Nell’ultimo decennio l’America Latina ha conquistato protagonismo sulla scena internazionale dopo secoli di marginalità. Questo è accaduto per diverse circostanze, tra le quali spiccano la fine della Guerra Fredda, che in America Latina è stata combattuta sotto diverse forme ma sempre a discapito della democrazia,  il momento favorevole per le materie prime di cui il subcontinente è ricco e il protagonismo di una potenza prima regionale e ora mondiale, il Brasile.

Molto si è scritto in questi anni sul tema, soprattutto sul rinnovamento quasi completo della classe dirigente dei paesi latinoamericani, spesso riducendo a luoghi comuni cambiamenti di profondo valore simbolico, come ad esempio il fatto che un sindacalista, un indio, un ex-dirigente guerrigliero, un impresario, diverse donne siano arrivati alle massime cariche politiche senza incontrare resistenze se non quelle della normale dialettica democratica. Questa democratizzazione della vita politica in latinoamerica, dopo decenni di governi autoritari o aristocratici, è stato l’inizio di grandi cambiamenti sul piano economico e sociale, introdotti a partire dalla premessa del totale fallimento delle dottrine neoliberali applicate nella quasi totalità dei paesi dell’area tra gli anni ’80 e ’90. Alla fine di quel decennio, le storiche differenze tra ricchi e poveri, la più alta al mondo, era ancora cresciuta e le privatizzazioni dei servizi essenziali e delle risorse pubbliche, che avrebbero dovuto fare da volano all’economia, si sono risolte, nella maggior parte dei casi, in colossali frodi ai danni degli Stati e dei cittadini.  Politiche fallite perché applicate senza criterio su società disarticolate da decenni di dittature e su mercati deboli, ma soprattutto perché imposte da politici corrotti che si arricchivano con le svendite e non esercitavano i poteri di controllo tipici di uno stato democratico. Con Chavez, Morales, Bachelet,  Kirchner, Vazquez, Correa, Lula i paesi latinoamericani hanno vissuto un cambio di rotta, spesso contraddittorio, ma sicuramente di  discontinuità rispetto al passato recente. Tranne poche eccezioni, nessuno è tornato indietro sulla struttura macro-economica ereditata, ma si è registrato il ritorno del protagonismo dello stato nell’economia con un ruolo fondamentale di indirizzo, controllo e ridistribuzione del reddito. Basta un solo dato per capire se le politiche di sostegno ai settori più poveri, applicate in quasi tutto il continente negli ultimi dieci anni, siano state efficaci: nel 1999 i poveri e i poverissimi erano il 38,2% della popolazione latinoamericana, nel 2008 si erano ridotti al 29,2% (dati CEPAL). Quasi un terzo di riduzione della povertà in un decennio non si era mai verificata nella storia latinoamericana. Dati in buona parte  influenzati dal “risveglio del gigante”, il Brasile, che ha ridotto i propri poveri dal 28% della popolazione nel 2001 agli attuali 16,5%. Le politiche sociali attive, mirate a colpire la estrema povertà, sono state possibili senza peggiorare l’indebitamento dei paesi della regione, che è anzi diminuito, perché finanziate da una crescita del PIL latinoamericano del 29% negli ultimi 9 anni. Altro tassello per capire questo successo delle politiche di governi che genericamente si definiscono “progressisti”  (declinando questo concetto molto pragmaticamente come “impegnati sul sociale”) sono state le scelte di politica internazionale. E qui entra in gioco l’amministrazione Lula in Brasile, baluardo che ha permesso il naufragio della politica per l’America Latina dell’amministrazione Bush (l’ALCA, area di libero scambio delle americhe) , che avrebbe rilegato i paesi latinoamericani a semplici “mercati” per le merci USA, e la costruzione di un percorso in tre tappe, prima il rinforzamento del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay), poi la nascita di Unasur, l’alleanza di tutti i paesi sudamericani e infine l’alleanza strategica con le altre potenze del Sud del mondo: Cina, India, Sudafrica, Paesi arabi. Dalla volontà politica, spesso in solitario, dei brasiliani, è nata una nuova architettura internazionale nella quale il G20 (del quale fanno parte oltre al Brasile, Argentina e Messico) ha quasi fatto dimenticare il vecchio G8 e ha portato una ventata di novità e partecipazione su una scena internazionale paralizzata dai veti incrociati tra le vecchie potenze.

L’America Latina del 2011 ha ancora da scontare enormi problemi tra i quali si annoverano il potere militare e finanziario del narcotraffico, le sacche di estrema povertà, la violenza urbana, la disparità di genere ed etnica. Problemi antichi, da non facile risoluzione se non sulla scia di quanto fatto negli ultimi anni: inclusione sociale e democratica, sostegno ai più deboli, investimento sull’educazione, valorizzazione delle risorse naturali e del lavoro, modernizzazione dello stato, autonomia politica internazionale e costruzione di alleanze economiche sull’asse Sud-Sud.

In qualsiasi lingua si cerchino su Google le parole “protettorato” e “Haiti”, le pagine recensite si contano in decine di migliaia. Haiti non condivide con l’Africa soltanto il colore della pelle della popolazione, ma anche la povertà estrema e il fatto di essere vittima degli elementi e della corruzione politica. Haiti è uno di quei “non-Paesi” per i quali sempre più spesso si parla di trust law, cioè di amministrazione fiduciaria da parte della comunità internazionale; in parole semplici, rendere Haiti temporaneamente “non sovrana”, creando un protettorato.
Haiti è un Paese fallito? Molti pensano di sì, e che quindi il processo elettorale – caotico e contestato – svoltosi recentemente, non permetterà un ritorno alla normalità in uno Stato che, dopo il terremoto, assiste impotente al rientro dal suo esilio dorato in Francia del feroce ex-dittatore Baby Doc per candidarsi a salvare il Paese dal caos.

In realtà, da anni Haiti è un protettorato di fatto, con una gestione condivisa tra USA e Brasile, che forniscono i caschi blu della missione ONU. Un protettorato come il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina nei Balcani, come la Liberia e la Sierra Leone in Africa, come Panama in Centroamerica e Timor in Asia. Non popoli senza Stato, come i kurdi o i palestinesi, ma Paesi senza Stato.

La tentazione di un’ingerenza diretta, alla luce del sole, nella gestione di realtà che per un motivo o per l’altro “non ce la fanno da sole”, alimenta la voglia di neocolonialismo, come ha recentemente denunciato sulle pagine di “Le Monde” lo scrittore guineano Tierno Monénembo a proposito delle elezioni in Costa d’Avorio e in Guinea. Qui, come anche in Haiti, il compito di stabilire chi ha vinto e chi ha perso non spetta alle competenti autorità elettorali locali ma ai funzionari dell’ONU, dietro i quali si intravedono facilmente gli interessi delle potenze che hanno fornito i caschi blu e i finanziamenti per le missioni di pace. Per ora questi sono episodi isolati e circoscritti a Paesi che hanno sofferto atrocità dovute a guerre o disastri naturali, ma aumentano come tipologia: si tratta di territori più che di Paesi, con autorità chiaramente di facciata e senza riconoscimento, con l’ONU (o una potenza in suo nome) che garantisce ordine e legittimità. Le Nazioni Unite vengono così ridotte al ruolo di garante di accordi impossibili, di comunità irreconciliabili, di Stati senza senso e diventano l’ultimo responsabile di fallimenti annunciati. L’istituzione che doveva guidare la comunità internazionale fuori dal mondo bipolare, in un nuovo dialogo più paritario tra tutti, si riduce così a tappabuchi del fallimento di politiche vecchie e nuove e viene utilizzata come paravento dalle potenze di ieri e di oggi.

Cambiano i tempi, ma il tanto auspicato “concerto delle nazioni” rimane sempre un assolo di solisti, ognuno concentrato sulla propria musica.

A Santo Domingo de Heredia, un centinaio di chilometri da San Josè, la capitale della Costa Rica, il 26 ottobre 1989, all’interno di uno scantinato, un piccolo gruppo di persone stappava bottiglie per festeggiare la legalizzazione di un’associazione assolutamente rivoluzionaria e senza precedenti: l’Inbio. L’Instituto Nacional de la Biodiversidad nasceva, con l’appoggio dello Stato, con l’obiettivo di censire e valorizzare, anche economicamente, la biodiversità di questo Paese del Centro America, scrigno di ricchezze naturali.

L’Inbio si poneva obiettivi simili a quelli di tante multinazionali che da decenni scandagliano le foreste tropicali alla ricerca di principi attivi da sfruttare per i cosmetici, i farmaci, gli integratori alimentari. La differenza, non trascurabile, è che l’Inbio si prendeva carico di censire il patrimonio naturale del Paese per poi negoziare, a nome dello Stato, gli eventuali profitti che si potevano ricavare dalle scoperte fatte. Questo perché l’istituto brevetta ciò che scopre a nome della Costa Rica.

Negli anni l’Inbio è diventato un esempio mondiale sulle potenzialità della gestione pubblico-privata della biodiversità, in un contesto mondiale nel quale continua a mancare la tutela, soprattutto nei Paesi più poveri, del proprio patrimonio naturale.

Con il termine di “biopirateria” si definisce il furto di patrimonio genetico naturale ai danni di comunità che, paradossalmente, possono trovarsi successivamente a dover pagare royalties alle multinazionali che hanno brevettato le loro risorse. Per questo motivo la firma del Protocollo di Nagoya, avvenuta settimana scorsa in Giappone, è un evento di grandissima portata. L’accordo prescrive infatti la difesa della vita e dei suoi ecosistemi includendo per la prima volta le risorse genetiche. Quando le multinazionali sfrutteranno geni di piante e animali per sviluppare nuovi prodotti, dovranno pertanto condividere i profitti con le comunità locali.

Il Protocollo prescrive anche che il 17% delle terre emerse e il 10% degli oceani diventino riserve di biodiversità, a fronte degli attuali 13% e 1%. Si lasciano a futuri negoziati la quantificazione e la regolamentazione di questi compensi economici. La mediazione non sarà sicuramente facile da raggiungere, ma il principio che è passato (ed è ora legge per la comunità internazionale) è che lo sfruttamento economico della biodiversità non può avvenire senza un accordo tra imprese e comunità locali, trasferendo di fatto la sovranità sul patrimonio genetico ai legittimi proprietari e custodi, che ne erano stati espropriati fin dai tempi del colonialismo.

Una piccola notizia, ma forse la più importante degli ultimi tempi.

Negli anni Ottanta era la bestia nera dei movimenti che in tutto il mondo si battevano per una soluzione al problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo e veniva dipinto come un direttorio, nato all’indomani degli accordi di Bretton Woods del 1944, a tutela del ruolo del dollaro USA quale moneta di riferimento per gli scambi mondiali: stiamo ovviamente parlando del Fondo Monetario Internazionale, che da statuto doveva occuparsi di garantire la stabilità monetaria mondiale e favorire gli scambi commerciali. In realtà esso era diventato il guardiano degli interessi degli Stati più industrializzati, imponendo ricette recessive ai Paesi indebitati e classificando i governi in buoni e cattivi, sempre a senso unico.

Questo perché il suo meccanismo di governo, che non prevede la formula “una testa-un voto”, assegna la maggioranza a un gruppo di Stati europei, al Giappone e agli USA, in base al capitale versato.

Da organismo di regolamentazione delle valute a club dei creditori e superministero dell’economia mondiale il passaggio è stato breve.

I Paesi indebitati, a esclusione di quelli che detenevano la maggioranza dei voti del FMI come gli Stati Uniti stessi, si sono visti imporre le famigerate “ricette” del FMI, cioè piani di aggiustamento strutturale perfettamente allineati con i dettami della dottrina neoliberalista in economia, che hanno portato al ridimensionamento della spesa sociale e previdenziale e alle privatizzazioni dei beni pubblici. Ne sono state vittime in questi decenni realtà come Indonesia, Ecuador, Messico, Egitto, Thailandia e decine di altri Paesi che hanno dovuto cedere la propria autonomia in materia economica ai tecnocrati designati dal FMI.

C’è una data simbolica a partire dalla quale le cose hanno iniziato a cambiare, seppur lentamente: dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò il default malgrado le attenzioni decennali che le erano state riservate da parte del Fondo Monetario. In quei mesi si cominciò a parlare di “uscita dal FMI” come unica possibilità per cambiare le cose. Negli anni successivi si è fatta avanti anche un’altra linea, sostenuta dal Mercosur: provare a estinguere i debiti verso il FMI e puntare a contare di più all’interno della sua assemblea, aumentando il capitale versato.

Questa politica ha portato qualche giorno fa all’annuncio in seno al G20 di un’imminente riforma dell’istituzione monetaria. Una riforma che sottrarrà due posti all’Europa per assegnarli ai Paesi del BRIC (Brasile, Russia, Cina e India) e al riequilibrio dei meccanismi di voto in base a una ricapitalizzazione (la quale porterà, per esempio, India e Cina ad accrescere del 6% le proprie quote).

Questo cedimento dei “Grandi” non è dovuto a un tardivo rigurgito democratico, ma alla consapevolezza che o si allarga il tavolo delle decisioni oppure non esistono possibilità di trovare una soluzione ai problemi globali.

Un equilibrio nuovo, che ora tutti cominciano a voler raggiungere e che potrebbe far voltare definitivamente pagina rispetto all’eredità del colonialismo e delle navi cannoniere.