Il settimanale statunitense Time ha scelto la sua persona dell’anno 2011. Per la prima volta questa persona non ha un volto preciso: è, semplicemente, “The Protester”, il manifestante. Dopo aver eletto nel 2010 l’ideatore di Facebook, Mark Zuckerberg, la rivista ha dunque deciso di dedicare la sua copertina più importante alle folle che sono scese nelle strade e nelle piazze di mezzo mondo, dai Paesi arabi all’Europa, fino agli Stati Uniti in piena crisi economica.

«Sembra il 1989», ha scritto Time, «ma oggi è tutto più spettacolare, più democratico, più globale». Una tesi riduttiva, perché non si tratta soltanto di spettacolarità: la riscoperta della piazza come luogo della politica ha motivazioni profonde e chiama in causa la democrazia rappresentativa. Nel mondo arabo la piazza è stata la valvola di sfogo per cittadini che in passato non si potevano esprimere senza essere repressi. Ora è il ricorso alle urne che riserva nuove sorprese, perché a ottenere chiari vantaggi elettorali non sono quei movimenti laici e democratici che hanno promosso attivamente la caduta dei regimi, ma discutibili forze politiche che potrebbero risultare ancora più repressive di quelle crollate. Sulla sponda Sud del Mediterraneo la distanza tra la grande piazza e le campagne, o le periferie delle città, è ancora molto marcata.

Le piazze statunitensi ed europee esprimono invece una nuova modalità dell’azione diretta dei cittadini, che anche in questo caso non si tradurranno automaticamente in cambiamenti “positivi” al momento del voto. L’avanzata dei repubblicani e del Tea Party negli USA interroga tutti sul significato e sull’efficacia della protesta, e lo stesso fanno in Europa le vittorie elettorali o “di palazzo” delle forze ideologicamente più vicine all’armamentario neoliberale.

Il grande circo mediatico di questi mesi, e la copertina di Time lo conferma, sta provando a far passare l’idea che un movimento possa incidere realmente sugli equilibri politici soltanto perché riesce a bucare il video, o a conquistare visibilità su Twitter.

Le cose non stanno così, e non stavano così nemmeno in passato, ai tempi delle guerriglie in America Latina, dei vari movimenti riformatori dell’Europa post-comunista o dei leader dell’Africa usciti dalle guerre di liberazione. Si trattava quasi sempre di avanguardie (più o meno illuminate) che proponevano vie politiche. E queste vie politiche, alla fine, si sono regolarmente scontrate con la volontà libera o condizionata di elettori disinformati, culturalmente succubi dell’oppressione, impauriti dal cambiamento.

L’abusato concetto del “lavorare dal basso” per riuscire a capovolgere gli equilibri è sempre attuale. Per questo, più che addentrarci nei meandri delle risposte tecniche alla crisi, senz’altro importanti, dovremmo ragionare sul come rivoluzionare una democrazia stanca, spesso malandata, ma che rimane pur sempre la migliore forma di governo possibile.

Non saranno Facebook o You Tube a cambiare le cose finché non si chiarirà che si tratta soltanto di mezzi che non raggiungono, o comunque non spostano, le opinioni della maggioranza delle persone. Quando i movimenti, dopo la sbandata virtuale, torneranno al reale, i compiti in sospeso che troveranno saranno moltissimi. Nel mondo virtuale può bastare un clic per cancellare un debito pubblico, per tutelare il welfare, per rovesciare un regime. Nel mondo reale, il “mi piace” che si traduce in voto e quindi in cambiamento reale arriverà solo dopo un lungo lavoro di condivisione e di partecipazione. Sempre che, nel frattempo, non ci saremo fatti distrarre dai cinguettii della rete.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’unione fa ancora la forza

Pubblicato: 15 dicembre 2011 in America Latina
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L’incrinatura che si è prodotta all’interno dell’Unione Europea tra Gran Bretagna da un lato e Francia e Germania dall’altro è l’indicatore di un più vasto sentimento anti-europeistico, cavalcato dai conservatori, che tradotto in volgare si potrebbe leggere come il più classico “si salvi chi può”.

Dal Belgio ormai di fatto diviso tra fiamminghi e valloni, ai nazionalismi spagnoli in forte crescita, fino ai deliri padani, in Europa avanza un sentimento isolazionista che in passato è stato foriero di terribili sciagure belliche. Nel resto del mondo, però, c’è chi crede ancora che l’unione faccia la forza. Dopo il vertice APEC alle Hawaii, nel quale si sono fatti importanti passi avanti sulla via della creazione di un’area di libero scambio tra i Paesi affacciati sull’Oceano Pacifico, la settimana scorsa a Caracas è nato il CELAC, la Comunità di Stati dell’America Latina e dei Caraibi.

Il CELAC è figlio della volontà di 24 Paesi della regione che, per la prima volta, hanno creato un organismo panamericano che esclude Stati Uniti e Canada. Il disegno politico è chiaro, mandare in soffitta l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il club creato dagli Stati Uniti nel 1890 con sede a Washington. Storicamente l’OSA ha legittimato interventi armati e colpi di Stato, facendo sempre e solo gli interessi di Washington, come quando, nel 1962,  espulse Cuba. Non a caso è stato ribattezzato “dipartimento per le colonie” degli Stati Uniti.

Il nuovo Forum dovrebbe invece diventare il garante delle regole democratiche, intervenendo a sostegno dei governi legittimamente eletti qualora siano in pericolo. Ma il CELAC si pone anche l’obiettivo di diventare un forum regionale nel quale discutere su problemi comuni in materia economica: questo ha subito interessato la Cina, che si è congratulata per la nascita del nuovo soggetto politico.

Il CELAC arriva dopo oltre 10 anni di latitanza politica degli Stati Uniti, che hanno spostato tutte le loro priorità internazionali in Medio Oriente. E arriva dopo un periodo di crescita economica dell’America Latina che, per la prima volta, è stato accompagnato da una ridistribuzione del reddito. I dati rilevati dall’autorevole rapporto 2011 del CEPAL (la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) certificano che i poveri, nonostante la crisi mondiale, hanno raggiunto la soglia più bassa degli ultimi 20 anni, e che nel 2012 il loro numero continuerà a ridursi. Nell’ultimo decennio sono scesi dal 31 al 17% della popolazione totale, mentre la fascia di estrema povertà è precipitata dal 22 al 12%.

Si tratta di risultati dovuti in buona misura al positivo ciclo economico delle materie prime e al risveglio del gigante brasiliano. Ma bisogna aggiungere che tutto ciò non si sarebbe mai verificato senza i governi progressisti che, nell’ultimo periodo, hanno governato praticamente tutta la regione.

La ricetta della nuova America Latina in questi anni è stata semplice: sostegno convinto alla crescita economica, contenimento della spesa statale parassitaria, investimento sull’educazione, apertura al mondo, alleanze con le altre zone del Sud del pianeta, ripristino o invenzione del welfare, ridistribuzione della ricchezza attraverso la fiscalità. Tutte misure dettate con urgenza dall’implosione del modello neoliberista alla fine degli anni ’90 e dal suo seguito di iniquità sociale, di precarietà, di economia a favore dei poteri forti, di privatizzazioni contro i cittadini.

Oggi l’America Latina, che pure continua ad avere grandi problemi, può fare un primo e sostanzialmente positivo bilancio di un decennio di politiche che hanno saputo tenere in buona salute i dati macroeconomici, introducendo però una dimensione sociale sconosciuta agli economisti di Chicago. L’esatto contrario di quanto si vuole fare in Europa. Peccato, non sempre la storia insegna.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

Autorizzato il trasferimento in patria dopo oltre vent’anni. Lo attende una sentenza in contumacia a oltre 60 di carcere per tre omicidi. Dagli Usa era stato consegnato a Parigi per scontare una condanna per riciclaggio

 

Il generale Manuel Noriega, sopranominato faccia d’ananas per il viso butterato, è stato l’uomo forte del Panama tra il 1983 e il 1989 in virtù dei suoi rapporti stretti con gli Stati Uniti. Uno dei tanti dittatori di quelle che una volta si definivano le repubbliche delle banane, sostenuto da Washington che lo aveva sul libro paga della CIA. Noriega, prima ancora di diventare dittatore del Panama, era stato uno dei personaggi centrali dell’affaire Iran-contras-gate che consisteva nella triangolazione tra fondi riservati della CIA, cocaina e armi per i controrivoluzionari nicaraguensi e per l’opposizione iraniana. Tutte operazioni vietate dal Parlamento di Washington ai tempi di Ronald Reagan, ma gestite addirittura dal colonnello Oliver North dell’esercito.

Come presidente, Noriega si è contraddistinto per la crudeltà e la corruzione, ma dalla sua rottura con gli Stati Uniti, anche per le posizioni fortemente nazionaliste e antiamericane. Una macchietta triste di quel periodo della storia latinoamericana che pare ormai sia alle spalle. La sua caduta, dovuta al fatto che Noriega si era convinto di avere acquisito un’immunità omnicomprensiva dopo anni di servizio agli Stati Uniti, coincide con l’ultimo intervento militare armato dei marines in Centro America. Nel 1989, con l’Operazione Giusta Causa, uno dei tanti nomi grotteschi utilizzati dal Pentagono quando è obbligato a rimuovere una scheggia impazzita, Noriega passò velocemente da risorsa strategica a scoria, e venne trattato di seguito come tale.

Alfredo Somoza per Popolare Network

L’annuncio dell’arrivo in Australia di 2500 marines statunitensi entro il 2017, e quindi del crescente interesse strategico americano per l’Asia, è il segnale di un’altra pagina di geopolitica che si sta definitivamente voltando.

Dal 7 al 13 novembre si è tenuta alle Hawaii la riunione dell’APEC, l’associazione dei Paesi del Pacifico, un grande evento oscurato dalla crisi del debito sovrano degli Stati europei. Il padrone di casa Barack Obama ha dichiarato che quest’area, che diventerà a breve di libero scambio, è cruciale per la crescita degli Stati Uniti; Hillary Clinton ha rincarato la dose affermando che nei prossimi 10 anni lo scenario del Pacifico sarà prioritario per la politica estera di Washington.

I numeri confermano l’importanza di questo nuovo blocco: 21 Paesi che producono il 60% del PIL globale e sono abitati dal 40% della popolazione mondiale. Circa 3 miliardi di persone che conoscono soltanto marginalmente la disoccupazione e che stanno diventando velocemente consumatori, grazie agli altissimi tassi di crescita economica.

Per gli USA, ormai da tre anni gli scambi di beni e servizi con i Paesi APEC hanno superato i flussi con l’Europa. In questo raggruppamento la potenza finanziaria e produttiva di Stati Uniti, Cina e Russia convive con la vitalità di alcuni Paesi emergenti dell’America Latina (Cile, Perù e Messico), senza trascurare le potenze agricole come Australia e Nuova Zelanda. Nelle intenzioni c’è l’allargamento dell’organismo a tutti i Paesi latinoamericani e all’India: un’evoluzione che conferma come l’Oceano Pacifico sia un alibi per gli Stati Uniti, che hanno fortemente caldeggiato la nascita dell’APEC per sancire una loro leadership tra i Paesi emergenti.

Questo significa che lo storico legame atlantico tra l’America Settentrionale e il Vecchio Continente sarà molto ridimensionato, e che per l’Europa, incapace di firmare accordi commerciali internazionali perché paralizzata dai veti incrociati, sarà sempre più difficile relazionarsi con il resto del mondo.

L’operazione “APEC allargata” rilancia gli Stati Uniti come potenza globale dinamica ed è un grande punto a favore della politica estera dell’amministrazione Obama. La stessa amministrazione che, per essere rieletta, ha un disperato bisogno di far uscire il Paese dalla crisi rilanciando la crescita. Obama ha dunque capito che la crescita può essere trainata soltanto dal polo asiatico, lo stesso che ha impedito che la crisi colpisse Africa e America Latina; nel frattempo, per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è diventata un problema.

Paradossalmente, proprio il problema-Europa sta diventando un ulteriore elemento di rilancio per Washington: poiché la crisi potrebbe addirittura mettere in discussione l’euro, il dollaro rimane (per ora) la moneta di riferimento internazionale. Gli Stati Uniti hanno quindi trovato una nuova chance per rimanere a galla in questo nuovo mondo dai tanti protagonismi, una possibilità che per il nostro continente in affanno al momento non si intravede.

Nel secolo scorso eravamo abituati a individuare i momenti risolutivi dei grandi cambiamenti nei conflitti bellici e nelle rivoluzioni. Il XXI secolo ci offre invece la novità di una geopolitica che non si muove se non marginalmente grazie agli eserciti, ma si costruisce attraverso geometrie commerciali, associazioni tra Stati, guerre tra monete, policentrismi, multipolarismi.

Un mondo nel quale il Ministero degli Esteri non è più “l’ufficio di rappresentanza” di un Paese all’estero, ma una competenza uguale o più importante di quella economica. Gli Stati che continuano a ignorare questa realtà, e che invocano ancora il protezionismo a prescindere, pagano e pagheranno un caro prezzo.

Alfredo Somoza

40 minuti di dignità

Pubblicato: 16 novembre 2011 in Mondo
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40 minuti non sono molti, sono meno di un tempo di una partita di calcio. Ma nel mondo in tempesta che stiamo vivendo, 40 minuti potrebbero cambiare la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 30 anni. Dallo scorso 17 ottobre, 1300 operai cinesi dell’impianto di Shenzhen della multinazionale nipponica Citizen, la stessa azienda che da mesi riempie i giornali italiani spiegando come i suoi orologi siano ecologici, sono in sciopero.

Uno sciopero che formalmente non esiste, perché in Cina, da quando è entrata in vigore la costituzione del 1982, l’astensione dal lavoro per protesta non è più un diritto riconosciuto: se i lavoratori decidono di incrociare le braccia, c’è addirittura un regolamento interno del Partito comunista che sanziona i funzionari responsabili della giurisdizione. In realtà quando sono coinvolte aziende private si tende a chiudere un occhio, ed è per questo che negli ultimi anni si sono succeduti diversi scioperi che hanno coinvolto imprese straniere, spesso conclusisi con la vittoria degli operai.

La negazione del diritto allo sciopero è stata una delle misure grazie alle quali la Cina si è “aperta” con successo all’investimento straniero, mettendo sul piatto il basso costo della manodopera, le esenzioni fiscali e, appunto, una classe operaia “mansueta”. Un pacchetto di durata decennale, quindi ormai scaduto per le numerose multinazionali che hanno aperto i propri impianti nel periodo d’oro delle delocalizzazioni.

La Citizen, per esempio, era nel mirino dei suoi operai da anni, perché sospettata di non versare quanto dovuto al fondo pensionistico aziendale. A ciò si è aggiunta, fin dal 2005, la decurtazione dal salario dei dipendenti dell’equivalente di 40 minuti giornalieri per “compensare” le pause trascorse nei bagni. Questa logica, che in Cina non stupiva negli anni in cui l’obiettivo primario era attirare capitali, ora non può più essere tollerata: per gli operai, con la decurtazione dei 40 minuti si è passato il limite. Alla fine l’azienda degli eco-orologi che si caricano con la luce ha dovuto riconoscere il diritto al bisogno fisiologico, ma non è riuscita a riconquistare i suoi operai, che chiedono anche un aumento degli stipendi (vicini alla soglia della sopravvivenza).

Quella dell’impianto della Citizen a Shenzhen è soltanto l’ultima della lunga serie di proteste che quest’anno si sono scatenate nelle province più industrializzate del Paese, quelle del Sudest: motivi del malcontento, i bassi salari e le pesanti condizioni di lavoro. In questi mesi hanno dovuto fronteggiare gli scioperi anche imprese che lavorano per Honda, Kentucky Fried Chicken, Adidas e Apple.

L’atteggiamento tenuto dal governo oscilla generalmente tra il tentativo di trovare una composizione e “mantenere l’armonia”, una certa enfasi data alle proteste che coinvolgono società straniere, e l’adozione di misure repressive in altri casi. La causa scatenante della protesta è l’inflazione (attorno al 6%), che ha effetti pesanti su chi percepisce stipendi modesti. È interessante notare, però, che le rivendicazioni non mirano soltanto all’aumento della busta paga, ma mettono in discussione l’organizzazione e i ritmi di lavoro.

Una classe operaia cinese che diventa protagonista di una nuova stagione dei diritti sindacali non era stata messa nel copione della globalizzazione, e gli effetti potrebbero essere travolgenti. A lungo si è teorizzato che la globalizzazione avrebbe inesorabilmente spinto al ribasso i diritti di tutti: in ogni Paese sono stati modificate le condizione di lavoro, precarizzando e deregolamentando, per fare fronte ai famosi bassi costi della manodopera del gigante asiatico. Forse non è fantapolitica immaginare che alla guida della lotta contro la precarietà e per la dignità del lavoro presto ci saranno gli operai cinesi, quelli che oggi cominciano a dire basta. Se così sarà, la lotta dei dipendenti della Citizen sarà ricordata a lungo, per molto più di 40 minuti.  Alfredo Somoza

Nei suoi scarsi 12 anni di vita, Il G20 è ormai diventato il vertice mondiale che rappresenta i nuovi equilibri del potere economico mondiale.  Un gruppo di 19 nazioni più l’Unione Europea che ospitano due terzi dell’umanità e l’80% del PIL mondiale, nato per coordinare le politiche macroeconomiche e che ha mandato in soffitta il vecchio club euro-americano del G8. Tra l’altro, se il G8 dovesse tornare in vita, ci sarebbero delle sorprese, con l’esclusione di Italia e Canadasuperati da Cina e Brasile. In questo nuovo scenario, l’ONU si dimostra sempre di più un contenitori svuotato, o mai riempito, di ogni potere decisionale da utilizzare per le cause perdute e per dare diritto di tribuna ai piccoli paesi. Ma tanto vale, anche se il G20, come ancor di più prima il G8, provoca una forzatura delle regole democratiche che vorrebbero che ogni stato abbia voce nel concerto internazionale, i suoi membri rappresentano una platea vastissima e sono infatti i protagonisti dell’economia mondiale. Finita la pessima presidenza francese del gruppo, il ruolo di coordinamento passa al Messico, ed è la prima volta che una responsabilità di questo genere passa a un paese dell’ex Terzo Mondo. Il Messico però non è in grado di incidere sui grandi cambiamenti in corso. E’ un paese che ha deciso negli anni ’90 di consegnare la sua sovranità economica e politica agli Stati Uniti e che vive da 10 anni in uno stato di guerra civile strisciante aggredito dai potenti cartelli della droga. Chi comanderà quindi il G20 nei prossimi messi e quali interessi rappresenterà? Con grandissima probabilità vedremo un G20 sempre più influenzato dall’asse USA-Cina e con il Brasile in posizione preminente.  L’Europa è prevedibile che sarà sempre di più, almeno nell’immediato, ripiegata sui propri problemi  economici e finanziari diventati ormai un macigno che rischia di affondare l’euroe di conseguenza lo stesso disegno europeista. Il G20 sotto la guida messicana diventerà sempre più “liberista” in diverse materie, ma tutelando, almeno per ora, gli interessi commerciali e le barriere protezionistiche statunitensi. Fino a pochi anni fa le liberalizzazioni erano il cavallo di battaglia dell’Europa e degli USA, che volevano tutelare le loro politiche protezionistiche, ma spingevano il resto del mondo a spalancare i propri mercati. Ora il gioco si è rovesciato e sono Cina, India, Brasile a spingere perché le loro merci possano entrare liberamente sui ricchi mercati del nord. Dal punto di vista politico, i pesi interni saranno determinati dal ruolo che potrà giocare l’Europa nel suo insieme. Senza un’Europa unita, i paesi del vecchio continente rischiano di diventare ininfluenti, mentre per gli Stati Uniti si porrà molto presto il dilemma di allentare gli storici legami con la Vecchia Europa per stringere accordi con la Cina, il suo principale creditore. Il peso specifico economico e demografico della Cina, e prestissimo anche dell’India, sarà determinante negli equilibri futuri e, come afferma il Prof Chanda della Yale University, la globalizzazione che ci aspetta sarà molto diversa di quella che abbiamo finora conosciuto. A partire dal nome, non più globalizzazione ma bensì “asiatizzazione”. Alfredo Somoza per Esteri – Popolare Network

Sarà per la crisi, sarà che la crisi colpisce per la prima volta l’Europa, ma quanto sta succedendo a Cannes rimarrà nella storia delle relazioni internazionali. Per la prima volta è chiaro e lampante che il G8 è morto e che il G20 è diventato il nuovo governo del mondo, almeno nelle intenzioni dei partecipanti. Il vecchio G8 aveva un copione fisso: si discuteva delle tensioni monetarie tra i Grandi, si sancivano le politiche che l’FMI avrebbe applicato ai paesi del terzo mondo e poi, all’ora di cena, si faceva sfilare qualche presidente latinoamericano o africano tanto per dare un po’ di colore al cocktail. Un direttorio a tutti gli effetti, un club ristretto dei paesi che detenevano contemporaneamente il potere militare, quello economico e quello finanziario.

Il G20 è quindi un primo e importante superamento di questa logica post coloniale. In esso sono rappresentate tutte le potenze emergenti e alcune che in futuro lo saranno. Sono rappresentati i vari continenti e non c’è da pagare il prezzo dell’adesione al pensiero unico in materia economica per avere il biglietto d’ingresso. Il G20 è soprattutto un gruppo di paesi che rappresenta ben oltre metà dell’umanità e quindi infinitamente più democratico del G8, un forum plurale nel quale non esiste l’unanimismo neoliberale.

A Cannes si sta consumando da una parte una sorta di riparazione storica e dall’altra, per la prima volta in un vertice di questo tipo, risuonano idee progressiste non lontane dalle parole d’ordine dei movimenti. Riparazione storica perché, ora che tocca all’Europa, tornano in campo ipotesi di riforma delle politiche del FMI, di solito recessive e punitive, e dei pesi politici all’interno dell’organismo multilaterale. E’ anche un momento di protagonismo per i latinoamericani, forti dell’esperienza di passati default e crisi economiche. Dilma Roussef, presidente del Brasile, ha affermato che se si pensa di uscire dalla crisi licenziando lavoratori e massacrando la spesa sociale non si è capito nulla. L’argentina Cristina Kirchner, che per prima cosa ha voluto incontrare i sindacati europei, fa oggi appello a “un capitalismo serio” per cambiare questo “anarcocapitalismo finanziario dove nessuno controlla nulla”, mentre il presidente messicano sostiene l’idea di introdurre la tobin tax, ma solo se insieme alla chiusura dei paradisi fiscali che per la maggior parte battono bandiera britannica.

Basta guardare in video il volto di Sarkozy ieri sera mentre aspettava infastidito il premier cinese in ritardo, forse voluto, per capire che il club non è quello di prima. Chi era ricco ora chiede aiuto e chi era povero non solo lo offre, ma ha anche delle ricette da proporre e dei consigli da dare. Una volta si sarebbe detto “il mondo alla rovescia”, ma invece dovremo abituarci in Europa al fatto che questo è già ormai il mondo in cui viviamo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

 

Vanity Fair , ottobre 2011

Pubblicato: 22 ottobre 2011 in America Latina

Argentina 19 ott 2011 (1)

In Argentina domenica prossima si terranno le elezioni presidenziali, le terze dopo il default del 2001. Il risultato appare scontato: la presidente in carica Cristina Fernandez Kirchner domina i sondaggi con uno schiacciante 52%, seguita da lontano dal primo dei tre candidati espressi da un’opposizione che non ha saputo costruire un’alternativa credibile e unitaria.

Con questo risultato si confermerà il regno indisturbato della coppia Kirchner-Fernandez, che si insediò alla Casa Rosada sulle rovine di un Paese ridotto ai minimi termini dal fallimento economico, un’Argentina in preda a un incendio sociale determinato dal precipitare nella povertà di oltre il 50% della popolazione. Nei primi tempi la politica perseguita dal defunto presidente Nestor Kirchner fu molto coraggiosa, con il ritorno della politica alla guida dell’economia, l’avvio di piani di welfare che si fecero carico dei settori più impoveriti della società e la riapertura di questioni dall’alto valore simbolico, come quelle dei diritti umani e dei processi ai militari che negli anni ’70 si erano resi responsabili di efferati crimini, e che erano stati successivamente amnistiati.

La chiave del successo economico delle presidenze Kirchner-Fernandez va cercata però nella determinazione nel non volere, se non parzialmente, farsi carico del debito generatosi nei decenni precedenti con modalità aberranti, tra scandali di corruzione e complicità di avvoltoi finanziari di ogni genere e nazionalità, che per anni ebbero nell’Argentina una base sicura. La seconda leva del successo economico argentino del dopo-default fu la ripartenza dell’industria (precedentemente smantellata dalle politiche neoliberiste), unita al consolidamento dei legami economici con il Brasile e all’apertura a nuovi mercati dell’America Latina, dell’Africa e soprattutto della Cina. Quest’ultima oggi è il secondo “cliente” dell’export argentino.

In questo decennio la crescita del Paese sudamericano è stata vertiginosa, con una media del 7% annuo tra il 2003 e il 2010. L’Argentina ha di nuovo consistenti riserve monetarie, è caratterizzata da un indice di rischio-Paese accettabile ed è tornata ad accogliere capitali internazionali… che però questa volta vengono investiti in settori produttivi. Come i 500 milioni di dollari USA appena annunciati dalla Pirelli, che aprirà uno stabilimento specializzato in pneumatici di fascia alta. I punti dolenti riguardano l’inflazione, che lentamente sta rialzando la testa, e la difficoltà, superati i primi anni di crescita, di riuscire riportare indietro l’orologio sociale ai tempi in cui l’Argentina era un Paese con un vastissimo ceto medio. La povertà non è più estrema, ma colpisce ancora il 30% della popolazione; inoltre i guasti provocati dallo smantellamento dell’educazione e della salute pubblica, avvenuto negli anni ’90, si sentono ancora forti.

Eppure gli argentini scommetteranno sulla continuità, perché, dopo avere toccato sul serio il fondo del barile, in questi anni si sono abituati a stipendi e pensioni non più congelati, a investimenti sull’educazione e la cultura, a indossare di nuovo la tuta da operaio dopo avere spinto a lungo il carretto da cartonero.

Possono sembrare cose ovvie, anche se in questo mondo in crisi nulla si può più dare per scontato: gli argentini, sopravvissuti al maggiore dissesto economico degli ultimi decenni, vogliono continuare a credere che c’è vita dopo il default. C’è vita purché questo evento traumatico serva a porre il punto finale all’orrore economico, e a patto che si riparta decisi a non dimenticare la lezione.

Alfredo Somoza per Popolare Network 

I baschi, definiti da Voltaire come un “pétit peuple” che salta e balla a cavallo tra la Spagna e la Francia, sono da sempre un caso da manuale per gli etnologi. La loro diversità culturale e linguistica rispetto ai popoli vicini, si trova alla base delle rivendicazioni indipendentiste che hanno assunto anche modalità di lotta armata. Diverse zone del Paese Basco spagnolo (Euskadi) sono state riscoperte di recente grazie allo sviluppo dell’agriturismo presso famiglie contadine che, con i contributi dell’Unione Europea e del Governo Autonomo, hanno cominciato ad accogliere eco-turisti nelle fattorie.

La regione basca che presenta il più interessante connubio tra storia e natura si snoda lungo il fiume Oska, nato alle pendici del Monte Oiz e colonna vertebrale della Valle di Urdabai. A partire da Gernika il fiume da vita ad una “ria”, un estuario lungo 12 chilometri dove acqua dolce e salata si mescolano fino a sfociare, formando vaste zone sabbiose, nel Mar Cantabrico.

Il valore naturalistico di questa zona è stato riconosciuto internazionalmente dall’UNESCO che ha incluso l’Urdabai nell’elenco delle “Riserve della Biosfera”, una delle prime individuate in Europa. Nella ventina di municipi di piccoli e medie dimensioni inclusi nella Riserva, si vive una dimensione rurale segnata dall’isolamento secolare che ha permesso il mantenimento di tradizioni gastronomiche, culturali e linguistiche, anche se ci troviamo soltanto a 80 km, o a 45 minuti, dalla cosmopolita San Sebastián, sede tra l’altro di uno tra i più importanti Festival del Cinema mondiale.

Per le sue dimensioni e per il grado di conservazione, la rìa de Gernika-Mundaka è la zona umida più importante del paese Basco ed è molto frequentata da diverse specie di uccelli. La situazione geografica del Golfo di Vizcaya la rende una tappa intermedia privilegiata per i volatili che dall’Europa del Nord migrano verso il Nord Africa alla ricerca di climi temperati, e l’Urdabai viene scelto ogni anno da migliaia di uccelli in transito come “albergo temporaneo”. Qui si possono osservare facilmente sono barnaclas, eider, garze reali, anatre, spatole, gabbiani e molte altre specie ancora, che trovano abbondante cibo negli insetti che vivono nel fango e nella sabbia (zarapito real, correlimos, agujas, archibebes). Nell’isola di Izaro, dove si erge un monastero di frati francescani, e lungo i faraglioni di Ogoño, costruiscono il loro nido grandi colonie di gabbiani, cormorani e falchi pellegrini.

Tra le specie vegetali caratteristiche, risaltano le quercie cantabriche e i modroños, che formano boschi densi dove trovano rifugio volpi, ricci e scoiattoli. I sentieri principali della riserva della biosfera di Urdabai scorrono lungo le due rive della ria e dispongono di frequenti belvederi.

L’interesse storico di questo itinerario nei Paesi Baschi si concentra a Gernika e dintorni. Nella simbolica cittadina delle autonomie basche (15.000 abitanti), interamente ricostruita dopo il bombardamento del 1937, i possono visitare i resti pietrificati del “árbol de Gernika” accanto al quale nel 1870 è stato piantato un successore più giovane, e la “Casa de Juntas” dove dal 1979, anno nel quale il Paese Basco ha riottenuto uno Statuto di autonomia, si riunisce la Giunta Locale. Nel Parco dei Popoli d’Europa sono esposti gruppi scultorici di Henry Moore e di Eduardo Chillida. Ma la grande protagonista di Gernika è l’antichissima ed ermetica cultura basca, fatta di una lingua unica nel suo genere (l’euzkera), di sport arcaici come il lancio dei massi e la pelota e di una tradizione gastronomica che ha sfruttato al meglio i frutti del mare e quelli della campagna.

Nei dintorni di Gernika, a 5 chilometri a nordest nel 1917sono state scoperte nelle Grotte di Santimamiñe pitture rupestri che raffigurano bisonti e altri animali dipinti da cavernicoli del periodo Cro-Magnon risalente all’11.000 a.C. La grotta si visita con una guida che conduce i visitatori lungo la “Galería Larga”, un tunnel sotterraneo ricco di stalattiti e stalagmiti dalle forme bizzarre e dai colori brillanti. Per motivi di conservazione, questa è l’unica grotta della zona che si può visitare. Ad Arteaga si trova un castello medioevale ricostruito nel XIX secolo dall’Imperatrice Maria Eugenia. Interessante anche la salita all’eremo di San Pedro (311 mt.), raggiungibile solo a piedi e dal quale si ha un’ottima visione della ria.

Per gli amanti degli sport nautici le spiagge di Laida e Laga (con possibilità di campeggio) sono le più importanti della zona.

 

Inizia la lunga notte a Guernica

 

Il giorno 26 aprile del 1937 era giorno di mercato a Gernika. I contadini avevano portato in paese le loro bestie e i prodotti duramente strappati alla terra. La Guerra Civile, che opponeva l’esercito legittimo della neonata Repubblica Spagnola ai militari golpisti capeggiati dal generale Francisco Franco e appoggiati dalla potente chiesa Cattolica spagnola, dai latifondisti e da Hitler e Mussolini, si avvicinava al Paese Basco. La ”cintura di ferro” che difendeva la capitale Bilbao teneva e i baschi erano impegnati a salvaguardare con le armi la maggiore autonomia ottenuta dalle nuove autorità del Frente Popular. Gernika non era strategica per le sorti della Guerra, ma venne scelta a tavolino da Hitler e da Franco come bersaglio proprio perché simbolo delle autonomie di un popolo. A Gernika si trovavano da secoli i capi delle comunità basche a discutere sull’amministrazione dei villaggi sotto un centenario rovere diventato simbolo della loro autonomia culturale e politica. Addirittura era venuto qui nel lontanissimo 1333 Re Alfonso XI a giurare rispetto alle istanze di autogoverno espresse dai baschi sotto “el Gernikako Arbola” (l’albero di Gernika). Alle ore 11.35 sopra il cielo della cittadina basca arrivavano i caccia della “Legione Condor” tedesca che, senza preavviso, rasero al suolo la cittadina dando luogo al primo bombardamento a tappeto contro una popolazione civile nella storia dell’umanità. I morti si contarono a centinaia, l’orgoglio basco fu ferito ma non sconfitto, la Repubblica iniziava a soccombere. In Europa calava il buio della lunga notte del terrore e un giovane pittore catalano, Pablo Picasso, aveva deciso di dipingere emozionato una monumentale opera, oggi al Museo Reina Sofía di Madrid, che ha tramandato a intere generazioni l’orrore del fascismo. Per non dimenticare.

 

Il rebus dell’euskera

 

Le origini della lingua basca si perdono nella notte dei tempi quando popoli provenienti dagli Urali in periodo paleolitico si insediarono nelle Valli pireneiche fuggendo da una catastrofe naturale. La loro lingua è oggi quella più antica ancora parlata nella Penisola Iberica, contemporanea dello scomparso iberico e sopravvissuta alla contaminazione, prima del latino e poi del castigliano grazie all’isolamento geografico. L’euskera si distingue nettamente dalla famiglia di lingue indoeuropee alla quale appartengono quasi tutte le lingue parlate in Europa, ma ha alcuni punti in comune con le lingue caucasiche.

Nel IX secolo era già consolidata come lingua familiare senza però una scrittura definita che si ha soltanto nel XVI secolo. Dopo la fine della Guerra Civile, questa lingua, come il catalano e il galiziano (le altre lingue storiche minoritarie spagnole oggi riconosciute dalla costituzione), soffrì una pesante repressione e venne vietato il suo uso in pubblico. Nel 1984, a 9 anni dal ripristino della democrazia, furono fissati i criteri per una normalizzazione linguistica del basco e da allora si insegna obbligatoriamente a scuola e si usa correntemente nei media regionali.

 

 

Alfredo Somoza