La scorsa settimana ho fatto due chiacchiere con Alfredo Somoza per farmi raccontare qualcosa del suo ultimo libro. Parliamo del punto di vista da cui si parte: il turismo di massa è orienta…
Sorgente: Dare senso al viaggio
La scorsa settimana ho fatto due chiacchiere con Alfredo Somoza per farmi raccontare qualcosa del suo ultimo libro. Parliamo del punto di vista da cui si parte: il turismo di massa è orienta…
Sorgente: Dare senso al viaggio
Alla fine degli anni ’80, quando cadevano i vincoli per gli investimenti internazionali e si aprivano al mondo Stati fino a quel momento ermeticamente chiusi, il turismo era uno dei settori più promettenti: beneficiava infatti direttamente di entrambe queste novità. Nacquero allora i beach resort in Africa, Asia e America Latina dove, con la formula tutto compreso, anche chi non era mai uscito dal suo Paese poteva provare il brivido dell’esotico. I voli charter scaricavano ogni mese a Malindi, Sharm el-Sheikh, nello Yucatán milioni di nuovi turisti che davano vita al primo fenomeno di turismo di massa globale.
La geografia del turismo, quella nella quale sono evidenziati i Paesi e le località con attrattive naturali, culturali e un buon livello organizzativo e di sicurezza, si estendeva praticamente a tutti i continenti. Alle mete storiche, in Europa e Stati Uniti, si erano aggiunte centinaia di destinazioni emergenti in Paesi senza tradizione turistica. Era il mondo che si avviava verso la globalizzazione, il mondo senza frontiere e nel quale bisognava conoscere e interpretare le culture degli altri.
Tanto entusiasmo non privo di retorica ha avuto però vita breve. I primi segnali dai quali si poteva intuire che qualcosa non stava funzionando sono arrivati dall’ambiente, per esempio dalle barriere coralline del Mar Rosso che scomparivano in fretta. Poi le tracce d’insofferenza delle popolazioni locali, escluse dai benefici del turismo, sono diventate aggressività nei confronti dei viaggiatori. Infine sono arrivati i rischi seri per i turisti, pericolo di vita compreso, nei Paesi sconvolti da lotte per il potere tra Stato, gruppi estremisti, bande criminali. Anche le crociere, ultima frontiera della sicurezza, non godono di buona salute. I frequenti incidenti sulle nave e fuori delle navi che hanno riempito le cronache di questi anni hanno reso chiaro che non esiste oggi una possibilità sicura al 100% per viaggiare in questo mondo sempre più instabile.
La geografia del turismo oggi si è molto ristretta, tornando quasi ai livelli della Guerra Fredda. L’Africa e il Medio Oriente sono in buona parte off-limits, le metropoli latinoamericane e interi Paesi come il Messico sono diventati pericolosi, il Mediterraneo è mare di tragedie e di lutto più che di divertimento.
Il turismo non è certo responsabile della situazione odierna, se non in modo proporzionale al suo peso economico, ambientale e sociale. In particolare, laddove il turismo di massa si è appropriato di una località per farla diventare appetibile si sono ripetuti sempre gli stessi fenomeni di danno ambientale, di marginalizzazione della popolazione locale e di diffusione della corruzione, del traffico di droghe e della prostituzione. Il turismo in quello che era il Terzo Mondo ha portato sviluppo solo in rari casi, e tanti Paesi che oggi dipendono pesantemente dei suoi flussi continuano a essere poveri e iniqui.
Il turismo non ha reso migliori i luoghi che ha toccato negli ultimi anni perché renderli migliori non era previsto nel business plan e nella mission delle compagnie multinazionali. Solo le piccole esperienze di turismo responsabile e comunitario hanno testimoniato, qua e là, che un altro turismo, motore di promozione sociale e di tutela ambientale era possibile: ma senza mai contagiare la grande industria.
Oggi più che mai l’intero settore è chiamato con urgenza a ripensare il suo modo di essere e di operare. Il territorio e la gente che lo abita non sono solo un contorno garantito e scontato a far da cornice all’offerta. Non è possibile costruire isole di abbondanza e di spreco in mezzo alla miseria senza pensare che, prima o poi, se ne pagheranno le conseguenze.
Occorre prendere coscienza del fatto che il turismo attuale è lo specchio delle aspettative di un modello di sviluppo e dei consumi ormai fuori dal tempo. È imprescindibile tornare all’essenziale, alla dimensione della conoscenza di luoghi e di scambio con le persone, ritrovando lo spirito con il quale il turismo nacque, per provare ad allargare la ristretta geografia turistica odierna. Una ristrettezza che testimonia il fallimento di molte aspettative sulla globalizzazione e, molto più in piccolo, delle illusioni del turismo globale di massa.
Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)
Furono una delle grandi battaglie globali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Le campagne sul debito estero “del Terzo Mondo”, come lo si chiamava allora, costituirono una fucina, un terreno di contaminazione tra il mondo cattolico, quello della sinistra e il nascente movimento ambientalista. Si trattava di un tema per definizione globale, vista la quantità di Paesi e soggetti coinvolti, che si prestava a essere affrontato da diversi punti di vista. Le origini dell’indebitamento degli Stati periferici, iniziato negli anni ’60 ed esploso alla fine degli anni ’80, andava infatti cercata nella corruzione e nelle dittature, mentre le conseguenze riguardavano lo sfruttamento selvaggio sia dell’ambiente sia delle persone, l’eliminazione del welfare e la privatizzazione dei servizi pubblici.
Queste campagne culminarono con il grande Giubileo cattolico dell’anno 2000, durante il quale alcuni governi si impegnarono a cancellare i loro crediti nei confronti degli Stati più poveri della Terra. L’Italia, che promise di cancellare 6 miliardi di euro di crediti, alla fine lo fece per meno della metà. Ma il debito del Terzo Mondo, mal gestito dal Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo provocava cicliche crisi globali. La ricetta promossa dal FMI, controllato a maggioranza dai Paesi del G7 creditori di quelli indebitati, era sempre la stessa. Con lo slogan di tagliare i rami secchi, si agiva su pensioni, sanità, educazione, costo del lavoro e riduzione lineare della spesa pubblica. Ricette che spingevano nella recessione i Paesi indebitati, i quali riuscivano a malapena a pagare gli interessi sul debito senza avere la possibilità di investire per riattivare l’economia.
La storia ci spiega che, dopo il default dell’Argentina del 2001, molti Stati cambiarono strategia rilanciando l’investimento pubblico come volano per la crescita: che infatti, anche per un buon andamento dei prezzi delle materie prime, ripartì. Alcuni Paesi, come il Brasile e la stessa Argentina, allontanarono il FMI dai loro ministeri dell’economia saldando i debiti che avevano nei confronti dell’istituzione con sede a Washington.
Oggi il caso Grecia riporta al centro del dibattito il tema del debito. A differenza del passato, però, i Paesi più in sofferenza sono europei. Dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, il debito globale è cresciuto di 57mila miliardi di dollari USA, dei quali 19mila a carico degli Stati a economia avanzata. Anche la Cina, che pure ha importantissime riserve valutarie, è diventata un Paese indebitato a causa degli sforzi sostenuti per evitare il rallentamento della crescita economica. A fare la parte del leone tra i detentori di questo nuovo debito sono le Banche centrali che, con il meccanismo del quantitative easing, hanno acquistato bond emessi dagli Stati come ora sta facendo la BCE. Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banca del Giappone sono attualmente proprietari del 62% di tutti i bond in circolazione nel mondo. Una massa di carta, o di “pagherò”, garantiti solo dalla promessa di onorarli.
Per questo motivo le difficoltà a rinegoziare il debito estero greco non stanno nella cifra, che è modesta, bensì nel rispetto delle regole del gioco. Regole che sanciscono l’intangibilità dei crediti concessi e assegnano attestati di maggiore o minore rischio, incidendo quindi sugli interessi che i debitori devono pagare. E a tutti i governi impediscono di emettere all’infinito ulteriore debito per pagare i debiti pregressi, tranne che a quello degli Stati Uniti.
Quando si parla di debito si parla dunque sia di una materia tecnica e complessa, sia di geopolitica e di rapporti di forza. C’è debito e debito, insomma. Anzi, c’è Paese indebitato e Paese indebitato. Ciò dimostra come i Parametri di Maastricht, il maggiore feticcio della costruzione europea, siano una finzione arbitraria e come la reale sostenibilità del debito non sia direttamente proporzionale ai “paletti percentuali” stabiliti dal trattato. Un debito è sostenibile fin quando i creditori lo ritengono tale, il resto sono chiacchiere.
La controprova è che la stragrande maggioranza dei Paesi dell’euro, se oggi uscisse dalla moneta comune, non avrebbe i numeri per esservi nuovamente accettata, soprattutto a causa dell’esposizione debitoria. E che Paesi come Germania e USA, pur essendo entrambi fortemente indebitati, possono permettersi di ripagare i loro debiti praticamente senza interessi.
Dunque in molti casi di debito si muore, mentre in altri ci si può convivere anche bene: almeno fin quando si riesce a convincere i creditori di essere virtuosi. E questo non c’entra con l’economia, ma solo con l’essere una potenza anziché un Paese marginale.
Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)
Si è finalmente aperta a Milano la grande Fiera mondiale sul tema del cibo. Il primo colpo d’occhio non è però scontato: da un lato si capisce fino a un certo punto quale sia il tema dell’Expo, dall’altro si rimane positivamente colpiti dall’architettura dei padiglioni. Expo 2015 ricorda molto da vicino la BIT, la grande fiera annuale di promozione-vendita turistica nella quale ogni paese esalta le sue qualità, vere o presunte, per attirare i visitatori. La maggior parte dei paesi partecipanti a Expo si capisce subito che non sono venuti per dire la loro sul tema dell’alimentazione, ma per fare promozione generalista, soprattutto coloro, come gli stati del Golfo, che di cibo non producono quasi nulla. Che senso ha quindi che paesi come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti o il Kuwait abbiano spazi tra i più scenografici quando hanno da offrire all’umanità datteri e poco più? Solo promozione dell’immagine di ricchezza e stabilità in un momento buio per il mondo arabo. E i grandi paesi produttori di cibo come si presentano? Alcuni in modo incomprensibile, come l’Argentina o il Cile che più che raccontare le caratteristiche dei loro importanti settori agroalimentari, puntano sul ristorante (Argentina) o sul supermercato di prodotti tipici con prezzi folli (Cile). Notevole lo sforzo invece del Brasile, che è l’unico paese che ha saputo coniugare l’aspetto ludico (il percorso “sulla rete”) con i contenuti, fornendo al visitatore diversi elementi di conoscenza sull’agricoltura brasiliana. Stati Uniti, Germania, Francia, Svizzera hanno scelto invece un tema-forza sul quale costruire un’operazione di immagine, mentre tanti altri (Malesia, Corea, Kazakistan) puntano sulla promozione del paese in generale sempre con tante gastronomia. Lo spazio non occupato dei padiglioni nazionali è presidiato saldamente da alcune multinazionali del cibo: le galassie Nestle, Coca Cola, Mc Donald’s insieme alle più piccole sorelle italiane come Illy e Eatitaly. I prezzi non sono affatto da fiera popolare, tutto è raddoppiato, ma soprattutto non c’è nessuna logica condivisa e un caffè può costare 1, 1,5 o 2 euro. A sentire gli espositori, i prezzi alti sono dovuti ai costi degli allestimenti e anche al dazio pagato alla società unica scelta da Expo per gestire l’ingresso di tutte le merci al sito espositivo. Una punta di curiosità la alimenta Techno Gym, ditta che produce attrezzi da palestra, e che è presente con una decina di spazi lungo la Fiera. Acqua pubblica in giro non si trova, anche se corre voce ci siano dei rubinetti da qualche parte, per la gioia della Nestle che ha il monopolio dell’acqua in bottiglia. Non si può dire molto sui cluster tematici dove sono stati concentrati i paesi più poveri che non potevano pagare uno spazio da soli. Misteriosamente all’apertura di Expo nessuno era aperto, forse perché la priorità è stata data a chi invece ha pagato salatamente.
Una delle assenze più clamorose per una fiera su questo argomento è quella di chi la terra la coltiva. Non è stato prevista nessuna facilitazione perché partecipino, se non come relatori ai dibattiti, esponenti del mondo agricolo di base, delle esperienze associative come i GAS, dell’agricoltura familiare. Sarebbe stato interessante un padiglione collettivo perché questo mondo si presentasse al pubblico di Expo. C’è invece Cascina Triulza, sede della società civile non necessariamente legata al tema dell’agricoltura. L’unica struttura vera nel senso che si tratta di una cascina storica recuperata all’interno della quale si concentrerà la parte più importante del dibattito sui contenuti di Expo. Peccato che non sarà molto frequentata dai visitatori, che ignorano l’esistenza e i contenuti, e che spendono una cifra notevole per godersi gli aspetti spettacolari di Expo, non di sicuro per dedicare 2 o 3 ore a un dibattito.
Sui contenuti al momento esistono due documenti. Il primo è la tanto promossa “Carta di Milano”, contributo collettivo coordinato dalla Fondazione Barilla sul tema di Expo. Una dichiarazione con la giusta dose di vaghezza che si usa in queste occasioni per mettere d’accordo tutti. Una carta che non entra nel merito dei problemi attuali sul cibo, come la veloce riconversione di suolo agricolo a coltivazioni non alimentari o il dilagare del land grabbing (sottrazione di terre), e che si concentra su aspetti opinabili, come quella della lotta allo spreco (giusta), proponendo di trasferire ai poveri le eccedenze non sprecate (pessima idea). Una visione preoccupante sul cibo, che mette la buona volontà al posto della giustizia e del diritto.
Il secondo documento per ora presentato è il Manifesto Terra Viva (Il nostro suolo, i nostri Beni Comuni, il nostro Futuro), firmato dalla Fondazione Navdanya di Vandana Shiva, e da diverse personalità internazionali del mondo politico e accademico. Qui si parla invece chiaramente di diritto, beni comuni, disuguaglianze, riforma agraria e soprattutto si propongono linee di lavoro che vanno a rimodellare lo stesso concetto di democrazia declinandolo in partecipazione, diversità, comunità, decentramento, diritti della terra. Un impianto teorico che farà da linea guida ai momenti di approfondimento proposti dalla Fondazione Triulza, ma che rimarrà piuttosto marginale nella grande fiera di Rho.
E’ difficile capire quale idea si possa formare sul tema della nutrizione del pianeta un visitatore al termine della visita al sito espositivo. Se giovane, ci sono buone probabilità che abbia mangiato da Mc Donald’s, l’unico operatore che offre pasti completi sotto i 10 euro. Sicuramente avrà camminato sulla rete brasiliana, visto le ballerine kazake, tentato di recuperare un cappello di paglia dai vietnamiti e qualche fetta di mela essiccata dagli svizzeri. Forse qualche concetto letto qui o la rimarrà impresso nella mente, ma non è prevedibile molto di più.
Si spera che almeno le scuole si spingano fino allo spazio Slow Food e alla Collina della biodiversità (2 km a piedi dalla fermata MM), dove si fa formazione sui tema della terra, ma il grosso impatto si esaurirà tra effetti speciali e caccia al souvenir. E’ difficile immaginare cosa succederà dello spazio espositivo, che a differenza dell’Expo di Lisbona che lasciò alla città un bellissimo quartiere sul fiume, sorge in mezzo al nulla. E’ ancora più difficile decifrare lo strano labirinto mentale di chi continua ad insistere che i contenuti di Expo siano il cuore della manifestazione, quando basta un giro veloce per capire che è l’esatto contrario. E non c’è nulla di male nell’organizzare grandi eventi, al netto ovviamente di cementificazioni e ruberie varie, ma sarebbe meglio evitare la retorica del “qui si scriverà il futuro dell’alimentazione globale”. Voliamo più basso.
Non si percepisce infine un disegno politico preciso da parte delle multinazionali che hanno investito fortemente sull’evento. Sono normali investimenti in marketing, come in tutte le manifestazioni di rilievo mondiale a prescindere dall’argomento, per ribadire la forza di un marchio. Non va nemmeno caricata di dietrologie la presenza in Expo del fast food più famoso del mondo: non convinceranno nessuno della bontà del loro prodotto ma anche a Expo ribadiranno il loro primato: offrire un pasto caldo a portata di tutte le tasche. Tra Mc Donald’s, che offre un pranzo a 7 euro e Eatitaly dove si paga 25 euro stando basso per mangiare spesso in piedi con il piatto di plastica, una parte consistente dei visitatori che hanno pagato 39 euro il biglietto d’ingresso non avranno dubbi. Ma non si tratterà di “votare” con l’acquisto, ma di auto-garantirsi il “diritto al cibo” a misura delle proprie possibilità. Un dibattito sempre rimandato, quando si parla di cibo e di qualità, è proprio quello sul prezzo. Le scelte elitarie di chi pensa che si possano solo mangiare cibi di nicchia, carissimi, si scontrano con la “democraticità”, al netto dei pesanti impatti ambientali e sulla salute, dei grandi marchi globali. La sfida del cibo passa anche dall’apertura mentale che possa portare a valutare tutti gli elementi, e non solo quelli che ci fanno piacere, quando si parla di cibo globale. Il tema della quantità, rifiutato da una certa mentalità elitaria, riguarda miliardi di persone. Le città non possono autoalimentarsi con il prodotto degli orti urbani. La grande sfida non è come eliminare la grande produzione mondiale tornando tutti a coltivarci il proprio cibo, anzi, ma come riconvertirla a criteri di sostenibilità. Le risposte alla povertà e alle carestie sono molto complesse per immaginare che si risolveranno, solo, a colpi di DOP e chilometri zero. Ci manca tutto un pezzo di ragionamento da fare per quanto riguarda la grande produzione agricola mondiale, base della sicurezza alimentare mondiale. Ecco, Expo sarebbe una bella occasione se si discutesse seriamente, e trovando il modo di coinvolgere i visitatori, su questi temi. Temo però che rimarrà come ricordo solo qualche sbiadito selfie delle scolaresche con Foody, ma questo lo sapremo tra 6 mesi.
Alfredo Somoza
Le Borse hanno festeggiato in questi giorni il cosiddetto commissariamento di Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco. Secondo la lettura trionfalistica amplificata dalla stampa, è stata la conseguenza del duro scontro avvenuto nell’ultima riunione dei Ministri dell’economia europei dove sono volati insulti anche sul piano personale. Il Ministro dilettante e perditempo, anche se con un curriculum da fare invidia a due terzi dei suoi colleghi, sarebbe l’unico ostacolo perché la Grecia possa concludere un accordo con l’eurogruppo. Un accordo che sostanzialmente ribadisca la linea portata avanti dalla Troika, con la complicità della politica di Atene, che non ha risolto la situazione debitoria del paese ellenico, non ha rilanciato l’economia, e ha creato nel frattempo quella che viene definita un’emergenza umanitaria. L’Europa non ha voluto consapevolmente registrare il chiaro segnale, europeista e riformista, dato dall’elettorato greco che ha scelto con il voto un governo, che pur ribadendo la volontà di rimanere in Europa chiede anche un cambio dei paradigmi economici. Varoufakis ha portato in seno ai salotti buoni di Bruxelles un punto di vista diverso, maggioritario nell’opinione pubblica che da tempo ha capito che qualcosa non funziona in questo bizzarro condominio che ha adottato in modo ferreo i dogmi dell’austerità, ribadendo un pensiero unico in materia economica che la storia ha già condannato all’oblio in tante altre parti del mondo a partire dagli Stati Uniti.
Varoufakis è stato il parafulmine messo in campo da Siryza in questa fase tormentata attirando su di se odi e dispetti da parte dei colleghi, mentre Tsipras apriva un canale diretto con Angela Merkel, il vero nodo della questione. Ora la delegazione greca diventa più importante e non è più legata a una sola persona, come è giusto che sia quando il gioco si fa duro ed è in discussione l’interesse nazionale. Chi pensava che affondando Varoufakis affondava la Grecia ci dovrà ricredere. L’accordo che potrebbe essere raggiunto aveva bisogno di una rottura anche estetica del grigiore impersonale di Bruxelles e Varoufakis ha fatto la sua parte e continuerà a farla. Come scrive lui stesso “la nostra sfida, a questo punto, è convincere i nostri partner del fatto che i nostri impegni sono strategici, non tattici, e che la logica è dalla nostra parte”. Le riforme sul piano fiscale e pensionistico annunciate da Atene fanno bene sperare, ma non sono imposizioni della Troika, ma parte importante del programma di riforme di Siryza. Lotta all’evasione e alla corruzione, ripensamento dell’apparato statale, rilancio dell’industria sono riforme che hanno bisogno di tempo e di respiro. Se ciò avverrà con la Grecia ancora membro del club dell’euro non sarà merito di Varoufakis ma della forza politica che lo ha nominato ministro e che non ha chiesto affatto le sue dimissioni. Sarà invece duro per i critici di oggi accettare che il loro approccio ha fallito.
Si fa un grande parlare da qualche giorno sulle coincidenze programmatiche tra la Lista Tsipras e il M5S. Al netto delle sparate inutili sull’euro, ci sono infatti alcuni, pochi, punti in comune. Dario Fo si auspica “un avvicinamento della lista Tsipras con i Cinque Stelle. Non so se un fronte del genere sia sufficiente per fare un’opposizione forte in Italia e in Europa, ma le convergenze sul programma per me ci sono tutte”. Manca però un pezzo fondamentale caro Dario per capire se ancora una volta, com’è successo dopo le Politiche, gli elettori del M5S abbiano buttato via il loro voto oppure no.
E la differenza passa dalle risposte degli eletti del M5S a queste semplici 5 domande:
1) Chi pensate di sostenere come primo ministro dell’Europa? Non è permessa la risposta “non siamo nè di destra nè di sinistra”. In questo momento ci sono due ipotesi sul tavolo: larghe intese europee oppure governo di cambiamento. Decidete
2) In quale gruppo confluirete, visto che non potete creare uno autonomo (ci vogliono eletti di almeno 7 paesi). Il gruppo misto europeo prevede, per chi ne fa parte, diritti dimezzati e non solo fondi dimezzati. Decidete
3) Sui temi dei diritti, dal matrimonio paritario, all’immigrazione all’antiproibizionismo avete idee contrastanti. Decidete
4) Al Parlamento europeo non ci sono televisioni, non è previsto l’ostruzionismo e si può parlare fino ai 3 minuti (fino a 1 se non si fa parte di nessun gruppo). Spesso si costruiscono alleanze trasversali per fare passare le proprie proposte. L’isolazionismo mediatico al quale vi siete auto-condannati in Italia non è paga. Al Parlamento europeo si “parlamenta”. Decidete
5) I partiti che in Europa si chiamano ai principi che dite di condividere (beni pubblici, potere ai cittadini, trasparenza, sensibilità sociale) non amano gli insulti,i tribunali del popolo, le gogne mediatiche e soprattutto amano la trasparenza dei conti, i bilanci certificati e la proprietà condivisa di marchi, simboli e gruppi. Decidete.
Perché non si ripeta in Europa quello che Marco Travaglio ha definito il “grande errore” del M5S, cioè essere andati all’incontro con Bersani solo per prenderlo per i fondelli e non con proposte concrete di riforma che avessero potuto inchiodarlo, c’è poco tempo. Decidete.
Correva l’anno 1888 e il Brasile aboliva la schiavitù. Era l’ultimo Paese americano a farlo: chiudeva così un capitolo vergognoso della sua storia, lungo più di quattro secoli. Improvvisamente le campagne si svuotarono, gli impianti per la spremitura della canna da zucchero rimasero senza braccia, le piante di caffé senza cure. Gli ex schiavi fuggirono dai luoghi dove avevano conosciuto solo fame e frustate per accalcarsi nelle città, alla ricerca di un lavoro salariato e di nuove possibilità. Speranze che, purtroppo, erano spesso destinate a svanire nel nulla.
Il Brasile di fine Ottocento doveva dunque risolvere il problema della manodopera rurale. La soluzione abitava in Italia, più precisamente in Veneto, dove gli agenti del governo carioca trovarono un popolo cattolico e mansueto disposto a tutto per fuggire dalla fame. Furono un milione e mezzo gli italiani che nei successivi 40 anni si recarono in Brasile, e altri tre milioni navigarono fino alla vicina Argentina. Un esodo biblico si direbbe oggi, da far impallidire qualsiasi sbarco mai avvenuto a Lampedusa. Il resto della storia lo conosciamo: gli oriundi italiani nel mondo sono stati capaci di conquistarsi ruoli di tutto rispetto nelle diverse società che li hanno accolti.
Solo a partire dal 1970 il saldo migratorio italiano è diventato positivo. Fino a quel momento, a partire dall’inizio del secolo, l’Italia era stata terra di emigranti; nel 1970 invece, il numero degli immigrati ha cominciato a superare quello di chi lasciava il Paese per cercare fortuna altrove. L’Italia si era trasformata in una potenza economica, mentre molti degli Stati che un secolo prima avevano ospitato europei in fuga erano diventati a loro volta luoghi dai quali si scappava, per motivi politici o economici.
Altro giro di ruota, e negli anni 2000 i Paesi emergenti cominciano a conquistare un ruolo da protagonisti sulla scena globale. Nel 2011, dopo la Cina, il Brasile entra nel gruppo delle prime potenze mondiali superando il PIL di Italia e Regno Unito. Com’è noto, per capire la situazione economica di uno Stato non bastano i macroindicatori che fotografano il momento, come appunto il dato del prodotto interno lordo. Bisogna osservare anche le tendenze e i fenomeni a lungo termine. Da questo punto di vista il Brasile è un Paese in piena crescita: ha da poco ottenuto un upgrade da Standard & Poor’s e ha un bisogno urgente di figure professionali specializzate.
Per questa ragione il governo di Dilma Roussef sta mettendo a punto una legge che faciliterà l’immigrazione e che dovrebbe consentire a 400mila professionisti stranieri altamente qualificati, preferibilmente europei disoccupati, di lavorare nelle imprese brasiliane. In Italia per ora ne hanno parlato soltanto Esteri e Il Sole 24 ore, ma la notizia è carica di significati. Nel primo semestre 2012 il numero di immigrati approdati nel gigante sudamericano è cresciuto del 52,4%; il motore di ricerca lavoro Monster conta 80mila curricula di professionisti europei che si rivolgono al mercato brasiliano.
Per quanto riguarda l’Italia, a spingere molti a guardare nuovamente verso l’America Latina non sono soltanto i legami migratori storici con il Brasile, ma anche la crisi economica e le scarse prospettive di impiego. Certo oggi non è facile pensare di tornare a navigare le vecchie rotte dell’emigrazione; eppure la veloce industrializzazione di zone fino a ieri poverissime (come il Pernambuco, dove la Fiat sta aprendo la sua quarta fabbrica brasiliana) genera una domanda di manodopera qualificata e di tecnici di alto livello che in quelle terre non è disponibile, mentre in Italia la stessa manodopera viene lasciata per strada dalle aziende in crisi.
Se gli italiani torneranno davvero a emigrare in Brasile si ripeterà un ciclo storico che sembrava chiuso per sempre. La crisi economica che sta riscrivendo il nostro futuro si prepara a regalarci un’altra grande sorpresa.
Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)