos Zannini, che gli è stato imposto come candidato vicepresidente, e Aníbal Domingo Fernández, già sconfitto rovinosamente nell’elezione a governatore della Provincia di Buenos Aires. Molto ha pesato poi il voto delle zone rurali, che ha portato il FpV a perdere il primato in alcuni collegi portanti del Paese, come Córdoba, Santa Fe, Mendoza e le aree rurali della Provincia di Buenos Aires, divenute negli ultimi anni la culla di un malcontento legato alla produzione agricola e all’imposizione fiscale che Mauricio Macri ha saputo ben interpretare.

Sergio Massa, il terzo arrivato al primo turno, rappresenterà forse l’ago della bilancia in questo storico ballottaggio. Nei giorni scorsi, molte voci si sono susseguite in merito ai potenziali apparentamenti, ma numerosi sono anche i segnali che lasciano presagire un’indipendenza del Frente Renovador di Massa, i cui voti potrebbero distribuirsi tra i due candidati.

Mauricio Macri ha un’opportunità storica per portare al governo una compagine con un nucleo centrale liberale, che appartiene alla tradizione della sua forza politica, stemperato dall’alleanza con l’Unione Civica Radicale, di tradizione socialdemocratica, e con la forza politica di Elisa Carrió, una delle voci più critiche sui temi di corruzione. Presenta una proposta politica di rottura rispetto ad alcuni cardini delle passate amministrazioni, ma senza strappi radicali su temi quali il welfare o il ruolo del pubblico in economia, capisaldi della gestione kirchnerista. Il voto del prossimo 22 novembre ha infatti perso molto della sua carica ideologica, del confronto tra due visioni dello Stato, per diventare uno spartiacque su temi “trasversali”.

Corruzione, trasparenza, libertà di opinione, efficienza amministrativa: sono questi gli argomenti sui quali saranno chiamati a esprimersi gli elettori argentini. Tuttavia, non è possibile dimenticare che l’Argentina di Scioli continuerebbe a essere ancorata a una visione in parte autarchica e in parte ideologica circa le alleanze e la gestione dell’economia, mentre un Paese guidato da Macri tornerebbe più facilmente nel circuito internazionale dei capitali, farebbe felici i mercati e produrrebbe un riposizionamento “occidentale” in politica internazionale.

Comunque vada, l’Argentina dei Kirchner sarà un ricordo del passato, anche se molte delle politiche varate in questi anni, nel bene e nel male, continueranno a condizionare la vita degli argentini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Pubblicato: 16 novembre 2015 in Mondo
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L’incontro tecnico dell’Opec tenutosi a fine ottobre a Vienna ha fotografato una situazione molto delicata per i Paesi che hanno seguito la linea dettata dall’Arabia Saudita a fine 2014: e, cioè, non tagliare l’estrazione di greggio anche se i prezzi, per via della crisi economica, stavano precipitando. Una strategia che l’Arabia Saudita aveva già adottato con successo nel 1986, quando era riuscita a portare il prezzo del barile sotto i 10 dollari USA, determinando il collasso della produzione statunitense. Il bersaglio di oggi è sempre Washington.

Dopo 25 anni, grazie alle scoperte che hanno permesso l’estrazione massiccia di idrocarburi “non convenzionali” (e in particolare di shale oil e shale gas, il petrolio e il gas ottenuti frantumando scisti argillosi in profondità), gli Stati Uniti erano riusciti a toccare una punta produttiva di 1,2 milioni di barili al giorno: il primo mercato consumatore mondiale di energia era arrivato vicino al pareggio e all’autosufficienza. La mossa saudita è stata orchestrata per infliggere un colpo mortale a questo nuovo genere di concorrenza. L’estrazione di idrocarburi non convenzionali, infatti, ha come protagoniste piccole e medie imprese senza grande capitalizzazione, fortemente dipendenti dal credito; e, soprattutto, a causa della dispendiosità delle tecniche di estrazione, produce guadagni solo se il petrolio si vende sopra i 60 dollari al barile.

A distanza di un anno dal rifiuto dell’Arabia Saudita, e quindi dei Paesi Opec, di tagliare la produzione per stabilizzare i prezzi, sono due le conseguenze non previste. La prima è che, nonostante la crescita della capacità estrattiva statunitense si sia sostanzialmente arrestata a fronte dell’aumento del 2,4% registrato nell’anno precedente, non c’è stato il fallimento delle imprese estrattive, che continuano a produrre anche se non crescono più. La seconda, più preoccupante per i sauditi, è il malumore crescente tra i Paesi Opec.

Ecuador, Venezuela, Iran e altri membri sono alle prese con gravi problemi di bilancio e mal tollerano il perdurare di questa strategia che impedisce il ritorno a livelli sostenibili del prezzo del barile. Una sofferenza che si allarga a diversi Paesi non Opec, come il Messico, la Russia e altri Stati ex sovietici rappresentati da Mosca. I problemi non si fermano però qui. Il manovratore saudita è stato avvertito dal Fondo Monetario Internazionale che, di questo passo, tra 5 anni le sue finanze rischieranno di virare in rosso, mentre i Paesi del Golfo, suoi stretti alleati, dopo avere perso 38 miliardi di dollari di entrate in un anno, avranno il bilancio in rosso del 13% già nel 2015.

Questa mossa strategica dell’Arabia Saudita finora ha portato vantaggi soltanto ai consumatori, che possono disporre di una benzina a prezzi ribassati, ma a lungo andare le conseguenze potrebbero essere gravi per tutti. Infatti, ciò che più sta risentendo della politica di sovrapproduzione e prezzi bassi è la fase di ricerca e aggiornamento tecnologico. Non investe più in ricerca il settore shale, ma non lo fa nemmeno quello “tradizionale”. Si pongono così le basi per una futura carestia di greggio, e quindi per grandi bolle speculative.

La diplomazia petrolifera è al lavoro per trovare soluzioni. Perché ciò accada, però, è necessario che i produttori storici riconoscano l’esistenza di un nuovo e potente competitor: l’industria delle estrazioni non convenzionali, con la quale fare i conti e magari anche qualche accordo. Il monopolio della gestione della produzione, e quindi dei prezzi, si è oggi seriamente incrinato, e non sarà l’Arabia Saudita a porvi rimedio da sola.

Ai consumatori non resta che aspettare che la ricerca sull’energia sostenibile faccia nuovi passi in avanti – e servono passi da gigante – perché la dipendenza dal petrolio cali. Una dipendenza che nell’ultimo secolo ha “giustificato” politiche nefaste, e che ha responsabilità non marginali nell’odierno caos internazionale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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