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Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

Per una serie di motivi, interni ed esterni, rispetto al passato oggi la scena internazionale è molto meno frequentata da parte delle grandi potenze. Gli Stati Uniti di Trump sono in piena fase di ripiego, impegnati a minare quei ponti che loro stessi avevano costruito con Asia, America Latina ed Europa. La Russia di Putin è fin troppo concentrata sul grande gioco della Siria e sul controllo dei confini con la NATO nell’Europa dell’Est. La Germania è ancora paralizzata dalla lunga trattativa per la formazione di un nuovo governo, il Regno Unito si sta leccando le ferite autoprovocate con la Brexit.

Solo la Cina dell’ormai presidente a vita Xi Jiping e la Francia di Emmanuel Macron sono attive in politica estera. Soprattutto Parigi sta approfittando del vuoto lasciato dai suoi principali competitor inglesi e tedeschi, e dell’insignificanza eterna dell’Italia, per rilanciare con forza la sua presenza in diversi scenari internazionali. Partendo dalla Cina, dove nella sua recente visita Macron ha fatto capire che si candida a essere alleato del gigante asiatico nella costruzione di una globalizzazione controllata, basata sulla reciprocità soprattutto in materia di delocalizzazione produttiva e di perdita di posti di lavoro. Il tema è già stato affrontato dall’inquilino dell’Eliseo nei confronti dei Paesi dell’Est europeo: cooperazione sì, dumping sociale sul costo del lavoro no. Ma l’asia non è solo Cina, in India Macron ha firmato accordi commerciali per 13 miliardi di euro con il governo Modi portando il livello di relazione tra i due stati a quello di “partnership strategica”. In buona sostanza, la Francia diventa l’alleato europeo chiave per New Delhi.

L’altro fronte che vede attiva Parigi è un “classico” della storia della Francia, progressivamente abbandonato nel tempo: il Medio Oriente. Il punto più alto dell’impegno di Macron è stata la mediazione tra Iran e Arabia Saudita che ha messo in sicurezza il Libano, strappando ai sauditi il premier libanese Saad Hariri, che era praticamente sequestrato a Riad ed è tornato a Beirut nel pieno dei suoi poteri.

Ultimo fronte di visibilità è l’Africa saheliana, il cortile di casa per i francesi, che sono impegnati in prima linea a tutela della stabilità dei regimi amici aggrediti dai gruppi jihadisti. Un grande impegno militare in condizioni difficili, ma che ha permesso la riconquista del Mali settentrionale e la tenuta del Niger, crocevia regionale. Fa parte del buon momento della diplomazia francese anche l’avere convinto l’Italia a impegnarsi militarmente in quella zona con la promessa di incidere sul controllo dei flussi dei migranti, tema che in realtà non interessa minimamente alla Francia.

Il punto centrale dell’offensiva di Macron resta però il processo di integrazione europea. Dopo la rottura con il Regno Unito, che a Parigi hanno più festeggiato che rimpianto, la Francia si considera la locomotiva che dovrebbe guidare l’Europa nel grande passo verso la costruzione di un’entità politica unica. Un passo da fare insieme all’alleato di ferro, la Germania, ma senza disdegnare la solidarietà dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna e Italia, per riuscire a strappare meno vincoli di bilancio al rigore di stampo teutonico. La Francia sta proponendo un modello di integrazione percorribile, con la creazione di un Ministero delle Finanze europeo, con un suo budget e con competenze per affrontare le crisi economiche anche sul fronte dell’occupazione. Non solo economia quindi, ma anche coesione sociale. E questo senza andare a toccare il parametro del 3% di deficit come massimo tollerato, per non urtare la sensibilità della cancelliera Merkel.

Emmanuel Macron ha davanti a sé una grande opportunità, quella di restituire alla Francia un ruolo da potenza globale. Oltre alle sue capacità personali, che il tempo confermerà o smentirà, è il contesto internazionale che sembra quasi congiurare per far tornare a splendere la stella di Parigi.

Per #Esteri @RadioPopolare

 

Lo scrittore Joseph Conrad descrisse il “cuore di tenebra” dell’umanità di fine ’800 ambientando il suo celebre romanzo in quelle foreste primarie nel cuore dell’Africa che, all’epoca, erano dominio personale di Leopoldo II del Belgio. Lo Stato Libero del Congo era un Paese inventato, nato dalla bramosia di ricchezza del regnante di una delle nazioni più giovani d’Europa, ma capace di prendere parte da protagonista alla spartizione dell’Africa durante la Conferenza di Berlino celebrata dalle potenze colonialiste nel 1884-85.

Già all’epoca quelle terre attraversate dal fiume Congo erano fra le più ricche della Terra. Fornivano oro, avorio, legnami pregiati e schiavi, anche se la schiavitù era già stata formalmente abolita. Il saccheggio del Congo venne documentato dai cronisti dell’epoca ed è rimasto nella storia come un caso da manuale. Il regime di terrore e sfruttamento messo in piedi dal civilissimo re del Belgio causò dai 3 ai 5 milioni di vittime, in quello che molti storici considerano un genocidio in piena regola. Tristemente celebri le foto delle persone mutilate degli arti per aver rifiutato il lavoro forzato o per avere sottratto del cibo per sopravvivere. Nel 1908 il Parlamento di Bruxelles obbligò il sovrano a cedere i suoi possedimenti personali allo Stato. Nacque così il Congo Belga, diventato Zaire qualche anno dopo l’indipendenza (1960) e Repubblica Democratica del Congo dal 1997. Ma il destino di questo lembo d’Africa non è mai cambiato: era e resta uno delle regioni del pianeta in cui si concentrano le maggiori ricchezze del sottosuolo.

In Congo infatti non si trovano soltanto giganteschi giacimenti di minerali “tradizionali” (come rame e oro) e di diamanti, ma ci sono anche e soprattutto riserve di minerali di nuova generazione, quelli usati per le moderne tecnologie: coltan, cobalto, terre rare. Tesori che se gestiti in proprio, o almeno secondo regole standard, in modo onesto, renderebbero molto più ricchi gli 86 milioni di congolesi che oggi si devono invece accontentare di un PIL pro capite tra i più bassi al mondo, solo 495 dollari all’anno. Le responsabilità di questa situazione non possono essere attribuite soltanto alle voraci multinazionali minerarie che si spartiscono le risorse del Paese, ma anche a una politica nazionale corrotta fino al midollo. Forse però qualcosa potrebbe cambiare.

A gennaio il Parlamento della Repubblica Democratica del Congo ha approvato un nuovo codice minerario che introduce alcuni principi basilari, come un maggiore controllo pubblico sull’uso delle risorse minerarie, migliori condizioni di lavoro nelle miniere, attualmente alla pari di gironi infernali, e un aumento della pressione fiscale, oggi irrisoria, sugli introiti delle multinazionali. Una proposta che il mondo degli affari in Congo ha preso decisamente male. La multinazionale anglo-svizzera Glencore, colosso del settore minerario, le cinesi China Molybdenum e MMG, la britannica AngloGold Ashanti e la canadese Ivanhoe Mines hanno scritto al presidente Joseph Kabila perché non firmi la legge licenziata dal Parlamento. Nella lettera informano il presidente di avere costituito una nuova associazione con cui intendono sostituire la Camera delle Miniere, presieduta dall’azienda di Stato congolese, che non tutelerebbe i loro interessi.

Si tratta di una ribellione in piena regola da parte di imprese abituate a lavorare in Congo senza dover rispettare né vincoli né lavoratori, senza dover restituire nulla allo Stato attraverso la fiscalità. Il braccio di ferro è in corso, mentre si continua a consumare una delle contraddizioni più eclatanti dei nostri tempi: dal cuore di tenebra del Congo continuano a uscire imponenti ricchezze, fondamentali oggi per la nuova rivoluzione industriale, ieri per alimentare la macchina coloniale. Ma per gli abitanti di quelle sfortunate terre poco è cambiato.

 

Il litio è il più leggero dei metalli. Abbondante in natura, ma fortemente concentrato in poche regioni del pianeta, ha cominciato a essere usato in tempi recenti. È stato scoperto dall’industria bellica convenzionale durante la Seconda Guerra Mondiale per poi diventare vitale nella fabbricazione di ordigni nucleari. Anche l’industria civile utilizza il litio per ridurre la temperatura di fusione di vetro e ceramiche e per potenziare le capacità dell’olio per motori. Ma il vero boom di questo minerale alcalino è legato al mondo degli accumulatori di energia. A partire dal 2000 circa, gli ioni di litio sono diventati parte fondamentale delle batterie che alimentano gli smartphone e tutti gli altri apparecchi elettronici di ultima generazione. Ora il suo impiego sta conoscendo un ulteriore rilancio con la rivoluzione dell’elettronica applicata all’automobile. Le batterie che muovono i veicoli ibridi e quelli elettrici sono fabbricati col litio, materia prima di base che al momento non conosce rivali.

E qui si passa alla geopolitica, perché nel mondo i Paesi che hanno grandi disponibilità di litio sono l’Australia, la Cina e, soprattutto, tre Stati del Cono Sud, il triangolo meridionale del Sudamerica: Bolivia, Cile e Argentina. Insieme dispongono di riserve per almeno 15 milioni di tonnellate, più di metà del totale sfruttabile conosciuto a livello mondiale. In Bolivia, nel solo Salar di Uyuni, un deserto di sale, si calcola che vi siano tra i 5 e i 9 milioni di tonnellate di riserve. In Borsa l’aumento globale del parco automotore elettrico e soprattutto le previsioni di sviluppo del settore hanno già fatto scoppiare la febbre del litio, con il raddoppio del prezzo internazionale tra il 2016 e il 2017. Ora è sceso in campo il maggiore produttore mondiale di auto elettriche, la californiana Tesla, che ha avviato trattative per investire nella società cilena Sociedad Química y Minera, il maggiore fornitore mondiale di litio per batterie. Tesla non è l’unica azienda a muoversi in questa direzione: la prima casa automobilistica cinese, Great Wall Motors, possiede già il 3,5% dell’australiana Pilbara Metals, mentre la giapponese Toyota detiene il 15% della Orocobre, australiana con operatività in America Meridionale.

Le case europee puntano invece a garantirsi la fornitura di cobalto, altro metallo utilizzato per le batterie delle auto elettriche. La tedesca BMW sta firmando contratti per assicurarsi il rifornimento per i prossimi 10 anni. Il primo produttore di cobalto non si trova in America ma in Africa: è la Repubblica Democratica del Congo, che dispone di più di metà delle riserve mondiali. L’altro colosso tedesco, la Volkswagen, non è ancora riuscita nel suo tentativo di assicurarsi i rifornimenti. Il tutto sta avvenendo in sordina, ma tendenzialmente le cose si complicheranno, visti l’aumento dei prezzi delle materie prime e il numero relativamente esiguo dei fornitori.

Intanto, nel cuore delle Ande sta nascendo un nuovo Medio Oriente. O un nuovo Eldorado, a 500 anni dal saccheggio coloniale delle miniere sudamericane. Come la Storia ci insegna, la corsa al petrolio è stata foriera di conflitti e sciagure, con poche eccezioni, per molti popoli che ne possedevano i giacimenti. Ora è il tempo del litio. Al momento non si ipotizzano conflitti per il suo controllo, ma sempre la Storia ci ricorda che alla fine dell’800 vi fu una guerra tra Cile, Bolivia e Perù per il controllo dei grandi giacimenti di salnitro che si trovavano al confine fra i tre Paesi, all’incirca nella stessa zona dove oggi si estrae il litio. Con il salnitro si fabbricavano polvere da sparo e fertilizzanti, due prodotti vitali per la rivoluzione industriale e l’espansione coloniale. Oggi il litio anticipa un’altra era, quella del superamento del motore a scoppio, ma i timori che i meccanismi di appropriazione di questa risorsa possano ripetere il solito copione è alto. Solo il tempo ci dirà se i Paesi dove si trova il metallo della svolta sostenibile saranno, tra qualche decennio, davvero più ricchi o se dovranno ritenersi ancora una volta saccheggiati.

 

Isla de Pescadores, Salt lake Uyuni in Bolivia

Mentre Donald Trump minaccia di reintrodurre dazi a difesa della produzione statunitense e l’Europa continua a difendere a spada tratta il multilateralismo e gli accordi tra Stati in  materia di eliminazione di dazi, la stessa Unione Europea non riesce a concludere l’accordo con il Mercosur. L’accordo commerciale con cinque Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela) è in trattativa da oltre 15 anni: ogniqualvolta sembra che stia per essere firmato, spuntano i veti dal settore agricolo. La lobby dell’agroalimentare europeo, destinataria del 45% dei fondi comunitari, ma che occupa solo il 6% della forza lavoro continentale, difende con unghie e denti la sua posizione di privilegio basata sul ferreo contingentamento dell’import agricolo e sulla pioggia di contributi ricevuti dalle istituzioni comunitarie.

Questo protezionismo da manuale dovrebbe essere destinato a esaurirsi, ma solo sulla carta: nella pratica le cose stanno andando diversamente. L’accordo Europa-Mercosur si sarebbe potuto concludere già quando il Brasile, potenza industriale, ha accettato di eliminare i dazi sulle autovetture europee, soprattutto quelle del segmento del lusso. Era questo il segnale che si aspettava per siglare l’accordo. Ma a quel punto il comparto agricolo ha risposto aprendo due fronti: quello relativo alla quota di carne che si può importare dal Sudamerica e l’annosa vicenda dei marchi alimentari.

Come l’accordo con il Canada, quello con il Mercosur prevede la tutela di 57 tipicità, ma questo non è bastato al settore agroalimentare, soprattutto a quello italiano. Secondo Coldiretti, infatti, i Paesi del Mercosur sono quelli dove più si verifica il fenomeno dell’Italian sounding, cioè la contraffazione di marchi italiani. Ma si tratta di un dato falso e che dimostra solo chiusura mentale. In Uruguay, Argentina e Brasile, infatti, sono stati gli emigrati italiani (ed europei in generale) a produrre in loco Provolone, Parmigiano, Chianti e Fontina. E non certo da ieri, ma da oltre un secolo, ben prima che qualcuno si sognasse di parlare di “marchi” da tutelare. Non si tratta quindi di contraffazioni, bensì di prodotti dell’emigrazione italiana, francese, svizzera. Una specie di “made in Europe” globale.

Equiparare il Parmesano della Pampa con il Parmesan cinese è totalmente fuori luogo, così come pretendere che queste produzione storiche dei Paesi di emigrazione europea possano scomparire all’improvviso. Il paradosso è che i prodotti “originali”, cioè quelli davvero fatti in Europa, sono già presenti sui mercati sudamericani, ma hanno prezzi accessibili solo per una minoranza di persone. Il Parmigiano-Reggiano, che costa all’incirca 20 euro al chilo, non potrà mai essere un prodotto di massa in Sudamerica.

Una politica lungimirante dovrebbe piuttosto puntare a creare un’associazione tra produttori europei e sudamericani per migliorare la qualità dei prodotti nati dall’emigrazione, da indirizzare magari verso la conquista di quei mercati terzi, in Asia o in Africa, dove gli originali sono improponibili per via del costo. Prevalgono invece la chiusura e la tutela autolesionistica, perché alla fine ogni chiusura porta a una ritorsione in nome della reciprocità.

Per l’Europa, una volta ancora, l’impossibilità di concludere accordi in un mondo sempre più frammentato – e con grandi concorrenti come la Cina, gli Stati Uniti e prossimamente anche il Regno Unito – è dovuta al comparto agricolo. Che senza dubbio è giusto tutelare in nome della territorialità, del suo ruolo di presidio ambientale e dell’importanza che esso riveste per le culture locali, ma che non può continuare a dettare la linea alla società europea nella sua interezza.

La priorità dell’agricoltura è antica quanto è antico il processo di unificazione europeo, e ha sempre avuto alla base il principio della sicurezza alimentare. Oggi però questo principio è garantito anche dal commercio globale di alimenti, e dunque andrebbero ridiscusse le priorità complessive del comparto produttivo europeo. Industria, servizi, ricerca hanno pari o superiore dignità rispetto all’agricoltura, ma ancora una volta devono subire il diktat dei produttori di formaggio.

 

 

 

A Pechino circola la battuta secondo cui il migliore alleato dei cinesi sarebbe Donald Trump. Proprio il presidente che voleva punire la Cina per via del grande disavanzo commerciale che il Paese asiatico macina nei confronti della potenza americana, e che invece sta ottenendo l’effetto di far rivalutare a livello mondiale la politica cinese fatta di moderazione e toni pacati. Quanti più tweet escono dallo smartphone fuori controllo del presidente USA, tanto più la Cina si mostra responsabile, favorevole alle aperture commerciali, partner affidabile.

In un momento di solidità del presidente Xi Jinping, appena riconfermato leader del Partito Comunista, gli alleati storici di Washington, Europa in testa, brancolano nel buio rispetto al futuro del multilateralismo. E questo non solo perché Trump sta facendo saltare uno dopo l’altro gli accordi faticosamente negoziati dagli Stati Uniti in tempi recenti, come quello con i Paesi del Pacifico e quello con l’Unione Europea; ma anche perché vuole ridiscutere o cancellare quelli già attivi, come il NAFTA con Canada e Messico. Il Paese pilastro della costruzione dell’economia di mercato globale frena, e lo fa lasciando a piedi i propri soci.

La politica zigzagante di Trump sta aprendo intere aree del pianeta alla penetrazione della grande potenza industriale asiatica. La Cina sta costruendo passo dopo passo la nuova Via della Seta per rinsaldare i legami commerciali con il resto del continente e con l’Europa, e intanto si dichiara interessata a subentrare agli Stati Uniti nel trattato TPP con i Paesi delle sponde americana e asiatica del Pacifico. Nell’Africa definita “un cesso di posto” da Trump, i cinesi consolidano la loro presenza economica e politica a tutto campo. Compratori, investitori sul mercato locale, prestatori degli Stati, alleati dei governi di qualsiasi colore. Ecco le loro armi vincenti.

Lo stesso accade in America Latina dove, oltre a essere già il primo partner economico per molti Paesi, la Cina si interessa ai destini del Messico che gli Stati Uniti vorrebbero isolare con un muro e ridimensionare all’interno dell’area NAFTA. Una manna inaspettata per Pechino, insomma, la presidenza Trump. Da cattivi della situazione, per via del dumping usato come politica di Stato, dei sussidi nascosti per favorire l’export, delle manovre sulla moneta, i cinesi sono passati a interpretare il ruolo dei salvatori della globalizzazione e della potenza affidabile. Non che questa trasformazione sia già avvenuta. Ma è quello che accadrà se Trump manterrà le sue promesse.

Prima o poi questa rivoluzione copernicana avrà ricadute anche su quei grandi gruppi multinazionali a stelle e strisce che oggi gioiscono per via dell’abbattimento fiscale di cui godono grazie a Trump, o per le promesse di condoni che consentiranno loro di rimpatriare gli utili parcheggiati nei paradisi fiscali. Se il mercato mondiale si rimpicciolisse, o peggio, se per via del principio di reciprocità le aziende statunitensi all’estero cominciassero a ricevere lo stesso trattamento che Trump vuole riservare agli investitori stranieri negli USA, il loro business sarebbe fortemente danneggiato. E il sistema economico statunitense non può più tornare a chiudersi entro i confini nazionali senza impoverirsi.

L’equazione con la quale Trump tenta di spiegare che le multinazionali hanno portato via lavoro agli statunitensi in realtà non è proprio vera: negli USA i disoccupati sono solo il 4% e in diminuzione. Il malcontento che ha permesso a Trump di pescare voti tra molti ex lavoratori dell’industria nasceva dal fatto che a chi ha perso il lavoro non è stata data l’opportunità di riciclarsi. Un tema considerato inesistente dai democratici che hanno voluto e gestito l’apertura dei mercati, e che ora gli Stati Uniti cercano di affrontare con ricette semplicistiche e autolesionistiche. Troppa schizofrenia politica per una potenza globale, che si traduce in una perdita di lucidità e di tenuta. Lucidità e tenuta che a Pechino invece abbondano.

 

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China’s President Xi Jinping in Beijing, China, November 9, 2017. REUTERS/Thomas Peter – RC1F6C531670

Un paio d’anni fa sembrava fatta: il segreto bancario era finito, o almeno questi erano i titoli sui giornali. E le notizie avevano un fondamento apparentemente solido. Ben 148 Stati, infatti, hanno aderito agli standard promossi dall’OCSE in materia di trasparenza bancaria e di scambio automatico di informazioni per porre fine all’esistenza dei paradisi fiscali. In questo modo si andava a intaccare l’impunità offerta dai Paesi dove non soltanto si schermano i conti degli evasori fiscali, ma anche delle organizzazioni criminali, dei gruppi terroristici e, ultimo ma non meno importante, delle multinazionali che finora sono riuscite a produrre utili non tassati nei Paesi in cui operano. Un variegato insieme di soggetti che secondo il Boston Consulting Group è riuscito ad accumulare nelle banche offshore 10mila miliardi di dollari (ma a giudizio di alcuni studiosi la cifra sarebbe ancora maggiore, più vicina ai 30mila miliardi).

In questi anni dal mondo dell’offshore sono giunte fughe di notizie che hanno permesso di ricostruire una mappa complessa: dalla Lista Falciani, che prende nome dall’impiegato della banca HSBC che carpì i segreti di 130mila clienti delle banche ginevrine, ai Panama Papers, fino ai Paradise Papers, la gigantesca fuga di dati delle società Appleby e Asiaciti specializzate nell’elusione fiscale, con sede a Panama. Ogni volta ci si stupisce per l’intensità e l’importanza del fenomeno. Ma si tratta solo di fiammate che spesso si spengono con la condanna del denunciante e raramente del denunciato.

La novità di queste settimane è la marcia indietro della Svizzera per quanto riguarda il segreto bancario, peraltro già formalmente abolito. La grande cassaforte elvetica aveva sottoscritto gli standard internazionali e firmato una serie di accordi bilaterali per fornire informazioni sui cittadini stranieri che possiedono conti nella federazione. La restaurazione è stata però veloce. In Svizzera, infatti, si sta ora discutendo per reintrodurre il segreto bancario a vantaggio dei residenti nel Paese, anche se stranieri, e le banche potrebbero essere autorizzate ad avvertire i clienti in caso di indagini in corso sul loro conto. Questo primo cedimento testimonia la preoccupazione per il danno subito dal settore bancario elvetico da quando il Paese è diventato “collaborativo”.

Ma la situazione è ancora più complessa se si pensa che nel mondo ancora 37 Paesi possono opporre un veto totale alla richiesta di informazioni bancarie. Altri ancora, pur avendo firmato gli accordi OCSE, prendono tempo. Alcuni creano scorciatoie per i correntisti, fornendo nel pacchetto anche cittadinanze di comodo. Insomma, è una giungla che coinvolge Paesi falliti, storiche roccaforti del segreto bancario e colonie tropicali di Paesi europei, senza dimenticare gli Stati USA del Delaware, del Nevada, dal South Dakota, della Florida. Gli Stati Uniti si confermano infatti come il più grande paradiso fiscale mondiale fin dai tempi di Pablo Escobar.

La verità è che il mondo delle banche offshore è troppo importante per l’economia globale perché lo si possa cancellare. Quella che viaggia nei meandri della finanza occulta è una cifra vicina al 10% del PIL mondiale. Una massa di denaro che in parte resta parcheggiata in attesa di sanatorie, in parte viene ripulita e riciclata nell’economia formale, in parte serve per finanziare guerre, terrorismo, corruzione, traffici illeciti. Sul tema, ovviamente, vigono la condanna di facciata e l’occultamento di Stato. È lo specchio dell’ipocrisia mondiale: tutti coloro che usufruiscono di servizi offshore sanno di essere fuori dalla legge e in compagnia dei peggiori compagni di strada, ma tanto vale.

Il mancato decollo delle regole che avrebbero reso trasparente la finanza globale è l’ennesima fotografia della crisi di governance a livello mondiale. Nella logica odierna del si salvi chi può, torna comodo avere un posto dove nascondere capitali lontano da occhi indiscreti. Sono le regole non scritte della globalizzazione, che si dimostrano ancora una volta più solide e radicate di qualsiasi tentativo di cancellarle.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

Le diseguaglianze sono tornate di moda. Non perché fossero scomparse, ovviamente, ma perché sono ritornate a essere materia di studio. Parte del merito va all’economista francese Thomas Piketty, che con la sua monumentale opera Il capitale nel XXI secolo, diventata incredibilmente un best seller mondiale, ha fotografato i rapporti tra quelle che una volta si chiamavano classi all’interno delle società. Un tema complesso quello delle diseguaglianze, che secondo la scuola liberale non dovrebbero nemmeno esistere come categoria, in quanto deriverebbero soltanto dall’impossibilità di concorrere liberamente in un mercato svincolato da ogni controllo pubblico. Opposta è la visione delle socialdemocrazie, che credono in un mercato regolato dallo Stato e considerano le diseguaglianze come “anomalie” da combattere attraverso il welfare e la tassazione progressiva sui redditi. Cioè ridistribuendo la ricchezza.

Il dibattito è ormai secolare, eppure rimane attualissimo davanti alla constatazione che la crescita economica globale degli ultimi due decenni, pur ridimensionata dalla crisi che ha colpito l’Occidente dal 2008, ha sì strappato dalla povertà centinaia di milioni di persone soprattutto in Oriente, ma ha anche aumentato le distanze sociali in Occidente, consolidando una fascia di esclusi che tende ad aumentare.

Il punto, però, è che questi problemi non riguardano solo la ridistribuzione del reddito. Siamo alle soglie di una rivoluzione industriale senza paragoni, quella dell’intelligenza artificiale applicata alla robotica, potenzialmente destinata a eliminare una quantità enorme di lavoro. Questa volta, a differenza di quanto accadde ai tempi dell’industrializzazione ottocentesca, nessun altro settore economico sarà in grado di assorbire i disoccupati. Il cocchiere che perdeva il lavoro a inizio ’900 poteva diventare autista, ma oggi nessun operaio specializzato, lasciato a casa per via dell’automazione intelligente, potrebbe trovare un’occupazione simile. Lo stesso vale per l’esercito dei cassieri, custodi, contabili, bancari, infermieri, medici, ingegneri.

Ed è a partire da questa realtà che il mondo va ripensato. Il primo a lanciare il sasso è stato Bill Gates, affermando che i robot che svolgono lavoro umano dovrebbero essere tassati. Il suo ragionamento non fa una piega: in questo modo il welfare non subirebbe una perdita netta e anzi, se la persona rimpiazzata dal robot dovesse trovare un’altra occupazione, ci sarebbe addirittura un aumento della raccolta fiscale. Ma quanto peserà questa rivoluzione in termini occupazionali? Secondo l’istituto di ricerche globali sull’economia McKinsey, il 45% dei posti di lavoro oggi remunerati potrebbe essere sostituito in tempi brevi da tecnologie già attualmente in sperimentazione. La posta in gioco è dunque altissima: circa metà del mondo del lavoro umano. Numeri che dovrebbero spaventare, ma che restano ignoti ai più.

La proposta di Gates, cioè pensare a una tassazione del lavoro sostitutivo non umano, è da prendere in considerazione fin da subito. Ma non basta. Bisogna immaginare una riconversione più ampia di società nelle quali i livelli di disoccupazione saranno fisiologicamente tre volte superiori a quelli attuali. Una società che riesca a discutere del tempo liberato dal lavoro e a redistribuire ciò che la tecnologia produrrà. Si pone anche un gigantesco problema di governo del cambiamento. Se prevarranno quelle forze di mercato che vedono nella robotica intelligente solo un gigantesco risparmio dei costi di produzione (e di problemi sindacali), nel mondo del futuro potrebbero avverarsi scenari da fantascienza, dove una casta governa con la forza masse enormi di esclusi. Abbiamo tempo, ma non tanto. La rivoluzione è dietro la porta e non aspetta.

 

L’agenzia dell’OCSE per l’energia, l’AIE, ha appena pubblicato uno studio che indica chiaramente quali sono stati i vincitori e i vinti nella guerra del petrolio in corso da tempo tra gli storici produttori dell’OPEC e le imprese che sfruttano lo shale oil con la tecnica del fracking. Ed è un risultato impietoso per l’Arabia Saudita, che in questi anni ha voluto un aumento della produzione di greggio per abbassarne il prezzo, pensando così di danneggiare i produttori di shale oil che hanno costi di estrazione più alti.

La notizia è che gli Stati Uniti, produttori di petrolio “tradizionale” ma anche leader mondiali dello shale oil e dello shale gas, stanno per battere ogni record: tra 10 anni saranno i primi produttori mondiali di petrolio, superando quindi l’Arabia Saudita. Intanto hanno già conquistato il primato nell’estrazione di gas, scalzando la Russia. Gli USA tornano così a essere esportatori netti di energia, condizione che avevano perso nel 1953. E questo a discapito delle previsioni che fissavano il punto di non ritorno per il settore shale se il prezzo del barile fosse scivolato sotto i 60 dollari: non era così, dunque. Ma indubbiamente questa guerra ha lasciato ferite profonde anche nella prima potenza mondiale.

Washington ora deve affrontare problemi enormi, che riguardano sia l’eccessivo indebitamento degli operatori energetici sia i dubbi sul veloce esaurimento dei pozzi e sulla tenuta geologica delle zone sottoposte a fracking, una tecnica estrema che porta alla distruzione del sottosuolo. Questo scenario, ipotizzato dalle promesse elettorali di Donald Trump, che puntava al dominio energetico globale, potrebbe permettere agli Stati Uniti di allentare la loro presenza militare in Medio Oriente. Una notizia che crea ulteriori difficoltà all’Arabia Saudita, già reduce da una sconfitta storica in Siria: qui le bande sunnite sostenute direttamente o indirettamente da Riyad, Isis compreso, hanno fallito nel tentativo di spezzare il “corridoio” sciita che dall’Iran si estende senza soluzione di continuità fino al Libano. Inoltre l’Arabia Saudita deve fare i conti con l’impantanamento nel cortile di casa yemenita, dove non è riuscita a stroncare la ribellione degli Huthi sciiti.

Tutto ciò ha provocato un terremoto interno nella dinastia dei Saud, con l’epurazione di interi settori della nobiltà reale ormai allontanati dai ruoli di potere. Ma la crisi ha conseguenze anche regionali, a partire dal tentativo maldestro di provocare la rottura di quell’alleanza tra sunniti e hezbollah sciiti in Libano che finora ha garantito la fragile stabilità del Paese.

Il progressivo disimpegno statunitense, favorito dalla maggiore autonomia energetica, mette dunque a nudo i problemi dei sauditi, che si sono fatti alfieri di una lotta globale allo sciismo iraniano finendo in realtà con il rafforzarlo, anche alla luce dell’alleanza di Teheran con la Russia in Siria. Molti ipotizzano che si stia delineando un conflitto tra Arabia e Iran. Lo scontro avrebbe inevitabilmente una dimensione globale. È difficile, infatti, pensare che Stati Uniti, Israele e Russia possano rimanere fuori da una questione di tale portata.

Ma il report dell’AIE mette a fuoco anche un altro elemento che tutti i protagonisti dell’infinito grande gioco mediorientale stanno sottovalutando, e cioè il prossimo prevedibile calo in termini percentuali del consumo di energia da idrocarburi per via dell’aumento dell’uso di fonti rinnovabili. Entro il 2040 si stima che il fabbisogno di energia globale crescerà del 30%, ma circa la metà di questo aumento sarà coperto da fonti rinnovabili. Anzi, già dal 2020 per molti Paesi le rinnovabili saranno economicamente più convenienti rispetto al gas per la produzione di elettricità.

In conclusione, lo stretto intreccio fra energia e geopolitica ci accompagnerà ancora a lungo. Una relazione che ha permesso al mondo di progredire in molti campi, ma al prezzo di troppi disastri ambientali e umani. Alla fine ciò che farà la differenza saranno l’evoluzione tecnologica e il singolo cittadino, che sceglierà quale energia consumare o produrre autonomamente. Nel frattempo, i padroni dei rubinetti del greggio questo dato di fatto non lo vogliono nemmeno prendere in considerazione. Per la gioia dei fabbricanti di armi.

 

L’anno che si chiude

Pubblicato: 25 dicembre 2017 in Mondo
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Il 2017 che si chiude è stato un anno ricco di eventi internazionali, di svolte e di sorprese. Il conflitto mediorientale ha prodotto ancora morti e distruzione: ma, se fino al 2015 il protagonista era stato l’ISIS, dal 2016 sono tornate in campo le potenze mondiali, Stati Uniti e soprattutto Russia. L’alleanza operativa tra Russia, Turchia e Iran, che ha coinvolto anche gli Hezbollah libanesi e i curdi, è infatti riuscita a riconquistare le principali città cadute nelle mani dello Stato Islamico. Riemergono ora i problemi mai risolti sul piano politico: il ruolo del presidente siriano al-Assad e quello dell’opposizione, la ricerca di risorse per la ricostruzione, il ritorno dei profughi, il mutato equilibrio tra sciiti e sunniti. La svolta bellica è avvenuta anche nel vicino Iraq e il “corridoio sciita”, prima interrotto dall’ISIS, è tornato agibile. L’unica potenza regionale uscita vincitrice da questo conflitto è stata l’Iran, mentre la Russia ha segnato altri punti per la sua riqualificazione a potenza mondiale.

Uno scenario, quello mediorientale, nel quale la democrazia e il rispetto dei diritti umani, storici paraventi per le scorribande neocoloniali, sono ormai sfumati. Si rinforzano gli Assad e gli al-Sisi, i Talebani diventano interlocutori sempre meno nascosti in Afghanistan, l’autoritario Erdogan riesce con una capriola a passare dalla parte dei vincitori mentre l’Arabia Saudita, ridimensionata nella Mezzaluna fertile, si impantana nello Yemen.

In Europa la costruzione comunitaria traballa e si riaccendono paure di ritorni a un passato che si pensava sepolto. La Brexit, la crescita dei partiti estremisti, la fine annunciata dell’ideale europeista mettono a nudo l’inconcludenza di una politica che si è accontentata di gestire l’esistente, dimenticandosi delle sofferenze, delle paure, dei bisogni dei cittadini. Cittadini sempre più esclusi dal dibattito relativo all’economia e alla globalizzazione, ma che detengono ancora l’arma più efficace per punire o premiare: il voto. Proprio il voto, nei principali Paesi, ha premiato la continuità: in Francia e Germania non ci sono state le tanto temute avanzate delle destre, se non in misura ridotta. Ma la situazione rimane in bilico, sarà l’andamento dell’economia a farla pendere da una parte o dall’altra.

L’evento che ha creato più rumore mediatico in assoluto è stato il rodaggio del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che è riuscito nell’impresa di rafforzare il sistema dopo essersi presentato come candidato antisistema. Lo ha fatto abbassando le tasse alle corporation e ai ricchi, investendo cifre multimiliardarie nell’industria bellica, allentando le briglie della finanza. Con Donald Trump torna il protezionismo, dicono in molti. Ma finora alle minacce non sono seguiti i fatti, se non per lo stop al TTP, l’accordo commerciale del Pacifico negoziato da Barack Obama. Le grandi sfide sono ancora irrisolte: la rivisitazione del Nafta con Canada e Messico langue sui tavoli negoziali, mentre il bilanciamento dei rapporti commerciali con la Cina è stato rimandato a dopo la soluzione della crisi con la Corea del Nord.

La crisi coreana ha messo a nudo l’impotenza degli Stati Uniti quando di fronte a sé trovano un Paese che possiede la bomba atomica, e che è difficile credere stia procedendo in totale autonomia, ovvero senza consigli da parte di Pechino. In Cina, dopo il congresso del Partito Comunista, la leadership del presidente Xi Jinping è ormai fuori discussione: sarà lui a traghettare il gigante asiatico alla guida del mondo della rivoluzione tecnologica annunciata, insieme agli Stati Uniti.

Il 2017, insomma, è stato un anno pieno di segnali contrastanti. Il terrorismo fa meno paura, in Oriente si consolida l’economia, in buona parte dell’Occidente si riparte dopo la crisi. Ma restano sul tavolo i grandi problemi di questa fase storica: la mancanza drammatica di una governance mondiale, l’emergenza ambientale mai affrontata seriamente, la questione della democrazia sempre più a rischio. L’auspicio è che si torni a “pensare lungo”, uscendo dalla logica dell’emergenza per tornare a fare politica globale. Da un mondo apparentemente caotico sta uscendo un ordine non proprio esaltante, quello della prevalenza di chi è più forte militarmente. L’economia da sola si è rivelata insufficiente nel ridisegnare il futuro, ora ci vuole il ritorno della politica e, attraverso di essa, dei cittadini che agiscono sul locale guardando al globale.