11 febbraio 1990, Nelson Mandela esce dal carcere, per il Sudafrica inizia una nuova era. La diretta di radio Popolare condotta da Edgardo Pellegrini e Alfredo Somoza.

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A livello mondiale, il pacchetto di riforme fiscali e incentivi al settore manifatturiero elaborato da Barak Obama si presenta come il più importante tentativo degli ultimi decenni di dare vita a una politica industriale. Un concetto, quello delle politiche industriali, utilizzato a sproposito dai politici di mezzo mondo per abbellire discorsi elettorali, ma che si sta davvero materializzando negli USA, la patria degli estremi opposti in materia economica: dal dirigismo al liberismo più assoluto.

In questa fase storica lo Stato non aspira certo a diventare “imprenditore”, ma punta a stimolare la ripresa industriale attraverso la leva fiscale e gli investimenti in ricerca, infrastrutture e formazione. Questi, infatti, sono i tre punti centrali della “manovra Obama”. La prima e più importante iniziativa è l’abbattimento delle aliquote fiscali massime applicate alle imprese, che dal 35% (tra le più alte al mondo) scenderanno al 25% per il settore manifatturiero e al 28% per tutti gli altri. Verranno però eliminate le scappatoie legali che finora le aziende hanno utilizzato, pagando i migliori studi di avvocati, per aggirare il fisco. Un Grand Bargain, insomma, un “grande compromesso” tra chi sarà chiamato a versare meno tasse e lo Stato: uno Stato che si impegna a “chiedere” di meno, però pretende che paghino tutti.

A queste misure si accompagnano l’introduzione di particolari detrazioni destinate alle piccole e medie aziende e l’eliminazione dei paradossali incentivi alla delocalizzazione produttiva, finora premiata da una fiscalità di favore risalente agli anni ruggenti di Ronald Reagan. Nella visione dei democratici americani, il manifatturiero è fondamentale per la stabilità del Paese perché crea posti di lavori “buoni”, cioè stabili e garantiti, e non precari e a basso costo come accade nel settore dei servizi; in questo senso è un settore che favorisce i ceti medi.

Il secondo fronte è quello degli investimenti indiretti a sostegno delle imprese, attraverso un megapiano pubblico-privato che ammodernerà le infrastrutture necessarie al decollo dell’industria: dalle strade alle autostrade informatiche.

Il terzo fronte è l’investimento nella formazione e nella ricerca. In dieci anni verranno creati 45 nuovi istituti per l’innovazione, centri di eccellenza tecnologica dedicati allo sviluppo industriale; inoltre saranno incentivati i college nelle aree industriali perché moltiplichino l’offerta dei percorsi formativi pensati per l’industria.

Questo ritorno dello Stato al centro delle scelte economiche e produttive, voluto da Obama dopo un’assenza che negli USA durava dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, si basa su una visione strategica di lungo termine. Se gli USA, proiettati verso l’autonomia energetica, riusciranno a rimettere in sesto anche il sistema manifatturiero, potrebbero spezzare entrambe le loro dipendenze: quella dai fornitori di greggio mediorientali e quella dalla Cina, il loro grande fornitore e creditore.

La riforma dovrebbe a breve toccare anche il punto dolente dell’erosione della base imponibile, proponendo un rimpatrio dei capitali che le grandi corporation hanno guadagnato in questi anni di globalizzazione, ma che sono rimasti all’estero per evitare la fiscalità a stelle e strisce. Si calcola infatti che il 60% delle riserve in contanti di colossi come Disney, General Electric e Microsoft sia oltre confine: ben 840 miliardi di dollari. Uno scudo fiscale per il loro rientro potrebbe generare un gettito miliardario per le casse federali.

Dopo la sbornia della finanza creativa, della terziarizzazione dell’economia, della delocalizzazione dell’industria, gli Stati Uniti stanno quindi tornando alla loro storia. Una sfida per l’Europa, ma anche e soprattutto per i Paesi che, in questi ultimi anni, sono emersi a potenza mondiale assumendo il ruolo di “fabbriche del mondo”.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Nel mondo della pubblicità globale sta cambiando sensibilmente l’appartenenza etnica dei modelli e delle comparse che recitano negli spot. Fino a una ventina d’anni fa, il mondo patinato della pubblicità televisiva e delle manchette su riviste e quotidiani era regolarmente “bianco”. Poche le eccezioni: la modella nera Naomi Campbell, i “manager giapponesi” quando si voleva dare l’idea di un orizzonte planetario, e un bambino nero e uno orientale, i mezzo ai bambini bianchi, quando si comunicava l’eticità di un prodotto. I quattro quinti dell’umanità, cioè le persone non bianche, non costituivano un target, in quanto le masse erano troppo povere e i pochi ricchi si identificavano con i valori e i canoni di bellezza occidentali.

Da allora molto è cambiato. Le uniche pubblicità che resistono al “monoetnismo” sono quelle rivolte ai singoli mercati nazionali occidentali, mentre le campagne dei marchi globali fotografano la diversità umana – e quindi anche la differenza etnica – dei loro potenziali clienti. Secondo una recente ricerca della Brooking Institution, una ONG statunitense specializzata nell’analisi delle politiche pubbliche, dal 2003 sono aumentate di 700 milioni le persone che dispongono di una cifra compresa tra i 10 e i 100 dollari USA al giorno; si prevede che nei prossimi 10 anni si verificherà un ulteriore incremento di 1,3 miliardi di persone. Questa nuova middle class planetaria è figlia delle opportunità che, al netto delle polemiche motivate o ideologiche sulla globalizzazione, si sono create nei tanti Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina grazie alla crescita degli scambi economici mondiali.

La pubblicità ora punta a rappresentare i mondi emergenti perché è lì che si giocherà il riequilibrio dei consumi mondiali. Nella globalizzazione degli anni ’90 lo schema era bipolare, da una parte i Paesi dove si producevano i beni e dall’altra quelli in cui si consumavano: dal Messico verso gli Stati Uniti, dall’Africa verso l’Europa. Oggi invece il peso di questo nuovo ceto medio riequilibra la bilancia, e nei Paesi emergenti il mercato interno comincia a essere importante tanto quanto l’export. Chi prima investiva in un Paese terzo solo per produrre merci e poi trasportarle altrove, oggi investe per fermarsi e vendere anche su quel mercato. È il caso della Fiat in Brasile, dove il marchio italiano produce veicoli per il mercato interno in quantità quasi pari al totale delle automobili vendute in Europa.

Davanti a questo progressivo ripianamento sociale del mondo i tempi per una transizione sostenibile si accorciano. Non è più un esercizio teorico quello di calcolare quanto potrebbero durare le risorse della Terra se dovessero fare fronte a due miliardi di nuovi consumatori. Questo sta già succedendo, e la ricerca della sostenibilità dell’industria, dell’agricoltura e dei consumi è in colpevole ritardo.

Il danno limitato che questa crisi economica ha provocato negli Stati emergenti, a differenza delle conseguenze drammatiche che sta avendo in Occidente, si spiega con la costante crescita della capacità di produrre e di consumare in Paesi fino a ieri stagnanti. Sono l’Europa e gli Stati Uniti a dover trovare una via di uscita alla crisi, anche se l’accumulo di risorse, di capitale e di capacità umane e professionali di cui dispongono costituiscono un patrimonio incommensurabile e strategico.

I Paesi emergenti saranno ancora per molto tempo impegnati a far crescere il proprio mercato interno favorendo l’integrazione economica dei poveri, senza però che questo aumenti spontaneamente i diritti dei cittadini. A livello mondiale da molto tempo non capitava che si registrasse una così massiccia uscita dalla povertà senza un altrettanto importante avanzamento in materia di diritti o di democrazia. Nell’epoca dei nuovi consumatori globali la democrazia non è una merce particolarmente ricercata né apprezzata, perché molti popoli non la associano alla crescita economica che ha permesso loro l’affrancamento dalla miseria.

Il mondo che si sta ridisegnando è dunque caratterizzato dall’omologazione dei consumi ma anche dalla maggiore evidenza data alle diversità tra Paesi e gruppi umani. Tutti più simili, con gli stessi smartphone di ultima generazione, ma sempre ugualmente lontani sul piano dei valori e delle libertà. Un mondo che la pubblicità farà sempre più fatica a raccontare, ma è il mondo del futuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Le televisioni globali, e anche quelle locali, da qualche anno offrono un mix di programmi alquanto monotematico. Crimini di tutti i tipi e cibo. Tanto cibo. L’accostamento tra la cucina e l’insicurezza più totale, cioè il rafforzamento dell’idea che siamo tutti in balia di pericolosi serial killer pronti ad ammazzarci, potrebbe sembrare bizzarro. Ma un senso c’è.

A livello sociologico l’insicurezza nasce e si diffonde in tutto il mondo a partire dalle esperienze fallimentari delle grandi metropoli statunitensi. Già negli anni ’70 le gang giovanili di Los Angeles o del Bronx erano la metafora delle forze del male che all’improvviso potevano colpire il bravo cittadino lasciato nella sua solitudine, vanificando un’onesta vita di lavoro. Bastava sbagliare fermata della metropolitana per trovarsi nelle varie Gothic City delle periferie urbane.

Questa narrazione della marginalità e del degrado ha spazzato via le visioni progressiste che proprio nei luoghi dell’insicurezza individuavano i semi della riscossa degli oppressi: fossero essi minoranze etniche o semplicemente poveri. L’approccio “sicuritario”, insomma, ha tolto dal dibattito pubblico i temi dell’integrazione e dell’inclusione sociale, spacciando l’idea che solo con la repressione si possa vincere la sfida. Una sfida ad armi impari: da un lato Stati, comuni, polizie ed eserciti, dall’altro i marginalizzati. Una sfida nella quale l’analisi della situazione sociale ed economica non è prevista.

In tutto il continente americano questa logica trova conferma nella diffusione dei “quartieri chiusi”, paradisi per ricchi recintati e protetti a vista. Il significato politico dei quartieri chiusi è che la sfida di una società egualitaria è morta. E che oggi chi ha qualcosa da difendere si autoghettizza pur di non esserne espropriato: per la prima volta nella nostra storia lo spazio urbano viene “ceduto” ai poveri dai ricchi in fuga verso i recinti dorati.

L’altro volto della comunicazione televisiva è la gastronomia. Cibo, cucina, ingozzamenti, assaggi di piatti a volte raccapriccianti, esagerazione e spreco. Cucina a tutte le ore proprio mentre l’arte culinaria, una volta patrimonio delle donne che lavoravano prevalentemente in casa, è in declino per motivi di tempo, di ruoli, di gusti. Più si diffondono i fast food, più la televisione ci offre manicaretti elaborati e complessi da cucinare. Piatti riproposti per accontentare il voyeurismo di un pubblico medio che potrebbe assaggiarli soltanto in un ristorante.

Ma mangiare è un esercizio rassicurante. Dopo la scorpacciata di crimini e corpi dissezionati, le ricette (della nonna o degli chef stellati) ci permettono di andare a dormire tranquilli. Morte e cibo, due realtà che spesso vanno insieme. In molte culture, infatti, i funerali sono anche occasione per banchettare. Ovviamente la televisione non fa riferimento a queste radici. Piuttosto utilizza il cibo come novella droga dei popoli: più che alimentare serve da palliativo e calma le ansie, ma crea pure nuovi disturbi. Già si vedono i primi esempi del prossimo filone di spettacolo: dopo il crimine e l’abbuffata, le peripezie per perdere peso. Un palinsesto completo poggiato sul nulla, che però fotografa alla perfezione i nostri tempi e illustra l’agenda sociale di chi governa il mondo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Quando, il primo gennaio 1995, a Ginevra nasceva ufficialmente l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il mondo era nel mezzo del decennio d’oro dell’espansione delle frontiere economiche globali. Finita la Guerra Fredda, smantellato il blocco sovietico, gli Stati Uniti guidati da Bill Clinton avevano trovato una nuova centralità. L’industria pesante e le lavorazioni ad alta densità di manodopera si spostavano dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli “emergenti”, e soprattutto in Cina.

La narrazione ufficiale dell’epoca raccontava che l’abbattimento di ogni barriera e ostacolo al commercio mondiale avrebbe garantito sviluppo e benessere per tutti. Le fabbriche che chiudevano in Occidente riaprivano in Oriente, ma con livelli di sfruttamento dei lavoratori simili a quelli della Rivoluzione Industriale dell’800. Eppure le critiche erano poche, si era certi che sarebbe andata bene comunque.

L’OMC, in inglese WTO, aveva il compito di “dirigere il transito”, e cioè di operare per abolire o ridurre le barriere tariffarie al commercio internazionale, non solo per i beni commerciali ma anche per i servizi e le proprietà intellettuali. In sostanza, il WTO doveva “mettere il turbo” agli scambi mondiali, lavorando per piegare le resistenze degli Stati nazionali all’apertura dei mercati, e fungendo da tribunale nelle dispute sul protezionismo, sul dumping, sui trattati internazionali. Nel pensiero unico dell’epoca, la fede nel dogma della globalizzazione liberale dell’economia era così forte che addirittura si scelse il sistema del consenso: un metodo che, pur non prevedendo l’esplicita unanimità delle decisioni, richiede che nessun Paese membro avanzi obiezioni ufficiali. Insomma, si era convinti che alla fine si sarebbe trovato, appunto, un consenso.

Come in tutti gli organismi internazionali, la direzione del WTO è stata monopolizzata dagli Stati Uniti e dai Paesi dell’Europa occidentale. Nei primi anni, però, il WTO si è occupato  “misteriosamente” solo delle barriere doganali e dei sussidi all’economia dei Paesi emergenti e poveri, senza aggredire per nulla i più grandi sovvenzionatori e protettori dei rispettivi mercati interni, che sono gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea.

Il momento di frattura si è verificato a Cancùn, Messico, nel settembre 2003, quando si è tenuto il vertice che doveva dare il via al “Doha Round”, il meganegoziato su agricoltura e servizi. Nella calura dello Yucatán, per la prima volta si è materializzato un blocco di Paesi abbastanza forte da opporsi alle vecchie potenze, e capace di creare consenso tra gli Stati più poveri: Cina, India e Brasile sono diventati la testa di una fronda di Paesi africani, asiatici e latinoamericani che, per la prima volta, hanno alzato la voce in un evento di questo calibro. Rispedendo al mittente la “proposta” di aprire le loro economie a merci e servizi stranieri senza reciprocità.

È cominciato così a Cancùn il declino del WTO, aggravato poi dalla crisi mondiale che ha molto ridimensionato diversi principi ritenuti assoluti e indiscutibili solo pochi anni prima. Dagli USA che salvano il sistema bancario e la Chrysler, incentivando il ritorno in patria delle imprese che avevano delocalizzato in Asia, all’Europa che discute di misure di stimolo all’economia e rimanda la fine dei sussidi ai diversi settori produttivi.

Oggi il WTO, da regista della globalizzazione, è diventato quasi solo un tribunale per le dispute commerciali. Un ruolo assai modesto e un senso politico sfuocato. I Paesi membri sono molto impegnati a costruire nuove alleanze economiche. Le zone di libero commercio in discussione nell’area del Pacifico e tra gli USA e l’Europa, sommate a quelle già esistenti a livello regionale e a quelle tra i Paesi BRICS, ci consegnano un mondo sempre più interconnesso: ma non globalmente, bensì regionalmente. La Cina è l’altra potenza in grado di aggregare “soci” per garantirsi mercati mondiali. Il sogno degli anni ’90, di un mondo unipolare guidato dagli USA, dai loro partner e dai loro grandi gruppi economici è affondato. E il WTO è ormai solo un naufrago.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il Fondo Monetario Internazionale nacque dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, che misero in piedi l’architettura finanziaria internazionale del secondo dopoguerra. Da allora, ha sempre avuto poche e chiare idee in materia di disciplina fiscale e monetaria. Secondo gli esperti dell’FMI, chiamati a controllare la gestione del bilancio degli Stati membri e a dettare le condizioni per l’erogazione di prestiti della Banca Mondiale, l’unico indicatore che permette di riconoscere un’economia sana è il pareggio di bilancio. Non è compito loro sapere a quale prezzo lo si ottenga, quali siano i margini perché gli Stati possano intervenire nelle fasi espansive o recessive, quali siano i costi sociali e umani delle ristrutturazioni del debito.

La ricetta classica dell’FMI, ogniqualvolta questo organismo è intervenuto, si è basata sul cosiddetto “taglio dei rami secchi”: che si è immancabilmente tradotto nel taglio lineare delle spese per istruzione, pensioni, sanità, ammortizzatori sociali. Ai Governi non è mai stato chiesto, per esempio, di ridurre la spesa per la difesa o per le infrastrutture. Oppure di razionalizzare i costi complessivi dello Stato in un modo che non fosse il licenziamento di pubblici impiegati.

L’FMI fa parte della troika che sta assistendo la Grecia, insieme alla BCE e all’Unione Europea. Il suo ruolo accanto alle altre due istituzioni dovrebbe essere modesto, vista la quantità irrisoria di risorse che l’organismo con sede a Washington ha impegnato rispetto alle somme messe a disposizione dalla BCE e dal fondo salva-Stati dell’area euro. Eppure il Fondo Monetario è riuscito a far pesare la sua presenza, provocando polemiche e sostenendo, almeno finora, la “linea dura” adottata dalla Germania.

La situazione della Grecia è praticamente unica nella storia economica moderna. Un Paese che tecnicamente è in default, ma che non riesce a negoziare il suo debito perché i negoziatori sono i suoi stessi creditori. E non può nemmeno svalutare la propria moneta per recuperare competitività. Per quanto ancora si possa fare, il debito greco è destinato a crescere esponenzialmente per via degli interessi spropositati che Atene è obbligata a pagare senza che nel frattempo si registri alcun segnale di crescita economica.

In questa cornice di decrescita infelice, l’FMI diventa finalmente realistico e chiede un altro haircut, il brutto neologismo con il quale si equiparano i tagli ai debiti di un Paese a un innocuo taglio di capelli. Tradotto, significa che il Fondo Monetario chiede un nuovo taglio all’ammontare dei debiti della Grecia per rendere sostenibile il rimborso della quota che ne resterebbe, una procedura tipica nei confronti di un Paese in bancarotta. Questa volta però è la Commissione a frenare, perché Berlino non sopporterebbe ulteriori “sacrifici” da imporre alle banche creditrici, che dovrebbero accollarsi i tagli. È un no fermo, con il quale l’Europa per la prima volta frena l’FMI, rendendosi simultaneamente complice del passaggio all’indigenza di centinaia di migliaia di persone. E del precipitare della Grecia in un caos economico e politico a rischio di estremismi.

Atene, che è riuscita a stabilizzare i conti nel 2013 grazie al turismo e all’austerità forzata, non può uscire dalla morsa della sua crisi senza ulteriori tagli ai suoi debiti. Ma ai barbieri che esercitano a Berlino questo dato interessa poco, perché la loro priorità è la tutela delle banche straniere e non la salute della Grecia. Il loro modello professionale non è il Figaro rossiniano ma Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Tim Burton.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il concetto di “lotta di classe”, a lungo utilizzato per interpretare e dare un senso allo scontro tra i diversi attori sociali, è stato abbandonato frettolosamente insieme all’ideologia marxista negli anni ’90. Ma oggi è di nuovo dibattuto. Sono diversi gli studiosi che lo ripropongono, a partire da una delle più grandi esperte di globalizzazione, Susan George, che lo recupera già nel titolo del suo ultimo lavoro: Come vincere la lotta di classe.

Susan George afferma che la secolare lotta tra poveri e ricchi per conquistare il ruolo di ceto predominante potrebbe concludersi con la sconfitta dei più poveri, cioè della maggioranza della popolazione mondiale. Ciò a causa di un lento e inesorabile declino dei valori di riferimento e delle modalità di organizzazione dal basso, della frammentazione della società, della perdita di un’identità condivisa tra “gli oppressi”. Questa tendenza non ha una dimensione solo economica ma anche fortemente culturale.

Negli anni ’60 del secolo scorso il grande antropologo statunitense Oscar Lewis aveva definito l’“antropologia della povertà” studiando i quartieri degradati di New York, Lima e Città del Messico. Una condizione sociale, quella della miseria urbana, che diventava cultura della sopravvivenza e generava pratiche di solidarietà che avrebbero potuto portare al riscatto sociale.

Le scienze sociali contemporanee, invece, non hanno ancora analizzato l’“antropologia della ricchezza”, soprattutto negli effetti culturali che il benessere produce al di fuori della cerchia, ristretta, della ricchezza vera.

L’orgoglio operaio, l’austerità contadina, la fierezza di chi fa sindacato o cooperazione sono archetipi scomparsi dalla comunicazione di massa che invece ripropone la vita dei ricchi, i consumi dei ricchi, gli eccessi dei ricchi. Ricchezza virtuale, ma che diventa modello di consumo e aspirazione di massa. I balli delle debuttanti, le carrozze trainate da cavalli ai matrimoni, la luna di miele alle Seychelles, i vestiti di Armani sono aspettativa e spesso ossessione per i figli dei ceti popolari ridotti a consumatori di prodotti “da ricchi”, ma per poveri.

Non vi è stato infatti un aumento della ricchezza – nel senso di numero degli individui davvero considerabili ricchi – tale da giustificare quest’invasione di prodotti del cosiddetto settore luxury. La stampa pubblicizza quotidianamente beni fuori portata per la stragrande maggioranza dei propri lettori, dagli orologi da 6000 euro ai SUV da 70.000; e in Italia si pensa sempre più spesso che a salvare l’economia non sarà più l’industria di base bensì il “comparto del lusso”. Tornando ai vecchi concetti della scuola marxista, oggi i ricchi hanno conquistato l’egemonia culturale, e l’illusione del consumo di lusso è il nuovo oppio dei popoli.

Questa situazione ci parla anche del trionfo di una certa ideologia originaria degli Stati Uniti, che considera l’accumulo di ricchezza come la conseguenza e la pubblica dimostrazione di un cammino compiuto “sulla retta via”; mentre la povertà sarebbe una “disgrazia” in buona parte frutto dell’indolenza o della cattiva sorte degli stessi poveri: una categoria da aiutare casomai con la beneficenza.

I giovani che in tutto il mondo vorrebbero essere amici di Paris Hilton in qualche modo legittimano questa visione e attendono la loro opportunità per “uscire dal mucchio”, per abbandonare la baraccopoli, per essere anche loro “vip”. Un sogno alimentato sapientemente dai media e dai venditori di sogni da consumare a buon mercato e che garantisce il conformismo e la pace sociale. La lotta di classe infatti si è assopita, e solo pochi disturbano il manovratore.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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In un lontano Paese alla fine del mondo, il sogno dell’antiproibizionismo si sta realizzando. Il parlamento del piccolo Uruguay, infatti, ha approvato la legalizzazione della marijuana per togliere una fetta di guadagno alle mafie e strappare i consumatori dalla condizione di illegalità. Per il Paese del Río de la Plata, schiacciato tra Argentina e Brasile, non è una novità trovarsi all’avanguardia rispetto all’intero continente americano.

Questa porzione della Pampa fu per secoli un cuscinetto tra i due imperi che si spartivano il Sudamerica – quello spagnolo e quello portoghese – e successivamente passò sotto l’ala del Regno Unito, interessato a tutelare i suoi grandi interessi economici nella zona.

Eppure l’Uruguay è anche, da sempre, terra di libertà civili e politiche. L’eroe nazionale che lottò contro la Spagna, il generale Artigas, non a caso venne battezzato “protettore dei popoli liberi”; e quando si verificò lo strappo con Buenos Aires, che portò all’indipendenza dall’Argentina, qui combatté e visse Giuseppe Garibaldi nella sua fase più libertaria.

L’Uruguay, infatti, è uno Stato laico nel continente più segnato dal cattolicesimo spagnolo. Un Paese nel quale il divorzio esiste da decenni e dove oggi sono ammessi i matrimoni omosessuali. Un Paese che già nel 1917 sancì la separazione totale tra le istituzioni e la Chiesa, e nel quale la Pasqua si chiama “settimana del turismo”.

Soprattutto, l’Uruguay è storicamente un’isola di democrazia in un continente in tempesta, anche se questa nobile tradizione si interruppe drammaticamente mentre i “vicini di casa” si trovavano sotto lo stivale dei militari. In quegli anni bui per Montevideo, un guerrigliero fu tenuto in prigione per 15 anni. Quell’ex detenuto, che non ha mai rinnegato le proprie idee di giustizia sociale, oggi è presidente del Paese, a capo di una coalizione formata da socialisti, comunisti, cattolici progressisti ed ex Tupamaros. Un presidente amatissimo che continua a vivere nella sua modesta casa di campagna, che tiene per sé soltanto 800 euro di stipendio, gira con la sua auto di trent’anni fa e in tutti i forum internazionali è diventato un faro per chi si batte contro il modello dominante di sviluppo consumistico. E contro la mancanza di etica nella politica.

L’Uruguay che oggi legalizza la marijuana compie un passo da gigante nella storia americana, anticipando una decisione che – per forza di cose – prima o poi dovrà essere presa da tutti i Paesi dell’area per debellare le mafie, che non soltanto delinquono e inquinano la società, ma sono diventate veri contropoteri antagonisti della democrazia.

In Uruguay la marijuana di Stato costerà un dollaro al grammo e i proventi andranno a sostenere il welfare. Come scrisse anni fa uno dei grandi scrittori di questo Paese, Eduardo Galeano, l’utopia serve a camminare senza perdere l’orientamento. Il piccolo Uruguay, patria di tangueros, calciatori e romanzieri, si è permesso ancora una volta di raggiungere l’utopia, ricordando a tutti noi la direzione verso la quale camminare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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A seguito delle denunce di questo blog e di Unimondo.org, è stata presentata un’interrogazione parlamentare da parte di 5 deputati di SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà) al Ministro degli Esteri Emma Bonino.

Questi gli articoli usciti sul tema e il testo dell’interrogazione:

Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2013/11/11/news/sel_portaerei_cavour-70777486/?ref=HREC1-4

Info Cooperazione

http://www.info-cooperazione.it/2013/11/il-sistema-italia-decolla-dalla-portaerei-cavour/

Huffington Post

http://www.huffingtonpost.it/2013/11/11/marina-militare-sel-denuncia-eccellenze-africa-armi_n_4254723.html?utm_hp_ref=tw

Comunicato Stampa di SEL

http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/sel-denuncia-la-marina-militare-porta-le-eccellenze-italiane-in-africa-ma-sono-armi/

Testo dell’interrogazione

http://www.sinistraecologialiberta.it/wp-content/uploads/2013/11/int.-Bonino.pdf

Grazie ai lettori del blog per la mobilitazione che ha portato all’attenzione pubblica quest’azione di marketing degli strumenti di guerra in Africa con mezzi dello Stato che rischiava di passare inosservata.

cavour

Le vie del made in Italy sono infinite. La rotta del Gruppo Navale Cavour, che per 5 mesi circumnavigherà l’Africa e il Golfo Persico portando in giro le “eccellenze italiane”, è l’ultima trovata delle Forze Armate per dimostrare all’opinione pubblica l’utilità di continuare a mantenere costosi sistemi d’arma e personale ben pagato e garantito in nome dell’”umanitario” e, novità assoluta, del sostegno al “made in Italy”. La missione “Sistema Paese in movimento” della portaerei Cavour, nave ammiraglia della flotta militare italiana, ha un costo stimato di 20 milioni di euro. Soldi spesi per fare vedere la bandiera che in tempi di austerità diventano però tanti. Scatta quindi l’idea geniale: trovare sponsor privati per finanziare parte dello sforzo economico. E quali sono le aziende che sponsorizzano il tour  nei Paesi del Golfo e Africa della portaerei? Alcune multinazionali (come Ferrero e Pirelli) più interessate probabilmente a sostenere operazioni di marketing dello Stato che ai potenziali mercati, e tante imprese, anzi la quasi totalità del comparto bellico, che indubbiamente hanno interessi primari in quei paesi nei quali instabilità, conflitti e guerre sono il pane per chi vende armi. Oto Melara, Finmeccanica, Fincantieri, Beretta, Telespazio, Agusta Westland e altri potranno allestire sulla Cavour una fiera campionaria del bellico “porta a porta” a buon mercato. L’ultimo tassello dell’operazione è la partecipazione di 3 onlus “umanitarie” che nelle tappe si occuperanno di visitare bambini affetti da problemi oculistici e altro. La fondazione Francesca Rava si spinge a qualificare questa missione militar-commerciale come “missione umanitaria della Marina Militare italiana”, offrendo quella copertina, sempre più corta, che permette di addolcire  gli interessi del settore bellico e delle forze armate.

La contaminazione avvenuta negli ultimi anni tra militare e umanitario è stata utile a giustificare l’enorme spesa che l’Italia continua a destinare alla Difesa perché “serve al mantenimento della pace”. Uno sforzo economico che ad esempio continua a garantire una presenza in Afganistan al di fuori da qualsiasi logica politica o militare, la partecipazione al traino di Gran Bretagna e Francia allo smantellamento della Libia e soprattutto la sopravvivenza di una delle vere caste dell’Italia, i militari di carriera. Nel mondo delle ong il dibattito su come e quanto collaborare con le forze armate è all’ordine del giorno, ma il problema riguarda il paese tutto in quanto la Difesa è una competenza “forte” che risucchia ingenti risorse. La domanda da porsi è quanto sia lecito fare diventare i militari ambasciatori del made in Italy e quanto sia lecito, utilizzando mezzi dello Stato, promuovere la produzione bellica nazionale in quei paesi segnati da conflitti in corso o potenziali. Tutto ciò di fronte al costante e progressivo svuotamento della cooperazione allo sviluppo, vero strumento di costruzione di partenariato economico e di pratiche di pace, ormai praticamente senza finanziamento né strutture. Il governo Berlusconi aveva tentato di fare diventare gli ambasciatori italiani “venditori del made in Italy”, posizione discutibile ma non estranea ai compiti affidati alla diplomazia. Ora gli ambasciatori avranno le stellette e la merce che venderanno sarà sicuramente quella che conoscono meglio.

 

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