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I grandi volani della globalizzazione degli anni ’90 sono state da un lato le certezze giuridiche sui capitali investiti all’estero e la possibilità di rimpatriare i profitti, dall’altro le legislazioni ambientali inesistenti o troppo permissive dei Paesi che attiravano investimenti e, soprattutto, il costo del lavoro. Dalle maquiladoras del Messico ai giganteschi impianti di assemblaggio di Shanghai, le imprese per vent’anni hanno portato la produzione dove c’erano le migliori opportunità in materia salariale e poche grane sindacali.

Le storie di sfruttamento minorile e femminile, le condizioni inumane delle catene di montaggio malesi o cinesi hanno scandito la cronaca degli ultimi vent’anni. Oggi però la situazione sta velocemente cambiando. L’equazione “produco e vendo dove mi conviene”, quasi sempre in Paesi diversi, pare reggere sempre di mano. E ciò perché nei Paesi emergenti i salari sono aumentati e il costo dei trasporti e della logistica pure; perché i sindacati sono nati o sono riusciti a entrare dove prima era vietato; perché ormai tutti si stanno dotando di una legislazione ambientale.

Il vero motore del cambiamento passa però da un’altra grande “scoperta” del turbo-capitalismo contemporaneo: se gli operai perdono il lavoro perché è stata portata via la fabbrica, prima o poi escono dal mercato consumatore. Se una società “ricca” si impoverisce, i prodotti di alta fascia, anche se costruiti a basso costo, non li compra più nessuno. Non basta dire che, nel frattempo, nei Paesi emergenti sono entrati nel mercato consumatore centinaia di milioni di nuovi impiegati e operai strappati all’agricoltura, perché per quel mercato si produce in loco.

A questo punto la logica alla base della globalizzazione anni ’90 viene meno. Non si parla più di un mercato globale, ma di un mercato segmentato e servito da una produzione sempre più “nazionale”. Un esempio è il nuovo modello di iPod in plastica, destinato al mercato orientale a un prezzo dimezzato rispetto all’originale in alluminio. Gli Stati Uniti, patria delle aziende che per prime hanno delocalizzato, sono oggi invece la capitale del backshoring, tecnicamente il ritorno in patria delle imprese che se ne erano andate.

E questo non solo per la minore convenienza a produrre all’estero, ma anche perché il governo Obama e alcuni Stati particolarmente colpiti dalle delocalizzazioni, come la California, hanno cominciato sia ad aumentare la pressione fiscale sui prodotti manufatti all’estero sia a offrire incentivi e facilitazioni alle imprese che reinvestono sul suolo americano. La California ha incentivato l’industria creando 350.000 nuovi posti di lavoro nel 2012. Obama ha più volte minacciato di colpire fiscalmente le aziende americane che non abbiano nei loro piani di investire negli USA e, come nel caso della Chrysler , è intervenuto finanziariamente per impedire il trasloco del marchio all’estero.

Queste nuove caratteristiche della globalizzazione offrono maggiori possibilità di competere alle imprese di dimensioni nazionali, ma soprattutto permettono il consolidamento di tante lotte per i diritti dei lavoratori sacrificate in questi anni sull’altare dei costi “stracciati”.  In Europa come in Asia, il costo sociale dell’arricchimento di chi vendeva a 100 euro in Occidente un paio di scarpe costato 5 in Oriente non è più sostenibile. La globalizzazione può davvero diventare una grande opportunità: soprattutto se perderà del tutto le caratteristiche che si sintetizzano nell’aggettivo “selvaggia”.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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E’ in libreria (e anche in vendita online) il mio ultimo libro. Oltre la Crisi… raccoglie i miei interventi degli ultimi due anni su Popolare Network e in altre testate. Il tema è la crisi economica, gli equilibri mondiali che cambiano, i popoli che migrano, l’economia solidale che si fa largo, il futuro dell’alimentazione, la società dei consumi globale,  la pirateria che ancora imperversa. Con un ricordo di Hugo Chavez e un primo ritratto di Papa Francesco inseriti in chiusura.

“Prendendo spunto dall’attualità e citando cifre, atti e documenti ufficiali, Alfredo Somoza, settimana dopo settimana, è riuscito a farci entrare nelle dinamiche della mondialità e implicitamente ci ha fatto capire che l’Italia non poteva essere impermeabile al movimento di panico e di preoccupazione che ha contagiato una buona fetta del mondo ricco (…) “Gli “appunti” che danno vita a questo libro ci ricordano che a provocare la crisi del capitalismo occidentale è stata la sua stessa ingordigia che lo ha portato a inventare strumenti fittizi (derivati) per aumentare i profitti in borsa e che ancora oggi continua a perfezionarli minacciando la stabilità dei prezzi del cibo a causa dei commodity futures. Solo che ora i popoli del Sud del mondo non ci stanno più ad essere le cavie e le vittime di un sistema impazzito. Ovunque, anche nelle zone più remote, nascono reti di cittadini, di contadini e di operai per denunciare land grabbing e water grabbing, turismo sessuale, sfruttamento della manodopera, lavoro minorile, effetti nefasti del surriscaldamento climatico (…) Grazie alla rete ora è più facile promuovere nel Sud del mondo un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale mentre nel Nord hanno cominciato a dare i primi frutti le campagne online contro quei brand, ossessionati dal profitto, che violano in Asia la dignità umana nelle fabbriche della moda e del lusso (…)  In fondo un mondo migliore è possibile se dotiamo la globalizzazione di un codice di etica. Altrimenti la storia, ci ricorda l’autore di “Oltre la crisi”, insegna che ogni ingiustizia si paga con gli interessi. E l’Italia non è sfuggita a questo destino.” (dall’introduzione di Chawki Senouci, Capo Servizio esteri Radio Popolare)

Oltre la crisi: appunti sugli scenari globali futuri 

di Alfredo Somoza

Edizioni CentoAutori, 10 euro

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Il G20, il nuovo club delle potenze mondiali allargato ai Paesi emergenti, non ha nei confronti dei beneficiari della globalizzazione lo stesso atteggiamento passivo che caratterizzava il suo predecessore, il G8. Una delle ragioni di questa discontinuità è l’origine delle compagnie transnazionali che in questi anni hanno sbaragliato la concorrenza locale nei principali mercati mondiali: tutte sono espressione dei Paesi di “vecchia industrializzazione”. Ma c’è anche un’altra motivazione, da rintracciare nel declino di quell’ideologia che ieri lasciava le mani libere agli attori del mercato globale.

Il G20 ha recentemente posto l’attenzione sulla cosiddetta “erosione della base imponibile”. In termini intelligibili, si sta parlando della possibilità di evadere legalmente le tasse di cui godono le imprese multinazionali. Il gioco è molto semplice, addirittura banale. Si è creato in questi anni un particolare “reddito senza Stato”, cioè un’imponibile prodotto in Paesi a fiscalità normale, come l’Italia, ma sul quale si pagano le tasse nei paradisi offshore in cui risultano registrate le aziende multinazionali. Non solo. Si tende anche a spostare parte del guadagno ottenuto in un Paese ad alta tassazione verso altri a bassa o nulla tassazione con operazioni interaziendali sull’orlo della truffa.  Con uno slogan: “guadagno i soldi qui, ma pago le tasse dove voglio”. Un giochino che per la sola Italia vale, secondo le stime della Guardia di Finanza, oltre tre miliardi di imposte non versate, una cifra molta vicina – per esempio – a quanto costerebbe risolvere la vicenda degli esodati.

Le aziende più lungimiranti, come Google, Amazon o Apple, stanno cercando di raggiungere concordati fiscali nei vari Paesi prima che cali la mannaia dell’imposizione. Ma la situazione creata da questa fiscalità virtuale non riguarda solo il mancato versamento delle tasse, si configura anche come concorrenza sleale: mentre una software house italiana o francese paga in media il 30% di tasse, la Microsoft sui prodotti venduti in Francia o Italia se la cava con il 5%. Questo spiega anche la politica di prezzi di alcune di queste multinazionali, che possono offrire ai consumatori proposte economicamente imbattibili sì per i quantitativi che raggiungono, ma anche per i vantaggi fiscali di cui godono.

I colossi dell’economia globale diventano oggi appetibili per gli Stati in affanno perché le loro potenzialità in materia fiscale sono enormi. C’è da capire se il loro modello di impresa reggerà a un cambiamento in questo senso, ma al di là delle singole valutazioni, si tratta innanzitutto di sanare un’ingiustizia nei confronti delle imprese di dimensioni nazionali che non possono eludere i loro obblighi fiscali nei confronti del Paese nel quale operano. Ora sarà l’OCSE, con l’avallo del G20, a stilare entro luglio un piano d’azione che consenta di agire tutti insieme e contemporaneamente, così da evitare fughe verso i paradisi fiscali.

In sintesi, i Paesi del G20, quasi tutti alle prese con le difficoltà di risanamento dei conti pubblici, potrebbero ottenere una boccata di ossigeno da una riforma della fiscalità delle multinazionali. Per scelta o per disperazione, si sta per compiere un altro passo verso la fine della globalizzazione senza regole, fino a ieri intesa come mito, come toccasana per il progresso dell’Umanità. Si apre un nuovo capitolo nella conflittualità crescente tra l’economia che vuole continuare a operare senza regole e la politica, che deve rendere conto e fornire servizi a cittadini-elettori sempre più indignati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Come le foglie in autunno, stanno cadendo uno a uno i dogmi economici degli ultimi 30 anni. I capisaldi della scuola di pensiero liberale dei professori dell’Università di Chicago – Friedman, Harberger e Stigler – stanno andando progressivamente in soffitta. Dopo avere ispirato i governi di Ronald Reagan e della signora Thatcher, oltre a una nutrita schiera di presidenti latinoamericani degli anni ’90, il neoliberismo non è più criticato soltanto dai movimenti antagonisti. Oggi a volerlo dimenticare sono anche le istituzioni che in passato si sono abbeverate alle sue idee.

In questi giorni si sono aperti simultaneamente due fronti. Il Fondo Monetario Internazionale, sotto la pressione dei Paesi BRICS, ha riconosciuto che alcune misure di controllo sui flussi di capitali possono rivelarsi giustificate e utili per evitare che interi Stati soccombano a terremoti finanziari. Ne sanno qualcosa l’Indonesia, il Messico, l’Italia della liretta, l’Argentina pre-default che hanno dovuto subire la forza d’urto dei capitali volanti, quelli che si spostano senza limitazioni da un Paese all’altro determinando impennate alternate a crolli di valute e borse locali. Già da due anni il Brasile chiedeva ad alta voce questo intervento, visto che è diventato destinazione di capitali speculativi internazionali in cerca di alti rendimenti: un flusso di denaro che finisce con il provocare la sopravvalutazione del real, penalizzando le esportazioni.

Sempre in questi giorni, a Londra il ministro dell’Economia (appartenente al partito conservatore che fu di Mrs. Thatcher) apre la lotta alle multinazionali che vendono merci e servizi nel Regno Unito, come i giganti Amazon e Google, ma pagano solo un ridicolo 3% di tasse in Lussemburgo. Da noi una sentenza del Tribunale del Lavoro ha stabilito che la compagnia aerea Ryanair dovrà applicare la legislazione del lavoro italiana ai suoi dipendenti italiani, e non più quella irlandese, più permissiva. Va chiarito che queste imprese non hanno commesso alcun reato. Finora si sono mosse all’interno delle non-regole degli anni ’90, quando FMI e Commissione Europea avevano adottato i dogmi appunto dei Chicago boys, deregolamentando il mercato dei capitali e permettendo alle multinazionali di scegliersi liberamente il Paese più conveniente per pagare tasse e stabilire contratti di lavoro.

Ora la crisi sta spingendo la politica a riprendere il suo ruolo regolatore e, soprattutto, a ridare un senso logico all’economia globale, che non può più basarsi solo sull’interesse dell’imprenditore, ma deve considerare anche quello dei lavoratori e delle comunità locali e nazionali. Queste prime avvisaglie, che rivelano come la politica stia tornando a occuparsi di economia, compongono un confuso puzzle in un momento di smarrimento. Appaiono più come il frutto del bisogno di cassa che come conseguenza di un ragionamento serio, e senza coordinamento non potranno avere un seguito: se non si traducono in misure condivise saranno facilmente aggirabili.

Ciò che per ora ci limitiamo a registrare è che stanno crollando diversi paradigmi che fino a ieri sembravano inamovibili. È una conseguenza della crisi e anche del maggiore protagonismo dei Paesi che in passato hanno subito senza potersi difendere. Solo il tempo ci farà capire se da queste macerie nascerà un New Deal globale oppure torneremo ai tempi delle chiusure e delle autarchie, a quando il peso di uno Stato dipendeva solo dal numero delle cannoniere in suo possesso.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La globalizzazione dell’economia ha un andamento storico simile a quello delle onde del mare: è fatta di flussi e riflussi. La prima interconnessione delle economie a livello mondiale, e non solo regionale, si può far risalire al XV secolo, cioè al periodo in cui i navigatori portoghesi e spagnoli allargarono gli orizzonti commerciali di un’Europa che, con fatica, usciva dall’isolamento economico e culturale del Medioevo spingendosi fino in Africa, Asia e poi nelle Americhe.

Ciò che ne seguì cambiò la storia del mondo e pose le basi per quelle differenze sostanziali tra popoli dominatori e popoli dominati che, secoli più tardi, sarebbero stati collocati idealmente in un “Nord” ricco e in un “Sud” povero. Ma la storia della costruzione di un mercato mondiale non ha avuto uno sviluppo lineare: piuttosto, è avanzata e arretrata in seguito a sconvolgimenti politici o naturali. L’ultima onda della globalizzazione è iniziata verso la fine degli anni ’80 del Novecento ed è proseguita fino al 2001. Per la prima volta in 500 anni, le storiche potenze industrializzate non trasferivano verso sud soltanto merci da vendere, risucchiando contemporaneamente materie prime e braccia per lavorare, ma trasferivano risorse e conoscenze per produrre altrove a prezzi più vantaggiosi.

Ciò è accaduto anche perché, dopo secoli, ci si è accorti che i Paesi del Sud del mondo potevano anche essere mercati interessanti nei quali lavorare. L’effetto delle delocalizzazioni produttive, dei flussi di capitali, dell’emergere di nuovi mercati “consumatori” in base alle accresciute disponibilità economiche sono stati i motori della veloce crescita dei cosiddetti Paesi emergenti, diventati prima concorrenti sul piano commerciale e subito dopo soggetti di tutto rispetto nel mondo della finanza e dell’industria.

L’odierna crisi economica dei Paesi occidentali ha poco di ciclico e molto di strutturale, se analizzata nel contesto del mondo che cambia. Non sono la crisi del debito, i subprime o la finanza speculativa il nocciolo del problema. Il problema è la crisi, forse definitiva, di un ruolo storico costruito nei secoli precedenti in base a un equilibrio mondiale distorto. Paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie capacità economiche, perché avevano il monopolio industriale e finanziario a livello globale, oggi si interrogano sul loro futuro produttivo senza trovare soluzioni praticabili.

La risposta immediata, anche se poco pubblicizzata, è il progressivo innalzamento delle barriere protettive dei mercati nazionali. Gli stessi Paesi che, negli anni ’90 del secolo scorso, spinsero per la deregolamentazione del mercato mondiale ora che sono in difficoltà si chiudono e promuovono  centinaia di ricorsi presso il WTO. E quest’ultimo, da arbitro della globalizzazione, sta diventando una litigiosa assemblea di condominio nella quale tutti urlano e nessuno capisce chi abbia ragione, e soprattutto quale sia il senso dello stare insieme.

L’Occidente ferito si chiude alla concorrenza, i Paesi emergenti chiedono invece maggiori aperture: si delinea un mondo a parti rovesciate, è l’inizio di un riflusso della globalizzazione. Perché chi oggi spezza ancora una lancia a favore della globalizzazione non abita più a Londra, New York o Parigi, ma a San Paolo, Shangai e Kolkata: o, come si diceva una volta, Calcutta.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In tempi di crisi economica globale, mentre molti Stati cominciano ad arroccarsi e a ricreare barriere protezionistiche, e molti migranti tornano nei Paesi di origine, anche per il panino globale pare sia suonato l’allarme. La catena di fast food McDonald’s, società-simbolo della globalizzazione alimentare, ha imboccato la strada della regionalizzazione dei suoi menu.

In Italia e in Francia si erano già percepite le avvisaglie di quella che ormai è diventata una politica aziendale: i panini con lo speck dell’Alto Adige o gli hamburger con il camembert  erano già stati introdotti nel menu da un paio d’anni per arricchire l’offerta, insieme alle verdure e alle insalate per rendere il pasto più sano. La spiegazione ufficiale di questi cambiamenti fa riferimento alla volontà di rispondere all’atteggiamento negativo di una fetta crescente di mercato, che rimprovera la multinazionale  di omogeneizzare i gusti e imporre i suoi hamburger in stile americano a spese delle tradizioni gastronomiche locali e della salute dei clienti. Ma questa versione non dice tutto.

La costruzione del brand McDonald’s, come quella di tanti altri marchi multinazionali, si è basata, più che sulla qualità del prodotto, sul messaggio che questo trasmetteva: mangia globale, diventa globale. Un concetto vincente soprattutto nel decennio dorato della globalizzazione, gli anni ’90, quando tutto il mondo era convinto che l’apertura dell’economia mondiale fosse la risposta alla povertà, all’oppressione, al provincialismo. Scarpe firmate, vestiti firmati, cibi firmati, uguali e riconoscibili in qualsiasi Paese del pianeta, che contenevano anche un messaggio di grande fede nell’avvenire.

Poi, piano piano, si è cominciato a capire che cosa c’era dietro la promessa delle multinazionali. Siamo già nel nuovo secolo e si comincia a parlare di delocalizzazione, precariato, sfruttamento minorile, distruzione ambientale. Oggi, a distanza di 4 anni dall’inizio di una crisi economica che sta mettendo in discussione la natura stessa del capitalismo, i marchi globali, i consumi globali, non sono più un must da esibire, ma stanno scivolando velocemente, nell’immaginario collettivo, verso la categoria della paccottiglia.

Così com’era liberatorio per i giovani di Mosca, Pechino o Milano mangiare un hamburger sotto gli archi dorati del re dei fast food, oggi lo diventa il ritorno ai tacos messicani, alla pizza o al kebab. Alimenti poveri che raccontano però storie nelle quali la gente può continuare a identificarsi. Cibo che è cultura e non solo nutrimento. Cultura perché il cibo è frutto di millenni di sperimentazioni, di incroci, di trasformazioni, di storie familiari e collettive. Un cibo senza cultura, o anzi, appartenente a una cultura ben precisa che però si è voluta vendere come universale, non poteva che essere effimero, legato a un determinato momento politico e a una moda.

Le catene di fast food questo lo sanno e oggi, in nome della regionalizzazione dell’offerta, fanno marcia indietro, proponendo ingredienti che renderanno il loro cibo molto meno globale e molto più locale. Un cibo con cultura appunto, la fine della fiaba che raccontava che l’hamburger era sinonimo di libertà, il ritorno alla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Nel clima di negatività nel quale oggi siamo immersi, sicuramente una notizia positiva.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Lo Stato alla riscossa

Pubblicato: 23 febbraio 2012 in Mondo
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Dalle pieghe della crisi sta emergendo un dato inaspettato: dopo anni e anni di disquisizioni sulla liquefazione delle identità e delle economie locali, destinate a fondersi nell’immenso pentolone della globalizzazione, ecco che rispuntano con forza gli Stati nazionali. La vecchia, solida struttura politico-amministrativa sulla quale, dal Trecento in poi, si è basata la costruzione degli odierni Stati ha riacquisito la sua centralità per una ragione semplice: nella tempesta finanziaria è proprio dagli Stati che sono arrivate, buone o cattive, le uniche risposte concrete. Gli organi transnazionali invece tacciono.

La retorica della globalizzazione ci spiegava che quella nazionale era una dimensione superata, sia dalle aggregazioni regionali sia dagli organismi multi-bilaterali. Fino al 2010 la cronaca internazionale descriveva il FMI, il WTO, l’Unione Europea e il G20 (per non parlare di Internet) come i nuovi detentori del potere. Che non sarebbe stato più nazionale bensì, appunto, globale. Oggi, invece, i giornali riportano quotidianamente solo le dichiarazioni dei presidenti o dei primi ministri di Francia, Germania, Stati Uniti e Cina. Si dibatte sul ruolo della Germania in Europa, sul peso dell’asse franco-tedesco e sulla validità delle risposte americane alla crisi.

È innegabile che siano state le singole nazioni a salvare le banche e a pompare liquidità nel sistema, a stimolare l’economia e a preoccuparsi dei disoccupati. Del resto il lavoratore, la banca o l’azienda in crisi non chiedono certo aiuto alla Banca Mondiale, ma si rivolgono alle istituzioni dei rispettivi Paesi: si aspettano che siano i governi a risolvere i problemi, anche perché li ritengono responsabili di ciò che sta accadendo. Al contrario, gli organismi internazionali non vengono percepiti, se non da minoranze intellettuali, come i responsabili dei grandi disastri politico-economici, anche se spesso ne sono i primi colpevoli.

In un recente saggio il professor Dani Rodrik, docente di Economia ad Harvard, ha criticato pesantemente Amartya Sen per aver parlato dell’esistenza di una nuova “identità multipla” che oltrepasserebbe i confini nazionali: recenti ricerche condotte tra la popolazione degli Stati Uniti rilevano invece che oggi l’attaccamento all’identità nazionale è altissimo, tanto da mettere in ombra perfino le identità locali. È facile ipotizzare che, se la ricerca venisse riproposta in Europa, i risultati sarebbero simili.

Molto probabilmente, in questi anni, media e sociologi hanno confuso l’omologazione dei cittadini al modello di consumo proposto dalle grandi multinazionali con un effettivo cambiamento di percezione delle persone rispetto al loro Paese e al resto mondo. Invece lo Stato di appartenenza rimane la “mamma”, amata e odiata, dalla quale il cittadino vorrebbe emanciparsi  quando le cose vanno bene, ma alla quale si attacca quando le difficoltà prevalgono, aspettandosi protezione e cure. Al contrario le istituzioni sopranazionali appaiono incomprensibili, evanescenti, lontane dalla percezione del cittadino comune alle prese con problemi concreti. Per giunta esse hanno pochi poteri, perché gli Stati non hanno mai voluto trasferire loro consistenti quote di sovranità.

Secondo Rodrik, insomma, gli Stati nazionali saranno pure un relitto ereditato dalla storia, ma alla fine sono tutto ciò che abbiamo.  C’è da dargli ragione.

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

Nei suoi scarsi 12 anni di vita, Il G20 è ormai diventato il vertice mondiale che rappresenta i nuovi equilibri del potere economico mondiale.  Un gruppo di 19 nazioni più l’Unione Europea che ospitano due terzi dell’umanità e l’80% del PIL mondiale, nato per coordinare le politiche macroeconomiche e che ha mandato in soffitta il vecchio club euro-americano del G8. Tra l’altro, se il G8 dovesse tornare in vita, ci sarebbero delle sorprese, con l’esclusione di Italia e Canadasuperati da Cina e Brasile. In questo nuovo scenario, l’ONU si dimostra sempre di più un contenitori svuotato, o mai riempito, di ogni potere decisionale da utilizzare per le cause perdute e per dare diritto di tribuna ai piccoli paesi. Ma tanto vale, anche se il G20, come ancor di più prima il G8, provoca una forzatura delle regole democratiche che vorrebbero che ogni stato abbia voce nel concerto internazionale, i suoi membri rappresentano una platea vastissima e sono infatti i protagonisti dell’economia mondiale. Finita la pessima presidenza francese del gruppo, il ruolo di coordinamento passa al Messico, ed è la prima volta che una responsabilità di questo genere passa a un paese dell’ex Terzo Mondo. Il Messico però non è in grado di incidere sui grandi cambiamenti in corso. E’ un paese che ha deciso negli anni ’90 di consegnare la sua sovranità economica e politica agli Stati Uniti e che vive da 10 anni in uno stato di guerra civile strisciante aggredito dai potenti cartelli della droga. Chi comanderà quindi il G20 nei prossimi messi e quali interessi rappresenterà? Con grandissima probabilità vedremo un G20 sempre più influenzato dall’asse USA-Cina e con il Brasile in posizione preminente.  L’Europa è prevedibile che sarà sempre di più, almeno nell’immediato, ripiegata sui propri problemi  economici e finanziari diventati ormai un macigno che rischia di affondare l’euroe di conseguenza lo stesso disegno europeista. Il G20 sotto la guida messicana diventerà sempre più “liberista” in diverse materie, ma tutelando, almeno per ora, gli interessi commerciali e le barriere protezionistiche statunitensi. Fino a pochi anni fa le liberalizzazioni erano il cavallo di battaglia dell’Europa e degli USA, che volevano tutelare le loro politiche protezionistiche, ma spingevano il resto del mondo a spalancare i propri mercati. Ora il gioco si è rovesciato e sono Cina, India, Brasile a spingere perché le loro merci possano entrare liberamente sui ricchi mercati del nord. Dal punto di vista politico, i pesi interni saranno determinati dal ruolo che potrà giocare l’Europa nel suo insieme. Senza un’Europa unita, i paesi del vecchio continente rischiano di diventare ininfluenti, mentre per gli Stati Uniti si porrà molto presto il dilemma di allentare gli storici legami con la Vecchia Europa per stringere accordi con la Cina, il suo principale creditore. Il peso specifico economico e demografico della Cina, e prestissimo anche dell’India, sarà determinante negli equilibri futuri e, come afferma il Prof Chanda della Yale University, la globalizzazione che ci aspetta sarà molto diversa di quella che abbiamo finora conosciuto. A partire dal nome, non più globalizzazione ma bensì “asiatizzazione”. Alfredo Somoza per Esteri – Popolare Network

Quando, nella notte fra il 9 e il 10 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino, finì simbolicamente l’ordine internazionale che aveva preso il nome di bipolarismo. Si apriva una nuova era nella quale la dimensione geografica delle relazioni tra Stati passava dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud, per un breve periodo in modo unipolare, cioè sotto la guida esclusiva degli Stati Uniti, per approdare poi all’attuale multipolarismo, nel quale una serie di potenze fino a ieri regionali, come il Brasile, la Cina e l’India, hanno acquistato un ruolo di attori globali di primo piano.

Gli Stati Uniti rimangono al centro del grande gioco, ma in una posizione intermedia rispetto al passato, che viene definita di “egemonia selettiva”. Gli USA, senza più una potenza altrettanto forte dal punto di vista militare quale fu l’URSS, scelgono liberamente dove e quando intervenire in base a una “selezione” dei loro interessi nazionali o commerciali. L’odierna mappa geopolitica del mondo è sempre meno omogenea, sempre più a macchia di leopardo: si alternano aree di pace e aree di conflitti, potenze regionali e Stati rimasti tali soltanto sulla carta, alleanze nuove e fortissime tra Paesi asiatici, Cina in primis, e Paesi africani e latinoamericani.

Un solo dato resta fermo: nel mondo si contano oggi 26 conflitti armati, tutti con antiche radici, che comportano un costo economico e di vite umane altissimo. Più guerre di quelle che affliggevano il pianeta durante il precedente ordine bipolare. C’è chi parla di una situazione di guerra civile internazionale, conteggiando non soltanto gli scontri militari veri e propri, ma anche le crescenti tensioni tra popolazioni autoctone e immigrati, le potenziali guerre dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico.

Questo mondo multipolare è anche frutto della globalizzazione, fenomeno secolare, ma che negli anni Novanta del Novecento ha ripreso velocità e consistenza. La globalizzazione tende a frammentare il mondo, per ricompattarlo sotto il segno dell’economia transnazionale. Ora stiamo invece registrando l’arroccamento di antichi aggregati di Stati: è il caso dell’Unione Europea, ma anche del moltiplicarsi di nuove associazioni regionali (Mercosur, Unione Africana, Asean). Il dato di novità più vistoso rimane però il superamento dell’esercizio della governance mondiale da parte del club delle vecchie potenze. Il G8 è ormai un ricordo. Oggi la politica globale si decide nel G20 e nel BRICS, il club delle nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che annovera tra i suoi membri il più grande creditore degli Stati Uniti, il Paese che da solo avrebbe la possibilità di mandare in default il gigante americano: la Cina.

La transizione che si è aperta nel 1989, da un vecchio a un nuovo ordine, non si è ancora conclusa. Ma alcune linee guida sono evidenti: l’esplosione di conflitti latenti in mancanza di governance, il riequilibrio tra vecchie e nuove potenze, la tentazione del ritorno al protezionismo, il ripensamento di norme per governare la globalizzazione e l’agonia delle istituzioni finanziarie (FMI e Banca Mondiale) quali regolatori mondiali dell’economia. È difficile ipotizzare come sarà il mondo tra 10 anni, ma la grande notizia è che il pianeta è di nuovo in movimento, dopo che l’equilibrio del terrore nucleare lo aveva paralizzato per 50 anni.

Alfredo Somoza

per http://www.dialoghi.info