Archivio per la categoria ‘America Latina’

Lo stupore generato dalle esternazioni estive di Mons. Galantino contro la “politica” è dovuto principalmente alla poca conoscenza della stampa italiana sulle consuetudini di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Galantino, che risponde solo al Papa, sta incalzando la politica con metodo bergogliano. E’ cioè adoperando come una frusta contro la classe politica le questioni sociali ed etiche, senza distinguere tra destra e sinistra (cosa che invece era consuetudine della CEI dei vecchi tempi sempre schierata contro il centrosinistra). Una posizione nuova per la CEI, da “forza autonoma” e non semplicemente suggeritrice delle sue “cinghie di trasmissione”, i cosiddetti partiti cattolici.  Lo stesso concetto di “partito cattolico” è estraneo alla cultura politica di Papa Francesco. Nella sua esperienza pastorale in Argentina, da Arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza dei Vescovi, Bergoglio fustigava di persona il defunto Presidente neo-peronista Nestor Kirchner, senza intermediari. Lo criticava “da destra”, opponendosi fermamente ad esempio al matrimonio gay (approvato lo stesso dal Parlamento) e “da sinistra”, ritenendo che il governo facesse poco per i più deboli. L’ex presidente Kirchner diceva infatti che Bergoglio “era il vero capo dell’opposizione”. Ma anche lui sbagliava perché il Vescovo non aveva nessun rapporto organico con l’opposizione “partitica”, ma molti con quella “sociale”, dei movimenti. Sono gesti che passano inosservati ai nostri emeriti vaticanisti, ma Bergoglio in realtà era già “sceso” in politica in Italia, quando ha scelto Don Luigi Ciotti, in modo plateale, come principale interlocutore sui temi della legalità e dell’antimafia. Don Ciotti il sacerdote impegnato, ma anche il “politico” della società civile che ha messo in piedi Libera. Mons. Galantino invece sta attaccando sia il governo sia l’opposizione sui rifugiati, un tema centrale nella cultura di un Papa che è stato figlio di emigrati italiani è cresciuto in un paese-rifugio da tutte le tempeste del ‘900, soprattutto quelle europee. Un tema sul quale Francesco non è disposto a trovare mediazioni.

Questo è un modo di fare Chiesa e di fare politica al quale bisognerà abituarsi, che rompe la contiguità tra Vaticano e mondo cattolico impegnato in politica, che rimette al centro una Chiesa con una sua soggettività politica autonoma non più a disposizione di questo o di quell’altro partito, ma che si gioca in proprio. Un approccio movimentista che ha due radici culturali, quella gesuitica e quella peronista delle origini. Una storia, quella dei gesuiti argentini e quella personale di Bergoglio, che ha prodotto un mix di conservazione in materia dottrinale e di progressismo in campo sociale ed economico. Nulla a che fare con il comunismo, come pensano invece gli analfabeti della storia della Chiesa e dell’America Latina che ragliano sui media dozzinali, anzi. Forse prima o poi qualcuno capirà che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e con essa le categorie del ‘900. Anche Oltretevere la musica è cambiata, ma si fa fatica ancora a cogliere le nuove armonie.

 

Alfredo Somoza

 

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Si chiamano PASO, cioè “primarie aperte, simultanee e obbligatorie”, l’unico strumento al mondo istituito per legge da uno Stato per validare le candidature alle elezioni politiche e amministrative. Le primarie aperte, simultanee e obbligatorie nascono in Argentina nel 2009 per iniziativa dell’allora presidente Néstor Kirchner e rimangono l’unico esempio di “primarie per legge” effettivamente attuato, oggetto di interesse e di studio a livello internazionale. Il meccanismo è così semplice ed efficace da spazzare via qualsiasi altra ipotesi. Circa due mesi prima dell’elezione del presidente della Repubblica, del Parlamento o dei governatori, le varie forze politiche formalizzano una o più candidature per la carica. In una data prestabilita, negli stessi seggi dove si vota e con l’imprimatur dello Stato tutti i cittadini abilitati al voto possono dare le propria preferenza a un candidato e alla lista collegata. Le forze politiche che non superano la soglia dell’1,5% non potranno presentarsi alle elezioni, mentre il candidato più votato di ciascuna forza politica, con il tipico meccanismo delle primarie, diventa automaticamente il candidato ufficiale di quella forza.

Due sono le differenze rispetto alle primarie che conosciamo in Italia, che nelle ultime tornate hanno mostrato serissime falle sotto il profilo del rispetto delle regole. La prima è che lo Stato garantisce la trasparenza dell’operazione e rende “ufficiale” il risultato; la seconda è che, essendo obbligatorie per tutte le forze politiche e tenendosi nello stesso giorno, è impossibile che l’elettore di centrodestra possa votare per un candidato del centrosinistra (o viceversa) per influenzare la scelta dello schieramento opposto: infatti, potendo esprimere un solo voto, se così facesse non potrebbe dare la preferenza al candidato preferito espresso dal suo schieramento. Un altro effetto positivo di questo meccanismo è che la stessa composizione delle liste per le primarie favorisce alleanze preventive che saranno rodate per mesi prima del momento del voto.

L’esito del voto, tra l’altro, può essere intuito con molta più precisione rispetto ai sondaggi. Se si sommano i risultati ottenuti dai diversi candidati di una singola forza politica alle primarie, si avrà una grande approssimazione rispetto a quello che sarà il risultato vero. La prima volta che infatti fu attuato questo meccanismo, nelle presidenziali del 2011, la candidata Cristina Kirchner, che alle primarie ottenne il 50,4%, venne eletta con il 54% nelle elezioni tenutesi due mesi dopo. Domenica 13 si terranno le Paso per le legislative di ottobre che daranno un segnale importante sulla popolarità dell’attuale Presidente Mauricio Macri, che tra l’altro non gode finora di maggioranza propria alle Camere.
In sostanza, con le PASO la legittimazione dei candidati alle massime cariche dello Stato è stata in buona parte sottratta ai partiti e “passata” ai cittadini. E senza via di fuga, visto che si tratta di un meccanismo istituzionale valido per tutti. Una piccola lezione da un Paese che ha subito disastri politici ed economici di varia natura nell’ultimo mezzo secolo, ma che sono anche serviti per immaginare modelli partecipativi all’avanguardia.

 

Alfredo Somoza

 

«Mi scuso con i messicani perché noi, Stati Uniti, abbiamo deliberatamente reindirizzato il trasporto di droga nel nostro Paese fuori dalle rotte aeree e marittime e, da allora, questo trasporto si è sviluppato via terra». Non è un dialogo tratto da House of Cards, ma la dichiarazione di un ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, che ha pronunciato queste parole a Città del Messico, davanti a una platea di giovani in un convegno organizzato della rete Laureate International Universities.

La “confessione” di chi è stato per dieci anni alla Casa Bianca, riportate in Italia soltanto dall’Almanacco Latinoamericano, spiega diverse cose. Anzitutto le ragioni del cambiamento epocale che, negli anni ’90, si è verificato nella storia del narcotraffico tra Sudamerica e USA.

Fino a quel decennio, la cocaina entrava in Florida tramite una vera e propria flottiglia di navi e di piccoli aerei che, dalla Colombia, facevano scalo in Belize o in qualche isoletta caraibica prima di atterrare o ancorare vicino a Miami: città che era diventata la capitale mondiale del narcotraffico. Qui non solo transitava la pioggia di polvere bianca che si riversava nel resto del Paese, ma si riciclavano anche i soldi sporchi investendoli nell’edilizia e foraggiando il sistema bancario locale, in larga misura connivente. Una rete controllata dai “cartelli” dell’epoca, rigorosamente colombiani: prima di Medellín e poi di Cali.

Senza troppa pubblicità, a un certo punto negli Stati Uniti viene decretato il blocco navale e aereo, e il traffico si sposta per la prima volta via terra. Proprio a questo punto entra in scena il Messico: uno storico produttore ed esportatore di marijuana che all’improvviso si specializza in eroina, di origine locale, e monopolizza il transito della cocaina. Sorgono così sei cartelli della droga che presto estromettono i colombiani dagli USA, il primo mercato mondiale degli stupefacenti, e successivamente riescono anche a piegare lo Stato messicano, arrivando a controllare buona parte del territorio nazionale.

A favorire l’operazione è l’entrata in vigore del NAFTA, l’accordo di libero scambio tra USA, Canada e Messico, che aprì un’autostrada ai cartelli messicani.

Il resto è storia contemporanea. 70mila morti nella guerra tra Stato e mafie, l’allargamento degli affari dei narcos alla gestione del traffico dei clandestini e dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici, la loro ascesa inarrestabile nell’establishment economico e politico messicano.

Oggi sotto il confine tra Messico e Stati Uniti corre un reticolo di tunnel scavato per trasportare merci illecite. Ma la droga non si muove solo nel sottosuolo: ogni anno la frontiera è attraversata da circa due milioni di camion, solo un’infima parte dei quali viene controllata. Il NAFTA non ha solo allentato i controlli al confine ma ha anche avuto l’effetto di distruggere la piccola e media agricoltura messicana, liberando terre e braccia per i mercanti di morte.

La guerra globale alla droga dichiarata dagli USA costa 50 miliardi di dollari all’anno alle casse pubbliche, eppure si è dimostrata un fallimento su tutta la linea. Oggi si comincia a parlare di liberalizzazione delle droghe leggere, con le prime aperture fatte nello Stato del Colorado, ma rimane il nodo delle droghe pesanti, vera e propria cassaforte della malavita organizzata e della rete di corruzione che si annida in entrambi i Paesi coinvolti. La confessione di Bill Clinton, a distanza di 20 anni, ci dice che non ci fu la volontà politica di eliminare il traffico internazionale ma solo di “gestirlo”, spostandone le rotte all’interno dell’area di libero commercio con il Messico: come se la droga fosse una merce come le altre, come se fosse gestibile. Alla luce di questa ammissione andrà riscritta l’intera storia del narcotraffico internazionale.

Per i messicani il prezzo è stato devastante: se le cose sono andate così, e non ci sono motivi per non crederlo, le scuse non bastano.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

A member of the citizens' Self-Protection Police guards at the Municipal Palace of Nueva Italia community in Michoacan State, Mexico, on January 12, 2014. The Mexican government deployed hundreds of forces after several attacks to the federal policemen occurred in villages of western Michoacan state. AFP PHOTO / ALFREDO ESTRELLA

A member of the citizens’ Self-Protection Police guards at the Municipal Palace of Nueva Italia community in Michoacan State, Mexico, on January 12, 2014. The Mexican government deployed hundreds of forces after several attacks to the federal policemen occurred in villages of western Michoacan state. AFP PHOTO / ALFREDO ESTRELLA

Un uomo mite, un uomo impegnato, un uomo che non si è mai arreso, un uomo che ha ridato significato all’utopia. Eduardo Galeano ha plasmato la narrazione dei vinti di tutte le latitudini. Uomini, donne, schiavi, contadini, rivoluzionari vincenti e perdenti.  Con le Vene Aperte del 1971 si scrisse per la prima volta la storia di sopraffazione e violenze del colonialismo in America, con la trilogia delle Memorie del Fuoco, le lotte anonime e i sogni delle persone spintonate dalla storia divennero epica. Eduardo, uruguayano oriundo ligure e svizzero, confermò il ruolo della letteratura, se di qualità, come strumento in mano ai popoli. Quei popoli che difese con il suo impegno decennale, lui che era scappato al massacro delle dittature uruguayana e argentina per regalarci poesie scritte durante quei “giorni e notti di amore e di guerra”. Malgrado Eduardo, i suoi libri divennero best seller ed entrarono nella biblioteca di Bill Clinton e Obama. Letteratura, racconto, storia romanzata, poesia un tutt’uno che non basta per raccontare la sua figura. Voglio ricordarlo una sera di primavera a Santiago del Cile, appena dopo la sconfitta di Pinochet nel referendum per perpetuarsi. Uno stadio chiuso che vibrava con le sue parole, perché Eduardo parlava di speranza, di quella dimensione umana che guai se ci abbandona. Nell’universo di Galeano i popoli sono lotta, pensiero, azione, cultura e, se non perdono la speranza, marciatori sulla strada che porta all’utopia.

 

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Quando si chiudono oltre 50 anni di scontri, verbali e talvolta fisici, non ci sono mai vincitori o perdenti netti. Ma la stretta di mano di ieri consegna alla storia una fotografia nella quale c’è Barak Obama, diventato un gigante a fine mandato, insieme al fratello minore dei Castro, il cinese come viene chiamato per i suoi gusti politici. Non ci sono in questa foto né Fidel, ancora vivo, né i duri di Miami e i loro rappresentanti politici repubblicani.

Con questo dialogo vincono le multinazionali statunitensi che fremevano per potere tornare a investire su un mercato monopolizzato da canadesi ed europei, ma vincono anche i cittadini cubani che finalmente vedranno scomparire l’embargo economico che ha strangolato a lungo l’isola.

Vince la linea di Obama che impone agli Stati Uniti un avvicinamento con l’America Latina anche a costo di ingoiare la stretta di mano con un Castro.

Vince l’America Latina progressista, che ha sempre difeso la sovranità territoriale e politica di Cuba e per decenni denunciò la politica statunitense di aggressione.

Vincono i colombiani che hanno scommesso sulla pace, grazie alla mediazione di Cuba e il beneplacito degli USA. mettendo in minoranza chi soffiava sul più antico conflitto americano per legittimarsi.

Stravince Papa Francesco, silenzioso tessitore della mediazione iniziata da Wojtyla e continuata da Ratzinger. Il Vaticano a guida del primo Papa latinoamericano e gesuita è tornato un protagonista della politica internazionale.

Perdono infine i settori più recalcitranti della destra repubblicana, l’incontro di ieri tra Castro e Obama è una delle loro più grandi sconfitte nella storia degli Stati Uniti: un regime che hanno tentato di rovesciare, un paese che hanno tentato di invadere, una leadership che hanno tentato di uccidere ieri ha sigillato con il Presidente dell’Unione, a pari dignità, la fine della Guerra Fredda.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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Barack Obama vuole concludere il suo mandato rilanciando i rapporti con i “vicini” latinoamericani. Così, dopo decenni di incomprensioni, disinteresse e ridimensionamento anche dal punto di vista della presenza economica, gli Stati Uniti tornano prepotentemente ad affacciarsi sul continente che si estende a sud del Rio Bravo. Durante la lunga assenza del “fratello del Nord”, però, nel vicinato sono accadute molte cose. Un grande Paese, il Messico, è precipitato in una guerra civile sanguinosa tra Stato e narcotraffico. Un altro grande Paese, il Brasile, è diventato potenza globale. In diversi piccoli Paesi, come Ecuador, Uruguay e Bolivia, sono avvenuti profondi cambiamenti nell’ambito della sovranità economica e dei diritti sociali e individuali. Altri Stati ancora, come Cile e Perú, conoscono alti tassi di crescita economica, mentre Argentina e Venezuela si trascinano in una crisi politica quasi endemica.

Situazioni molto diverse ma con elementi comuni: la crescita delle società latinoamericane degli ultimi vent’anni è stata proporzionale al ridimensionamento delle relazioni economiche e politiche con gli Stati Uniti e alla diversificazione dei partner internazionali. Per diversi Paesi dell’America centro-meridionale, la potenza economica di riferimento è oggi la Cina. E proprio questo ha fatto scattare l’allarme, in ritardo, a Washington. La strategia del ritorno degli Stati Uniti in America Latina prevede la guarigione delle due ferite che in passato hanno compromesso i rapporti tra le due aree: cioè i “casi” Cuba e Colombia. Le trattative che si stanno svolgendo a L’Avana tra le FARC e lo Stato colombiano per porre fine alla guerra civile più lunga del continente americano, 50 anni e 200.000 morti, è strettamente legata ai round negoziali tra USA e Cuba, in svolgimento sempre a L’Avana, per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e commerciali dopo decenni di inutile embargo. In entrambi i casi gli Stati Uniti sono stati sconfitti, non essendo riusciti a rovesciare Castro né a liquidare la guerriglia delle FARC. Ma il danno è stato ancora maggiore se si considera che l’ostinata difesa di questa fallimentare politica di ingerenza ha alienato, con pochissime eccezioni, qualsiasi simpatia nei confronti degli USA da parte di governi di destra come di sinistra. E già nel 2005 gli errori hanno pesato nella decisione degli Stati latinoamericani di rifiutare l’accordo ALCA, il disegno – ormai sepolto – di costruzione di un unico mercato dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco.

Obama ora sta dimostrando coraggio. Nel discorso in cui annunciava l’apertura del dialogo con Cuba ha fatto giustizia storica citando il patriota cubano José Martí e restituendo a 400 milioni di persone la denominazione di “americani”, a segnalare un destino comune. Tuttavia lo slogan “siamo tutti americani” ha per ora provocato solo sorrisi in America Latina. E questo perché da quelle parti sono abituati all’uso alternato del bastone e della carota da parte dei vicini del Nord. Gli Stati Uniti, dopo le aperture di Obama, dovranno così riguadagnarsi sul campo ciò che la globalizzazione ha loro tolto. In primo luogo, prendendo atto del fatto che l’America Latina della Guerra Fredda, quella schiacciata nell’alleanza obbligatoria con gli Stati Uniti, che non risparmiarono mezzi né tragedie per perpetuarla, non esiste più.

Ora il rapporto deve essere alla pari, perché i latinoamericani per la prima volta possono scegliere con chi stare e con chi fare affari. È uno scenario al quale a Washington faticano ad abituarsi, ma con il quale devono fare i conti. Per la prima volta, nelle relazioni diplomatiche tra i mondi separati del Nuovo Continente sono gli americani del Nord ad avanzare proposte di cooperazione e a proporsi come forza di pace: le parti si stanno rovesciando, e questo non può che essere un bene.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Sulla costa del mare dei Caraibi, in Honduras, vivono piccole comunità di afroamericani, i Garifuna, discendenti di schiavi sopravvissuti al genocidio perpetrato dai negrieri. I Garifuna ormai sono considerati un popolo autoctono americano nonostante siano oriundi di un altro continente, come i Quilombolas brasiliani, i neri di Esmeraldas in Ecuador, i Maroons delle Guyane. Eredi di uomini e donne che ricostruirono la loro vita alla fine della schiavitù oppure che si erano uniti in comunità già nei decenni precedenti, dopo essere fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero in cui erano tenuti alla catena.

Quando in America Centrale gli schiavi furono liberati, agli inizi dell’800, i Garifuna si organizzarono in piccoli villaggi sulla costa e nelle isole vivendo di pesca, caccia e della coltivazione di tuberi e mais. Chiunque visiti i loro villaggi rimane sorpreso di fronte a veri e propri “pezzi d’Africa” incastonati sul suolo americano: in pratica, architetture, lingua, musica, danze, abiti, cibi sono quelli del Golfo di Guinea. I tamburi congo continuano a suonare le basi ritmiche di antichi canti rituali tramandati di generazione in generazione. Le cerimonie sulla spiaggia, di fronte a un mare generoso, collegamento ideale con l’Africa lontana, sono a tutti gli effetti un patrimonio culturale e di “resistenza” unico al mondo.

Una parte di queste comunità vive all’interno del parco nazionale intitolato a Jeanette Kawas: un’ambientalista honduregna che salvò oltre 400 specie animali e vegetali in pericolo ma non riuscì a salvare se stessa dalla furia criminale dei proprietari terrieri che aveva denunciato, colpevoli di attività predatorie nell’area protetta. Jeanette fu la prima ambientalista in Centroamerica uccisa per le sue idee e il suo lavoro, nel 1995.

Nell’area di Tela già negli anni ’80 e ’90 la speculazione edilizia voleva cementificare la baia, davvero splendida, e soprattutto la parte vicina alla meravigliosa Punta Sal con la spiaggia bianca che la precede, lunga almeno 10 chilometri. L’assassinio della Kawas produsse l’effetto opposto a quello auspicato dagli assassini. Sollevò grandi proteste e fece crescere l’attenzione a livello internazionale, così l’area è stata salvaguardata dai progetti di cementificazione. Fino a qualche tempo fa.

Oggi invece la speculazione ha mano libera e si procede spediti con la costruzione di villette, due megaresort turistici a cinque stelle, piscine e un campo da golf di 80 ettari ricavato coprendo di terra la parte umida del parco, ormai persa per sempre. Nel mese di ottobre è partita l’ultima fase della costruzione del complesso. Ora c’è solo da scacciare i poveri dalle terre confinanti perché potrebbero infastidire i turisti. Così in questo momento 400 persone stanno rivivendo la dolorosa storia dei loro avi: l’esercito sta procedendo casa per casa, gettando per strada i pochi beni dei Garifuna per poi radere al suolo le abitazioni con i bulldozer, il tutto contro i diritti dei nativi che, in teoria, dovrebbero essere tutelati da leggi e trattati nazionali e internazionali.

Della cultura di questo popolo resterà il ricordo negli spettacolini offerti dai resort, dove alcuni Garifuna verranno presentati come nota di “colore” ai turisti curiosi. In cambio di qualche moneta suoneranno il bongo, canteranno e balleranno con la morte nel cuore. È così l’ennesimo progetto di sviluppo turistico, con l’immancabile campo da golf, si abbatte su un’area protetta e su una comunità indigena.

Uno strano destino quello dei cosiddetti popoli autoctoni, o assimilati come i Garifuna: la marginalità geografica dei loro insediamenti, che in passato è stata la loro salvezza, oggi diventa la loro rovina, perché l’industria turistica cerca disperatamente terreni vergini da occupare. La povertà e la cultura di questi popoli hanno salvaguardato un ambiente spettacolare, interpretato oggi come l’ultima frontiera del turismo “a contatto con la natura”. Come i Boscimani della Namibia, i Mapuche del Cile, i Naga del Tibet, oggi i Garifuna hanno il loro minuto di notorietà solo perché aggrediti ed espropriati. Un minuto del quale, nel grande circo mediatico, non resterà traccia. I Garifuna di Punta Sal in Honduras, d’ora in poi li troveremo nelle baraccopoli della periferia della capitale o mentre faranno il verso a se stessi davanti ai turisti: quelli spensierati e organizzati, senza “ahi! ahi! ahi!”.

 

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

 


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In un lontano Paese in fondo al Sud America, sta andando in pensione uno dei politici più amati al mondo. Un uomo che ha governato solo quattro anni, ma che ha lasciato una traccia indelebile sullo scenario internazionale. José Pepe Mujica  ha una storia politica impeccabile, anche se ha riconosciuto di avere avuto la testa “troppo calda” quando militava nella guerriglia Tupamaro. Prigioniero politico di lungo corso nelle segrete della dittatura, è il simbolo della continuità tra le lotte degli anni ’70 e quelle del XXI secolo.

L’Uruguay è una piccola porzione della Pampa che fu per secoli un cuscinetto tra i due imperi che si spartivano il Sudamerica – quello spagnolo e quello portoghese – e successivamente passò sotto l’ala del Regno Unito, interessato a tutelare i suoi grandi interessi economici nella zona. L’eroe nazionale che lottò contro la Spagna, il generale José Artigas, non a caso venne battezzato “protettore dei popoli liberi”; e quando si verificò lo strappo con Buenos Aires, che portò all’indipendenza dall’Argentina, qui combatté e visse Giuseppe Garibaldi nella sua fase più libertaria. L’Uruguay, infatti, è uno Stato laico nel continente più segnato dal cattolicesimo spagnolo. Un Paese nel quale il divorzio esiste da decenni e dove oggi sono ammessi i matrimoni omosessuali. Un Paese che già nel 1917 sancì la separazione totale tra Stato e Chiesa, e nel quale la Pasqua si chiama “settimana del turismo”.

Soprattutto, l’Uruguay è storicamente un’isola di democrazia in un continente in tempesta, anche se questa nobile tradizione si interruppe drammaticamente mentre i “vicini di casa” si trovavano sotto lo stivale dei militari. In quegli anni bui per Montevideo, un guerrigliero fu tenuto in prigione per 15 anni. Quell’ex detenuto, che non ha mai rinnegato le proprie idee di giustizia sociale, sta concludendo il suo mandato di presidente della repubblica, a capo di una coalizione formata da socialisti, comunisti, cattolici progressisti ed ex Tupamaros. Un presidente amatissimo che ha continuato a vivere nella sua modesta casa di campagna, che ha tenuto per sé soltanto 800 euro di stipendio, ha girato con la sua auto di trent’anni fa e in tutti i forum internazionali è diventato un faro per chi si batte contro il modello dominante di sviluppo consumistico e contro la mancanza di etica nella politica.

Con Mujica la disoccupazione è calata, l’economia è cresciuta, è stato depenalizzato l’aborto e sanciti i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Uruguay si è anche realizzato il sogno dell’antiproibizionismo con la legalizzazione della marijuana, anticipando una decisione che – per forza di cose – prima o poi dovrà essere presa da tutti i Paesi dell’area per debellare le mafie, che non soltanto delinquono e inquinano la società, ma sono diventate veri contropoteri antagonisti della democrazia.

Come scrisse anni fa uno dei grandi scrittori di questo Paese, Eduardo Galeano, l’utopia serve a camminare senza perdere l’orientamento. Il piccolo Uruguay di Pepe Mujica, patria di tangueros, calciatori e romanzieri, si è permesso ancora una volta di ricordarci un’utopia, quella della politica che riprende l’originale vocazione di servizio e nella quale i cittadini si possono identificare.

 

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

 

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In teoria lo scorso agosto l’Argentina ha subito un secondo default, dopo quello devastante del 2001. In pratica, però, ciò non è vero. Tutto risale alla sentenza, poi avallata dalla Corte Suprema, con la quale il giudice newyorkese Thomas Griesa ha interpretato il principio del pari passu in modo originale.

Il principio secondo il quale gli obbligazionisti vanno trattati tutti nello stesso modo significa infatti, molto semplicemente, che nessuno può essere privilegiato in caso di insolvenza. Invece, a prescindere dal fatto che oltre il 90% dei creditori avesse accettato la ristrutturazione dei crediti con uno sconto tra il 30 e il 40% del capitale iniziale, Griesa ha stabilito che i fondi speculativi che avevano rastrellato i titoli dopo il default pagandoli tra il 10 e il 15% oggi hanno diritto a riavere il 100% del valore nominale più gli interessi.

Se l’Argentina accettasse la sentenza, questo principio di pari passu a rovescio si estenderebbe automaticamente anche a quei creditori che già avevano accettato l’accordo con lo Stato. Un pasticcio internazionale che rischia di impedire in futuro la ristrutturazione di qualsiasi debito sovrano: anche perché ciò che è successo per via di questa sentenza potrebbe costituire un precedente valido pure al di là della giurisdizione statunitense.

Non a caso il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, ciò che deciderà la maggioranza dei creditori sarà vincolante per tutti. Altra conseguenza immediata di questa situazione è l’indebolimento della piazza di New York per il collocamento del debito sovrano intitolato in dollari USA: così questa vicenda indebolisce ulteriormente il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, sempre più in discussione davanti ai crescenti flussi di scambi in valuta locale, soprattutto tra i Paesi BRICS.

Nel frattempo l’Argentina ha depositato presso la Bank of New York Mellon il denaro per pagare i creditori che avevano accettato il concambio post default. Somma che però è stata bloccata dalla Corte statunitense perché, secondo la sentenza, parallelamente l’Argentina dovrebbe pagare per intero i fondi avvoltoi favoriti da Griesa. Il grande paradosso di questa vicenda, dunque, è che il Paese teoricamente entrato in default ha i soldi per onorare la scadenza, quindi ha la liquidità necessaria per non entrare in default… ma quegli stessi soldi sono stati immobilizzati in una banca da una sentenza.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori, per ora virtuali, sono infatti i fondi speculativi che, grazie alla deregolamentazione dell’economia globale, possono scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che opera però legalmente. Per l’Argentina, che dopo 10 anni stava per rientrare nel mercato internazionale dei capitali e ora è in affanno per la ripresa dell’inflazione, si tratta di una batosta dagli esiti imprevedibili.

La morale di questo default senza precedenti, ma che crea un pesante precedente, è che, per far rientrare in un recinto di regole condivise i buoi scappati negli anni dell’ottimismo globale, dopo una lunga ricreazione la politica dovrà tornare a occuparsi di economia: non per trasformarsi essa stessa in imprenditore, bensì per farsi garante degli interessi dei cittadini.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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