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I Comuni italiani sono oggi l’ultima trincea per i cittadini per quanto riguarda l’ascolto, l’attenzione, l’immediatezza nella comunicazione tra governante e governato. La politica nazionale è infatti sempre più lontana dalla quotidianità, dal vissuto e dai bisogni delle persone. E’ questo dato di fatto, amplificato e deformato dalla demagogia del “sono tutti uguali, tutti ladri, tutti morti” è veramente preoccupante. A questo punto le strade sono due, la scorciatoia populista e velleitaria dell’essere “contro tutti”, aspettando di raggiungere la massa critica del 51% per fare da soli (è questo è il succo della politica a “5 stelle”), oppure declinare i principi in politiche cercando di costruire alleanze che permettano realisticamente di applicarle. L’Italia in crisi non ha bisogno di voti “congelati”, di voti a perdere. Ogni elettore che si pone il problema della tutela dei beni comuni e del lavoro, del rispetto dell’ambiente e del bisogno innovazione, ha il diritto di potere scegliere una coalizione che su questi temi si impegni e abbia la possibilità di dimostrarlo nei fatti. Tutto il resto è cabaret, logiche di comunicazione di massa di stampo televisivo, in totale mancanza di rispetto per l’essere umano che c’è dietro qualsiasi avversario politico, anche il peggiore.

A Vimercate abbiamo costruito un programma di coalizione che è stato scritto parola per parola, discusso fin nelle virgole, commisurato alla volontà politica di ciascuna delle forze che sostengono Paolo Brambilla perché diventi un impegno di mandato nel caso si vinca. Il confronto con i programmi degli altri candidati a sindaco non è possibile. E non per motivi “ideologici”, ma perché si tratta in buona parte di programmi standard, presentati in altre parti dell’Italia e con brevi accenni a Vimercate. Addirittura ci sono volantini validi per tutta la Lombardia e programmi “stellati” che ignorano il percorso partecipativo della Città di Vimercate che, oltre a interessare il bilancio, ha accompagnato l’approvazione del PGT e la scelta del piano urbanistico per l’ex Ospedale-Cava Cantù con una vasta partecipazione dei cittadini. Scherzi di chi non conosce la città oppure scopiazzature di programmi destinati a quei comuni, tanti purtroppo, dove la partecipazione è ancora un miraggio.

Comuni come ultima trincea, ma anche come prima: la rigenerazione della politica può partire dal basso, dai territori, dalle politiche concrete, dal governare misurandosi quotidianamente con l’elettore. Questo ci insegna ad esempio l’esperienza meravigliosa del Partito dei Lavoratori di Lula, che prima di diventare governo nazionale per tre mandati successivi, è stato forza di governo municipale introducendo per la prima volta a Porto Alegre il bilancio partecipato che inaugurava un nuovo protagonismo dei cittadini che in quel caso erano a maggioranza poveri ed esclusi. Il futuro del centrosinistra passa oggi infatti dal sapere dimostrare, non per slogan ma con politiche nuove, che è possibile governare mantenendo alti i principi dell’etica e della solidarietà sociale. Facile a dirsi, difficile da fare e anzitutto possibile soltanto nel dialogo costruttivo tra le diverse culture della sinistra italiana. Il tempo delle divisioni deve essere definitivamente archiviato, oggi è tempo di uscire dalla trincea e di avanzare.

Esistono ancora differenze tra gli schieramenti politici? Una domanda retorica alla quale i diversi demagoghi mediatici rispondono di solito negativamente. I programmi dei partiti spesso si equivalgono nella forma, nel linguaggio “politically correct” (oppure scorrect) e nelle promesse. C’è però una dimensione che fa ancora la differenza ed è quella dei principi che stanno alla base di un’azione di governo che miri alla coesione sociale e le politiche che li declinano. Lo slogan delle destre più gettonato negli ultimi anni è stato quello del “governo del fare”. Già, ma fare cosa? Andando a vedere i programmi dei due schieramenti che si presentano per governare Vimercate nei prossimi 5 anni, il centrosinistra uscente è riuscito nella sua esperienza di governo a non fare pesare sulle reti sociali, su chi aveva bisogno di sostegno, sulla cultura, sul territorio e sull’ambiente la crisi economica e i minori trasferimenti tra Stato e Enti locali. Ci sono stati anche momenti alti di partecipazione dei cittadini, come la discussione del PGT, che delinea e vincola lo sviluppo futuro di Vimercate e il dibattito pubblico sulla trasformazione urbanistica più importante dei prossimi anni (Area ex-Ospedale-Cava Cantù). Dal punto di vista dell’azione di governo, non si è temporeggiato, si è deciso.  Ma il “fare” della Giunta di Vimercate è stato la traduzione in politiche di  principi, come appunto quella della coesione sociale, che in linguaggio comune ha voluto dire mantenere saldi i legami all’interno della comunità non cedendo ai canti delle sirene che,  attraverso la formula magica della dismissioni+privatizzazioni+tagli alla cultura e al sociale, confondono libertà con l’essere liberi di fare i propri interessi. Anche la logica della “sicurezza” come un valore, e quindi dell’investimento in telecamere e polizia come antidoto al disagio sociale, è stata e va declinata in politiche che riducano al minimo il rischio, per chi viene spinto ai margini  della società, di delinquere. Gli Stati Uniti ci insegnano che la massima durezza, addirittura la pena di morte, a nulla vale quando una società è ingiusta, crea esclusione e genera violenza.  Altra vittima della modernità è il territorio, risorsa fondamentale per il futuro di noi tutti sulla terra. Su questo c’è stato l’impegno, mantenuto, di ridurre il consumo di suolo collocando  Vimercate tra i Comuni meno antropizzati della Brianza. Un territorio nel quale vivere, dal quale trarre il necessario per la sussistenza, ma che va rispettato nei suoi equilibri e bisogni. Un territorio ridotto soltanto a teatro della speculazione è foriero di disastri annunciati. La natura ha la memoria lunga e non perdona. Possiamo dirottare i fiumi, disboscare i pendii, continuare a costruire strade per le auto, ma queste scelte si pagano, spesso in modo tragico.

Oggi lo spartiacque tra forze progressiste e conservatrici passa proprio dal reinterpretare la questione sociale, nella tutela e valorizzazione sostenibile del territorio e nella chiarezza sull’equilibrio nel dialogo tra pubblico e privato, due dimensioni che devono convivere ciascuna nel proprio ambito specifico, senza che mai prevalga l’interesse del singolo su quello della comunità. La politica oggi è chiamata a mediare tra interessi che possono apparire contrapposti, ma che sono necessariamente complementari. Non deve essere considerato un tabù sostenere chi fa impresa e versa le sue tasse perché la sua attività, oltre a creare ricchezza, genera posti di lavoro e quindi coesione sociale. Il patto tra pubblico e privato deve essere però chiaro e trasparente. La premessa è il rispetto della legalità, dei diritti dei lavoratori, del progetto produttivo che arricchisca non solo la proprietà, ma anche il tessuto locale.

“Nessuno si senta solo” recita uno slogan del programma elettorale del centrosinistra a Vimercate, e questo è il nostro l’auspicio per tutti noi. La solitudine non è soltanto quella frutto del disagio sociale, ma anche quella dovuta al rendersi, volontaria o involontariamente, spettatore cieco e muto della costruzione del proprio futuro. Il nostro impegno con i vimercatesi è continuare e migliorare i canali della partecipazione alle principali scelte che riguardano il futuro del territorio e della società, perché Vimercate continui a dare un esempio concreto di come si possa convivere, costruire, aiutarsi, sognare il futuro. Insieme.

Alfredo Somoza

Capolista SEL – Comune di Vimercate

Dai tempi dell’Antica Grecia, la polis è materia di riflessione sui rapporti umani in un ambiente costruito artificialmente. La città storicamente ha sottratto risorse al territorio circostante per crescere, per alimentarsi, per scaricare i suoi rifiuti. La città è stata sempre la metafora della modernità da quando l’uomo ha cominciato a interrompere per sempre il nomadismo e a porre le basi dell’abitare insieme in modo stabile.

I tessuti urbani in questi ultimi secoli sono cresciuti perché sono stati terra promessa per i contadini in fuga dalle campagne e in cerca di lavoro. Qui si trova il fulcro dell’aggregazione culturale, economica e politica, un concentrato di servizi alla persona e di offerta lavorativa, producendo spesso però fenomeni di esclusione delle persone che hanno generato forme di devianza sociale tipicamente urbane. Le periferie delle grandi città si sono caricate storicamente dei nuovi arrivati, ma anche di coloro che sono stati respinti dalla città e condannati a vivere ai margini, fenomeno molto meno presente nei piccoli e medi tessuti urbani.

Amministrare la città non è facile in nessun paese al mondo, oggi sappiamo che per garantire l’efficacia dell’operato, è decisivo il livello di partecipazione e condivisione dei cittadini.

Molte città europee hanno introdotto negli ultimi anni una modalità di gestione nata in America Latina negli anni ’90: il bilancio partecipativo. Un meccanismo apparentemente tecnico per condividere con i cittadini alcune scelte sugli investimenti che i comuni si trovano a dover fare, che ha avuto però un effetto moltiplicatore sulla partecipazione alla vita pubblica. A Porto Alegre, a Montevideo, a Rosario, a Bogotà, la partecipazione popolare alle scelte di governo del territorio è stata anche la fucina di nuovi soggetti politici, che in alcuni casi sono arrivati a governare interi paesi. In Europa, e in Italia in particolare, diversi comuni hanno introdotto questi meccanismi partecipativi in tempi di vacche grasse. Ora che i tagli nei trasferimenti dallo Stato agli enti locali e la crisi economica stanno mettendo in affanno tutti i comuni, il nostro compreso, il tema della partecipazione rischia di passare in secondo piano. L’esperienza fatta da altri ci insegna però che è stato proprio in situazione di grandissima crisi economica e sociale che la partecipazione ha dato i maggiori frutti. E questo perché una cittadinanza che partecipa è in grado di attivare le risorse necessarie per superare i momenti difficili e trovare soluzioni non facilmente “pensabili” da pochi amministratori.

Le voci dei predicatori mediatici e dei profeti del “sono tutti uguali” è chiara e forte di questi tempi, ma la risposta non può essere quella di aumentare le distanze tra politica e cittadino, bensì accorciarla. A maggio si voterà in molte città italiane, Vimercate compresa, e il tema dominante sarà quello di far quadrare i conti per potere fare un’opera in più o in meno, per tutelare questo o quel diritto. Quanti saranno i candidati e i partiti che scommetteranno sulla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non per tappare i buchi di bilancio, ma per dare una nuova dimensione alla politica del territorio? Quanti si spenderanno per portare dentro le istituzioni le richieste dei cittadini perché diventino fatti e non ispirazione per spettacoli di satira a pagamento?

La partecipazione popolare alla gestione del territorio è difficile e complessa. Non è facile infatti cambiare una cultura politica che per secoli ha escluso sistematicamente le persone dalle decisioni. Dare priorità alla partecipazione attiva dei cittadini è, in tutto il mondo, uno dei principali tratti distintivi delle moderne forze progressiste, e noi di SEL ci crediamo.

Alfredo Luis Somoza

Capolista SEL – Elezioni del Consiglio Comunale di Vimercate

con Paolo Brambilla Sindaco

Guerre, immigrati a armi

Pubblicato: 29 marzo 2011 in Mondo
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Pare che il principale pericolo per la sicurezza italiana rispetto alla crisi politica in Libia siano le ondate di profughi, sommariamente definiti “immigrati illegali” in violazione di ogni elementare regola del diritto internazionale. In subordine vengono amplificate le veline dei servizi segreti sulle infiltrazioni di gruppi fondamentalisti, un evergreen dalla guerra in Iraq in avanti. Sappiamo poi degli interessi legati al petrolio e alla posizione delle aziende italiane in terra libica.

Di armi si parla poco, anche se non è un tema secondario. Nel 2004 furono i delegati italiani a convincere Bruxelles a cancellare le sanzioni alla Libia, un risultato che il Ministro degli Interni dell’epoca, Beppe Pisanu definiva come “un successo italiano che giova a tutta l’Europa”. L’argomento principale della diplomazia italiana era stato il tema del controllo dei flussi migratori, che incontrò il favore degli alleati europei: togliendo l’embargo – questo il senso della posizione italiana – ci sarebbe stato un amico che avrebbe pattugliato le coste meridionali del Mediterraneo. Un alleato al quale fornire le “attrezzature necessarie”, armi incluse. L’equazione “sicurezza-immigrati-forniture di armi”, utilizzata anche per la Tunisia, diventava lo strumento di politica europea per il Mediterraneo, con i Paesi nordafricani relegati al ruolo di cuscinetto per fermare l’immigrazione da Sud, ma anche quello di terra promessa per gli affari dei mercanti d’armi.

Made in Italy sono, infatti, buona parte dell’aviazione libica, fiore all’occhiello delle milizie del Colonnello Gheddafi, e buona parte delle navi che pattugliano le coste. Le aziende del gruppo Finmeccanica, Agusta Westland e Alenia, tra il 2005 e il 2009 hanno venduto alla Libia dieci elicotteri, due aeromobili e alcuni sistemi missilistici. Il legame si è ulteriormente rinsaldato con la partecipazione dei fondi libici nell’azionariato di Finmeccanica. Dall’Italia verso la Libia non sono partiti solo aerei e navi leggere: un gruppo di ONG ha denunciato che nel 2009 attraverso Malta c’è stata una triangolazione di armi leggere a uso militare a marchio Beretta, per una cifra di oltre 79 milioni di euro, con destinazione finale Tripoli.

Il resto è storia di questi giorni, ma per correttezza di informazione bisogna ricordare che operazioni simili sono state compiute da altre potenze in altri scenari: dalla Francia nei Paesi del Sahel, dalla Cina in Sudan, dal Regno Unito in Nigeria, dagli Stati Uniti in Colombia, Arabia Saudita e Pakistan. Gli alibi cambiano, ma la sostanza rimane la stessa. Una volta si armavano i regimi del Sud del Mondo in chiave geopolitica rispetto agli equilibri della Guerra Fredda, oggi lo si fa in nome della lotta al narcotraffico, all’integralismo islamico o all’immigrazione clandestina.

La cronaca ci riporta regolarmente poi la notizia scontata che quelle armi vengono usate contro gli stessi popoli che le hanno pagate, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’immensa distanza tra le belle parole di democrazia e libertà che vengono spese dai leader mondiali e la cruda e cinica realtà della politica degli interessi nazionali.

La tempesta perfetta


Sorpresa, stupore, inadeguatezza. Queste le reazioni dei politici e delle opinioni pubbliche dei Paesi del Sud del mondo davanti alle rivolte di piazza nel Nord Africa. Non bastano gli esperti per far capire ciò che sta succedendo, dopo che per almeno 20 anni si è martellato su quello che doveva essere l’unico e grande rischio per gli Stati di quell’area geografica, cioè il fondamentalismo religioso islamico. Nessuno era preparato a un’esplosione di voglia di democrazia e di rifiuto della politica corrotta dei regimi, con slogan che ricordano altre piazze e altri continenti, dall’America Latina alla Thailandia. La sorpresa non riesce a nascondere però la paura che nei prossimi mesi si possa verificare la tanto temuta “tempesta perfetta”, con la coincidenza dell’aumento del prezzo petrolio e degli alimenti. Quanto accade in Nord Africa si potrebbe ripetere in tanti altri Paesi dove regimi liberticidi, corruzione ed emergenze economiche e sociali non sono da meno.

Una constatazione evidente di queste ore è che, forse per la prima volta, non c’è una regia della crisi. È difficile immaginare che una o più potenze stiano manipolando la situazione e men che meno che qualcuna di esse riesca a esercitare un potere tale da essere in grado di riportare l’ordine. Il mondo multipolare ha messo a nudo le proprie difficoltà nel realizzare una governance globale. È chiara anche l’ennesima sconfitta dell’Europa, che non ha saputo (o voluto) prevedere il terremoto alle sue frontiere e che pateticamente si pone in queste ore soltanto problemi legati ai flussi migratori. Un’Europa di egoismi e di piccolo cabotaggio che non ha mai voluto interessarsi né di democrazia né di sviluppo sulla sponda Sud del Mediterraneo.
Dietro l’Europa fallimentare e gli Stati Uniti sempre più lontani, però, non c’è nulla.
Le potenze emergenti seguono la crisi nordafricana con un misto di finta preoccupazione e di soddisfazione per quello che forse è già accaduto: la resa delle potenze storiche nella gestione dello scacchiere internazionale e il bisogno sempre più urgente di raggiungere una nuova distribuzione dei pesi politici per tentare di ripristinare un equilibrio globale.

Anche i popoli del Sud stanno imparando una lezione e i nuovi mezzi di comunicazione, mettendo a nudo le nefandezze dei dittatori in disgrazia, ne hanno impedito, per ora, la fuga, perché l’opinione pubblica mondiale non lo permetterebbe. Questa alleanza virtuale, ovviamente tutta da dimostrare, tra le società civili di tutto il mondo apre nuovi scenari per le lotte democratiche. È anche ora di ripensare i luoghi comuni sui nuovi strumenti di comunicazione di massa, considerati da molti metafora del consumismo o inutile spreco. Nei Paesi dove non esiste la libertà di stampa né quella di manifestare, cellulari, pc e Internet diventano le moderne – e pacifiche – armi delle rivoluzioni democratiche del XXI secolo.
 

Nel 1987 venne scoperta, sotto una piramide, la tomba del Signore di Sipán, un nobile del popolo Mochica che era stato seppellito insieme a ricchissimi paramenti regali di oro e pietre preziose 1.700 anni fa. Viene considerato dagli studiosi il tesoro più favoloso del Perú pre-incaico. La civiltà mochica, oriunda del nord del Perú, è ancora poco conosciuta e grazie all’archeologia si è cominciato recentemente a interpretarla.

di Alfredo Somoza

I mochicas (o moches) vissero sulla costa settentrionale del Perú tra i secoli II e VIII d. C. Furono una delle grandi culture pre-incaiche sviluppatesi dopo la rivoluzione neolitica che in America portò alla nascita di grandi civiltà urbane sulle Ande e in Messico grazie alla diffusione del mais. Si stima che il Signore di Sipán, finora il più importante ritrovamento archeologico della zona, morì attorno al 300 d. C. e venne sepolto insieme alle sue due moglie, sacrificate per accompagnarlo nell’aldilà, e a diversi guardiani con i piedi amputati perchè non “abbandonassero” il loro sovrano. Attorno al suo corpo furono ritrovate centinaia di pezzi di ceramica e metalli preziosi che oggi sono esibiti nel Museo del sito, insieme alle mummie di Sipán e ai corpi di altri due uomini potenti: un sacerdote e il Vecchio Signore di Sipán.

Il Museo Tumbas Reales de Sipán (inaugurato nel 2002) di Lambeyeque, che raccoglie i materiali ritrovati dall’archeologo peruviano Walter Alva,  è stato costruito a forma di piramide tronca nel più puro stile degli antichi santuari mochica. Il museo racconta la storia di questo popolo del deserto attraverso la descrizione della scoperta del sito del Signore. Gli oggetti in oro sono appesi in aria, su sfondo nero e in penombra, ricreando in questo modo “l’effetto tomba” e il fascino che hanno provato gli archeologi li riportarono alla luce.  Al primo piano sono esibiti i pezzi forti della raccolta: la splendida corona d’oro a forma semilunare, i sandali d’argento del Signore e i pettorali di madreperla. Sempre al primo piano del Museo, la fantastica collana dell’antico Signore di Sipán formata da 10 ragni d’oro e le immagini dell’uomo.granchio e del pesce-gatto. Al Museo Tumbas Reales troviamo infine quanto scoperto nella Piramide dei Huaca Rajada, la tomba di un sacerdote rappresentato nell’iconografia mochica come un “uomo-uccello”, che occupava il secondo livello nella gerarchia politica di questo popolo. Il mondo mochica era infatti retto da un monarca di origine divina, dal sacerdote principale e dai capi guerrieri.

La città dalla quale si parte per la visita al Museo di Sipan è Chiclayo, a 770 chilometri da Lima. La zona dove è stato ritrovato il Signore si può visitare in 3-4 giorni. Meritano una sosta l’interessante Museo Arqueológico Bruning e la sua Sala dell’oro, i villaggi di Saña e Ferreñafe, il complesso di Huaca Rajada (dove è stato trovato il sacerdote e il Signore)  e le piramidi di Túcume. In quest’ultimo sito archeologico è stata trovata la più grande costruzione in adobe (paglia e fango) del continente americano: la Huaca Larga, una specie di palazzo della cultura Lambeyeque misura 700 metri di lunghezza, 280 di larghezza ed è  alta 30 metri. I Tùcume si svilupparono in questa zona del Perú a partire del 700 d.C e venne conquistata dai Chimù nel 1375, dagli Incas nel 1470 e infine dagli spagnoli nel XVI secolo.  Nelle loro piramidi di adobe vivevano i Signori di Tùcume, governanti considerati semidei. Dall’alto della Huaca Larga si può ammirare il complesso disegno urbano di piazze, templi e case che costituivano questo centro del passato americano.

 

 

La scoperta

 

 

FOCUS: Trujillo, la città dell’eterna primavera

Trujillo, la città più importante del Perú settentrionale, è a sua volta porta d’ingresso per conoscere i resti più meravigliosi della civiltà Mochica. I ritmi e i rumori di Trujillo ricordano ancora, soprattutto nel centro storico, quelli della colonia spagnola. Il tratto più caratteristico dell’architettura coloniale di Trujillo sono i balconi, a forma di cassettone e decorati ognuno in modo diverso. Le finestre hanno le caratteristiche gelosie di legno che permettono alle donne di guardare senza essere guardate e quindi evitare, appunto, la “gelosia” dei mariti.

Da Trujillo si raggiungono le piramidi del Sole e della Luna, il più imponente santuario religioso pre-incaico della zona. Più importante ancora la città archeologica di Chan Chan, antica capitale dei Chimù, la civiltà intermedia tra i mochica e gli Incas. Chan Chan, patrimonio dell’UNESCO,  è la città costruita con il fango più grande che sia mai esistita. La città è ancora incredibilmente conservata (qui piove raramente) e sono ben visibili le decorazioni che permettono di immaginare la complessa organizzazione di una città che, secondo gli archeologi, è arrivata a contare 100.000 abitanti.

Informazioni utili

QUANDO: La stagione più adatta alla visita del Perú settentrionale è tra dicembre e marzo.

COME ARRIVARE: Il Perú si raggiunge con diverse compagnie, voli più frequenti con Iberia.

DOCUMENTI. Passaporto in corso di validità

ALLOGGIO: Il Perú è a buon mercato per il turista italiano. Se si sceglie con cura piccoli alberghi e locali poco ortodossi per mangiare (ad. es. le marisquerias, specializzate in frutti di mare), si riesce a sopravvivere con 20-30 euro al giorno.

SOLDI: la moneta del Perú è il Nuevo Sol (1 euro=4,3 soles).

WEB: http://www.peru.info/ il portale del turismo peruviano, www.museodesitiotucume.com il sito del Museo di Tùcume, http://sipan.perucultural.org.pe/ il portale del Signore di Sipan.

LEGGERE: I regni preincaici e il mondo inca. Laura Laurencich Minelli. Jaca Book, Milano 1992

E’ legittimo ormai chiederci se ci troviamo di fronte all’inizio di un nuovo imperialismo agricolo. Questa domanda non retorica del New York Times si riferisce ai dati che confermano la progressiva e veloce colonizzazione di terreni agricoli in diversi Paesi dell’America Latina, dell’Asia e soprattutto dell’Africa. Ormai siamo alle soglie di una vera e propria “corsa alla terra”, considerata un bene prezioso per poter fare fronte ai previsti cali di produttività dovuti al cambiamento climatici. I Paesi ricchi ma privi di risorse naturali, in Medio Oriente, Asia e altre zone del mondo, cercano di avviare la produzione di generi alimentari dove i campi sono abbondanti e a buon mercato. Gran parte della terra coltivabile del pianeta, però, è già sfruttata. Uno studio della Banca Mondiale e della FAO ha rivelato che una delle più grandi riserve di suolo sottoutilizzato è costituita dai 600 milioni di ettari della savana guineana, una distesa di terra che attraversa 25 Paesi africani e si sviluppa dal Senegal all’Etiopia fino al Congo e all’Angola. E qui che avvengono le operazioni di affitto-terre che stanno cambiando volto all’agricoltura africana. Transazioni che quasi sempre avvengono in silenzio  e sulle quali è  difficile  ottenere informazioni. È il caso dell’iniziativa lanciata da IKEA per riconvertire l’illuminazione dei  magazini  italiani a criteri ecologici attraverso l’utilizzo di biocombustibili. L’accordo con la NII (Nuove Iniziative Industriali della famiglia Orlandi, con sede a Galliate, in provincia di Novara) prevede la fornitura di olio di jatropha coltivato in Africa per alimentare l’impianto elettrico e il riscaldamento dei locali. La NII ha ottenuto concessioni di terra piuttosto importanti nel Continente Nero: 50.000 ettari in Kenya, altrettanti in Etiopia, 40.000 in Senegal e ben 700.000 in Guinea Conakry. L’azienda novarese, in un articolo apparso su Il Sole 24 Ore, afferma che si tratta di terreni finora incolti e che, nel solo Kenya, l’attività creerà impiego per 8.000 persone. Nessuna informazione è reperibile invece sulle condizioni patteggiate per l’utilizzo delle terre, né sui controlli relativi alle modalità di utilizzo delle stesse, né su quale sia la situazione della sicurezza alimentare nella realtà locale, visto che si produrranno materie prime non alimentari che per l’80% finiranno nel continente europeo.

La corsa alle terre sta velocemente cambiando la faccia di intere regioni e l’elenco dei Paesi e dei gruppi che si affacciano su questo nuovo mercato aumenta. Oltre ai coreani, che controllano 1,6 milioni di ettari, si distinguono i giapponesi con 922.000 ettari, gli Emirati Arabi con 1,61 milioni di ettari, l’India con 1,64 milioni e la Cina con 3,4 milioni di ettari distribuiti tra Europa, Asia, America e soprattutto Africa. Soltanto in Repubblica Democratica del Congo i gruppi cinesi si sono appropriati di ben 2,8 milioni di ettari di terre produttive. Nella geografia delle terre agricole non bisogna sottovalutare i  gruppi privati, come la coreana Daewoo che controlla 13.000 kmq in Madagascar. Questo nuovo business globale potrebbe produrre un crack definitivo per l’agricoltura di molti Paesi a rischio, occupando terre che, anche se incolte, verranno sottratte per un secolo a qualsiasi ipotesi di sviluppo del mondo rurale e che saranno riconsegnate, se mai lo saranno, totalmente esaurite dal punto di vista produttivo e ambientale

Nell’ultimo decennio l’America Latina ha conquistato protagonismo sulla scena internazionale dopo secoli di marginalità. Questo è accaduto per diverse circostanze, tra le quali spiccano la fine della Guerra Fredda, che in America Latina è stata combattuta sotto diverse forme ma sempre a discapito della democrazia,  il momento favorevole per le materie prime di cui il subcontinente è ricco e il protagonismo di una potenza prima regionale e ora mondiale, il Brasile.

Molto si è scritto in questi anni sul tema, soprattutto sul rinnovamento quasi completo della classe dirigente dei paesi latinoamericani, spesso riducendo a luoghi comuni cambiamenti di profondo valore simbolico, come ad esempio il fatto che un sindacalista, un indio, un ex-dirigente guerrigliero, un impresario, diverse donne siano arrivati alle massime cariche politiche senza incontrare resistenze se non quelle della normale dialettica democratica. Questa democratizzazione della vita politica in latinoamerica, dopo decenni di governi autoritari o aristocratici, è stato l’inizio di grandi cambiamenti sul piano economico e sociale, introdotti a partire dalla premessa del totale fallimento delle dottrine neoliberali applicate nella quasi totalità dei paesi dell’area tra gli anni ’80 e ’90. Alla fine di quel decennio, le storiche differenze tra ricchi e poveri, la più alta al mondo, era ancora cresciuta e le privatizzazioni dei servizi essenziali e delle risorse pubbliche, che avrebbero dovuto fare da volano all’economia, si sono risolte, nella maggior parte dei casi, in colossali frodi ai danni degli Stati e dei cittadini.  Politiche fallite perché applicate senza criterio su società disarticolate da decenni di dittature e su mercati deboli, ma soprattutto perché imposte da politici corrotti che si arricchivano con le svendite e non esercitavano i poteri di controllo tipici di uno stato democratico. Con Chavez, Morales, Bachelet,  Kirchner, Vazquez, Correa, Lula i paesi latinoamericani hanno vissuto un cambio di rotta, spesso contraddittorio, ma sicuramente di  discontinuità rispetto al passato recente. Tranne poche eccezioni, nessuno è tornato indietro sulla struttura macro-economica ereditata, ma si è registrato il ritorno del protagonismo dello stato nell’economia con un ruolo fondamentale di indirizzo, controllo e ridistribuzione del reddito. Basta un solo dato per capire se le politiche di sostegno ai settori più poveri, applicate in quasi tutto il continente negli ultimi dieci anni, siano state efficaci: nel 1999 i poveri e i poverissimi erano il 38,2% della popolazione latinoamericana, nel 2008 si erano ridotti al 29,2% (dati CEPAL). Quasi un terzo di riduzione della povertà in un decennio non si era mai verificata nella storia latinoamericana. Dati in buona parte  influenzati dal “risveglio del gigante”, il Brasile, che ha ridotto i propri poveri dal 28% della popolazione nel 2001 agli attuali 16,5%. Le politiche sociali attive, mirate a colpire la estrema povertà, sono state possibili senza peggiorare l’indebitamento dei paesi della regione, che è anzi diminuito, perché finanziate da una crescita del PIL latinoamericano del 29% negli ultimi 9 anni. Altro tassello per capire questo successo delle politiche di governi che genericamente si definiscono “progressisti”  (declinando questo concetto molto pragmaticamente come “impegnati sul sociale”) sono state le scelte di politica internazionale. E qui entra in gioco l’amministrazione Lula in Brasile, baluardo che ha permesso il naufragio della politica per l’America Latina dell’amministrazione Bush (l’ALCA, area di libero scambio delle americhe) , che avrebbe rilegato i paesi latinoamericani a semplici “mercati” per le merci USA, e la costruzione di un percorso in tre tappe, prima il rinforzamento del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay), poi la nascita di Unasur, l’alleanza di tutti i paesi sudamericani e infine l’alleanza strategica con le altre potenze del Sud del mondo: Cina, India, Sudafrica, Paesi arabi. Dalla volontà politica, spesso in solitario, dei brasiliani, è nata una nuova architettura internazionale nella quale il G20 (del quale fanno parte oltre al Brasile, Argentina e Messico) ha quasi fatto dimenticare il vecchio G8 e ha portato una ventata di novità e partecipazione su una scena internazionale paralizzata dai veti incrociati tra le vecchie potenze.

L’America Latina del 2011 ha ancora da scontare enormi problemi tra i quali si annoverano il potere militare e finanziario del narcotraffico, le sacche di estrema povertà, la violenza urbana, la disparità di genere ed etnica. Problemi antichi, da non facile risoluzione se non sulla scia di quanto fatto negli ultimi anni: inclusione sociale e democratica, sostegno ai più deboli, investimento sull’educazione, valorizzazione delle risorse naturali e del lavoro, modernizzazione dello stato, autonomia politica internazionale e costruzione di alleanze economiche sull’asse Sud-Sud.

In qualsiasi lingua si cerchino su Google le parole “protettorato” e “Haiti”, le pagine recensite si contano in decine di migliaia. Haiti non condivide con l’Africa soltanto il colore della pelle della popolazione, ma anche la povertà estrema e il fatto di essere vittima degli elementi e della corruzione politica. Haiti è uno di quei “non-Paesi” per i quali sempre più spesso si parla di trust law, cioè di amministrazione fiduciaria da parte della comunità internazionale; in parole semplici, rendere Haiti temporaneamente “non sovrana”, creando un protettorato.
Haiti è un Paese fallito? Molti pensano di sì, e che quindi il processo elettorale – caotico e contestato – svoltosi recentemente, non permetterà un ritorno alla normalità in uno Stato che, dopo il terremoto, assiste impotente al rientro dal suo esilio dorato in Francia del feroce ex-dittatore Baby Doc per candidarsi a salvare il Paese dal caos.

In realtà, da anni Haiti è un protettorato di fatto, con una gestione condivisa tra USA e Brasile, che forniscono i caschi blu della missione ONU. Un protettorato come il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina nei Balcani, come la Liberia e la Sierra Leone in Africa, come Panama in Centroamerica e Timor in Asia. Non popoli senza Stato, come i kurdi o i palestinesi, ma Paesi senza Stato.

La tentazione di un’ingerenza diretta, alla luce del sole, nella gestione di realtà che per un motivo o per l’altro “non ce la fanno da sole”, alimenta la voglia di neocolonialismo, come ha recentemente denunciato sulle pagine di “Le Monde” lo scrittore guineano Tierno Monénembo a proposito delle elezioni in Costa d’Avorio e in Guinea. Qui, come anche in Haiti, il compito di stabilire chi ha vinto e chi ha perso non spetta alle competenti autorità elettorali locali ma ai funzionari dell’ONU, dietro i quali si intravedono facilmente gli interessi delle potenze che hanno fornito i caschi blu e i finanziamenti per le missioni di pace. Per ora questi sono episodi isolati e circoscritti a Paesi che hanno sofferto atrocità dovute a guerre o disastri naturali, ma aumentano come tipologia: si tratta di territori più che di Paesi, con autorità chiaramente di facciata e senza riconoscimento, con l’ONU (o una potenza in suo nome) che garantisce ordine e legittimità. Le Nazioni Unite vengono così ridotte al ruolo di garante di accordi impossibili, di comunità irreconciliabili, di Stati senza senso e diventano l’ultimo responsabile di fallimenti annunciati. L’istituzione che doveva guidare la comunità internazionale fuori dal mondo bipolare, in un nuovo dialogo più paritario tra tutti, si riduce così a tappabuchi del fallimento di politiche vecchie e nuove e viene utilizzata come paravento dalle potenze di ieri e di oggi.

Cambiano i tempi, ma il tanto auspicato “concerto delle nazioni” rimane sempre un assolo di solisti, ognuno concentrato sulla propria musica.

A Santo Domingo de Heredia, un centinaio di chilometri da San Josè, la capitale della Costa Rica, il 26 ottobre 1989, all’interno di uno scantinato, un piccolo gruppo di persone stappava bottiglie per festeggiare la legalizzazione di un’associazione assolutamente rivoluzionaria e senza precedenti: l’Inbio. L’Instituto Nacional de la Biodiversidad nasceva, con l’appoggio dello Stato, con l’obiettivo di censire e valorizzare, anche economicamente, la biodiversità di questo Paese del Centro America, scrigno di ricchezze naturali.

L’Inbio si poneva obiettivi simili a quelli di tante multinazionali che da decenni scandagliano le foreste tropicali alla ricerca di principi attivi da sfruttare per i cosmetici, i farmaci, gli integratori alimentari. La differenza, non trascurabile, è che l’Inbio si prendeva carico di censire il patrimonio naturale del Paese per poi negoziare, a nome dello Stato, gli eventuali profitti che si potevano ricavare dalle scoperte fatte. Questo perché l’istituto brevetta ciò che scopre a nome della Costa Rica.

Negli anni l’Inbio è diventato un esempio mondiale sulle potenzialità della gestione pubblico-privata della biodiversità, in un contesto mondiale nel quale continua a mancare la tutela, soprattutto nei Paesi più poveri, del proprio patrimonio naturale.

Con il termine di “biopirateria” si definisce il furto di patrimonio genetico naturale ai danni di comunità che, paradossalmente, possono trovarsi successivamente a dover pagare royalties alle multinazionali che hanno brevettato le loro risorse. Per questo motivo la firma del Protocollo di Nagoya, avvenuta settimana scorsa in Giappone, è un evento di grandissima portata. L’accordo prescrive infatti la difesa della vita e dei suoi ecosistemi includendo per la prima volta le risorse genetiche. Quando le multinazionali sfrutteranno geni di piante e animali per sviluppare nuovi prodotti, dovranno pertanto condividere i profitti con le comunità locali.

Il Protocollo prescrive anche che il 17% delle terre emerse e il 10% degli oceani diventino riserve di biodiversità, a fronte degli attuali 13% e 1%. Si lasciano a futuri negoziati la quantificazione e la regolamentazione di questi compensi economici. La mediazione non sarà sicuramente facile da raggiungere, ma il principio che è passato (ed è ora legge per la comunità internazionale) è che lo sfruttamento economico della biodiversità non può avvenire senza un accordo tra imprese e comunità locali, trasferendo di fatto la sovranità sul patrimonio genetico ai legittimi proprietari e custodi, che ne erano stati espropriati fin dai tempi del colonialismo.

Una piccola notizia, ma forse la più importante degli ultimi tempi.