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Si tiene nell’ultimo weekend di novembre a Buenos Aires la tredicesima riunione del G20, il forum di presidenti, ministri dell’Economia e governatori delle Banche centrali delle prime 20 economie mondiali, nato nel 1999. Il G20 è l’evoluzione del G8 (gruppo ristretto alle sole potenze occidentali più Giappone e Russia), rispetto al quale fotografa meglio la geografia dello sviluppo delineatasi dopo l’emersione di nuove potenze regionali e, nel caso della Cina, globali: gli Stati membri producono l’86% del PIL mondiale. Il G20 ha anche allargato la rappresentanza politica del suo “predecessore”, in quanto nei Paesi che ne fanno parte vive il 65% della popolazione mondiale.

Come il G8, anche il G20 è “soltanto” un forum nel quale si concordano politiche economiche e finanziarie che non hanno valore di legge. Non si tratta dunque di un ente legittimato dal diritto internazionale: anzi, secondo i suoi critici si sovrappone agli organi previsti dal sistema delle Nazioni Unite, come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, che offrono rappresentanza a tutti gli Stati del mondo.

Il tema principale di questa edizione sarà la ricomparsa dei dazi, che stavano progressivamente scomparendo e invece sono tornati prepotentemente d’attualità, spinti dagli Stati Uniti. A partire dal 23 marzo 2018 Washington ha introdotto infatti pesanti dazi sulle importazioni di acciaio (25%) e alluminio (10%) colpendo molti suoi partner storici, ma anche “obbligando” alcuni Paesi danneggiati, la Cina in primis, a dare il via a ritorsioni altrettanto pesanti. Una spirale che a catena potrebbe contagiare l’intero sistema-mondo, portando all’irrigidimento del mercato globale.

L’altro tema nell’agenda del G20 riguarda le criptovalute, in questo caso per promuovere maggiore trasparenza ed efficienza nel sistema finanziario, preso alla sprovvista dal boom delle monete virtuali: nuove valute che, per la prima volta, non vengono emesse da uno Stato sovrano. I rischi maggiori riguardano l’uso di bitcoin e di altre monete simili per evadere il fisco o finanziare attività illecite. Si deciderà quindi di applicare alle criptovalute lo standard previsto per le risorse crittografiche dalla Financial Action Task Force, in attesa di una norma ad hoc.

Sull’andamento dell’economia globale i ministri del G20 registrano una ripresa di circa il 4% su base annua, ma ne segnalano la fragilità e sottolineano il bisogno di continuare a puntare sull’inclusività. Occorre cioè scongiurare il rischio che la crescita coinvolga solo grandi aziende e ceti medi e alti.

Si tratta di temi importantissimi che però si limitano agli aspetti tecnici, senza affrontare (e senza riuscire a nascondere) le domande fondamentali: quale sarà il futuro della globalizzazione e, soprattutto, quali sono i margini per una sua governance?  Manca infatti uno slancio in questo senso, e i vari protagonisti della scena geopolitica hanno posizioni diversissime, come non capitava da molto tempo. Gli Stati Uniti di Donald Trump sono sempre più orientati verso politiche sovraniste a discapito di quell’ordine globale che essi stessi hanno contribuito a creare, dalla fine della Guerra Fredda in poi. L’Unione Europea si presenta in ordine sparso, ferita gravemente dalla Brexit e dalla crescita di forze ostili alla cooperazione. Le potenze emergenti sono nel pieno di profonde crisi politiche ed economiche, dal Brasile al Sudafrica. Sempre più solitaria, la Cina resta l’unica portavoce del bisogno – soprattutto suo – di preservare i flussi commerciali mondiali da dazi e chiusure. Nel complesso il G20 ci racconta di un mondo privo di leadership credibili e soprattutto senza un progetto comune. Da questo punto di vista, si sarebbe anche potuto sospendere il vertice di Buenos Aires per mancanza di volontà politica. Ma, come da copione, ci sarà comunque la foto ricordo da dare in pasto alla stampa: per continuare a fingere che la casa sia in ordine, anche se è vero il contrario.

 

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A Pechino circola la battuta secondo cui il migliore alleato dei cinesi sarebbe Donald Trump. Proprio il presidente che voleva punire la Cina per via del grande disavanzo commerciale che il Paese asiatico macina nei confronti della potenza americana, e che invece sta ottenendo l’effetto di far rivalutare a livello mondiale la politica cinese fatta di moderazione e toni pacati. Quanti più tweet escono dallo smartphone fuori controllo del presidente USA, tanto più la Cina si mostra responsabile, favorevole alle aperture commerciali, partner affidabile.

In un momento di solidità del presidente Xi Jinping, appena riconfermato leader del Partito Comunista, gli alleati storici di Washington, Europa in testa, brancolano nel buio rispetto al futuro del multilateralismo. E questo non solo perché Trump sta facendo saltare uno dopo l’altro gli accordi faticosamente negoziati dagli Stati Uniti in tempi recenti, come quello con i Paesi del Pacifico e quello con l’Unione Europea; ma anche perché vuole ridiscutere o cancellare quelli già attivi, come il NAFTA con Canada e Messico. Il Paese pilastro della costruzione dell’economia di mercato globale frena, e lo fa lasciando a piedi i propri soci.

La politica zigzagante di Trump sta aprendo intere aree del pianeta alla penetrazione della grande potenza industriale asiatica. La Cina sta costruendo passo dopo passo la nuova Via della Seta per rinsaldare i legami commerciali con il resto del continente e con l’Europa, e intanto si dichiara interessata a subentrare agli Stati Uniti nel trattato TPP con i Paesi delle sponde americana e asiatica del Pacifico. Nell’Africa definita “un cesso di posto” da Trump, i cinesi consolidano la loro presenza economica e politica a tutto campo. Compratori, investitori sul mercato locale, prestatori degli Stati, alleati dei governi di qualsiasi colore. Ecco le loro armi vincenti.

Lo stesso accade in America Latina dove, oltre a essere già il primo partner economico per molti Paesi, la Cina si interessa ai destini del Messico che gli Stati Uniti vorrebbero isolare con un muro e ridimensionare all’interno dell’area NAFTA. Una manna inaspettata per Pechino, insomma, la presidenza Trump. Da cattivi della situazione, per via del dumping usato come politica di Stato, dei sussidi nascosti per favorire l’export, delle manovre sulla moneta, i cinesi sono passati a interpretare il ruolo dei salvatori della globalizzazione e della potenza affidabile. Non che questa trasformazione sia già avvenuta. Ma è quello che accadrà se Trump manterrà le sue promesse.

Prima o poi questa rivoluzione copernicana avrà ricadute anche su quei grandi gruppi multinazionali a stelle e strisce che oggi gioiscono per via dell’abbattimento fiscale di cui godono grazie a Trump, o per le promesse di condoni che consentiranno loro di rimpatriare gli utili parcheggiati nei paradisi fiscali. Se il mercato mondiale si rimpicciolisse, o peggio, se per via del principio di reciprocità le aziende statunitensi all’estero cominciassero a ricevere lo stesso trattamento che Trump vuole riservare agli investitori stranieri negli USA, il loro business sarebbe fortemente danneggiato. E il sistema economico statunitense non può più tornare a chiudersi entro i confini nazionali senza impoverirsi.

L’equazione con la quale Trump tenta di spiegare che le multinazionali hanno portato via lavoro agli statunitensi in realtà non è proprio vera: negli USA i disoccupati sono solo il 4% e in diminuzione. Il malcontento che ha permesso a Trump di pescare voti tra molti ex lavoratori dell’industria nasceva dal fatto che a chi ha perso il lavoro non è stata data l’opportunità di riciclarsi. Un tema considerato inesistente dai democratici che hanno voluto e gestito l’apertura dei mercati, e che ora gli Stati Uniti cercano di affrontare con ricette semplicistiche e autolesionistiche. Troppa schizofrenia politica per una potenza globale, che si traduce in una perdita di lucidità e di tenuta. Lucidità e tenuta che a Pechino invece abbondano.

 

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China’s President Xi Jinping in Beijing, China, November 9, 2017. REUTERS/Thomas Peter – RC1F6C531670