Lo stupore generato dalle esternazioni estive di Mons. Galantino contro la “politica” è dovuto principalmente alla poca conoscenza della stampa italiana sulle consuetudini di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Galantino, che risponde solo al Papa, sta incalzando la politica con metodo bergogliano. E’ cioè adoperando come una frusta contro la classe politica le questioni sociali ed etiche, senza distinguere tra destra e sinistra (cosa che invece era consuetudine della CEI dei vecchi tempi sempre schierata contro il centrosinistra). Una posizione nuova per la CEI, da “forza autonoma” e non semplicemente suggeritrice delle sue “cinghie di trasmissione”, i cosiddetti partiti cattolici.  Lo stesso concetto di “partito cattolico” è estraneo alla cultura politica di Papa Francesco. Nella sua esperienza pastorale in Argentina, da Arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza dei Vescovi, Bergoglio fustigava di persona il defunto Presidente neo-peronista Nestor Kirchner, senza intermediari. Lo criticava “da destra”, opponendosi fermamente ad esempio al matrimonio gay (approvato lo stesso dal Parlamento) e “da sinistra”, ritenendo che il governo facesse poco per i più deboli. L’ex presidente Kirchner diceva infatti che Bergoglio “era il vero capo dell’opposizione”. Ma anche lui sbagliava perché il Vescovo non aveva nessun rapporto organico con l’opposizione “partitica”, ma molti con quella “sociale”, dei movimenti. Sono gesti che passano inosservati ai nostri emeriti vaticanisti, ma Bergoglio in realtà era già “sceso” in politica in Italia, quando ha scelto Don Luigi Ciotti, in modo plateale, come principale interlocutore sui temi della legalità e dell’antimafia. Don Ciotti il sacerdote impegnato, ma anche il “politico” della società civile che ha messo in piedi Libera. Mons. Galantino invece sta attaccando sia il governo sia l’opposizione sui rifugiati, un tema centrale nella cultura di un Papa che è stato figlio di emigrati italiani è cresciuto in un paese-rifugio da tutte le tempeste del ‘900, soprattutto quelle europee. Un tema sul quale Francesco non è disposto a trovare mediazioni.

Questo è un modo di fare Chiesa e di fare politica al quale bisognerà abituarsi, che rompe la contiguità tra Vaticano e mondo cattolico impegnato in politica, che rimette al centro una Chiesa con una sua soggettività politica autonoma non più a disposizione di questo o di quell’altro partito, ma che si gioca in proprio. Un approccio movimentista che ha due radici culturali, quella gesuitica e quella peronista delle origini. Una storia, quella dei gesuiti argentini e quella personale di Bergoglio, che ha prodotto un mix di conservazione in materia dottrinale e di progressismo in campo sociale ed economico. Nulla a che fare con il comunismo, come pensano invece gli analfabeti della storia della Chiesa e dell’America Latina che ragliano sui media dozzinali, anzi. Forse prima o poi qualcuno capirà che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e con essa le categorie del ‘900. Anche Oltretevere la musica è cambiata, ma si fa fatica ancora a cogliere le nuove armonie.

 

Alfredo Somoza

 

don_nunzio+papa_francesco

Si chiamano PASO, cioè “primarie aperte, simultanee e obbligatorie”, l’unico strumento al mondo istituito per legge da uno Stato per validare le candidature alle elezioni politiche e amministrative. Le primarie aperte, simultanee e obbligatorie nascono in Argentina nel 2009 per iniziativa dell’allora presidente Néstor Kirchner e rimangono l’unico esempio di “primarie per legge” effettivamente attuato, oggetto di interesse e di studio a livello internazionale. Il meccanismo è così semplice ed efficace da spazzare via qualsiasi altra ipotesi. Circa due mesi prima dell’elezione del presidente della Repubblica, del Parlamento o dei governatori, le varie forze politiche formalizzano una o più candidature per la carica. In una data prestabilita, negli stessi seggi dove si vota e con l’imprimatur dello Stato tutti i cittadini abilitati al voto possono dare le propria preferenza a un candidato e alla lista collegata. Le forze politiche che non superano la soglia dell’1,5% non potranno presentarsi alle elezioni, mentre il candidato più votato di ciascuna forza politica, con il tipico meccanismo delle primarie, diventa automaticamente il candidato ufficiale di quella forza.

Due sono le differenze rispetto alle primarie che conosciamo in Italia, che nelle ultime tornate hanno mostrato serissime falle sotto il profilo del rispetto delle regole. La prima è che lo Stato garantisce la trasparenza dell’operazione e rende “ufficiale” il risultato; la seconda è che, essendo obbligatorie per tutte le forze politiche e tenendosi nello stesso giorno, è impossibile che l’elettore di centrodestra possa votare per un candidato del centrosinistra (o viceversa) per influenzare la scelta dello schieramento opposto: infatti, potendo esprimere un solo voto, se così facesse non potrebbe dare la preferenza al candidato preferito espresso dal suo schieramento. Un altro effetto positivo di questo meccanismo è che la stessa composizione delle liste per le primarie favorisce alleanze preventive che saranno rodate per mesi prima del momento del voto.

L’esito del voto, tra l’altro, può essere intuito con molta più precisione rispetto ai sondaggi. Se si sommano i risultati ottenuti dai diversi candidati di una singola forza politica alle primarie, si avrà una grande approssimazione rispetto a quello che sarà il risultato vero. La prima volta che infatti fu attuato questo meccanismo, nelle presidenziali del 2011, la candidata Cristina Kirchner, che alle primarie ottenne il 50,4%, venne eletta con il 54% nelle elezioni tenutesi due mesi dopo. Domenica 13 si terranno le Paso per le legislative di ottobre che daranno un segnale importante sulla popolarità dell’attuale Presidente Mauricio Macri, che tra l’altro non gode finora di maggioranza propria alle Camere.
In sostanza, con le PASO la legittimazione dei candidati alle massime cariche dello Stato è stata in buona parte sottratta ai partiti e “passata” ai cittadini. E senza via di fuga, visto che si tratta di un meccanismo istituzionale valido per tutti. Una piccola lezione da un Paese che ha subito disastri politici ed economici di varia natura nell’ultimo mezzo secolo, ma che sono anche serviti per immaginare modelli partecipativi all’avanguardia.

 

Alfredo Somoza

 

La Gran Bretagna imperiale promosse addirittura guerre per sancire un principio vitale per la sua espansione mercantilista tra il XVIII e il XIX secolo: il diritto di transito. Fu così “aperta” dalle cannoniere l’Africa, la Cina, l’India, il Sud America. La Gran Bretagna si batteva per la globalizzazione del diritto di commerciare superando chiusure e protezionismi. Un gran caposaldo di questa politica furono le cosiddette “Guerre dell’oppio” tra il 1839 e 1860 per obbligare alla Cina ad accettare l’ingresso dell’oppio che gli inglesi esportavano dall’India. Il cadeaux di queste guerre fu Hong Kong, l’eredità il dilagare dell’uso dell’oppio in Cina e poi nel mondo. Una politica che si tramutò in colonialismo con l’occupazione permanente di territori all’estero da governare e spolpare e nei quali trasferire anche coloni e amministratori. La Gran Bretagna di Cameron si propone di innalzare barriere di filo spinato e muri contro “l’invasione” di qualche centinaia di profughi provenienti da Calais. Il diritto di transito è sospeso, o meglio, valeva solo in uscita. In quest’estate del 2015, si verifica una voglia di ritorno all’insularità come ai tempi dei romani, quando si sapeva soltanto che nell’arcipelago c’erano popoli ostili a ogni contatto con il mondo che amavano dipingersi il corpo.

Second_Opium_War-guangzhou

I bombardamenti alle forze combattenti dell’ISIS da parte della Turchia sono stati salutati come una “svolta” di Erdogan, finalmente allineata con Washington e facente parte della coalizione anti-Califfato. Se invece di svolta diciamo cortina fumogena rilasciata ad arte per coprire il vero obiettivo forse capiamo di più il disegno di Ankara.  L’ISIS, generato, armato, formato e sostenuto da un vasto cartello di paesi arabi sunniti, tra i quali la Turchia, non è mai stato un problema per Erdogan, anzi. L’altra parte dell’attacco turco, quello contro le forze combattenti curde del PKK, svela invece cosa c’è dietro il fumo. I curdi sono il nemico di sempre, sono quella maledetta minoranza che non ha mai accettato di  scomparire come entità politica e culturale dopo la fine dell’Impero Ottomano e la conseguente disgregazione del Kurdistan tra 5 stati. Sono quella minoranza agguerrita che proprio in Turchia ha appena incassato un piccolo-grande successo politico, portando in Parlamento oltre 50 deputati, dopo avere provato per anni la via armata senza successo. I curdi che sono diventati autonomi in Iraq, che lo diventeranno presto, se riusciranno a sopravvivere, in Siria, e che ora preoccupano più di prima Erdogan. Nel marasma mediorientale, dove si stanno disgregando interi stati, solo i curdi, pagando un prezzo altissimo, stanno avanzando invece verso la loro utopia di rivedere un giorno un loro paese indipendente. Per questo i bombardamenti turchi all’ISIS, un grande “alleato” nel lavoro di “contenimento” dei curdi, non può essere l’obiettivo vero, caso mai è stato il prezzo che Ankara ha dovuto pagare a Washington per rimettere mano alla questione curda.

 

Alfredo Somoza

 

Kurdish-inhabited_area_by_CIA_(1992)

Durante l’anno di Esteri che si chiude molte situazioni sono cambiate e altrettante si sono confermate. Gli Stati Uniti hanno sorpassato l’Arabia Saudita quali primi produttori mondiali di petrolio, ma il futuro delle aziende che estraggono idrocarburi attraverso il fracking è buio, dati gli attuali prezzi “sottocosto” praticati dal cartello dell’OPEC. Prezzi pensati proprio per far collassare i nuovi concorrenti sul mercato più sporco e opaco che esista.

Alcuni Paesi, come la Russia, si sono esercitati in politiche da potenza “di una volta”. Altri, come la Cina, si sono comportati invece come potenze del futuro, con il libretto degli assegni in mano. Gli Stati Uniti hanno ridisegnato la loro strategia per il XXI secolo dando priorità all’area del Pacifico, ma senza abbandonare i rapporti con la Vecchia Europa. Oggi il loro strumento, dopo gli innumerevoli fallimenti sul piano militare, è costituito dagli accordi di libero scambio, come il TTIP con l’Europa e il TPP con i Paesi del Pacifico: accordi che vanno a sancire alleanze costruite durante la Guerra Fredda e che finora si limitavano alla difesa.

In Medio Oriente tutto è ancora confuso. La Turchia di Erdoğan, l’ultimo Paese che si è buttato nella mischia, ne sta uscendo con le ossa rotte; le primavere democratiche sono sfociate in inverni ancora più rigidi delle stagioni precedenti. Israele è sempre più risucchiato in una politica isolazionista e senza sbocchi. Dal caos mediorientale emerge come unica potenza regionale l’Iran: “pompiere” di ultima istanza in Iraq per evitare la vittoria dei combattenti sunniti, alias ISIS, che stanno tentando di riconquistare l’Iraq (dopo averlo governato per decenni) con un’operazione militar-mediatica all’avanguardia. Vecchi arnesi dell’esercito di Saddam Hussein tornano vincitori sul campo e bravi comunicatori si impongono tra etere e Internet costruendo una fiaba buona per sviare l’attenzione della stampa, che sempre più volentieri si fa dettare l’agenda da chi sa usare il web.

In Medio Oriente si sta giocando una delle partite geopolitiche più impegnative dalla fine del colonialismo, ma i confini delle nuove entità che usciranno dal caos odierno sono ancora sconosciuti.

Per il resto, quest’anno sono passati in secondo piano i Paesi Brics, che dopo anni di grande crescita economica hanno rallentato il ritmo. Una pausa dopo la grande rincorsa, quella che di solito serve per recuperare le forze e ripartire: perché dal mondo multipolare non c’è più ritorno, la nostra geografia economia e politica ha voltato pagina.

Infine, il soggetto paradossalmente più in difficoltà è quello che non c’è, o che c’è solo parzialmente. Il progetto della costruzione degli Stati Uniti d’Europa è in bilico: le forze antieuropeiste, combinate al potere delle lobby economiche, stanno tentando di uccidere il sogno di uno spazio di civiltà e democrazia, che vorrebbero declassare a sola area di libero scambio. L’assenza dell’Europa politica si sente e pesa, a partire dalla Grecia. Pesa sul Mediterraneo in modo drammatico, pesa sull’Europa Orientale e anche in Africa e in America Latina, continenti sempre più allineati con Pechino.

Viviamo nell’incertezza, dunque, ma i giochi, gli interessi leciti e illeciti, i progetti totalitari si intuiscono ovunque. Un mondo senza diritto e senza ordine è un mondo più pericoloso. Un mondo senza coesione economica e ambientale è un mondo più violento. L’antidoto che possiamo modestamente offrire noi di Esteri è far conoscere ciò che si vuole tenere nascosto, spiegare ciò che si vuole rimanga incomprensibile, dare voce a chi coraggiosamente continua a battersi per un mondo migliore.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

8713550-procesamiento-de-muy-alta-resolucion-de-un-clasico-microfono-y-auriculares

C’è un filo conduttore che collega la sottrazione di terre all’Africa all’appassionato dibattito sul riutilizzo degli avanzi alimentari in Europa. In questi primi mesi di Expo2015 al land grabbing non si è nemmeno accennato: e infatti l’argomento risulta assente dalla Carta di Milano, insieme alla speculazione finanziaria sulle materie prime. Un tema che scotta, del quale nessuno vuole parlare… Eppure molti espositori lo conoscono benissimo, visto che diversi Stati presenti a Rho sono grandi accaparratori di terre africane.

In base a una lettura volutamente parziale delle dichiarazioni di papa Francesco, molto si è invece dibattuto sul come distribuire ai poveri l’invenduto dei supermercati. Non che non sia vergognoso il fatto che circa il 30% degli alimenti pronti per il consumo vada sprecato, ma il problema vero, anche in questo caso, è un altro. Un terzo degli alimenti finisce in pattumiera, infatti, solo nei Paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più, ma anche male: perché la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti.

Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire ai consumatori ricchi pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno. Non è possibile che, quando un Paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la FAO non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel Paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce.

Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, quelle che occupano gli spazi più in vista a Expo. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino…

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

images

Gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” delle Nazioni Unite sono otto traguardi che, nel 2000, tutti i 191 Stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. In sostanza, un “libro dei sogni” che forniva le ricette per liberare milioni di essere umani dalla povertà estrema. Anzitutto impegnava i Paesi ricchi a spendere lo 0,7% del loro PIL in cooperazione allo sviluppo, un livello raggiunto solo dai 4 Stati scandinavi e in prospettiva anche dal Regno Unito. Quei fondi, insieme a quelli messi a disposizione dai governi nazionali e dai privati, avrebbero dovuto supportare lo sradicamento della miseria e della fame, portare al raggiungimento dell’istruzione primaria universale, promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna; combattere l’HIV/AIDS e garantire la sostenibilità ambientale.

Nella definizione degli Obiettivi, però, le istruzioni per strappare dalla fame e dalla malattia i più poveri non erano accompagnate da indicazioni precise sulle leve economiche da adoperare, né chiarivano su quali diritti bisognasse insistere (per esempio, sarebbe stato opportuno esplicitare il diritto alla terra, che determina le condizioni di vita delle popolazioni rurali).

Malgrado la vaghezza di contenuti e metodo, le Nazioni Unite si ritengono soddisfatte dei risultati raggiunti e rilanciano la sfida formulando una nuova tornata di obiettivi: gli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, in inglese Sustainable Development Goals (SDGs). Il settimanale britannico «The Economist» li ha ribattezzati Stupid Development Goals ritenendoli più che inutili, addirittura dannosi.

In pratica, si ipotizza ancora di migliorare la vita dei poveri stabilendo meccanismi per indirizzare gli aiuti internazionale verso i Paesi che potrebbero spenderli meglio, scelti in base a parametri di dubbia efficacia.

Mentre gli Obiettivi del millennio erano otto, e si articolavano in 21 sotto-obiettivi, gli SDGs consistono in 17 macro-obiettivi e contano ben 169 sotto-obiettivi, definiti “targets”. I loro sostenitori giustificano questa proliferazione spiegando che i traguardi sono più ambiziosi: si estendono a questioni che spaziano dall’urbanizzazione e dalle infrastrutture al cambiamento climatico. Si afferma, correttamente, che la riduzione della povertà è radicata in un intero sistema di disuguaglianza e di ingiustizia, quindi c’è bisogno di molti obiettivi diversi per migliorare la governance, favorire la trasparenza, ridurre le disparità e così via.

Ma l’insieme rimane un pasticcio, perché riflette in modo caotico e generalistico troppi interessi contrastanti. Tra gli obiettivi c’è, per esempio, la creazione di una “partnership globale per lo sviluppo sostenibile, integrato da partenariati multi-stakeholder”, qualunque cosa ciò significhi.

Secondo «The Economist», nel corso dei prossimi 15 anni il mondo avrà davvero la possibilità di strappare alla povertà estrema quasi un miliardo di persone che oggi vivono con non più di 1,25 dollari USA al giorno. Il raggiungimento di questo obiettivo, però, non sarà automatico; anzi, in molti luoghi il trend punta nella direzione sbagliata. Le cause della povertà estrema hanno a che fare soprattutto con l’ingiusta distribuzione della terra, con l’esclusione sociale e culturale, con la discriminazione di genere o di etnia, con le conseguenze del cambiamento climatico. Tutte questioni che non possono essere rimosse solo con la buona volontà e nemmeno con il trasferimento di risorse da Nord a Sud, fermo restando che questi flussi continuino nel tempo.

Ciò che non racconta l’ONU, che continua a volare alto per evitare di immischiarsi nelle miserie provocate dai suoi stessi membri, è che se gli obiettivi del 2000 sono stati parzialmente raggiunti il merito non è attribuibile alla cooperazione, bensì alla fantastica crescita economica dei Paesi emergenti, storici serbatoi di povertà estrema di massa. È vero che la salute materna e infantile, la lotta all’AIDS e la prevenzione della malaria hanno fatto passi avanti, ma i progressi registrati in questi ambiti grazie al trasferimento di risorse Nord-Sud non sono paragonabili all’impulso che la presenza cinese o brasiliana ha dato alle economie dell’Africa o dell’America meridionale.

Gli obiettivi del millennio dovrebbero affrontare proprio i nodi della globalizzazione per essere efficaci: opportunità, inclusione, regole, redistribuzione, diritti. Perché quando la crescita è accompagnata dai diritti e da politiche ridistributive, non c’è bisogno dell’elemosina interessata della potenza di turno per superare la povertà, né di complessi e contraddittori manuali di istruzione.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

mdg2015

Alla fine degli anni ’80, quando cadevano i vincoli per gli investimenti internazionali e si aprivano al mondo Stati fino a quel momento ermeticamente chiusi, il turismo era uno dei settori più promettenti: beneficiava infatti direttamente di entrambe queste novità. Nacquero allora i beach resort in Africa, Asia e America Latina dove, con la formula tutto compreso, anche chi non era mai uscito dal suo Paese poteva provare il brivido dell’esotico. I voli charter scaricavano ogni mese a Malindi, Sharm el-Sheikh, nello Yucatán milioni di nuovi turisti che davano vita al primo fenomeno di turismo di massa globale.

La geografia del turismo, quella nella quale sono evidenziati i Paesi e le località con attrattive naturali, culturali e un buon livello organizzativo e di sicurezza, si estendeva praticamente a tutti i continenti. Alle mete storiche, in Europa e Stati Uniti, si erano aggiunte centinaia di destinazioni emergenti in Paesi senza tradizione turistica. Era il mondo che si avviava verso la globalizzazione, il mondo senza frontiere e nel quale bisognava conoscere e interpretare le culture degli altri.

Tanto entusiasmo non privo di retorica ha avuto però vita breve. I primi segnali dai quali si poteva intuire che qualcosa non stava funzionando sono arrivati dall’ambiente, per esempio dalle barriere coralline del Mar Rosso che scomparivano in fretta. Poi le tracce d’insofferenza delle popolazioni locali, escluse dai benefici del turismo, sono diventate aggressività nei confronti dei viaggiatori. Infine sono arrivati i rischi seri per i turisti, pericolo di vita compreso, nei Paesi sconvolti da lotte per il potere tra Stato, gruppi estremisti, bande criminali. Anche le crociere, ultima frontiera della sicurezza, non godono di buona salute. I frequenti incidenti sulle nave e fuori delle navi che hanno riempito le cronache di questi anni hanno reso chiaro che non esiste oggi una possibilità sicura al 100% per viaggiare in questo mondo sempre più instabile.

La geografia del turismo oggi si è molto ristretta, tornando quasi ai livelli della Guerra Fredda. L’Africa e il Medio Oriente sono in buona parte off-limits, le metropoli latinoamericane e interi Paesi come il Messico sono diventati pericolosi, il Mediterraneo è mare di tragedie e di lutto più che di divertimento.

Il turismo non è certo responsabile della situazione odierna, se non in modo proporzionale al suo peso economico, ambientale e sociale. In particolare, laddove il turismo di massa si è appropriato di una località per farla diventare appetibile si sono ripetuti sempre gli stessi fenomeni di danno ambientale, di marginalizzazione della popolazione locale e di diffusione della corruzione, del traffico di droghe e della prostituzione. Il turismo in quello che era il Terzo Mondo ha portato sviluppo solo in rari casi, e tanti Paesi che oggi dipendono pesantemente dei suoi flussi continuano a essere poveri e iniqui.

Il turismo non ha reso migliori i luoghi che ha toccato negli ultimi anni perché renderli migliori non era previsto nel business plan e nella mission delle compagnie multinazionali. Solo le piccole esperienze di turismo responsabile e comunitario hanno testimoniato, qua e là, che un altro turismo, motore di promozione sociale e di tutela ambientale era possibile: ma senza mai contagiare la grande industria.

Oggi più che mai l’intero settore è chiamato con urgenza a ripensare il suo modo di essere e di operare. Il territorio e la gente che lo abita non sono solo un contorno garantito e scontato a far da cornice all’offerta. Non è possibile costruire isole di abbondanza e di spreco in mezzo alla miseria senza pensare che, prima o poi, se ne pagheranno le conseguenze.

Occorre prendere coscienza del fatto che il turismo attuale è lo specchio delle aspettative di un modello di sviluppo e dei consumi ormai fuori dal tempo. È imprescindibile tornare all’essenziale, alla dimensione della conoscenza di luoghi e di scambio con le persone, ritrovando lo spirito con il quale il turismo nacque, per provare ad allargare la ristretta geografia turistica odierna. Una ristrettezza che testimonia il fallimento di molte aspettative sulla globalizzazione e, molto più in piccolo, delle illusioni del turismo globale di massa.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

martin-parr-artificial-beach-coean-dome-miyazaki-japan-1996

Furono una delle grandi battaglie globali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Le campagne sul debito estero “del Terzo Mondo”, come lo si chiamava allora, costituirono una fucina, un terreno di contaminazione tra il mondo cattolico, quello della sinistra e il nascente movimento ambientalista. Si trattava di un tema per definizione globale, vista la quantità di Paesi e soggetti coinvolti, che si prestava a essere affrontato da diversi punti di vista. Le origini dell’indebitamento degli Stati periferici, iniziato negli anni ’60 ed esploso alla fine degli anni ’80, andava infatti cercata nella corruzione e nelle dittature, mentre le conseguenze riguardavano lo sfruttamento selvaggio sia dell’ambiente sia delle persone, l’eliminazione del welfare e la privatizzazione dei servizi pubblici.

Queste campagne culminarono con il grande Giubileo cattolico dell’anno 2000, durante il quale alcuni governi si impegnarono a cancellare i loro crediti nei confronti degli Stati più poveri della Terra. L’Italia, che promise di cancellare 6 miliardi di euro di crediti, alla fine lo fece per meno della metà. Ma il debito del Terzo Mondo, mal gestito dal Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo provocava cicliche crisi globali. La ricetta promossa dal FMI, controllato a maggioranza dai Paesi del G7 creditori di quelli indebitati, era sempre la stessa. Con lo slogan di tagliare i rami secchi, si agiva su pensioni, sanità, educazione, costo del lavoro e riduzione lineare della spesa pubblica. Ricette che spingevano nella recessione i Paesi indebitati, i quali riuscivano a malapena a pagare gli interessi sul debito senza avere la possibilità di investire per riattivare l’economia.

La storia ci spiega che, dopo il default dell’Argentina del 2001, molti Stati cambiarono strategia rilanciando l’investimento pubblico come volano per la crescita: che infatti, anche per un buon andamento dei prezzi delle materie prime, ripartì. Alcuni Paesi, come il Brasile e la stessa Argentina, allontanarono il FMI dai loro ministeri dell’economia saldando i debiti che avevano nei confronti dell’istituzione con sede a Washington.

Oggi il caso Grecia riporta al centro del dibattito il tema del debito. A differenza del passato, però, i Paesi più in sofferenza sono europei. Dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, il debito globale è cresciuto di 57mila miliardi di dollari USA, dei quali 19mila a carico degli Stati a economia avanzata. Anche la Cina, che pure ha importantissime riserve valutarie, è diventata un Paese indebitato a causa degli sforzi sostenuti per evitare il rallentamento della crescita economica. A fare la parte del leone tra i detentori di questo nuovo debito sono le Banche centrali che, con il meccanismo del quantitative easing, hanno acquistato bond emessi dagli Stati come ora sta facendo la BCE. Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banca del Giappone sono attualmente proprietari del 62% di tutti i bond in circolazione nel mondo. Una massa di carta, o di “pagherò”, garantiti solo dalla promessa di onorarli.

Per questo motivo le difficoltà a rinegoziare il debito estero greco non stanno nella cifra, che è modesta, bensì nel rispetto delle regole del gioco. Regole che sanciscono l’intangibilità dei crediti concessi e assegnano attestati di maggiore o minore rischio, incidendo quindi sugli interessi che i debitori devono pagare. E a tutti i governi impediscono di emettere all’infinito ulteriore debito per pagare i debiti pregressi, tranne che a quello degli Stati Uniti.

Quando si parla di debito si parla dunque sia di una materia tecnica e complessa, sia di geopolitica e di rapporti di forza. C’è debito e debito, insomma. Anzi, c’è Paese indebitato e Paese indebitato. Ciò dimostra come i Parametri di Maastricht, il maggiore feticcio della costruzione europea, siano una finzione arbitraria e come la reale sostenibilità del debito non sia direttamente proporzionale ai “paletti percentuali” stabiliti dal trattato. Un debito è sostenibile fin quando i creditori lo ritengono tale, il resto sono chiacchiere.

La controprova è che la stragrande maggioranza dei Paesi dell’euro, se oggi uscisse dalla moneta comune, non avrebbe i numeri per esservi nuovamente accettata, soprattutto a causa dell’esposizione debitoria. E che Paesi come Germania e USA, pur essendo entrambi fortemente indebitati, possono permettersi di ripagare i loro debiti praticamente senza interessi.

Dunque in molti casi di debito si muore, mentre in altri ci si può convivere anche bene: almeno fin quando si riesce a convincere i creditori di essere virtuosi. E questo non c’entra con l’economia, ma solo con l’essere una potenza anziché un Paese marginale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

resize

Furono i Maya gli scopritori e i primi coltivatori del cacao che, secondo una leggenda azteca, il dio Quetzalcóatl aveva concesso agli uomini per alleviare la loro fatica. Il primo europeo a conoscere i semi fu Cristoforo Colombo, che li ricevette in regalo durante il suo quarto viaggio. Hernán Cortés scoprì invece che nella civiltà azteca − da lui annientata − quei semi erano considerati un bene di lusso, prerogativa dei ceti alti (nobili, guerrieri e sacerdoti), e che rappresentavano uno dei cardini della cucina locale.

I semi di cacao erano così preziosi da essere utilizzati anche come moneta. Si spiega così il primo nome del cacao: Amygdalae pecuniariae, ovvero “mandorla di denaro”. Nome poi trasformato da Linneo in Theobroma cacao: theobroma deriva dal greco e significa “cibo degli dei”. Da un termine azteco in lingua nahuatl deriva invece la parola “cioccolato”.

I semi di cacao entrano trionfalmente nella globalizzazione quando Cortés rientra in Europa nel 1528. Allungato con acqua già in Messico, nel Vecchio Continente il cacao si afferma come ingrediente base di una bibita alla moda, grazie anche all’aggiunta di zucchero, anice, cannella e vaniglia. Nel Seicento si trasforma in cioccolata in Italia, nel XIX secolo nasce l’industria cioccolatiera in Svizzera.

Così il cacao, la materia prima imprescindibile per l’elaborazione del dolce più globale che esista, è diventato una commodity di primo livello, coltivata non soltanto nell’America natìa, ma anche in Africa equatoriale e in Indonesia. Una materia prima quotata in Borsa, sia a Londra sia a Chicago, che continua ad avere un valore elevato ed è oggetto di speculazione in base alla fortuna dei raccolti o alla situazione politica dei Paesi produttori.

Ora il cacao è al centro di uno scontro proprio tra le due grandi Borse, che hanno lanciato contemporaneamente contratti su questa commodity come ultimo episodio di una guerra a colpi di futures e derivati per accaparrarsi un mercato valutato in 150 miliardi di dollari USA. Ma i futures lanciati da Londra e Chicago, che controllano il 70% del mercato del cacao, saranno per la prima volta denominati in euro, moneta di riferimento dei Paesi africani (Costa d’Avorio, Congo, Ghana, Camerun) che producono il grosso delle fave destinate alla grande industria agroalimentare.

I futures sono strumenti finanziari che fissano la quotazione della materia prima in anticipo rispetto al momento della vendita, prendendo in considerazione alcuni parametri della produzione, ma sono soggetti a sbalzi anomali dettati dalla speculazione. Il paradosso di questa situazione, caratterizzata dal costante aumento del prezzo del cacao per via della crescita del mercato consumatore cinese, è che la produzione non aumenta. Ormai la domanda supera del 20% l’offerta dei Paesi produttori e questo perché, in realtà, la coltivazione del cacao penalizza chi la pratica. Del prezzo finale solo il 5% va ai coltivatori, ai valori d’oggi circa 2 dollari a quintale. Il resto va per il 60% all’intermediazione finanziaria e per il 35% all’industria di trasformazione.

Ed è così che, mentre il costo della materia prima aumenta per via della speculazione orchestrata dalle Borse, gli agricoltori abbandonano la coltivazione del cacao perché non permette loro di sopravvivere.

Il campanello d’allarme sta però suonando in diverse multinazionali, prime fra tutte Mars, Mondelez e Nestlé, che insieme comprano il 60% della produzione mondiale. Sono questi i soggetti che decideranno la sorte dello scontro tra le Borse di Chicago e Londra scegliendo quale contratto utilizzare. Gli unici perdenti saranno gli agricoltori e i braccianti, pagati all’incirca mezzo dollaro al giorno, che in Paesi devastati da malattie e guerre continueranno a raccogliere le fave del “cibo degli dei”. Quei semi che, dai tempi di Cortés, sono diventati delizia per i consumatori e dannazione per gli agricoltori.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

pianta-del-cacao