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L’orso in Africa

Pubblicato: 8 novembre 2019 in Mondo
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Da anni ormai si scrive e si discute sulla presenza cinese in Africa. Un continente nel quale Pechino ha individuato non soltanto un produttore di materie prime strategiche, ma anche un mercato quasi vergine. Ed è proprio questa l’importante novità: oltre a estrarre e importare minerali, petrolio e prodotti agricoli, la Cina ha effettuato grossi investimenti acquistando terre e, soprattutto, impiantando apparati industriali di discreto livello. Ciò, in molti Paesi, ha consentito di avviare per la prima volta una trasformazione in loco delle materie prime grezze.

Meno attenzione si presta invece alla presenza africana di altri grandi Paesi, come India, Brasile e soprattutto Russia. È stata proprio Mosca, recentemente, a lanciare un’offensiva diplomatica attraverso la quale punta a recuperare un ruolo importante in Africa, come ai tempi dell’Unione Sovietica. La Russia ha da offrire soprattutto cooperazione militare, cioè armi e addestramento. Merce sempre richiesta e che Mosca si impegna a fornire, dopo aver siglato 20 accordi di cooperazione militare negli ultimi quattro anni. Oggi la Russia di Putin è il primo fornitore di armi in Africa con il 35% del mercato, contro il 17% della Cina e il 10% degli Stati Uniti. Ancora, le agenzie russe di mercenari sono attivissime nel sostenere il generale Khalīfa Haftar in Libia, in cambio di petrolio, e anche il governo della Repubblica Centrafricana. Proprio in questo Paese potrebbe essere costruita la prima base militare russa in Africa.

Ma l’interesse russo non si esaurisce qui. Il Cremlino ha messo a punto un pacchetto che propone di fornire tecnologia e know how per sfruttare meglio i minerali, ovviamente in cambio di concessioni minerarie e commesse per la costruzione di ferrovie, strade e centrali nucleari, una delle specializzazioni dei russi. Che sono già impegnati nella costruzione della prima centrale nucleare egiziana, mentre sono molto avanzate le trattative per dotare anche l’Etiopia di questa tecnologia.

Lo scambio economico tra l’Africa e Mosca resta comunque molto modesto: 20 miliardi di dollari di scambi commerciali all’anno contro i 200 della Cina e i 300 dell’Unione Europea, ma l’intenzione è raddoppiarlo in due anni. Nel recente forum Russia-Africa, tenutosi a Sochi sulle rive del Mar Nero, sono stati firmati contratti e intese per un controvalore di 11 miliardi di dollari, accompagnati dall’annuncio della cancellazione dei debiti, a dire la verità inesigibili, accumulati dai Paesi africani nei confronti dell’Unione Sovietica. La diplomazia commerciale russa si pone dunque esplicitamente in continuità con quella sovietica. Da un lato, Mosca si concentra su quegli Stati che un tempo erano “amici” dell’Urss, come Angola, Mozambico, Etiopia o Libia; dall’altro lancia un messaggio ai leader africani, in buona parte illegittimi o sospettati di gravi violazioni dei diritti umani, lasciando intendere che non solleverà mai problemi legati a questi temi. Con Mosca non si rischia l’embargo né altre sanzioni. Anzi, arriveranno armi a qualsiasi condizione, ed eventualmente anche mercenari.

In questo senso l’amicizia con la Russia appare molto più interessante, almeno in certi contesti, rispetto a quella con la Cina che, per via degli stretti rapporti con gli Stati Uniti, almeno formalmente deve “stare attenta” al comportamento che tiene in Africa. Putin gioca invece a tutto campo, approfittando della disarticolazione del mondo di oggi, rinverdendo la geopolitica dell’Unione Sovietica, riconvertita però a pura politica di potenza. Il risultato è che, in Africa, Russia e Cina sono complementari. Una fa ciò che l’altra non è in condizioni di fare: la Cina degli investimenti miliardari e la Russia delle mani libere, per rifornire tutti di armi. È un’accoppiata che in altri scenari si fa più fatica a vedere, ma che nel fragile contesto africano si fa sentire, eccome.

 

Quale sia il punto di rottura di una società e quale sbocchi possano avere le rivolte spontanee non è chiaro. Nel senso che non è mai il detonatore della protesta, di solito una misura antipopolare, ciò che spiega la marea sotterranea che all’improvviso esce in superficie travolgendo la politica come sta succedendo in Libano, Ecuador o Cile. Situazioni diverse, ma con punti in comune che riguardano il rifiuto della corruzione, il rifiuto delle ricette belle e pronte degli organismi finanziari internazionali, il disconoscimento di classi politiche asservite agli interessi di pochi. Le odierne rivolte, per quanto spesso ad alta intensità di violenza, sono una disperata richiesta di democrazia. Non soltanto formale, anche perché si verificano in paesi dove si vota regolarmente, ma sostanziale. Se la liturgia democratica blocca piuttosto che spinge le riforme necessarie perché le maggioranze possano godere dei diritti economici, dei benefici della crescita economica, allora si scende in piazza per riappropriarsi del diritto a decidere.

Dopo la falsa illusione della fine della storia, anche la teoria delle società liquide è in crisi. Sempre più gente in diversi punti del pianeta torna a rischiare la propria pelle per dire basta, ma non è la classica rivolta dei dannati della terra dei tempi della decolonizzazione, è la protesta disperata dei precarizzati, degli impoveriti, di coloro che trovano sbarrato il loro futuro. Un mondo nel quale uno doveva valere uno, tutti uguali nel grande pentolone della globalizzazione, e che si scopre ora più classista e razzista di prima. Non convincono ormai più le pubblicità seducenti che raffigurano un mondo di cittadini uguali davanti alla tecnologia e al futuro. Quel futuro è segnato se non si ritorna a immaginarlo diversamente e ad agire di conseguenza. Ogni protesta ha matrici diverse e sbocchi diversi, prendono più forza dove dietro c’è un’organizzazione sociale in grado di negoziare e di rappresentarla. È più caotica dove non vi sono istanze pronte a guidare e incanalarla. Ma questo alla fine non è un limite, come si sta vedendo, perché la stessa forza dirompente dei cittadini parla a un potere che annaspa. Nel copione del XXI secolo non c’era la stagione che si sta aprendo. Che sicuramente sarà fucina di nuove formazioni politiche e di ribaltoni futuri. Nemmeno i grandi dell’economia mondiale sanno bene cosa dire, esaurito il repertorio della comprensione, a parole, delle cause che portano la gente in piazza. Il tempo delle parole che e delle buone intenzioni si sta esaurendo velocemente. Sia quando si parla di ambiente sia quando si parla di diseguaglianza. Ormai suonano totalmente stonati i grandi proclami sulla sostenibilità e la lotta alla povertà. Oggi si sta svegliando un mondo che non ha più tempo per le parole, vuole fatti concreti. E se la politica tradizionale non li produce allora si torna a fare politica dal basso, anche scontando violenza e caos. Si torna a rischiare in proprio, si spengono gli schermi del mondo virtuale e si torna a lottare per cambiare quello reale. Non sarà una passeggiata, ma nemmeno un passaggio effimero. Questa protesta anti-sistema, che però non si pone come obiettivo abbatterlo ma riformarlo profondamente, ha le gambe lunghe. E quando i Piñera, i Moreno, gli Hariri, i fondo-monetaristi riconoscono di avere sbagliato, chiedono scusa, hanno già perso.

 

Il cambiamento di alleanze nello scenario siriano ha stupito molti, ma in realtà segue una sua perversa logica. Gli Stati Uniti, almeno a parole, avrebbero scaricato gli alleati curdi siriani dandoli in pasto alla Turchia di Erdoğan, che è pronta a spazzarli via dalla zona di confine, occupando anche una fascia di territorio siriano a dispetto di qualsiasi regola del diritto internazionale. Purtroppo nulla di nuovo. Nella sua storia il popolo curdo, appartenente al grande gruppo linguistico indoeuropeo, ha trovato un momento di unità soltanto quando, sotto l’Impero Ottomano, costituiva la provincia del Kurdistan. Poi i curdi sono diventati forse la più importante tra le nazioni senza Stato e senza diritto. Cioè dei gruppi etnici, linguistici, religiosi e politici che, nel periodo della configurazione degli Stati odierni, restarono senza uno Stato riconosciuto. All’epoca non si trattò dell’esproprio di un territorio, come nel caso dei palestinesi o dei sahrawi, il popolo del Sahara occidentale, bensì della negazione di una soggettività politica sovrana.

Insomma, dal punto di vista del diritto internazionale, i curdi sono più simili ai popoli nativi americani che ai palestinesi. Nessuna istanza internazionale sostiene il loro diritto all’autodeterminazione. Eppure qualcosa è cambiato negli ultimi anni. In particolare nel caso del Kurdistan iracheno – di fatto i curdi autogovernano il nord dell’Iraq come se fosse uno stato autonomo – e anche in Siria, a seguito del valore militare dimostrato dai curdi nella lotta contro Daesh. Più che ai curdi iracheni, però, quelli siriani sono vicini a quelli turchi, e quindi assimilabili, secondo Ankara, ai “terroristi”. Termine col quale la Turchia, Stato nel quale attualmente la democrazia è sospesa, qualifica chi si batte per l’autonomia o l’indipendenza curda.

Gli Stati Uniti invece non hanno opinioni in merito. Hanno usato i curdi, come altre decine di popoli in giro per il mondo, come strumento della loro politica estera. Senza la copertura aerea e le armi statunitensi, difficilmente i curdi avrebbero vinto Daesh. Ma lo stesso si può dire per gli Stati Uniti, se non avessero avuto il supporto dei curdi sul campo. Qualcosa di simile era già successo all’epoca della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, il quale fu catturato proprio dai curdi e poi consegnato ai marines. I curdi erano stati sollecitati da Washington affinché si ribellassero contro il tiranno, per poi essere dimenticati al momento di riorganizzare il Paese dopo il conflitto: in quel caso riuscirono lo stesso a tutelare la loro autonomia. Il destino delle nazioni senza Stato è questo, accettare alleanze spericolate nella speranza che ciò li avvicini all’agognata indipendenza, per poi essere regolarmente traditi.

Oggi i curdi sono stati traditi non soltanto dagli Stati Uniti ma anche dai membri della coalizione vincente in Siria. Davanti alla minaccia di creazione di un protettorato turco dentro i confini siriani, non si è alzata nessuna critica né da parte dell’Iran né del miracolato dittatore Bashar al-Assad, che probabilmente vede di buon occhio che sia qualcun altro a “sistemare” i curdi. Soprattutto, se la Turchia sta violando le frontiere siriane, oltre al palese disco verde di Washington ha anche quello della Russia, la vera vincitrice del conflitto siriano.

Perché questa unanimità contro i curdi da parte di potenze tra loro antagoniste, come USA e Russia? Perché le nazioni senza Stato spaventano, sono pericolose: se riescono a diventare Stato alimentano le cento cause irrisolte che in tutto il mondo riguardano i diritti dei popoli. Per questo i popoli come i curdi sono utili nei momenti di caos geopolitico, come nel conflitto siriano, ma diventano scomodi non appena la situazione si normalizza. Sono carne da cannone, combattenti che si possono sostenere anche militarmente perché colpiscano il nemico del momento, ma che poi vanno ridotti in condizione di non nuocere. E soprattutto senza mai consegnare loro l’agognato premio, l’indipendenza. Sarebbe un cattivo esempio, e di brutture il mondo è già pieno.

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

L’onda lunga della politica commerciale del presidente Donald Trump risveglia New Delhi. L’India ha imposto dazi più alti su un paniere di 28 beni importati dagli Stati Uniti, e le tariffe possono arrivare fino al 70%. È questa la risposta, che si concentra soprattutto sull’import agricolo, al rifiuto degli Stati Uniti di esentare dai dazi le importazioni di alluminio e acciaio indiano. L’India si è vista cancellare, infatti, un trattato che le consentiva di esportare sul mercato USA, senza imposte, merci per un valore fino a 5,7 miliardi all’anno. Per il Paese asiatico, sempre in bilico tra protezionismo e aperture di mercato, basta e avanza per programmare ritorsioni.

Nel 2018 lo scambio tra i due Stati aveva raggiunto un valore di 142 miliardi di dollari, ma ora rischia di calare notevolmente. Eppure, per gli Stati Uniti, l’India non è una rivale come la Cina, anzi: la potenza indiana è stata sempre favorita da Washington proprio in quanto argine all’espansionismo commerciale e militare della Cina in Asia. È l’India, infatti, che fa da contrappeso a Pechino nell’Oceano Indiano, anche dal punto di vista militare, soprattutto da quando lo Sri Lanka ha cominciato a gravitare nell’orbita cinese. La clava dei dazi, diventata l’architrave della politica estera di Trump, sta lasciando sul campo molti feriti proprio tra gli alleati storici degli Stati Uniti: India, Messico, Canada e ora anche l’Europa, contro la quale si prepara un attacco che prenderà di mira i settori dell’agroindustria e delle automobili.

La promessa contenuta nello slogan «America first», che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump, comincia mostrarsi in tutti i suoi aspetti con lo sviluppo di questa guerra commerciale. Per la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno scelto di fare valere la loro potenza economica e militare non per confermare la supremazia geopolitica mondiale, bensì per avere un tornaconto economico immediato.

Che Trump non sarebbe stato un presidente interventista in politica estera era nelle cose. Ora però è chiaro che il mezzo ritiro degli USA dal Medio Oriente, l’inconsistenza nei confronti di Cuba e Venezuela, la latitanza dagli scenari africani e la scelta di sostenere in Europa soltanto il partito inglese della Brexit sono tutte tappe intermedie di una strategia. Che potremo denominare “Fortress America”: cioè trasformare il Paese-guida della globalizzazione in un mercato che torni a produrre in casa ciò che aveva delocalizzato, in una fortezza che si difende a ogni costo da chi vuole entrarvi, con il muro al confine o con le estorsioni nei confronti del Messico.

E nulla importa se, solo un mese fa, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva firmato accordi di cooperazione militare con l’India o se, a parole, qualcuno ha minacciato l’invasione del Venezuela: prima l’economia, poi si vedrà. Questo rovesciamento della linea seguita dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni potrebbe avere risvolti positivi sul fronte interno: gli USA neo-protezionistici crescono e creano impiego, anche se non di qualità. Ma basterà questo a un Paese che avverte come proprio destino manifesto l’essere faro e guida della democrazia nel mondo? Probabilmente il tema non sfiora minimamente il Presidente, che ha una visione del mondo (e di come gestirlo) paragonabile a quella di un ragioniere, ma violento e capriccioso.

Da anni gli analisti più lucidi si prodigano in previsioni sui diversi scenari geopolitici di pericolo – dalle eterne tensioni mediorientali all’espansionismo russo – ma mai nessuno aveva messo in conto un cambio così radicale nella politica estera degli Stati Uniti. Per questo oggi mancano strumenti di comprensione, e si percepisce l’imbarazzo di chi considerava Washington come l’unica certezza negli equilibri internazionali e ora deve ricredersi. Lo scenario è cambiato: siamo tutti più soli, il “condominio Terra” sta entrando in una fase di anarchia in cui i singoli Paesi cercano di far prevalere solo i loro interessi, mentre i grandi temi comuni, come l’ambiente e la pace, tornano patrimonio della sola società civile. Alla fine, almeno questo non sarebbe una grande novità.

 

Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

 

La guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e la Cina è soltanto la prima scaramuccia in grande stile di un conflitto più ampio in corso da tempo. Se durante la Guerra Fredda il primato tra le due potenze si giocava sulla forza militare e sulle armi nucleari, in questa fase la supremazia – pur continuando a poggiare sull’apparato bellico – si baserà soprattutto sulla potenza economica e sulla capacità di controllare i settori strategici della nuova economia. Il piano di Pechino, sintetizzato nel progetto Made in China 2025, prevede il raggiungimento della parità economica con gli Stati Uniti tra soli 6 anni, mentre il sorpasso nel campo dell’intelligenza artificiale è previsto nel 2030. Le caratteristiche di questo scontro per l’egemonia sono dunque in buona misura originali rispetto al passato: questo perché, mentre ai tempi della Guerra Fredda le due potenze prosperavano all’interno di sistemi economici autonomi l’uno dall’altro, oggi i duellanti fanno parte dello stesso mercato globale, anzi, ne sono i pilastri. Entrambi hanno reso possibile la globalizzazione, entrambi sono fermamente capitalisti e ormai sono interdipendenti. La Cina dipende dal mercato statunitense per mantenere i suoi ritmi di crescita e dare sbocco alle proprie merci, gli USA dipendono dalla Cina in qualità di acquirente del debito pubblico, dei prodotti agricoli e dell’alta tecnologia statunitensi.

Non si era mai visto uno scontro tra due Paesi che sono il primo mercato (gli USA per la Cina) e il secondo creditore (la Cina per gli USA) l’uno dell’altro. Tuttavia anche gli altri conflitti post-Guerra Fredda nascondono spesso la stessa grande contraddizione: vedono contrapposti Stati fortemente vincolati da legami commerciali o produttivi. Su scala minore sono emblematici i casi del Venezuela di Nicolás Maduro, osteggiato da Washington (e sostenuto da Russia e Cina) pur avendo sempre avuto come primo cliente gli Stati Uniti; e dell’Iran, che in Medio Oriente sostiene regimi ostili all’Europa ma ha bisogno dello sbocco di mercato europeo per il suo petrolio. È l’eredità della globalizzazione, che negli anni ’90 scardinò chiusure e barriere, spostando competenze e capitali. Proprio per via di questi legami, oggi i conflitti combattuti con le armi riguardano pochi scenari: regioni per lo più marginali per l’economia mondiale, come nel caso palestinese, oppure Paesi che sono oggetto di una contesa tra grandi portatori di interesse, come nel caso della Libia.

Ma la situazione è comunque pericolosa. Se non altro perché, contestualmente alla crescita di questi conflitti, sta tramontando l’intero impianto multilaterale mondiale: dagli accordi commerciali alle azioni contro il cambiamento climatico, dalla mediazione per risolvere le guerre alla tutela dei diritti umani. È un gigantesco “liberi tutti” nel quale emergono quotidiane violazioni di ogni tipo di regola senza che si registri nemmeno una protesta formale. La lotta per la supremazia, oppure per la sopravvivenza, non ammette che si perda tempo a riflettere sulle conseguenze prodotte dal moltiplicarsi di autoritarismi e totalitarismi. E intanto la democrazia sta visibilmente arretrando, anno dopo anno.

È questa la grande differenza tra l’epoca della Guerra Fredda, quando i contendenti propugnavano due tipi diversi di democrazia, con mercato e senza mercato, e la situazione di oggi, in cui si lotta solo per il controllo del mercato, a prescindere da tutto il resto. Questa nuova Guerra Fredda senza ideologia sancisce il trionfo dell’economia, alla quale dagli anni ’90 è stato delegato ogni potere di indirizzo. Ma il mondo non è un’azienda, e il rischio per tutti è che i Paesi in gara per la supremazia sono armati fino ai denti.

 

Il voto in Spagna conferma una tendenza che buona parte della stampa non vuole considerare, soprattutto quando si parla di Europa. La delusione provocata dagli aspetti negativi della globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro all’aumento delle fragilità sociali sta spingendo l’elettorato medio occidentale su due binari, quello della mobilità e quello della radicalizzazione. Non si vota – se non marginalmente – su base ideologica, ma volta per volta si valuta l’offerta politica. Si premiano inoltre le estreme, a destra e a sinistra, ma anche quei partiti storici che riescono a rinverdire i loro principi fondativi. Democristiani, come quelli dell’Est, che siano fermamente ancorati ai valori tradizionali oppure socialisti, come quelli mediterranei, che si rivolgano a un elettorato popolare e non di soli ceti medi-alti. Negli Stati Uniti si scopre, o si riscopre, la parola socialismo, in Europa i socialisti che vincono sono quelli che guardano a sinistra e cercano di costruire alleanze larghe. Come in Portogallo, come sicuramente in Spagna e come in Grecia, dove Syriza è già di per sé un partito-coalizione in cui convivono diverse sensibilità. Con l’eccezione dell’Italia, nel Mediterraneo sta tornando il tempo della sinistra.

L’altra novità è a nord, dove si assiste a una forte crescita dei partiti verdi che hanno saputo rinnovarsi, mantenendo al centro dell’agenda l’ambiente ma non limitandosi al solo tema ambientale. In comune con le esperienze del Mediterraneo c’è il pragmatismo dei nuovi leader. Nessuno spacca il capello in quattro su aspetti ideologici, nessuno dice no senza offrire un’alternativa, tutti sono europeisti, tutti sanno che i diritti individuali sono solo una parte del capitolo dei diritti, che include anche quelli collettivi e sociali.

La stagione che si sta aprendo al di là dell’Atlantico ha molti punti in comune con quella europea e seppellirà quello che negli Stati Uniti chiamano “neoliberismo con diritti individuali”. Cioè la visione di una società frammentata dal punto di vista sociale, privatizzata nell’accesso ai servizi, polarizzata dal punto di vista del reddito, ma con la libertà di sposarsi tra persone dello stesso sesso o di non essere discriminati per motivi religiosi. Oggi la società sta chiedendo garanzie sui “fondamentali” che tengono unita una comunità: lavoro, casa, educazione, salute. Una risposta a questa domanda arriva dalla destra estrema, fino a ieri all’interno della destra moderata, ed è la vecchia ricetta che addossa le colpe a categorie precise (immigrati, minoranze). Un’altra risposta arriva da sinistra, con la riforma della fiscalità, il rilancio dei servizi pubblici, gli investimenti per la crescita dell’impiego. Nel primo caso, la violenza diventa inevitabile: violenza contro le persone e contro le regole della democrazia. Nel secondo caso, invece, i diritti acquisiti vengono tutelati e si evita lo scontro sociale.

I risultati di questi ultimi appuntamenti elettorali paiono confermare una tendenza verso le soluzioni riformiste e non autoritarie. In questo senso, il disastro politico provocato dalla Brexit nel Regno Unito ha avuto un impatto non indifferente sull’opinione pubblica. È stata la dimostrazione palese di quale sia il prezzo che si paga quando si sostengono proposte demagogiche, tra l’altro basate su falsità. Anche negli Stati Uniti l’elettorato che ha sostenuto Donald Trump sta riflettendo: non sono arrivate misure reali a favore dei bianchi impoveriti, bensì una riforma fiscale a favore dei più ricchi e delle corporation. I democratici sono stati scossi dall’ondata di sinistra portata da Bernie Sanders, che ha coagulato attorno a sé una nuova generazione di militanti giovani e fortemente spostati a sinistra.

È come se il tempo dei social media, manipolabili e manipolatori, quale veicolo principale della politica fosse in declino. Riprende forza, invece, il rapporto personale tra politica e cittadino, per discutere e tornare a credere che in democrazia è possibile stabilire nuove regole di convivenza, aggiornare le tutele sociali, ripensare il lavoro nel terzo millennio.

 

I fatti del Venezuela sono stati analizzati in ogni dettaglio praticamente da tutta la stampa internazionale. Per buona parte dei commentatori si tratta di una situazione spiegabile con le pesanti ingerenze delle potenze globali, in un Paese eterodiretto come se la Guerra Fredda non fosse mai finita. Per altri si tratta dell’ennesimo ritorno al passato in un continente che ha il copyright del termine golpe. Altri ancora sostengono che si tratta dell’ennesima puntata della guerra per il possesso del petrolio. In Venezuela c’è un po’ di tutto questo, ma c’è anche molto di più.

Anzitutto il Venezuela non è un Paese povero. O meglio, non lo era mai stato fino a poco tempo fa. In secondo luogo, è stato l’unico Paese sudamericano a sfuggire alle dittature militari degli anni ’70. E ancora, è stato il primo grande Paese occidentale nel quale si è verificato il crollo della politica tradizionale, quella basata sui pilastri democristiano e socialdemocratico, sepolta dai moti di piazza del caracazo del 1989 che costarono la vita a un numero imprecisato di civili, forse 4000, e aprirono la strada alla vittoria di un militare nazionalista e dichiaratamente di sinistra: Hugo Chávez, che divenne popolare per aver respinto l’ordine di sparare sulla folla. Il Venezuela bolivariano di Chávez, al potere dal 1999, fu un giocatore regionale di tutto rispetto sullo scenario degli anni 2000. Ebbe un ruolo importante nell’Opec, nel Mercosur e nell’affondamento dell’Alca, l’area di libero commercio delle Americhe voluta da George Bush. Tutti capisaldi storici di una stagione di profonde riforme economiche e sociali che cambiarono volto al Paese.

Quelle riforme furono conquistate in democrazia, perché in Venezuela non c’era mai stata una rivoluzione nel senso classico del termine. Aver dimenticato questo dato fondamentale, soprattutto dopo la scomparsa di Chávez, ha portato alla progressiva forzatura delle regole democratiche al fine di perpetuare un’esperienza che era nata dalle urne. Il contrario della storia sandinista in Nicaragua, Paese in cui la rivoluzione fu fatta con le armi e dove il governo rivoluzionario se ne andò in buon ordine dopo aver perso regolari elezioni.

L’opposizione venezuelana non ha mai contribuito a creare un clima di normalità nei rapporti con il governo, come si dovrebbe fare in democrazia. Anzi, pur essendo certificato il sostegno democratico a Chávez e al primo Maduro, la maggioranza dell’opposizione ha sempre considerato il governo una dittatura e i governanti degli usurpatori. Una “dittatura”, però, in cui l’opposizione poteva fare liberamente politica, e vincere anche le elezioni legislative del 2015. Una “dittatura comunista” che aveva come primo cliente gli Stati Uniti e non ha mai toccato le proprietà dei ricchi.

Ma anche questo ora è storia. Negli ultimi due anni la situazione è cambiata di nuovo, con arresti di oppositori, proclami golpisti, violenza dilagante e soprattutto un popolo sfiancato dalla miseria prodotta da scelte sbagliate. Quella venezuelana è insomma la crisi di un Paese che, dopo aver superato la transizione dalla prima alla seconda repubblica, è rimasto di nuovo intrappolato nell’incapacità della sua classe politica. Con l’aggravante della calata in massa di potenze globali e regionali che si contendono le sue spoglie. Nel 2015, dopo la vittoria delle opposizioni alle legislative, sarebbe stato doveroso aprire un dialogo tra le parti per trovare una modalità di coabitazione, ma i reciproci radicalismi, alimentati dai “soci” stranieri, hanno fatto fallire tutti i tentativi. Oggi, pur con tutta la comunità internazionale che a parole si dice preoccupata, il Venezuela è paradossalmente solo. È solo in mezzo a un collasso economico e sociale drammatico, e nemmeno il petrolio basterà a risollevarlo per molto tempo. Mentre gli sciacalli si accaniscono sulle sue spoglie, un popolo soffre, fugge o si arrangia come può, senza fare più caso alle partigianerie ideologiche, che difficilmente moltiplicano il pane.

 

Scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere, a proposito della società dei suoi tempi: «Le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano, ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». La sua celebre frase si può applicare perfettamente anche alla situazione odierna della comunità mondiale. Finita la Guerra Fredda, nell’ambito della quale il mondo ha vissuto per decenni un equilibrio basato su due superpotenze che contrapponendosi reggevano l’ordine globale, ne è seguita una transizione che sembra non concludersi più. Le velleità di chi puntava a un mondo unipolare sotto guida statunitense si sono infrante, come dimostrano decine di situazioni nelle quali Washington non solo non è stata in grado di garantire l’ordine ma ha finito con l’accrescere il caos. Al tempo stesso si è dimostrata non percorribile anche la via dell’ordine multipolare, altra teorizzazione nata nel post-Guerra Fredda, che immaginava un equilibrio garantito da più potenze globali e regionali. L’utopia che le Nazioni Unite, opportunamente riformate, potessero farsi portatrici di un nuovo ordine multi-bilaterale è stata abbandonata da tempo. Ora si parla di un nuovo bipolarismo tra Stati Uniti e Cina: ma anche questa evoluzione, che pure in sé ha aspetti positivi dal punto di vista della regolamentazione del commercio internazionale, non appare destinata a incidere minimamente sull’attuale disordine geopolitico.

Il mondo ora sta regredendo velocemente a uno stadio simile a quello che precedette la Seconda guerra mondiale, quando le potenze lottavano tra loro per espandersi territorialmente e conquistare aree d’influenza economica. Quel periodo si caratterizzava, come quello attuale, per la corsa al riarmo, il montare di ideologie sempre più nazionaliste e xenofobe e per l’abbandono della politica come strumento per risolvere i conflitti. Gli appetiti economici si traducevano in conflittualità tra nazioni, le difficoltà economiche venivano oscurate dalla caccia a minoranze etniche o religiose sulle quali si faceva ricadere ogni colpa. E la propaganda prendeva il posto dell’informazione per modellare alla bisogna la coscienza dei cittadini. Sappiamo tutti come finì quella pagina della storia mondiale, quali furono le conseguenze, quanto fu spaventoso quel bagno di sangue, eppure comincia a sfuggirci l’insegnamento fondamentale. Cioè che il mondo è come un condominio, magari litigioso, ma alla fine costretto a trovare un accordo sulle misure da prendere.

La dimensione globale dei nostri problemi, dalla pace alla sicurezza alimentare passando ovviamente per il cambiamento climatico, non permette divisioni. Non è possibile pacificare il Medio Oriente, combattere le cause delle moderne migrazioni, salvare gli oceani seguendo politiche nazionali contrapposte. Soprattutto, verificata l’inefficacia di vecchie e nuove potenze, corre l’obbligo di riaprire i canali della mediazione e della definizione di politiche comuni, restituendo ossigeno a quelle istituzioni che rappresentano l’intera umanità. Le uniche carte che oggi si possono giocare sono quelle della legalità: non è permesso violare i confini sovrani di uno Stato, non si possono annientare minoranze etniche o religiose, esiste un dovere di accoglienza dettato dal diritto internazionale nei confronti dei perseguitati. E vanno messe in atto politiche radicali per contenere il cambiamento climatico. Non c’è nemmeno bisogno di capire come fare: su tutti questi temi esistono già convenzioni e capitoli del diritto internazionale discussi e approvati da anni, quando non da decenni. Ma c’è qualcuno in grado di applicarli e di farli rispettare da solo? No. L’unica risorsa rimasta al mondo è proprio la riscoperta delle pagine già scritte e condivise in materia di diritti e di obblighi, finora raramente applicate. Una buona metà del lavoro è fatta, rimane la metà più difficile. La si potrà concretizzare solo se, anche in questo caso, si riuscirà a comporre una comunità di nazioni che mettano al primo punto l’interesse comune. Se ciò non accadrà, la deriva in corso produrrà solo tragedie.