Policentrico è ciò che ha più centri, com’è riportato sul vocabolario Treccani che cita ad esempio proprio la città policentrica. La nozione stessa di centralità può oggi riferirsi ai tradizionali centri storici delle città europee, intorno ai quali sono cresciuti gli insediamenti in successive espansioni, o ai centri, più o meno antichi e consolidati, di un territorio con diversi sedi di insediamento umano legati alla vocazione storica (zone agricole o commerciali), all’evoluzione del lavoro (centri direzionali o di attività industriali), allo svago (parchi naturali, impianti sportivi). E’ il caso di Vimercate e delle sue frazioni, ciascuna con una propria storia, profilo produttivo, dinamica abitativa. Molto diverso della realtà delle grandi metropoli, come ad esempio Milano, nelle quali la crescita della città industriale è stata un processo di omologazione-funzionalizzazione dello spazio gerarchicamente ordinato dal centro che ospita le funzioni amministrative, direzionali, economiche, culturali e che da nome e connotazione a tutto quello che ha intorno. Nelle periferie non si abita, si dorme: la stessa espressione di quartiere-dormitorio segnala questa condizione di vita residuale. Il rischio periferia esiste anche da noi, e questo accade perché le frazioni di Vimercate sono interessate dalle grandi opere di urbanistica (come Pedemontana), dal passaggio veicolare dai Comuni limitrofi, dalla concessione di permessi di insediamento per attività economiche ad alto rischio ambientale da parte dei comuni limitrofi. Le frazioni di Vimercate rivendicano con forza il diritto di offrire ai propri abitanti condizioni che consentano l’espressione e il soddisfacimento di momenti diversi della vita quotidiana, sia individuale che di relazione. Non si vuole che il centro delle frazioni sia soltanto, per la maggior parte degli abitanti, la propria casa, il proprio appartamento. Bisogna individuare in quelle stesse aree elementi materiali e simbolici che identificano una polarità e, nel gioco di specchi delle rappresentazioni mentali, consentano un’identificazione. Le frazioni non possono e non devono assolvere però tutte le funzioni tipiche della città. Sono centri urbani minori che devono riscoprire la loro identità e funzionalità nei confronti del centro e delle altre frazioni. E quali sono i punti irrinunciabili perché le frazioni continuino ad essere vivibili? Sicuramente il sistema di collegamenti con il resto del Comune e con i centri confinanti, i servizi al cittadino che, nella misura del realistico, devono sforzarsi per raggiungere gli abitanti delle frazioni che per motivi di età o di mobilità non possono rivolgersi sempre al centro. La cultura a Vimercate deve essere anch’essa ripensata n modo policentrico. Dopo il grande traguardo del MUST, luogo della memoria storica del territorio, la cultura degli spazi creativi e degli eventi, deve diffondersi anche nelle frazioni, non soltanto per venire incontro ai bisogni dei cittadini delle stesse, ma anche per incentivare gli altri a conoscerle e viverle. Altro ruolo possibile per le frazioni è quello di diventare i terminali di un’agricoltura rinnovata e sostenibile, che incentivi la costruzione di percorsi di filiera corta, risparmi il territorio da speculazioni future e possa creare nuova occupazione. Pensarsi come città policentrica e non come città e periferie fa parte di una cultura del vivere insieme in controtendenza che le grandi città fanno una grandissima fatica a mettere in pratica. A Vimercate è ancora possibile, basta non dimenticarci che la sua ricchezza è fatta anche dalla tradizione dei micro-territori che insieme concorrono a rendere il nostro Comune riconoscibile e riconosciuto.

“La democrazia – sosteneva Sir Winston Churchill – è la peggior forma di governo, a
esclusione di tutti gli altri sistemi sperimentati finora”.

Fine della Storia, o fine delle ideologie del Novecento, è un fatto certo che oggi
le aspirazioni dei popoli della terra, praticamente senza eccezioni, passino
dal raggiungimento della democrazia, anche se talvolta viene definita con altri
nomi. Ma qual è lo stato di salute della democrazia laddove esiste?

continua nella rubrica “Gli appunti di Alfredo Somoza” del 14 aprile 2011 su esteri_14_04_2011 (Popolare Network)

I Comuni italiani sono oggi l’ultima trincea per i cittadini per quanto riguarda l’ascolto, l’attenzione, l’immediatezza nella comunicazione tra governante e governato. La politica nazionale è infatti sempre più lontana dalla quotidianità, dal vissuto e dai bisogni delle persone. E’ questo dato di fatto, amplificato e deformato dalla demagogia del “sono tutti uguali, tutti ladri, tutti morti” è veramente preoccupante. A questo punto le strade sono due, la scorciatoia populista e velleitaria dell’essere “contro tutti”, aspettando di raggiungere la massa critica del 51% per fare da soli (è questo è il succo della politica a “5 stelle”), oppure declinare i principi in politiche cercando di costruire alleanze che permettano realisticamente di applicarle. L’Italia in crisi non ha bisogno di voti “congelati”, di voti a perdere. Ogni elettore che si pone il problema della tutela dei beni comuni e del lavoro, del rispetto dell’ambiente e del bisogno innovazione, ha il diritto di potere scegliere una coalizione che su questi temi si impegni e abbia la possibilità di dimostrarlo nei fatti. Tutto il resto è cabaret, logiche di comunicazione di massa di stampo televisivo, in totale mancanza di rispetto per l’essere umano che c’è dietro qualsiasi avversario politico, anche il peggiore.

A Vimercate abbiamo costruito un programma di coalizione che è stato scritto parola per parola, discusso fin nelle virgole, commisurato alla volontà politica di ciascuna delle forze che sostengono Paolo Brambilla perché diventi un impegno di mandato nel caso si vinca. Il confronto con i programmi degli altri candidati a sindaco non è possibile. E non per motivi “ideologici”, ma perché si tratta in buona parte di programmi standard, presentati in altre parti dell’Italia e con brevi accenni a Vimercate. Addirittura ci sono volantini validi per tutta la Lombardia e programmi “stellati” che ignorano il percorso partecipativo della Città di Vimercate che, oltre a interessare il bilancio, ha accompagnato l’approvazione del PGT e la scelta del piano urbanistico per l’ex Ospedale-Cava Cantù con una vasta partecipazione dei cittadini. Scherzi di chi non conosce la città oppure scopiazzature di programmi destinati a quei comuni, tanti purtroppo, dove la partecipazione è ancora un miraggio.

Comuni come ultima trincea, ma anche come prima: la rigenerazione della politica può partire dal basso, dai territori, dalle politiche concrete, dal governare misurandosi quotidianamente con l’elettore. Questo ci insegna ad esempio l’esperienza meravigliosa del Partito dei Lavoratori di Lula, che prima di diventare governo nazionale per tre mandati successivi, è stato forza di governo municipale introducendo per la prima volta a Porto Alegre il bilancio partecipato che inaugurava un nuovo protagonismo dei cittadini che in quel caso erano a maggioranza poveri ed esclusi. Il futuro del centrosinistra passa oggi infatti dal sapere dimostrare, non per slogan ma con politiche nuove, che è possibile governare mantenendo alti i principi dell’etica e della solidarietà sociale. Facile a dirsi, difficile da fare e anzitutto possibile soltanto nel dialogo costruttivo tra le diverse culture della sinistra italiana. Il tempo delle divisioni deve essere definitivamente archiviato, oggi è tempo di uscire dalla trincea e di avanzare.

Esistono ancora differenze tra gli schieramenti politici? Una domanda retorica alla quale i diversi demagoghi mediatici rispondono di solito negativamente. I programmi dei partiti spesso si equivalgono nella forma, nel linguaggio “politically correct” (oppure scorrect) e nelle promesse. C’è però una dimensione che fa ancora la differenza ed è quella dei principi che stanno alla base di un’azione di governo che miri alla coesione sociale e le politiche che li declinano. Lo slogan delle destre più gettonato negli ultimi anni è stato quello del “governo del fare”. Già, ma fare cosa? Andando a vedere i programmi dei due schieramenti che si presentano per governare Vimercate nei prossimi 5 anni, il centrosinistra uscente è riuscito nella sua esperienza di governo a non fare pesare sulle reti sociali, su chi aveva bisogno di sostegno, sulla cultura, sul territorio e sull’ambiente la crisi economica e i minori trasferimenti tra Stato e Enti locali. Ci sono stati anche momenti alti di partecipazione dei cittadini, come la discussione del PGT, che delinea e vincola lo sviluppo futuro di Vimercate e il dibattito pubblico sulla trasformazione urbanistica più importante dei prossimi anni (Area ex-Ospedale-Cava Cantù). Dal punto di vista dell’azione di governo, non si è temporeggiato, si è deciso.  Ma il “fare” della Giunta di Vimercate è stato la traduzione in politiche di  principi, come appunto quella della coesione sociale, che in linguaggio comune ha voluto dire mantenere saldi i legami all’interno della comunità non cedendo ai canti delle sirene che,  attraverso la formula magica della dismissioni+privatizzazioni+tagli alla cultura e al sociale, confondono libertà con l’essere liberi di fare i propri interessi. Anche la logica della “sicurezza” come un valore, e quindi dell’investimento in telecamere e polizia come antidoto al disagio sociale, è stata e va declinata in politiche che riducano al minimo il rischio, per chi viene spinto ai margini  della società, di delinquere. Gli Stati Uniti ci insegnano che la massima durezza, addirittura la pena di morte, a nulla vale quando una società è ingiusta, crea esclusione e genera violenza.  Altra vittima della modernità è il territorio, risorsa fondamentale per il futuro di noi tutti sulla terra. Su questo c’è stato l’impegno, mantenuto, di ridurre il consumo di suolo collocando  Vimercate tra i Comuni meno antropizzati della Brianza. Un territorio nel quale vivere, dal quale trarre il necessario per la sussistenza, ma che va rispettato nei suoi equilibri e bisogni. Un territorio ridotto soltanto a teatro della speculazione è foriero di disastri annunciati. La natura ha la memoria lunga e non perdona. Possiamo dirottare i fiumi, disboscare i pendii, continuare a costruire strade per le auto, ma queste scelte si pagano, spesso in modo tragico.

Oggi lo spartiacque tra forze progressiste e conservatrici passa proprio dal reinterpretare la questione sociale, nella tutela e valorizzazione sostenibile del territorio e nella chiarezza sull’equilibrio nel dialogo tra pubblico e privato, due dimensioni che devono convivere ciascuna nel proprio ambito specifico, senza che mai prevalga l’interesse del singolo su quello della comunità. La politica oggi è chiamata a mediare tra interessi che possono apparire contrapposti, ma che sono necessariamente complementari. Non deve essere considerato un tabù sostenere chi fa impresa e versa le sue tasse perché la sua attività, oltre a creare ricchezza, genera posti di lavoro e quindi coesione sociale. Il patto tra pubblico e privato deve essere però chiaro e trasparente. La premessa è il rispetto della legalità, dei diritti dei lavoratori, del progetto produttivo che arricchisca non solo la proprietà, ma anche il tessuto locale.

“Nessuno si senta solo” recita uno slogan del programma elettorale del centrosinistra a Vimercate, e questo è il nostro l’auspicio per tutti noi. La solitudine non è soltanto quella frutto del disagio sociale, ma anche quella dovuta al rendersi, volontaria o involontariamente, spettatore cieco e muto della costruzione del proprio futuro. Il nostro impegno con i vimercatesi è continuare e migliorare i canali della partecipazione alle principali scelte che riguardano il futuro del territorio e della società, perché Vimercate continui a dare un esempio concreto di come si possa convivere, costruire, aiutarsi, sognare il futuro. Insieme.

Alfredo Somoza

Capolista SEL – Comune di Vimercate

Dai tempi dell’Antica Grecia, la polis è materia di riflessione sui rapporti umani in un ambiente costruito artificialmente. La città storicamente ha sottratto risorse al territorio circostante per crescere, per alimentarsi, per scaricare i suoi rifiuti. La città è stata sempre la metafora della modernità da quando l’uomo ha cominciato a interrompere per sempre il nomadismo e a porre le basi dell’abitare insieme in modo stabile.

I tessuti urbani in questi ultimi secoli sono cresciuti perché sono stati terra promessa per i contadini in fuga dalle campagne e in cerca di lavoro. Qui si trova il fulcro dell’aggregazione culturale, economica e politica, un concentrato di servizi alla persona e di offerta lavorativa, producendo spesso però fenomeni di esclusione delle persone che hanno generato forme di devianza sociale tipicamente urbane. Le periferie delle grandi città si sono caricate storicamente dei nuovi arrivati, ma anche di coloro che sono stati respinti dalla città e condannati a vivere ai margini, fenomeno molto meno presente nei piccoli e medi tessuti urbani.

Amministrare la città non è facile in nessun paese al mondo, oggi sappiamo che per garantire l’efficacia dell’operato, è decisivo il livello di partecipazione e condivisione dei cittadini.

Molte città europee hanno introdotto negli ultimi anni una modalità di gestione nata in America Latina negli anni ’90: il bilancio partecipativo. Un meccanismo apparentemente tecnico per condividere con i cittadini alcune scelte sugli investimenti che i comuni si trovano a dover fare, che ha avuto però un effetto moltiplicatore sulla partecipazione alla vita pubblica. A Porto Alegre, a Montevideo, a Rosario, a Bogotà, la partecipazione popolare alle scelte di governo del territorio è stata anche la fucina di nuovi soggetti politici, che in alcuni casi sono arrivati a governare interi paesi. In Europa, e in Italia in particolare, diversi comuni hanno introdotto questi meccanismi partecipativi in tempi di vacche grasse. Ora che i tagli nei trasferimenti dallo Stato agli enti locali e la crisi economica stanno mettendo in affanno tutti i comuni, il nostro compreso, il tema della partecipazione rischia di passare in secondo piano. L’esperienza fatta da altri ci insegna però che è stato proprio in situazione di grandissima crisi economica e sociale che la partecipazione ha dato i maggiori frutti. E questo perché una cittadinanza che partecipa è in grado di attivare le risorse necessarie per superare i momenti difficili e trovare soluzioni non facilmente “pensabili” da pochi amministratori.

Le voci dei predicatori mediatici e dei profeti del “sono tutti uguali” è chiara e forte di questi tempi, ma la risposta non può essere quella di aumentare le distanze tra politica e cittadino, bensì accorciarla. A maggio si voterà in molte città italiane, Vimercate compresa, e il tema dominante sarà quello di far quadrare i conti per potere fare un’opera in più o in meno, per tutelare questo o quel diritto. Quanti saranno i candidati e i partiti che scommetteranno sulla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non per tappare i buchi di bilancio, ma per dare una nuova dimensione alla politica del territorio? Quanti si spenderanno per portare dentro le istituzioni le richieste dei cittadini perché diventino fatti e non ispirazione per spettacoli di satira a pagamento?

La partecipazione popolare alla gestione del territorio è difficile e complessa. Non è facile infatti cambiare una cultura politica che per secoli ha escluso sistematicamente le persone dalle decisioni. Dare priorità alla partecipazione attiva dei cittadini è, in tutto il mondo, uno dei principali tratti distintivi delle moderne forze progressiste, e noi di SEL ci crediamo.

Alfredo Luis Somoza

Capolista SEL – Elezioni del Consiglio Comunale di Vimercate

con Paolo Brambilla Sindaco

Guerre, immigrati a armi

Pubblicato: 29 marzo 2011 in Mondo
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Pare che il principale pericolo per la sicurezza italiana rispetto alla crisi politica in Libia siano le ondate di profughi, sommariamente definiti “immigrati illegali” in violazione di ogni elementare regola del diritto internazionale. In subordine vengono amplificate le veline dei servizi segreti sulle infiltrazioni di gruppi fondamentalisti, un evergreen dalla guerra in Iraq in avanti. Sappiamo poi degli interessi legati al petrolio e alla posizione delle aziende italiane in terra libica.

Di armi si parla poco, anche se non è un tema secondario. Nel 2004 furono i delegati italiani a convincere Bruxelles a cancellare le sanzioni alla Libia, un risultato che il Ministro degli Interni dell’epoca, Beppe Pisanu definiva come “un successo italiano che giova a tutta l’Europa”. L’argomento principale della diplomazia italiana era stato il tema del controllo dei flussi migratori, che incontrò il favore degli alleati europei: togliendo l’embargo – questo il senso della posizione italiana – ci sarebbe stato un amico che avrebbe pattugliato le coste meridionali del Mediterraneo. Un alleato al quale fornire le “attrezzature necessarie”, armi incluse. L’equazione “sicurezza-immigrati-forniture di armi”, utilizzata anche per la Tunisia, diventava lo strumento di politica europea per il Mediterraneo, con i Paesi nordafricani relegati al ruolo di cuscinetto per fermare l’immigrazione da Sud, ma anche quello di terra promessa per gli affari dei mercanti d’armi.

Made in Italy sono, infatti, buona parte dell’aviazione libica, fiore all’occhiello delle milizie del Colonnello Gheddafi, e buona parte delle navi che pattugliano le coste. Le aziende del gruppo Finmeccanica, Agusta Westland e Alenia, tra il 2005 e il 2009 hanno venduto alla Libia dieci elicotteri, due aeromobili e alcuni sistemi missilistici. Il legame si è ulteriormente rinsaldato con la partecipazione dei fondi libici nell’azionariato di Finmeccanica. Dall’Italia verso la Libia non sono partiti solo aerei e navi leggere: un gruppo di ONG ha denunciato che nel 2009 attraverso Malta c’è stata una triangolazione di armi leggere a uso militare a marchio Beretta, per una cifra di oltre 79 milioni di euro, con destinazione finale Tripoli.

Il resto è storia di questi giorni, ma per correttezza di informazione bisogna ricordare che operazioni simili sono state compiute da altre potenze in altri scenari: dalla Francia nei Paesi del Sahel, dalla Cina in Sudan, dal Regno Unito in Nigeria, dagli Stati Uniti in Colombia, Arabia Saudita e Pakistan. Gli alibi cambiano, ma la sostanza rimane la stessa. Una volta si armavano i regimi del Sud del Mondo in chiave geopolitica rispetto agli equilibri della Guerra Fredda, oggi lo si fa in nome della lotta al narcotraffico, all’integralismo islamico o all’immigrazione clandestina.

La cronaca ci riporta regolarmente poi la notizia scontata che quelle armi vengono usate contro gli stessi popoli che le hanno pagate, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’immensa distanza tra le belle parole di democrazia e libertà che vengono spese dai leader mondiali e la cruda e cinica realtà della politica degli interessi nazionali.

La tempesta perfetta


Sorpresa, stupore, inadeguatezza. Queste le reazioni dei politici e delle opinioni pubbliche dei Paesi del Sud del mondo davanti alle rivolte di piazza nel Nord Africa. Non bastano gli esperti per far capire ciò che sta succedendo, dopo che per almeno 20 anni si è martellato su quello che doveva essere l’unico e grande rischio per gli Stati di quell’area geografica, cioè il fondamentalismo religioso islamico. Nessuno era preparato a un’esplosione di voglia di democrazia e di rifiuto della politica corrotta dei regimi, con slogan che ricordano altre piazze e altri continenti, dall’America Latina alla Thailandia. La sorpresa non riesce a nascondere però la paura che nei prossimi mesi si possa verificare la tanto temuta “tempesta perfetta”, con la coincidenza dell’aumento del prezzo petrolio e degli alimenti. Quanto accade in Nord Africa si potrebbe ripetere in tanti altri Paesi dove regimi liberticidi, corruzione ed emergenze economiche e sociali non sono da meno.

Una constatazione evidente di queste ore è che, forse per la prima volta, non c’è una regia della crisi. È difficile immaginare che una o più potenze stiano manipolando la situazione e men che meno che qualcuna di esse riesca a esercitare un potere tale da essere in grado di riportare l’ordine. Il mondo multipolare ha messo a nudo le proprie difficoltà nel realizzare una governance globale. È chiara anche l’ennesima sconfitta dell’Europa, che non ha saputo (o voluto) prevedere il terremoto alle sue frontiere e che pateticamente si pone in queste ore soltanto problemi legati ai flussi migratori. Un’Europa di egoismi e di piccolo cabotaggio che non ha mai voluto interessarsi né di democrazia né di sviluppo sulla sponda Sud del Mediterraneo.
Dietro l’Europa fallimentare e gli Stati Uniti sempre più lontani, però, non c’è nulla.
Le potenze emergenti seguono la crisi nordafricana con un misto di finta preoccupazione e di soddisfazione per quello che forse è già accaduto: la resa delle potenze storiche nella gestione dello scacchiere internazionale e il bisogno sempre più urgente di raggiungere una nuova distribuzione dei pesi politici per tentare di ripristinare un equilibrio globale.

Anche i popoli del Sud stanno imparando una lezione e i nuovi mezzi di comunicazione, mettendo a nudo le nefandezze dei dittatori in disgrazia, ne hanno impedito, per ora, la fuga, perché l’opinione pubblica mondiale non lo permetterebbe. Questa alleanza virtuale, ovviamente tutta da dimostrare, tra le società civili di tutto il mondo apre nuovi scenari per le lotte democratiche. È anche ora di ripensare i luoghi comuni sui nuovi strumenti di comunicazione di massa, considerati da molti metafora del consumismo o inutile spreco. Nei Paesi dove non esiste la libertà di stampa né quella di manifestare, cellulari, pc e Internet diventano le moderne – e pacifiche – armi delle rivoluzioni democratiche del XXI secolo.
 

Nel 1987 venne scoperta, sotto una piramide, la tomba del Signore di Sipán, un nobile del popolo Mochica che era stato seppellito insieme a ricchissimi paramenti regali di oro e pietre preziose 1.700 anni fa. Viene considerato dagli studiosi il tesoro più favoloso del Perú pre-incaico. La civiltà mochica, oriunda del nord del Perú, è ancora poco conosciuta e grazie all’archeologia si è cominciato recentemente a interpretarla.

di Alfredo Somoza

I mochicas (o moches) vissero sulla costa settentrionale del Perú tra i secoli II e VIII d. C. Furono una delle grandi culture pre-incaiche sviluppatesi dopo la rivoluzione neolitica che in America portò alla nascita di grandi civiltà urbane sulle Ande e in Messico grazie alla diffusione del mais. Si stima che il Signore di Sipán, finora il più importante ritrovamento archeologico della zona, morì attorno al 300 d. C. e venne sepolto insieme alle sue due moglie, sacrificate per accompagnarlo nell’aldilà, e a diversi guardiani con i piedi amputati perchè non “abbandonassero” il loro sovrano. Attorno al suo corpo furono ritrovate centinaia di pezzi di ceramica e metalli preziosi che oggi sono esibiti nel Museo del sito, insieme alle mummie di Sipán e ai corpi di altri due uomini potenti: un sacerdote e il Vecchio Signore di Sipán.

Il Museo Tumbas Reales de Sipán (inaugurato nel 2002) di Lambeyeque, che raccoglie i materiali ritrovati dall’archeologo peruviano Walter Alva,  è stato costruito a forma di piramide tronca nel più puro stile degli antichi santuari mochica. Il museo racconta la storia di questo popolo del deserto attraverso la descrizione della scoperta del sito del Signore. Gli oggetti in oro sono appesi in aria, su sfondo nero e in penombra, ricreando in questo modo “l’effetto tomba” e il fascino che hanno provato gli archeologi li riportarono alla luce.  Al primo piano sono esibiti i pezzi forti della raccolta: la splendida corona d’oro a forma semilunare, i sandali d’argento del Signore e i pettorali di madreperla. Sempre al primo piano del Museo, la fantastica collana dell’antico Signore di Sipán formata da 10 ragni d’oro e le immagini dell’uomo.granchio e del pesce-gatto. Al Museo Tumbas Reales troviamo infine quanto scoperto nella Piramide dei Huaca Rajada, la tomba di un sacerdote rappresentato nell’iconografia mochica come un “uomo-uccello”, che occupava il secondo livello nella gerarchia politica di questo popolo. Il mondo mochica era infatti retto da un monarca di origine divina, dal sacerdote principale e dai capi guerrieri.

La città dalla quale si parte per la visita al Museo di Sipan è Chiclayo, a 770 chilometri da Lima. La zona dove è stato ritrovato il Signore si può visitare in 3-4 giorni. Meritano una sosta l’interessante Museo Arqueológico Bruning e la sua Sala dell’oro, i villaggi di Saña e Ferreñafe, il complesso di Huaca Rajada (dove è stato trovato il sacerdote e il Signore)  e le piramidi di Túcume. In quest’ultimo sito archeologico è stata trovata la più grande costruzione in adobe (paglia e fango) del continente americano: la Huaca Larga, una specie di palazzo della cultura Lambeyeque misura 700 metri di lunghezza, 280 di larghezza ed è  alta 30 metri. I Tùcume si svilupparono in questa zona del Perú a partire del 700 d.C e venne conquistata dai Chimù nel 1375, dagli Incas nel 1470 e infine dagli spagnoli nel XVI secolo.  Nelle loro piramidi di adobe vivevano i Signori di Tùcume, governanti considerati semidei. Dall’alto della Huaca Larga si può ammirare il complesso disegno urbano di piazze, templi e case che costituivano questo centro del passato americano.

 

 

La scoperta

 

 

FOCUS: Trujillo, la città dell’eterna primavera

Trujillo, la città più importante del Perú settentrionale, è a sua volta porta d’ingresso per conoscere i resti più meravigliosi della civiltà Mochica. I ritmi e i rumori di Trujillo ricordano ancora, soprattutto nel centro storico, quelli della colonia spagnola. Il tratto più caratteristico dell’architettura coloniale di Trujillo sono i balconi, a forma di cassettone e decorati ognuno in modo diverso. Le finestre hanno le caratteristiche gelosie di legno che permettono alle donne di guardare senza essere guardate e quindi evitare, appunto, la “gelosia” dei mariti.

Da Trujillo si raggiungono le piramidi del Sole e della Luna, il più imponente santuario religioso pre-incaico della zona. Più importante ancora la città archeologica di Chan Chan, antica capitale dei Chimù, la civiltà intermedia tra i mochica e gli Incas. Chan Chan, patrimonio dell’UNESCO,  è la città costruita con il fango più grande che sia mai esistita. La città è ancora incredibilmente conservata (qui piove raramente) e sono ben visibili le decorazioni che permettono di immaginare la complessa organizzazione di una città che, secondo gli archeologi, è arrivata a contare 100.000 abitanti.

Informazioni utili

QUANDO: La stagione più adatta alla visita del Perú settentrionale è tra dicembre e marzo.

COME ARRIVARE: Il Perú si raggiunge con diverse compagnie, voli più frequenti con Iberia.

DOCUMENTI. Passaporto in corso di validità

ALLOGGIO: Il Perú è a buon mercato per il turista italiano. Se si sceglie con cura piccoli alberghi e locali poco ortodossi per mangiare (ad. es. le marisquerias, specializzate in frutti di mare), si riesce a sopravvivere con 20-30 euro al giorno.

SOLDI: la moneta del Perú è il Nuevo Sol (1 euro=4,3 soles).

WEB: http://www.peru.info/ il portale del turismo peruviano, www.museodesitiotucume.com il sito del Museo di Tùcume, http://sipan.perucultural.org.pe/ il portale del Signore di Sipan.

LEGGERE: I regni preincaici e il mondo inca. Laura Laurencich Minelli. Jaca Book, Milano 1992

E’ legittimo ormai chiederci se ci troviamo di fronte all’inizio di un nuovo imperialismo agricolo. Questa domanda non retorica del New York Times si riferisce ai dati che confermano la progressiva e veloce colonizzazione di terreni agricoli in diversi Paesi dell’America Latina, dell’Asia e soprattutto dell’Africa. Ormai siamo alle soglie di una vera e propria “corsa alla terra”, considerata un bene prezioso per poter fare fronte ai previsti cali di produttività dovuti al cambiamento climatici. I Paesi ricchi ma privi di risorse naturali, in Medio Oriente, Asia e altre zone del mondo, cercano di avviare la produzione di generi alimentari dove i campi sono abbondanti e a buon mercato. Gran parte della terra coltivabile del pianeta, però, è già sfruttata. Uno studio della Banca Mondiale e della FAO ha rivelato che una delle più grandi riserve di suolo sottoutilizzato è costituita dai 600 milioni di ettari della savana guineana, una distesa di terra che attraversa 25 Paesi africani e si sviluppa dal Senegal all’Etiopia fino al Congo e all’Angola. E qui che avvengono le operazioni di affitto-terre che stanno cambiando volto all’agricoltura africana. Transazioni che quasi sempre avvengono in silenzio  e sulle quali è  difficile  ottenere informazioni. È il caso dell’iniziativa lanciata da IKEA per riconvertire l’illuminazione dei  magazini  italiani a criteri ecologici attraverso l’utilizzo di biocombustibili. L’accordo con la NII (Nuove Iniziative Industriali della famiglia Orlandi, con sede a Galliate, in provincia di Novara) prevede la fornitura di olio di jatropha coltivato in Africa per alimentare l’impianto elettrico e il riscaldamento dei locali. La NII ha ottenuto concessioni di terra piuttosto importanti nel Continente Nero: 50.000 ettari in Kenya, altrettanti in Etiopia, 40.000 in Senegal e ben 700.000 in Guinea Conakry. L’azienda novarese, in un articolo apparso su Il Sole 24 Ore, afferma che si tratta di terreni finora incolti e che, nel solo Kenya, l’attività creerà impiego per 8.000 persone. Nessuna informazione è reperibile invece sulle condizioni patteggiate per l’utilizzo delle terre, né sui controlli relativi alle modalità di utilizzo delle stesse, né su quale sia la situazione della sicurezza alimentare nella realtà locale, visto che si produrranno materie prime non alimentari che per l’80% finiranno nel continente europeo.

La corsa alle terre sta velocemente cambiando la faccia di intere regioni e l’elenco dei Paesi e dei gruppi che si affacciano su questo nuovo mercato aumenta. Oltre ai coreani, che controllano 1,6 milioni di ettari, si distinguono i giapponesi con 922.000 ettari, gli Emirati Arabi con 1,61 milioni di ettari, l’India con 1,64 milioni e la Cina con 3,4 milioni di ettari distribuiti tra Europa, Asia, America e soprattutto Africa. Soltanto in Repubblica Democratica del Congo i gruppi cinesi si sono appropriati di ben 2,8 milioni di ettari di terre produttive. Nella geografia delle terre agricole non bisogna sottovalutare i  gruppi privati, come la coreana Daewoo che controlla 13.000 kmq in Madagascar. Questo nuovo business globale potrebbe produrre un crack definitivo per l’agricoltura di molti Paesi a rischio, occupando terre che, anche se incolte, verranno sottratte per un secolo a qualsiasi ipotesi di sviluppo del mondo rurale e che saranno riconsegnate, se mai lo saranno, totalmente esaurite dal punto di vista produttivo e ambientale