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Il Fondo Monetario Internazionale nacque dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, che misero in piedi l’architettura finanziaria internazionale del secondo dopoguerra. Da allora, ha sempre avuto poche e chiare idee in materia di disciplina fiscale e monetaria. Secondo gli esperti dell’FMI, chiamati a controllare la gestione del bilancio degli Stati membri e a dettare le condizioni per l’erogazione di prestiti della Banca Mondiale, l’unico indicatore che permette di riconoscere un’economia sana è il pareggio di bilancio. Non è compito loro sapere a quale prezzo lo si ottenga, quali siano i margini perché gli Stati possano intervenire nelle fasi espansive o recessive, quali siano i costi sociali e umani delle ristrutturazioni del debito.

La ricetta classica dell’FMI, ogniqualvolta questo organismo è intervenuto, si è basata sul cosiddetto “taglio dei rami secchi”: che si è immancabilmente tradotto nel taglio lineare delle spese per istruzione, pensioni, sanità, ammortizzatori sociali. Ai Governi non è mai stato chiesto, per esempio, di ridurre la spesa per la difesa o per le infrastrutture. Oppure di razionalizzare i costi complessivi dello Stato in un modo che non fosse il licenziamento di pubblici impiegati.

L’FMI fa parte della troika che sta assistendo la Grecia, insieme alla BCE e all’Unione Europea. Il suo ruolo accanto alle altre due istituzioni dovrebbe essere modesto, vista la quantità irrisoria di risorse che l’organismo con sede a Washington ha impegnato rispetto alle somme messe a disposizione dalla BCE e dal fondo salva-Stati dell’area euro. Eppure il Fondo Monetario è riuscito a far pesare la sua presenza, provocando polemiche e sostenendo, almeno finora, la “linea dura” adottata dalla Germania.

La situazione della Grecia è praticamente unica nella storia economica moderna. Un Paese che tecnicamente è in default, ma che non riesce a negoziare il suo debito perché i negoziatori sono i suoi stessi creditori. E non può nemmeno svalutare la propria moneta per recuperare competitività. Per quanto ancora si possa fare, il debito greco è destinato a crescere esponenzialmente per via degli interessi spropositati che Atene è obbligata a pagare senza che nel frattempo si registri alcun segnale di crescita economica.

In questa cornice di decrescita infelice, l’FMI diventa finalmente realistico e chiede un altro haircut, il brutto neologismo con il quale si equiparano i tagli ai debiti di un Paese a un innocuo taglio di capelli. Tradotto, significa che il Fondo Monetario chiede un nuovo taglio all’ammontare dei debiti della Grecia per rendere sostenibile il rimborso della quota che ne resterebbe, una procedura tipica nei confronti di un Paese in bancarotta. Questa volta però è la Commissione a frenare, perché Berlino non sopporterebbe ulteriori “sacrifici” da imporre alle banche creditrici, che dovrebbero accollarsi i tagli. È un no fermo, con il quale l’Europa per la prima volta frena l’FMI, rendendosi simultaneamente complice del passaggio all’indigenza di centinaia di migliaia di persone. E del precipitare della Grecia in un caos economico e politico a rischio di estremismi.

Atene, che è riuscita a stabilizzare i conti nel 2013 grazie al turismo e all’austerità forzata, non può uscire dalla morsa della sua crisi senza ulteriori tagli ai suoi debiti. Ma ai barbieri che esercitano a Berlino questo dato interessa poco, perché la loro priorità è la tutela delle banche straniere e non la salute della Grecia. Il loro modello professionale non è il Figaro rossiniano ma Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Tim Burton.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

barbiere

Il concetto di “lotta di classe”, a lungo utilizzato per interpretare e dare un senso allo scontro tra i diversi attori sociali, è stato abbandonato frettolosamente insieme all’ideologia marxista negli anni ’90. Ma oggi è di nuovo dibattuto. Sono diversi gli studiosi che lo ripropongono, a partire da una delle più grandi esperte di globalizzazione, Susan George, che lo recupera già nel titolo del suo ultimo lavoro: Come vincere la lotta di classe.

Susan George afferma che la secolare lotta tra poveri e ricchi per conquistare il ruolo di ceto predominante potrebbe concludersi con la sconfitta dei più poveri, cioè della maggioranza della popolazione mondiale. Ciò a causa di un lento e inesorabile declino dei valori di riferimento e delle modalità di organizzazione dal basso, della frammentazione della società, della perdita di un’identità condivisa tra “gli oppressi”. Questa tendenza non ha una dimensione solo economica ma anche fortemente culturale.

Negli anni ’60 del secolo scorso il grande antropologo statunitense Oscar Lewis aveva definito l’“antropologia della povertà” studiando i quartieri degradati di New York, Lima e Città del Messico. Una condizione sociale, quella della miseria urbana, che diventava cultura della sopravvivenza e generava pratiche di solidarietà che avrebbero potuto portare al riscatto sociale.

Le scienze sociali contemporanee, invece, non hanno ancora analizzato l’“antropologia della ricchezza”, soprattutto negli effetti culturali che il benessere produce al di fuori della cerchia, ristretta, della ricchezza vera.

L’orgoglio operaio, l’austerità contadina, la fierezza di chi fa sindacato o cooperazione sono archetipi scomparsi dalla comunicazione di massa che invece ripropone la vita dei ricchi, i consumi dei ricchi, gli eccessi dei ricchi. Ricchezza virtuale, ma che diventa modello di consumo e aspirazione di massa. I balli delle debuttanti, le carrozze trainate da cavalli ai matrimoni, la luna di miele alle Seychelles, i vestiti di Armani sono aspettativa e spesso ossessione per i figli dei ceti popolari ridotti a consumatori di prodotti “da ricchi”, ma per poveri.

Non vi è stato infatti un aumento della ricchezza – nel senso di numero degli individui davvero considerabili ricchi – tale da giustificare quest’invasione di prodotti del cosiddetto settore luxury. La stampa pubblicizza quotidianamente beni fuori portata per la stragrande maggioranza dei propri lettori, dagli orologi da 6000 euro ai SUV da 70.000; e in Italia si pensa sempre più spesso che a salvare l’economia non sarà più l’industria di base bensì il “comparto del lusso”. Tornando ai vecchi concetti della scuola marxista, oggi i ricchi hanno conquistato l’egemonia culturale, e l’illusione del consumo di lusso è il nuovo oppio dei popoli.

Questa situazione ci parla anche del trionfo di una certa ideologia originaria degli Stati Uniti, che considera l’accumulo di ricchezza come la conseguenza e la pubblica dimostrazione di un cammino compiuto “sulla retta via”; mentre la povertà sarebbe una “disgrazia” in buona parte frutto dell’indolenza o della cattiva sorte degli stessi poveri: una categoria da aiutare casomai con la beneficenza.

I giovani che in tutto il mondo vorrebbero essere amici di Paris Hilton in qualche modo legittimano questa visione e attendono la loro opportunità per “uscire dal mucchio”, per abbandonare la baraccopoli, per essere anche loro “vip”. Un sogno alimentato sapientemente dai media e dai venditori di sogni da consumare a buon mercato e che garantisce il conformismo e la pace sociale. La lotta di classe infatti si è assopita, e solo pochi disturbano il manovratore.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

quartostato

In un lontano Paese alla fine del mondo, il sogno dell’antiproibizionismo si sta realizzando. Il parlamento del piccolo Uruguay, infatti, ha approvato la legalizzazione della marijuana per togliere una fetta di guadagno alle mafie e strappare i consumatori dalla condizione di illegalità. Per il Paese del Río de la Plata, schiacciato tra Argentina e Brasile, non è una novità trovarsi all’avanguardia rispetto all’intero continente americano.

Questa porzione della Pampa fu per secoli un cuscinetto tra i due imperi che si spartivano il Sudamerica – quello spagnolo e quello portoghese – e successivamente passò sotto l’ala del Regno Unito, interessato a tutelare i suoi grandi interessi economici nella zona.

Eppure l’Uruguay è anche, da sempre, terra di libertà civili e politiche. L’eroe nazionale che lottò contro la Spagna, il generale Artigas, non a caso venne battezzato “protettore dei popoli liberi”; e quando si verificò lo strappo con Buenos Aires, che portò all’indipendenza dall’Argentina, qui combatté e visse Giuseppe Garibaldi nella sua fase più libertaria.

L’Uruguay, infatti, è uno Stato laico nel continente più segnato dal cattolicesimo spagnolo. Un Paese nel quale il divorzio esiste da decenni e dove oggi sono ammessi i matrimoni omosessuali. Un Paese che già nel 1917 sancì la separazione totale tra le istituzioni e la Chiesa, e nel quale la Pasqua si chiama “settimana del turismo”.

Soprattutto, l’Uruguay è storicamente un’isola di democrazia in un continente in tempesta, anche se questa nobile tradizione si interruppe drammaticamente mentre i “vicini di casa” si trovavano sotto lo stivale dei militari. In quegli anni bui per Montevideo, un guerrigliero fu tenuto in prigione per 15 anni. Quell’ex detenuto, che non ha mai rinnegato le proprie idee di giustizia sociale, oggi è presidente del Paese, a capo di una coalizione formata da socialisti, comunisti, cattolici progressisti ed ex Tupamaros. Un presidente amatissimo che continua a vivere nella sua modesta casa di campagna, che tiene per sé soltanto 800 euro di stipendio, gira con la sua auto di trent’anni fa e in tutti i forum internazionali è diventato un faro per chi si batte contro il modello dominante di sviluppo consumistico. E contro la mancanza di etica nella politica.

L’Uruguay che oggi legalizza la marijuana compie un passo da gigante nella storia americana, anticipando una decisione che – per forza di cose – prima o poi dovrà essere presa da tutti i Paesi dell’area per debellare le mafie, che non soltanto delinquono e inquinano la società, ma sono diventate veri contropoteri antagonisti della democrazia.

In Uruguay la marijuana di Stato costerà un dollaro al grammo e i proventi andranno a sostenere il welfare. Come scrisse anni fa uno dei grandi scrittori di questo Paese, Eduardo Galeano, l’utopia serve a camminare senza perdere l’orientamento. Il piccolo Uruguay, patria di tangueros, calciatori e romanzieri, si è permesso ancora una volta di raggiungere l’utopia, ricordando a tutti noi la direzione verso la quale camminare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Uruguay boy

A seguito delle denunce di questo blog e di Unimondo.org, è stata presentata un’interrogazione parlamentare da parte di 5 deputati di SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà) al Ministro degli Esteri Emma Bonino.

Questi gli articoli usciti sul tema e il testo dell’interrogazione:

Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2013/11/11/news/sel_portaerei_cavour-70777486/?ref=HREC1-4

Info Cooperazione

http://www.info-cooperazione.it/2013/11/il-sistema-italia-decolla-dalla-portaerei-cavour/

Huffington Post

http://www.huffingtonpost.it/2013/11/11/marina-militare-sel-denuncia-eccellenze-africa-armi_n_4254723.html?utm_hp_ref=tw

Comunicato Stampa di SEL

http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/sel-denuncia-la-marina-militare-porta-le-eccellenze-italiane-in-africa-ma-sono-armi/

Testo dell’interrogazione

http://www.sinistraecologialiberta.it/wp-content/uploads/2013/11/int.-Bonino.pdf

Grazie ai lettori del blog per la mobilitazione che ha portato all’attenzione pubblica quest’azione di marketing degli strumenti di guerra in Africa con mezzi dello Stato che rischiava di passare inosservata.

cavour

Le vie del made in Italy sono infinite. La rotta del Gruppo Navale Cavour, che per 5 mesi circumnavigherà l’Africa e il Golfo Persico portando in giro le “eccellenze italiane”, è l’ultima trovata delle Forze Armate per dimostrare all’opinione pubblica l’utilità di continuare a mantenere costosi sistemi d’arma e personale ben pagato e garantito in nome dell’”umanitario” e, novità assoluta, del sostegno al “made in Italy”. La missione “Sistema Paese in movimento” della portaerei Cavour, nave ammiraglia della flotta militare italiana, ha un costo stimato di 20 milioni di euro. Soldi spesi per fare vedere la bandiera che in tempi di austerità diventano però tanti. Scatta quindi l’idea geniale: trovare sponsor privati per finanziare parte dello sforzo economico. E quali sono le aziende che sponsorizzano il tour  nei Paesi del Golfo e Africa della portaerei? Alcune multinazionali (come Ferrero e Pirelli) più interessate probabilmente a sostenere operazioni di marketing dello Stato che ai potenziali mercati, e tante imprese, anzi la quasi totalità del comparto bellico, che indubbiamente hanno interessi primari in quei paesi nei quali instabilità, conflitti e guerre sono il pane per chi vende armi. Oto Melara, Finmeccanica, Fincantieri, Beretta, Telespazio, Agusta Westland e altri potranno allestire sulla Cavour una fiera campionaria del bellico “porta a porta” a buon mercato. L’ultimo tassello dell’operazione è la partecipazione di 3 onlus “umanitarie” che nelle tappe si occuperanno di visitare bambini affetti da problemi oculistici e altro. La fondazione Francesca Rava si spinge a qualificare questa missione militar-commerciale come “missione umanitaria della Marina Militare italiana”, offrendo quella copertina, sempre più corta, che permette di addolcire  gli interessi del settore bellico e delle forze armate.

La contaminazione avvenuta negli ultimi anni tra militare e umanitario è stata utile a giustificare l’enorme spesa che l’Italia continua a destinare alla Difesa perché “serve al mantenimento della pace”. Uno sforzo economico che ad esempio continua a garantire una presenza in Afganistan al di fuori da qualsiasi logica politica o militare, la partecipazione al traino di Gran Bretagna e Francia allo smantellamento della Libia e soprattutto la sopravvivenza di una delle vere caste dell’Italia, i militari di carriera. Nel mondo delle ong il dibattito su come e quanto collaborare con le forze armate è all’ordine del giorno, ma il problema riguarda il paese tutto in quanto la Difesa è una competenza “forte” che risucchia ingenti risorse. La domanda da porsi è quanto sia lecito fare diventare i militari ambasciatori del made in Italy e quanto sia lecito, utilizzando mezzi dello Stato, promuovere la produzione bellica nazionale in quei paesi segnati da conflitti in corso o potenziali. Tutto ciò di fronte al costante e progressivo svuotamento della cooperazione allo sviluppo, vero strumento di costruzione di partenariato economico e di pratiche di pace, ormai praticamente senza finanziamento né strutture. Il governo Berlusconi aveva tentato di fare diventare gli ambasciatori italiani “venditori del made in Italy”, posizione discutibile ma non estranea ai compiti affidati alla diplomazia. Ora gli ambasciatori avranno le stellette e la merce che venderanno sarà sicuramente quella che conoscono meglio.

 

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Quando nel 1994 nasceva il Nafta, l’accordo di libero commercio fra i tre Paesi del Nord America (Canada, Stati Uniti e Messico), si era in una fase di piena espansione dell’economia globale. Con questo accordo si sanciva l’esistenza di un’area economica che, nei fatti, era costituita dalla prima potenza mondiale e da due suoi satelliti, almeno sotto il profilo dell’economia. Il Nafta era anche una grande opportunità, soprattutto per gli Stati Uniti, che potevano “legare” al loro mercato un’area con costi del lavoro sensibilmente inferiori a quelli interni (il Messico), e un’altra area ricca di materie prime energetiche fondamentali dal punto di vista strategico (il Canada).

Questi tre Paesi si sono infatti integrati velocemente, al punto che Messico e Canada hanno presto indirizzato la stragrande maggioranza del loro export verso gli USA, mentre l’industria statunitense ha iniziato proprio dal Messico ad attuare il suo processo di delocalizzazione produttiva. Poi l’interesse per questo accordo è molto calato, soprattutto per l’emergere della Cina come grande esportatore globale e come nuovo territorio di delocalizzazioni.

Ora tutto pare cambiare di nuovo. La nuova rivoluzione energetica determinata dalle tecnologie che consentono di recuperare gas e petrolio da scisti argillosi e da sabbie bituminose lascia prevedere che, in un futuro molto ravvicinato, Stati Uniti e Canada non soltanto diminuiranno le loro importazioni energetiche, ma addirittura diventeranno esportatori netti.

Il Messico, nella morsa della guerra tra Stato e narcotraffico, diventa invece di nuovo strategico per le imprese che lo avevano abbandonato negli anni scorsi, ingolosite dai costi ancora più stracciati della manodopera in Asia. L’aumento degli stipendi e della fiscalità cinese, insieme a quello dei costi dei trasporti, rende infatti di nuovo conveniente produrre lungo la linea di confine tra USA e Messico per poi vendere sul mercato del Nord con il solo costo del trasporto su gomma.

L’uscita degli Stati Uniti dalla crisi passa anche da qui. Dal ritrovare una loro centralità produttiva sostenuta dagli investimenti in ricerca – in verità sempre mantenuti – da un costo della manodopera inferiore a quello europeo e dall’abbondanza di energia a basso costo. Una nuova chance per gli Stati Uniti, insomma, che ora per consolidare questa tendenza rilanciano con due mosse.

La prima è il tentativo di creare una zona di libero commercio del Pacifico, la Trans Pacific Partnership, che oltre ai Paesi del Nafta include il Giappone e una serie di Stati emergenti latinoamericani e asiatici, escludendo la Cina. La seconda è la proposta di accordo di libero scambio con l’Europa. Un accordo che l’Europa non ha cercato, ma che sta celebrando come una grande opportunità senza valutare che, nel grande gioco internazionale, rinforzerebbe di nuovo il ruolo egemonico globale degli Stati Uniti.

Il momento felice degli Stati Uniti pare confermato dalle intenzioni degli investitori internazionali. Per il 2013, l’indice stilato annualmente da A.T. Kearney mette in evidenza come gli USA siano diventati di nuovo la prima destinazione mondiale per gli investimenti, seguiti dalla Cina (che scende al secondo posto) e dal Brasile, che rimane in posizione invariata. È interessante notare anche i progressi registrati dal Canada e dal Messico, i “soci” più stretti degli USA.

Nelle tendenze di investimento l’Europa è presente con l’ottavo posto della Germania e il nono del Regno Unito, per poi praticamente scomparire. Per quanto riguarda gli altri Paesi Brics, India e Russia superano la Francia, e il Sud Africa si piazza meglio di Spagna e Italia.

Da questi dati e dalle mosse degli Stati Uniti, ormai decisi a combattere con la Cina la lotta per la supremazia commerciale mondiale, si evince facilmente che il mondo che uscirà dalla crisi avrà qualche protagonista nuovo e molti protagonisti in meno. Tra questi ultimi ci sarà inevitabilmente buona parte di un’Europa incapace di immaginarsi come una singola realtà, composita ma unita, anziché come una litigiosa sommatoria di Paesi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Secondo le cronache dell’epoca, la votazione del Senato statunitense tenutasi il 28 giugno 1902 fu pesantemente influenzata da un francobollo. All’ordine del giorno c’era la legge Spooner, che doveva decidere dove aprire il canale di collegamento tra gli oceani Atlantico e Pacifico.

Il luogo più adatto era il Nicaragua, sfruttando i laghi Managua e Granada (detto anche Lago Nicaragua). In questo Paese esisteva già un servizio misto tra navi e ferrovie che permetteva a merci e viaggiatori di spostarsi da un oceano all’altro. Ma all’inizio del ’900 la tecnologia, e soprattutto la volontà politica degli Stati Uniti, diventati potenza mondiale, consentivano la costruzione di un vero canale. Il Nicaragua era praticamente una colonia a stelle e strisce, e ciò rendeva ancora migliori le condizioni per realizzarlo.

Qui la storia si complica. A Washington, infatti, cominciò a circolare un francobollo emesso da Managua sul quale era riprodotto il porto di Momotombo con lo splendido omonimo vulcano, coronato da un pennacchio di fumo bianco. Porto Momotombo doveva essere il punto di partenza del canale. I lobbisti pro-Panama riuscirono a mettere in piedi a tempo di record un’operazione di propaganda ingannevole, accostando il vulcano immortalato nel francobollo con il Monte Pelée in Martinica, che nel 1902 aveva eruttato provocando 40.000 morti. I consensi per il canale del Nicaragua precipitarono a beneficio di Panama, e il resto è storia nota.

Nel terzo millennio, però, il Nicaragua avrà il suo canale. Il Parlamento di Managua ha infatti appena approvato il progetto di una società di Hong Kong, paravento della Cina, che investirà 40 miliardi di dollari USA per aprire una nuova via d’acqua tra Atlantico e Pacifico. In questo modo la Cina avrà un accesso strategico ai mercati centroamericani e dell’intera America Latina, uno dei principali sbocchi commerciali di Pechino.

Il canale “cinese” avrà anche il compito di scardinare definitivamente i rapporti un tempo privilegiati tra USA e America Latina, oggi già incrinati. Un’ipotesi di commercio navale alternativa a quella panamense consentirebbe di ridurre drasticamente il costo del trasporto di energia fossile e di cereali tra il Sudamerica e la Cina; e offrirà un’alternativa ad altri Paesi dell’area, come il Venezuela, non particolarmente entusiasti di pagare un salato pedaggio al Panama, il che equivale agli USA, ogniqualvolta una loro nave attraversa il canale di Panama.

Il canale del Nicaragua rappresenta una nuova puntata della sfida globale tra USA e Cina per la supremazia sull’economia di domani. Nel mondo multipolare cade così uno degli ultimi punti fermi: il monopolio statunitense sulla navigazione tra i due oceani, fondamentale per il controllo del cosiddetto “cortile di casa” centroamericano. Per la Cina si tratta di un’operazione che darà vantaggi concreti e anche simbolici: nemmeno l’Unione Sovietica aveva mai immaginato di avere un proprio canale. Insomma, grazie al suo potente commercio estero e alla sua “diplomazia degli affari”, la Cina sta riuscendo a spazzare via la geopolitica del ’900.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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L’Africa, se parliamo di telefonia mobile, è ormai il continente più collegato. La Banca Africana di Sviluppo ha calcolato che ci sono 650 milioni di utilizzatori di telefoni cellulari su un miliardo di abitanti del continente. Un rapporto telefoni per abitanti superiore a quelli dell’Europa e degli Stati Uniti. Questa è quindi la prima generazione di africani che ha accesso a un prodotto considerato di alta tecnologia: il possesso di un telefonino è spesso più frequente che l’accesso all’acqua potabile o all’elettricità.

Per gli africani, il telefono portatile è allo stesso tempo l’unico collegamento con il mondo, il portafoglio e la buca delle lettere. Questo perché nel Continente Nero, più che sui giochi o sulla musica, i gestori di telefonia puntano a offrire innanzitutto servizi utili, come la gestione dei conti bancari, le informazioni utili agli agricoltori, gli scambi commerciali. Questa rivoluzione è stata possibile grazie all’offerta di telefoni essenziali ma resistenti prodotti in Cina. Telefonini da 20 dollari USA, poco più di 16 euro, resi ulteriormente accessibili da agevolazioni fiscali che hanno abbattuto i prezzi ai consumatori.

Giovani e giovanissimi compongono il più grande gruppo di fruitori di telefonia cellulare: in Sud Africa si registra un picco di possesso del 72% nella fascia 15-24 anni. Le compagnie telefoniche che operano in Africa macinano bilanci miliardari composti da centinaia di milioni di consumatori poveri o poverissimi, nonostante abbiano dovuto fare i conti con il dilagare di modalità di comunicazione low cost tra i loro clienti. Come, per esempio, l’uso degli squilli senza rispondere, tecnica inventata in Africa per trasmettere notizie senza spendere soldi: una specie di codice Morse digitale. Per venire incontro a questa enorme fetta di consumatori è stato ideato il servizio “call me” che include un certo numero di sms giornalieri gratuiti.

Ma la rivoluzione dei cellulari in Africa sta aprendo la strada anche all’innovazione tecnologica autoctona. Vérone Mankou, un imprenditore ventiseienne della Repubblica del Congo, già nel 2006 ha sviluppato una linea di smartphone e tablet touch-screen adattati ai bisogni del mercato locale. Il suo smartphone Elikia (“speranza” in lingua lingala), che usa il sistema Android e viene costruito in Cina, è a tutti gli effetti il primo contributo tecnologico africano al mondo globalizzato. Quando Google ha rifiutato le carte di credito emesse in Congo per l’acquisto di applicazioni, Mankou ha lanciato una propria linea di apps “sviluppate da africani per l’Africa” e di carte di credito prepagate per l’acquisto online.

Il marchio VMK dell’imprenditore congolese per ora tiene testa a giganti della telefonia come BlackBerry, Samsung e Nokia. L’inedita sinergia tra Africa e Cina si sposta ora anche sul piano della ricerca e commercializzazione di tecnologie espressamente concepite per il mercato locale e per il potere d’acquisto dei consumatori africani. Con questo piccolissimo primo passo, l’Africa spezza dunque il ruolo secolare di acquirente netto di esportazioni a basso costo (e tecnologicamente superate) al quale la storia l’aveva relegata.

La Cina, che come molte altre potenze ha bisogno dell’Africa per rifornirsi di materie prime minerarie ed energetiche, sta interpretando le aspirazioni e le potenzialità creative di un miliardo di persone ancora ai margini dei mercati mondiali. È una scommessa che a lungo termine non può che pagare. Ed è interessante notare che solo chi è stato per secoli emarginato, come i cinesi, è riuscito a cogliere le potenzialità di un “mondo” formato anche dai continenti dimenticati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La visita del primo papa latinoamericano in Brasile doveva per forza richiamare folle oceaniche e risvegliare l’orgoglio di una Chiesa, quella brasiliana, sotto assedio da parte delle altre confessioni cristiane. La visita di Bergoglio apre però altre questioni, anzitutto quella del posizionamento della Chiesa. E non rispetto alle alchimie dei palazzi romani, ma rispetto alla scelta per così dire “di classe”. Papa Francesco, pur non avendo in passato aderito alla teologia della liberazione, ha esplicitato nei suoi discorsi e negli atti simbolici la sua visione di una  Chiesa che prioritariamente deve rivolgersi agli ultimi. Una scelta di campo che in America Latina non si faceva da tempo in ambito ecclesiale, almeno a questi livelli, e che non disdegna la politica, anzi. Il Papa ha incontrato la presidente in carica del Brasile Dilma Roussef e anche il suo predecessore Lula ricordando loro che non basta il consenso elettorale, ma che la gente va sempre ascoltata, che i giovani che protestano fanno bene e che la lotta contro povertà e la corruzione sono prioritarie.

Dal bagno di folla carioca Papa Francesco torna rinforzato e se venisse fatto un sondaggio, sicuramente si registrerebbe il salto enorme della sua popolarità e di quello dell’Istituzione che rappresenta. Un Papa dinamico e giovane, malgrado l’età, ma soprattutto un Papa che parla in modo chiaro e netto in modo da essere capito da tutti. Un Papa che ride e fa battute, che allontana l’immagine di una Chiesa troppo simile all’immagine del Venerabile Jorge del Nome della Rosa. In America Latina Papa Francesco è già un mito e c’è da scommettere che le prossime tappe dei suoi viaggi e dei suoi pensieri riguarderanno l’Africa, la vera sfida per la Chiesa.

Papa Francesco, “chi sono io per giudicare”, non smentisce chi vedeva nella sua elezione una svolta storica per la Chiesa. Una Chiesa che sdrammatizza la sua storia , parla il linguaggio della base e che all’improvviso è popolata da “vescovi di Roma” e di “nonni in casa”. Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa dell’era BRICS.

Alfredo Somoza per Popolare Network.

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