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Lo scrittore Joseph Conrad descrisse il “cuore di tenebra” dell’umanità di fine ’800 ambientando il suo celebre romanzo in quelle foreste primarie nel cuore dell’Africa che, all’epoca, erano dominio personale di Leopoldo II del Belgio. Lo Stato Libero del Congo era un Paese inventato, nato dalla bramosia di ricchezza del regnante di una delle nazioni più giovani d’Europa, ma capace di prendere parte da protagonista alla spartizione dell’Africa durante la Conferenza di Berlino celebrata dalle potenze colonialiste nel 1884-85.

Già all’epoca quelle terre attraversate dal fiume Congo erano fra le più ricche della Terra. Fornivano oro, avorio, legnami pregiati e schiavi, anche se la schiavitù era già stata formalmente abolita. Il saccheggio del Congo venne documentato dai cronisti dell’epoca ed è rimasto nella storia come un caso da manuale. Il regime di terrore e sfruttamento messo in piedi dal civilissimo re del Belgio causò dai 3 ai 5 milioni di vittime, in quello che molti storici considerano un genocidio in piena regola. Tristemente celebri le foto delle persone mutilate degli arti per aver rifiutato il lavoro forzato o per avere sottratto del cibo per sopravvivere. Nel 1908 il Parlamento di Bruxelles obbligò il sovrano a cedere i suoi possedimenti personali allo Stato. Nacque così il Congo Belga, diventato Zaire qualche anno dopo l’indipendenza (1960) e Repubblica Democratica del Congo dal 1997. Ma il destino di questo lembo d’Africa non è mai cambiato: era e resta uno delle regioni del pianeta in cui si concentrano le maggiori ricchezze del sottosuolo.

In Congo infatti non si trovano soltanto giganteschi giacimenti di minerali “tradizionali” (come rame e oro) e di diamanti, ma ci sono anche e soprattutto riserve di minerali di nuova generazione, quelli usati per le moderne tecnologie: coltan, cobalto, terre rare. Tesori che se gestiti in proprio, o almeno secondo regole standard, in modo onesto, renderebbero molto più ricchi gli 86 milioni di congolesi che oggi si devono invece accontentare di un PIL pro capite tra i più bassi al mondo, solo 495 dollari all’anno. Le responsabilità di questa situazione non possono essere attribuite soltanto alle voraci multinazionali minerarie che si spartiscono le risorse del Paese, ma anche a una politica nazionale corrotta fino al midollo. Forse però qualcosa potrebbe cambiare.

A gennaio il Parlamento della Repubblica Democratica del Congo ha approvato un nuovo codice minerario che introduce alcuni principi basilari, come un maggiore controllo pubblico sull’uso delle risorse minerarie, migliori condizioni di lavoro nelle miniere, attualmente alla pari di gironi infernali, e un aumento della pressione fiscale, oggi irrisoria, sugli introiti delle multinazionali. Una proposta che il mondo degli affari in Congo ha preso decisamente male. La multinazionale anglo-svizzera Glencore, colosso del settore minerario, le cinesi China Molybdenum e MMG, la britannica AngloGold Ashanti e la canadese Ivanhoe Mines hanno scritto al presidente Joseph Kabila perché non firmi la legge licenziata dal Parlamento. Nella lettera informano il presidente di avere costituito una nuova associazione con cui intendono sostituire la Camera delle Miniere, presieduta dall’azienda di Stato congolese, che non tutelerebbe i loro interessi.

Si tratta di una ribellione in piena regola da parte di imprese abituate a lavorare in Congo senza dover rispettare né vincoli né lavoratori, senza dover restituire nulla allo Stato attraverso la fiscalità. Il braccio di ferro è in corso, mentre si continua a consumare una delle contraddizioni più eclatanti dei nostri tempi: dal cuore di tenebra del Congo continuano a uscire imponenti ricchezze, fondamentali oggi per la nuova rivoluzione industriale, ieri per alimentare la macchina coloniale. Ma per gli abitanti di quelle sfortunate terre poco è cambiato.

 

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