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Nelle moderne analisi dei conflitti sui social, per lo più scritte da aspiranti strateghi, la guerra è tornata a essere un gigantesco Risiko. I conflitti vengono spiegati secondo teorie complottistiche di diversa natura, più o meno fantasiose, ma continuano a svolgersi su campi di battaglia reali, che sempre più spesso coincidono con le città. Sui media si assiste a una spettacolarizzazione dell’evento bellico in cui le vittime civili – solo quelle della propria parte, naturalmente – vengono usate a fini propagandistici. Questo accade non solo tra i gruppi belligeranti, cosa che rientrerebbe nella agghiacciante normalità della guerra, ma anche tra i “partigiani da tastiera” dell’una o dell’altra parte.

In Siria sono morti oltre 350.000 civili e circa 4 milioni di persone sono state costrette a fuggire altrove, ma si tratta di dati meno interessanti da commentare rispetto al duello a distanza tra Putin, Erdogan e Trump. In Venezuela, secondo l’ONU, è in corso la più grande crisi umanitaria verificatasi negli ultimi decenni in America Latina, ma sembra poca cosa rispetto alla guerra di propaganda incrociata tra i sostenitori di Guaidó e di Maduro. In Afghanistan il conflitto ha mietuto oltre 100.000 vite umane negli ultimi 15 anni, ma è un dettaglio rispetto al dibattito sul burka.

Ora è il turno della Libia, sconvolta dall’intervento Nato del 2011 contro Gheddafi. Ci spiegano che sono in ballo interessi petroliferi, ed è vero, e che dietro le varie forze in campo si celano l’Arabia Saudita e l’Isis, la Francia e l’Italia, ed è vero anche questo. Quello che nessuno racconta, però, è che da quasi dieci anni gli abitanti di un Paese un tempo relativamente prospero sono precipitati nella miseria e spesso rischiano la vita. E che in questo Stato fallito vivono in condizioni disumane oltre 700.000 immigrati da altri Paesi africani.

Il caso libico visto dall’Italia illustra il grado di cinismo imperante, che riduce la morte di un popolo a spettacolo elettorale. Fino a qualche giorno fa si raccontava la Libia come un Paese “dai porti sicuri”, oggi la capitale Tripoli è sotto assedio, e come in tutti gli ultimi conflitti presto si combatterà casa per casa e strada per strada: come è accaduto nelle scorse settimane a Baghouz in Siria, e prima a Baghdad o a Kabul. E saranno i civili a pagare il conto più salato, da tutti i punti di vista. Le moderne guerre, infatti, assomigliano sempre più alle guerriglie urbane degli anni ’70. Con la differenza che non si tratta di guerriglia bensì di conflitti in piena regola, che si svolgono tra le abitazioni senza che la popolazione sia stata evacuata. Per questo motivo, negli ultimi anni, il numero di vittime civili nei conflitti ha subito un’impennata spaventosa. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sottolinea che le guerre attualmente in corso nel mondo coinvolgono 120 milioni di persone, e che le crisi umanitarie stanno aumentando, colpendo un numero maggiore di persone rispetto a quanto accadeva nei decenni precedenti. Sempre più diffusa è l’arma dello stupro di massa, difficilmente perseguibile. Alla fine del 2018, a causa di questi fenomeni 70 milioni di esseri umani, il numero più alto mai registrato, sono stati sradicati dalle loro terre.

Nel gioco della guerra virtuale questi dati vengono cancellati. Spariscono i morti e vengono travisati i superstiti, come quando i profughi di guerra diventano generici “migranti” da respingere. Dei conflitti interessano solo i risvolti economici o politici, reali o immaginari. La parola pace non viene più pronunciata, sopravvive solo nell’Angelus della domenica di papa Francesco. La scomparsa di un forte movimento per la pace ha creato un grande vuoto. C’è bisogno di un nuovo movimento che si batta per superare le partigianerie e perché i conflitti si risolvano attraverso la politica e non con le armi. Lavorare per la pace oggi non va più di moda, ma quanto sarebbe utile riscoprire questo valore per provare a cambiare volto al mondo!

Pochi giorni fa una sentenza della Federal Court di San Francisco ha stabilito che la Bayer dovrà versare 80 milioni di dollari di risarcimento al coltivatore Andrew Herdeman, ammalatosi di cancro in seguito alla sua esposizione al diserbante Roundup, a base di glifosato. Il verdetto è destinato a riaprire il dossier sull’agricoltura OGM. La molecola del glifosato fu scoperta nel 1950, ma soltanto negli anni ’70 la multinazionale statunitense Monsanto cominciò a commercializzarla facendone la molecola fondamentale del Roundup, che divenne l’erbicida principe a livello mondiale. Soprattutto da quando il brevetto Monsanto è scaduto e anche altre aziende hanno cominciato a produrlo. Secondo studi indipendenti, le vendite mondiali del prodotto superano ormai le 800.000 tonnellate all’anno, per un valore di oltre 8 miliardi di dollari.

In Europa, il glifosato si commercializza non soltanto per uso agricolo ma anche come diserbante per giardini. Tuttavia il 49% di questo erbicida, classificato due anni fa dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabilmente cancerogeno”, viene utilizzato per irrorare i campi coltivati con sementi OGM. Questo perché le varietà geneticamente modificate, soprattutto la soia, vengono “progettate” in laboratorio per resistere al glifosato anche quando le piante sono già sviluppate. Ne deriva un uso dissennato del diserbante, praticamente durante tutto il ciclo vitale della pianta, con irrorazioni non solo manuali ma anche da aerei: in questo modo il diserbante viene sparso su superfici più vaste di quelle coltivate.

In Argentina, dove la soia OGM occupa ormai oltre il 60% delle superfici agricole, una legge di pochi anni fa vieta di spargere glifosato dal cielo a meno di 500 metri dai centri abitati. Una distanza ridicola per le fumigazione aeree, soprattutto in regioni ventose, come spesso accade in Argentina. I danni peggiori da glifosato vengono però dalla contaminazione delle falde acquifere. La presenza dell’erbicida viene rilevata in tutti gli acquedotti, con concentrazioni altissime nelle aree rurali, e nelle regioni in cui si usa intensivamente il glifosato gli studi non lasciano dubbi sulla maggior incidenza di tumori. Nella UE, la Commissione Europea continua a tentennare quando si tratta di vietarne l’uso.

Al netto della disputa scientifica sulla pericolosità del glifosato, la questione è anche politica. Il glifosato è indispensabile per l’agricoltura transgenica, e l’agricoltura transgenica è un’agricoltura senza contadini e senza biodiversità. Il modello OGM prevede infatti la coltivazione di una sola varietà per ogni specie, ha bisogno di vaste superfici da coltivare in modo intensivo e meccanizzato, richiede un abbondante uso di chimica e ingenti capitali per finanziare il ciclo produttivo. Già oggi l’agricoltura OGM produce derrate per il mercato alimentare e per l’allevamento e lo fa consumando gigantesche quantità di diserbanti, pesticidi e petrolio, con forti ricadute sull’ambiente e contribuendo al cambiamento climatico.

L’agricoltura OGM rende più poveri i terreni ed elimina la piccola e media produzione, mettendo così a rischio la sicurezza alimentare. Per questo motivo è sbagliato continuare la disputa scientifica sulla nocività degli OGM per l’organismo umano, finora mai dimostrata: sembra invece il caso di puntare sulla reale convenienza del modello OGM, soprattutto a lungo termine. L’agricoltura OGM non ha lo scopo di migliorare le condizioni dei più poveri, come auspicano gli scienziati favorevoli a questo modello, ma finisce solo con l’aumentare i profitti dell’agricoltura industriale, senza preoccuparsi del futuro dei terreni né della diversità agricola. L’agricoltura OGM è un’agricoltura senza agricoltori. E già solo questo dovrebbe fare riflettere.

 

 

Marzo è un mese funesto per la storia sudamericana. Il 24 marzo cade l’anniversario del golpe di Jorge Videla in Argentina: oggi è diventato il Giorno della Memoria per la verità e la giustizia, in onore delle vittime dei militari. Il 31 marzo è il giorno in cui fu compiuto il colpo di Stato brasiliano che segnò l’inizio di un ventennio di dittature militari. In Argentina il Giorno della Memoria non si tocca, almeno per ora, ma in Brasile il presidente Jair Bolsonaro ha per la prima volta autorizzato a ricordare in chiave celebrativa i fatti del 31 marzo 1964.

Per i Paesi sudamericani i colpi di Stato furono momenti drammatici: la frattura dell’ordine democratico portò a macroscopiche violazioni dei diritti umani. Eppure, a distanza di qualche decennio, la valenza negativa di quella stagione di dittature comincia a sfumare, probabilmente perché gran parte della popolazione sudamericana attuale è nata in tempo di democrazia, o comunque dopo le fasi più tragiche delle dittature. Ci si ricorda soltanto dell’“ordine” che i militari avevano imposto nella vita pubblica. Questa rimozione, o meglio questo fenomeno di memoria selettiva, si manifesta indipendentemente dalle caratteristiche politiche dei diversi regimi che – al di là del comune piano repressivo – avevano diverse visioni dell’economia e dello Stato. Ci furono dittature ultra-liberiste come quelle di Pinochet e Videla, ma anche governi militari nazionalisti, come quelli peruviani, boliviani e brasiliani. In Brasile, in particolare, la dittatura militare aveva una visione economico-politica che puntava a fare del Paese una potenza industriale regionale, con una forte partecipazione dello Stato nella gestione dei settori strategici. In politica estera i dittatori erano tutti alleati degli Stati Uniti in funzione anticomunista, ma anche sul piano internazionale si distinguevano progetti più o meno “sovranisti”.

Nel governo Bolsonaro siedono diversi esponenti provenienti dalle forze armate, alcuni in ruoli-chiave: addirittura alla vicepresidenza del Paese siede il generale Hamilton Mourão, erede politico dei militari che gestirono il potere per 20 anni. Ma si tratta di un’eredità parziale: la nostalgia per la dittatura che aleggia in Brasile riguarda solo gli aspetti repressivi, non sicuramente quelli programmatici. Le scelte di Bolsonaro non hanno nulla a che fare con le politiche economiche degli anni ’60: piuttosto, sono imparentate con la scuola di Chicago, dalla quale proviene il ministro dell’economia Paulo Guedes.

Gli elettori hanno votato Bolsonaro per la sua promessa di pugno di ferro, per la proposta di liberalizzare il possesso di armi per l’autodifesa. Ma non gradiscono certo il taglio delle pensioni e del welfare, né la privatizzazione delle risorse petrolifere. È questa la magia compiuta dalla comunicazione dei presidenti cosiddetti “anomali” ascesi al potere negli ultimi anni: con un sapiente uso dei social media hanno calcato la mano sulle proposte choc in materia di sicurezza, oscurando in questo modo tutti gli altri piani sociali ed economici. Questo non è accaduto solo in Sudamerica. La campagna martellante di Trump contro l’immigrazione e per la costruzione del muro al confine con il Messico ha oscurato presso l’opinione pubblica la più profonda riforma fiscale compiuta negli ultimi anni a favore delle grandi corporation e dei segmenti più ricchi della società. In Ungheria, la politica di “zero immigrazione” portata avanti da Viktor Orbán ha avuto come corollario una riforma del lavoro che impone straordinari obbligatori ai lavoratori, i quali però potranno incassare il compenso con tre anni di ritardo.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima: i politici che lisciano il pelo ai popoli, creando l’illusione che per avere qualcosa sia sufficiente volerla, hanno sempre finito per imporre politiche da lacrime e sangue. Nel frattempo si erode la democrazia, si calpesta la libertà di stampa, si alimenta la guerra tra i poveri. Questo schema, semplice ed efficace, è agevolato dal ruolo dei social media. Un tempo i populismi dovevano riempire le piazze: ora basta riempire il web di tweet, l’effetto è lo stesso. La democrazia oggi appare fragile più che mai, non può sopportare scossoni troppo forti, ma ha ancora il pregio di tutelare tutti. E permette di produrre cambiamenti anche profondi, raccogliendo consenso nel rispetto delle regole del gioco. Per sua natura, la democrazia ha bisogno di tempo: chi promette tutto e subito ha in mente un progetto autoritario. E di sicuro non farà gli interessi di quel popolo che pure lo acclama.

 

Umberto Eco è stato il più grande analista, nei suoi saggi e attraverso i suoi romanzi, delle bufale costruite ad arte per essere usate come strumento di lotta politica. O peggio, per giustificare la discriminazione e l’eliminazione di minoranze etniche o religiose. Nel suo romanzo Il cimitero di Praga svelava la trama ideata dalla polizia segreta dello zar di Russia per creare consenso attorno ai pogrom contro gli ebrei, basata sui Protocolli dei Savi di Sion. Clamoroso falso storico, i Protocolli raccontano che un gruppo di potenti banchieri ebrei si sarebbe riunito nella cittadina svizzera di Sion per condividere un piano allo scopo di conquistare il mondo. È la “teoria del complotto” che funestamente ha fatto più strada, citata anche da Adolf Hitler e, più recentemente, da un senatore italiano. Ma non è certo l’unica.

Oggi vanno per la maggiore altre due teorie complottiste: quella del Gruppo Bilderberg, secondo la quale massoni e banchieri si sarebbero dati un piano per dominare il mondo, e quella della sostituzione etnica, attribuita al filosofo austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, aristocratico paneuropeista vissuto tra il 1894 e il 1972. I complottisti hanno individuato negli scritti di Kalergi un passaggio che, secondo loro, nasconderebbe un piano finalizzato a sostituire la popolazione autoctona europea con immigrati africani e asiatici. Ovviamente si tratta di una lettura totalmente campata in aria del complesso lavoro del filosofo, che fu un attento osservatore della società dei suoi tempi. In nome della lotta a questa presunta “ideologia della sostituzione”, molto citata nell’ambito del cosiddetto sovranismo in Europa come negli Stati Uniti, si sono verificati diversi attacchi criminali contro immigrati non bianchi e di religione islamica. È il caso della recente strage di Christchurch, in Nuova Zelanda. Ma la lotta contro il piano Kalergi era anche una delle “motivazioni” del massacro di Utøya del 2011, in Norvegia, che fece 69 vittime tra i giovani militanti del Partito Laburista, considerato parte di quel fantomatico complotto.

Ma è possibile credere a un complotto che mira a sostituire la popolazione bianca con immigrati neri? È già ridicolo porre la domanda. Tuttavia, andando indietro nella storia, si possono trovare diversi casi, anche macroscopici, di sostituzione etnica. Furono compiuti nel lungo e drammatico processo di colonizzazione del mondo da parte delle potenze europee, a partire dal XV secolo, calpestando i diritti alla terra e alla vita di popolazioni native. Quello più clamoroso fu l’eliminazione delle popolazioni autoctone delle Americhe, “sostituite” da coloni bianchi e schiavi africani. Non meno importante fu la colonizzazione britannica dell’Australia e della Nuova Zelanda: le popolazioni aborigene e polinesiane furono private dei diritti, espropriate della loro terra  e spesso ridotte demograficamente ai minimi termini da milioni di coloni portati dall’Europa. Ed è questo il paradosso del piano Kalergi: il gruppo  umano che oggi combatte anche attraverso le stragi l’idea di una sostituzione etnica, cioè i bianchi di origine europea, discende da coloro che si sono macchiati delle più massicce e violente sostituzioni etniche della storia.

A differenza di quanto accade nel caso del fondamentalismo religioso, qui non esiste quel fossato ideologico che separa le minoranze criminali dalle istituzioni e dalla massa dei fedeli. Terroristi e rispettabili politici che citano il piano Kalergi credono esattamente nelle stesse cose. E questo si può facilmente constatare nelle dichiarazioni dei politici sovranisti, dal Senato australiano fino al Viminale a Roma, che davanti alla strage in Nuova Zelanda hanno affermato che il rischio reale resta sempre l’integralismo islamico. Questo accade perché il complottismo è stato sdoganato come ideologia: nessun fatto di sangue può modificare la narrazione che vede tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Questa lettura binaria della realtà, che da sempre serve da collante ai terroristi, diventa pericolosissima quando viene adottata dalla politica, perché giustifica, minimizza, derubrica fatti di enorme gravità, creando addirittura consenso sociale verso chi uccide.

Oggi avremmo bisogno di tanti intellettuali come Umberto Eco per spiegare il riproporsi di un meccanismo che, partendo da fatti inesistenti, ha generato nel secolo scorso ideologie responsabili dello sterminio di milioni di persone. Davanti alle bufale che veicolano la negazione della vita umana, nessuna giustificazione va accettata e nessun ragionamento può essere condiviso.

 

La tragedia del Boeing dell’Ethiopian Airlines precipitato ad Addis Abeba ha obbligato le fabbriche della disinformazione a stabilire una tregua nell’attacco alle Ong. La morte degli otto italiani quasi tutti impegnati nella solidarietà internazionale ha ricordato all’opinione pubblica che, malgrado le polemiche e la delegittimazione ai danni delle organizzazioni non governative, le stesse continuano a operare per costruire percorsi virtuosi per l’uscita dalla povertà, per combattere il cambiamento climatico, assistere e integrare i migranti, costruire modelli di sviluppo sostenibile. Così fanno da oltre 50 anni, spesso anticipando soluzioni destinate a essere riprese dalla comunità internazionale e dal mercato, che si tratti di tecnologie appropriate ai diversi contesti, del microcredito, del commercio equo e solidale o del risparmio energetico. E lo stesso si può dire per i valori, a partire dalla salvaguardia dei diritti di donne, bambini, minoranze etniche e religiose.

Storicamente sono state queste intuizioni, insieme al lavoro delle persone impegnate sul campo, spesso a rischio della propria incolumità, a far guadagnare alle Ong il rispetto di cui hanno sempre goduto. La cultura non governativa si è rafforzata e ha influenzato il dibattito multilaterale sui temi globali, con l’elaborazione di nuove strategie, la preparazione di report indipendenti e di statistiche utili per chi vuole capire i grandi problemi del presente e del futuro. È stata apprezzata per l’approccio pragmatico, che facilita il confronto – anche polemico – con la politica per raggiungere obiettivi ambiziosi. Ma negli ultimi tempi qualcosa si è inceppato. L’agenda delle Ong ha cominciato a essere criticata nei Paesi in cui si verificavano virate verso il totalitarismo. Dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan, passando per il Messico dei narcos e le Filippine di Duterte, le organizzazioni non governative hanno cominciato a dare fastidio, e molto. Libertà di stampa, diritto alla difesa di fronte alla giustizia, diritti delle donne e delle minoranze sono diventati temi tabù in Stati governati col pugno di ferro.

Ma non solo. Anche nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti l’assistenza dei richiedenti asilo e la difesa dei loro diritti, l’impegno per una società integrata e inclusiva diventavano sempre più caldi. Nell’Italia gialloverde, nell’Ungheria di Viktor Orbán, negli Stati Uniti di Donald Trump. E si arriva quindi alle campagne mediatiche sui social in cui si equiparano le Ong ai trafficanti di persone, ai nuovi schiavisti, alle mafie. Una campagna di menzogne e veleni che un risultato concreto lo ha ottenuto: il calo delle donazioni dei cittadini, testimonianza del fatto che è stato raggiunto l’obiettivo di infrangere quell’immagine positiva costruita negli anni.

Ma la tragica scomparsa di Pilar Buzzetti, Virginia Chimenti, Paolo Dieci, Rosemary Mumbi, Matteo Ravasio, Carlo Spini e Gabriella Viggiani ci riporta oggi alla realtà. Stavano andando al vertice sui cambiamenti climatici dell’ONU, a verificare la costruzione di pozzi in Kenya e lo sviluppo di progetti in Somalia: ciascuno di loro era su quel volo maledetto per compiere una missione. Che non era quella dell’usurato, mai realizzato slogan “aiutiamoli a casa loro”, quanto piuttosto del “cooperiamo insieme per rendere il mondo migliore per tutti”. Perché la sfida dello sviluppo e della costruzione di una società globale più equa si affronta insieme, insegnando e imparando. È questa la filosofia delle Ong sotto attacco da parte di chi, invece, cerca consensi creando l’illusione che le sfide globali si possano risolvere chiudendosi, dividendosi, distinguendo sempre tra “noi” e “loro”.

Se le Ong sono finite alla gogna mediatica è perché non si sono mai piegate al potere. Il loro lavoro è la traduzione concreta delle aspirazioni di una parte importante della società civile e dell’opinione pubblica, che non sempre coincide con i governi. Quando, alla fine di questa ubriacatura che sta rendendo il mondo meno sicuro e più ingiusto, si cercheranno risposte, i principi delle Ong saranno gli unici rimasti sul tavolo: le sfide globali si risolvono con la cooperazione, non con il conflitto. E men che meno con le guerre tra i poveri.

 

Il Myanmar, il Paese che fino a qualche anno fa si chiamava Birmania, è impegnato in una transizione “pilotata” verso la democrazia. Da un certo punto di vista questo processo ricorda molto la transizione cilena, quando era il dittatore Pinochet a dettare tempi e regole, con i senatori di nomina militare e con il divieto di aprire procedimenti legali per i crimini commessi dalla dittatura. Le somiglianze però finiscono qui, perché dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi la politica birmana è stata costantemente in bilico tra democrazia e dittatura. I militari hanno a lungo gestito traffici di eroina e di esseri umani, hanno utilizzato i prigionieri politici come manodopera forzata e sono sopravvissuti alle sanzioni e all’embargo imposto dai Paesi occidentali grazie all’aiuto prezioso di Pechino.

Lo stesso schema pare ripetersi ora, dopo la strage e la deportazione della minoranza Rohingya dello Stato Rakhine, nell’Ovest del Paese. Popolo di religione musulmana, probabilmente originario del Bangladesh, i Rohingya non sono mai stati riconosciuti come minoranza etnica birmana (e sono ben 135 le minoranze “ufficiali”), dunque sono senza cittadinanza. Tra il 2016 e il 2017 la repressione nei loro confronti ha causato un numero imprecisato di vittime, forse 4000, e circa 600.000 profughi riparati in Bangladesh. Questa strage con deportazione è stata aspramente criticata in Occidente. Molti hanno attribuito la responsabilità direttamente ad Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991 e vincitrice delle elezioni del 2015, che in effetti è stata molto ambigua sul tema.

Visto dalla Birmania, il pogrom contro i Rohingya non appare determinato da motivi religiosi – ci sono infatti altre etnie islamiche che vivono pacificamente nel Paese – e risulta avere un altissimo livello di consenso popolare. Questo perché i Rohingya sono considerati dei “poco di buono”, degli stranieri che non lavorano e rubacchiano, e soprattutto perché tra di loro erano nate formazioni armate che, per quanto insignificanti, sono state subito etichettate come gruppi terroristici. I Rohingya come i Rom in Europa, ha detto qualcuno. Ma non è tutto. Questa vicenda ha dimostrato al mondo, e soprattutto ai birmani, chi comanda ancora nel Paese. Per evitare il bagno di sangue ci sono state diverse riunioni riservate tra Aung San Suu Kyi, che ha assunto il ruolo di “presidente ombra” del Myanmar, e i militari. Riunioni che però non hanno scalfito la decisione dei vertici dell’esercito di “dare una lezione” a quella minoranza considerata straniera.

Si è trattato di un’operazione studiata a tavolino per mantenere alto il livello di consenso dei militari nel Paese. Sono sempre loro, anche se ormai ufficialmente fuori dal gioco politico, a gestire il potere. La crisi umanitaria determinata dall’espulsione dei Rohingya ha isolato il Myanmar, che sta registrando un calo del 30% degli arrivi turistici occidentali, con potenziali danni per l’economia. Parallelamente, però, la Cina ha raddoppiato i suoi investimenti in questo Paese, con il quale condivide una lunga frontiera. La presenza dei turisti e degli imprenditori cinesi è molto visibile sul territorio: ieri come oggi, alla Cina non interessa se a governare è un presidente eletto o un dittatore, e men che meno a Pechino ci si preoccupa per la salute delle minoranze etniche. Purtroppo, ancora una volta la Cina si dimostra un sostegno per i regimi autoritari, tanto in Asia quanto in Africa e America Latina.

Questo avvicinamento alla Cina, ormai obbligato da parte birmana, provoca ulteriori arretramenti sulla strada verso una democrazia piena. Grazie a Pechino, in Myanmar si respira comunque aria di boom economico, con lo sviluppo dell’agricoltura, del settore minerario e perfino dei servizi turistici, spesso con pesanti ricadute sull’ambiente. Abbandonare il Paese al suo destino, senza sostenere l’affermazione della democrazia e il rispetto dei diritti delle minoranze, sarebbe l’ennesimo errore della politica dell’Occidente, sempre attento a isolare i regimi tranne nei casi – invero numerosi – in cui i regimi condividono i suoi stessi interessi strategici o economici.

 

Non è mai stata lineare la politica delle potenze, anzi. Quasi sempre dietro l’ostilità tra Paesi antagonisti si nasconde un negoziato in cui si cerca di definire un ordine regionale, se non mondiale. Uno dei bersagli di Donald Trump in campagna elettorale è stata la Cina, che vanta un gigantesco surplus commerciale con Washington. Una situazione inaccettabile per l’inquilino della Casa Bianca, il quale vorrebbe indurre Pechino a comprare di più negli Stati Uniti attraverso la minaccia di introdurre dazi sull’export cinese. Ma le minacce hanno preoccupato solo fino a un certo punto i cinesi, che nel 2018 hanno maturato il record storico di 323 miliardi di dollari di attivo nel commercio con gli USA. Una buona fetta di questo surplus torna però negli Stati Uniti, tramite l’acquisto di buoni del Tesoro emessi da Washington. Pur avendo venduto buona parte dei titoli statunitensi in suo possesso, la Cina rimane il secondo possessore straniero di debito pubblico americano (subito dopo il Giappone), per un ammontare di 1.600 miliardi di dollari.

È questa la grande novità del nuovo ordine bipolare tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta di potenze antagoniste sul piano dell’approccio al mercato né di due contendenti di pari potere bellico, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda tra USA e URSS. I due Paesi sono invece profondamente integrati a livello di mercato e di produzione. Hanno solidi legami che possono essere ridiscussi, ma che non è possibile spezzare bruscamente. Da questo punto di vista Trump sta riscuotendo un grande successo. Sicuramente otterrà lo stop della svalutazione competitiva dello yuan, un maggiore rispetto dei brevetti industriali e nuove regole per facilitare lo sbarco di imprese statunitensi in Cina. E il surplus commerciale cinese probabilmente si ridimensionerà. Ma anche per la Cina, alla fine, l’accordo sarà interessante: Pechino avrà assicurata una maggiore stabilità economica in un momento di rallentamento della crescita e vedrà confermato il suo ruolo di potenza globale, pur se comprimaria degli Stati Uniti. La linea pare essere non più guerre commerciali ma una gestione condivisa dell’economia di mercato globale.

Il terzo soggetto di questa storia è l’Europa, socio preferenziale degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La centralità che finora Washington ha attribuito alla partnership con l’Unione Europea sta venendo rapidamente meno, e la vittima designata dell’accordo USA-Cina potrebbe essere proprio la prima potenza del Vecchio Continente: la Germania, che rischia di vedersi applicare dazi del 25% sulle automobili esportate negli USA, attualmente tassate al 5%. La motivazione di questo “avvertimento”, e cioè che le auto europee sarebbero una «minaccia per la sicurezza nazionale», ha letteralmente scioccato il governo di Berlino. L’Unione Europea rischia così di diventare un vaso di coccio, stretta fra le due superpotenze, divisa all’interno e con giganteschi punti interrogativi sul suo futuro dopo la Brexit. A Washington, quando si tratta di scegliere i partner, sanno leggere le statistiche. L’Unione Europea che nel 1990 produceva il 23% del PIL mondiale oggi è scesa al 15%, la Cina intanto è salita dall’1,60% al 15,5% del PIL mondiale.

L’epoca della centralità dell’Atlantico nell’economia mondiale, durata oltre quattro secoli, si sta dunque esaurendo definitivamente. E il Pacifico è il nuovo Atlantico, o se si preferisce il nuovo Mediterraneo. La diarchia Stati Uniti-Cina sta cominciando a imporre un ordine mondiale, dopo i decenni di caos dovuti al vuoto lasciato dalla fine dell’URSS. Un ordine con due soci che in teoria potrebbero anche farsi reciprocamente del male, ma che hanno tutto l’interesse perché vi sia un clima favorevole agli affari. E ciascuno dei due sa che, per fare affari, è necessario che anche l’altro goda di buona salute.

Per l’Europa sta suonando l’ultima chiamata. L’unica, ormai remota possibilità di salvaguardare qualcosa della centralità del passato dipende dalla solidità di ciò che l’Unione Europea saprà costruire insieme. Il rompete le righe che molti auspicano sarebbe il regalo più gradito per la nuova coppia di soci globali.

 

President Donald Trump talks with Chinese President Xi Jinping, with their wives, first lady Melania Trump and Chinese first lady Peng Liyuan as they pose for photographers before dinner at Mar-a-Lago, Thursday, April 6, 2017, in Palm Beach, Fla. (AP Photo/Alex Brandon)

La crisi economica iniziata nel 2008 sta confermando alcuni concetti fondamentali che già era possibile intuire molto tempo fa. Un mondo deregolamentato è facile preda di interessi economici che si fanno man mano più forti, perché è lo stesso potere economico a fornire l’impalcatura sulla quale si articolano i cambiamenti che investono le società. La cosiddetta rivoluzione smart ha modificato abitudini consolidate e posto problemi dei quali è difficile intravedere le soluzioni. Alla liberalizzazione del lavoro, con le società spaccate tra gli over 40, in buona parte ancora tutelati dalle vecchie regole, e i giovani senza orizzonti lavorativi, farà seguito il calo del fabbisogno di manodopera per via della robotizzazione.

Intanto sono state autorizzate le cosiddette ottimizzazioni fiscali, che hanno diviso il mondo del commercio e della produzione tra chi è sottoposto alla giurisdizione dei sistemi fiscali nazionali e chi, invece, riesce a evadere l’obbligo contributivo. Un tempo l’evasione fiscale era identificata con il piccolo commerciante o artigiano, oggi viene praticata su scala mondiale dai grandi gruppi multinazionali che operano e vendono ovunque, ma non pagano le tasse da nessuna parte. Le cifre che circolano sulle imposte non versate da uno solo dei giganti del web o dell’e-commerce sono di gran lunga superiori a quello che potrebbero evadere tutti gli idraulici del mondo.

Anche il consumatore sta cambiando, con innovazioni che tendono a isolarlo rendendo più difficile la socializzazione: dalle casse automatiche nei supermercati ai fattorini che consegnano qualsiasi cosa a domicilio 24 ore al giorno. Uomini e donne sono sempre più soli e sempre più impauriti, perché il richiudersi nella propria bolla, tra persone che la pensano tutte nello stesso modo, come accade nei social network, senza più frequentare nemmeno la pizzeria aumenta le distanze. Distanze dal confronto, dall’ascolto dell’altra campana, da tutte quelle persone che non sono esattamente come te.

Questa situazione che si sta consolidando in Occidente (e non solo) anticipa il mondo che verrà, e che alla fine non sarà così diverso da molti scenari prefigurati dalla letteratura fantascientifica: società suddivise in “isole” di persone, accomunate dallo stesso potere d’acquisto e dagli stessi gusti, per scelta o per necessità. Le bolle che si stanno creando riguardano la società tutta. Alla cultura dei ricchi si contrappone la cultura dei poveri. Se i media parlano di viaggi in luoghi esotici, se le proposte di alberghi partono da 500 euro a notte, se quando si parla di automobili si pensa come minimo al fuoristrada, se si pubblicizzano orologi da 2000 euro in su… è un costante suggerire alla maggioranza, a chi di fatto non potrà mai accedere a simili consumi, che esiste un altro mondo possibile, capovolgendo il celebre slogan di Porto Alegre. Un mondo da sogno il cui biglietto d’ingresso si vince alla nascita, oppure lo si può staccare se si ha una grande dose di fortuna. Ma, siccome i fortunati sono meno dello 0,1% della popolazione mondiale, i sogni sono destinati a infrangersi mentre le diseguaglianze continueranno a crescere.

In questi anni mediocri, la politica non ha saputo proporre nulla di efficace e attraente per tamponare la frammentazione sociale. Si è accontentata del mantenimento dello status quo, senza disturbare più di tanto il manovratore. La stagione delle riforme progressive, cioè intese a promuovere il progresso e l’inclusione, per ora sono archiviate. Invece si attuano riforme regressive, cioè quelle che tolgono diritti acquisiti o che li negano a categorie crescenti di persone. Una situazione prerivoluzionaria, si potrebbe dire. Ma all’orizzonte non si vedono grandi sconvolgimenti. Mancano due condizioni essenziali: il ritrovarsi in un progetto di cambiamento insieme a chi vive i tuoi stessi problemi e l’individuazione dell’antagonista. È vero che siamo tutti sulla stessa barca, come insistentemente ci suggeriscono gli spot, ma uno solo è il proprietario. Tutti gli altri sono ciurma.

 

 

 

 

L’autobomba che il 17 gennaio  ha provocato 21 vittime all’ingresso dalla Scuola di Polizia di Bogotá, in Colombia, ha fatto ripiombare il Paese nei tempi bui della lunga guerra civile, che si sperava fosse ormai superata. Responsabile sarebbe l’Esercito di Liberazione Nazionale, che qualche giorno più tardi ha rivendicato l’attentato: si tratta dell’unico gruppo di guerriglia ancora attivo, dopo che le FARC, ormai diventate forza politica democratica, hanno firmato un accordo di pace. Intanto, all’Avana, lo stesso Esercito di Liberazione Nazionale sta conducendo un negoziato con il governo colombiano per raggiungere un cessate il fuoco.

Quasi nelle stesse ore esplodeva un’autobomba vicino al tribunale di Derry, città dell’Irlanda del Nord nota per la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro i manifestanti irlandesi colpendo a morte 14 persone, tra le quali 6 minorenni. Per fortuna questa volta non ci sono state vittime. A compiere l’attentato sarebbe stata la “nuova IRA”, una formazione dissidente dall’antico gruppo irredentista irlandese, non più operativo dal 2010. Sono segnali in controtendenza, che riaccendono focolai di tensione in realtà mai sopiti del tutto.

La “giustificazione”, si fa per dire, di questo genere di terrorismo è legata ai fallimenti della politica: al fatto che il governo colombiano, di estrema destra, non ha manifestato la volontà di concludere un accordo di pace e alle incognite che la Brexit pone sul futuro delle due Irlande. Non si tratta degli unici casi: in giro per il pianeta esistono diversi episodi di ribellione armata, tutti però sempre più lontani da obiettivi comprensibili. Anche perché il mondo della lotta armata tradizionale non esiste più. I gruppi storici superstiti, così come quelli nati negli ultimi anni, sono fortemente inquinati da connivenze con la criminalità, o addirittura risultano direttamente coinvolti nella gestione di affari loschi, come la vendita di droga, pietre preziose e legname di provenienza illecita. Altro filone di lotta armata è quello della galassia jihadista, collegata economicamente e politicamente con i peggiori regimi della Terra. Non che la politica tradizionale sia estranea a “frequentazioni pericolose”, anzi: ma nel caso di gruppi che rivendicano l’uso di strategie terroristiche tutto diventa ancora più fumoso e incomprensibile.

Lo storico conflitto irlandese presentava indubbiamente elementi di lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione inglese, così come quello colombiano nacque nell’ambito della lotta tra latifondisti e contadini per il possesso della terra. Resta un mistero quale possa essere oggi l’utilità di attentati contro i simboli dello Stato per dirimere la questione Brexit o per accelerare un accordo di pace già in discussione. Ed è così che questi gruppi residui di lotta armata, ai quali vanno aggiunte anche alcune bande ribelli delle FARC in Colombia, di Sendero Luminoso in Perù e dell’ETA in Spagna, si rivelano perfetti per essere manipolati da quello stesso potere che dicono di voler combattere. Per la destra colombiana e per gli unionisti irlandesi sono una manna dal cielo, perché in un caso favoriscono ulteriori svolte repressive contro qualsiasi forma di dissidenza, nell’altro giustificano l’ombrello protettivo di Londra.

Non c’è nulla di romantico né di condivisibile nell’azione di queste schegge di gruppi rivoluzionari sopravvissute alla Guerra Fredda. Sono solo burattini in un gioco più grande, in mano ai poteri forti o agli Stati, che li usano o se ne liberano secondo i bisogni del momento. Rappresentano però anche un segnale di allarme sull’ulteriore deterioramento della democrazia, praticata nel mondo da un numero sempre minore di Paesi e picconata quotidianamente dall’interno. Il terrorismo scuote fortemente l’albero della democrazia perché, oltre alla risposta repressiva, obbliga a trovare una risposta politica. Quando la democrazia non è più in grado di proporre nulla per riformare il mondo e si accontenta dell’esistente, si apre la stagione della demagogia e del populismo: anche di quello armato.

 

Era inevitabile che la concorrenza tra i produttori di gas prima o poi coinvolgesse l’Europa, il primo mercato acquirente mondiale. Meno scontato che da un lato ci fosse la Russia, storico fornitore di metano via gasdotto, e dall’altra gli Stati Uniti, che fino a pochi anni fa erano a malapena autosufficienti. A mescolare le carte è stata la rivoluzione dello shale gas, e cioè di quel gas che si presenta intrappolato nelle argille anziché in giacimenti “convenzionali”: grazie alla scoperta di giganteschi giacimenti di questo genere nelle pianure centrali degli States, e all’adozione di nuove tecniche di sfruttamento soprassedendo sulle gravi ricadute negative per l’ambiente, Washington è diventata una potenza esportatrice di energia fossile.

Oggi negli Stati Uniti si estrae più petrolio che in Arabia Saudita e più gas che in Russia. Questo boom ha portato, tre anni fa, alla cancellazione del divieto di esportare petrolio e gas: una limitazione che risaliva ai tempi in cui il Paese era fortemente dipendente dall’importazione di fonti energetiche estere. Per gli esportatori statunitensi, tutte imprese private, si è così posto il problema del trasporto del gas via mare, e dunque della sua liquefazione. Gli impianti per liquefazione si sono già moltiplicati in Louisiana, Texas e Maryland, mentre diversi altri sono in cantiere.

Nell’Unione Europea invece la produzione è in declino e il continente è sempre più dipendente dalle importazioni. Gli acquisti sul mercato statunitense finora sono rimasti minimi: solo l’equivalente di 3 miliardi di metri cubi nel 2017, a fronte di un consumo di circa 500 miliardi. La Russia, attraverso il gigante Gazprom, da sola fornisce 200 miliardi di metri cubi, oltre il 40% del consumo europeo. La dipendenza dalla Russia è figlia delle leggi del mercato e non è certo dovuta alla mancanza di impianti di rigassificazione, anzi: i quasi 30 impianti europei vengono usati in media solo al 25% della loro capacità. Il gas statunitense sta infatti dirigendosi prevalentemente in Messico e in Asia, dove spunta prezzi migliori rispetto a quelli che potrebbe ottenere nel Vecchio Continente, che ha molte alternative a disposizione. Perciò le pressioni di Donald Trump affinché i Paesi europei aumentino le importazioni di shale gas made in USA cadono nel vuoto. Quello delle fonti energetiche è un mercato di operatori privati, che non hanno convenienza a fare sconti: gli europei non sono disposti a comprare a un prezzo più alto rispetto a quello offerto dai concorrenti. L’offensiva del gas, con la quale Washington vorrebbe controbilanciare la presenza russa, crolla proprio davanti alla politica dei prezzi, sulla quale non ci sono strumenti di intervento.

Gli unici Paesi che hanno dato segnali positivi agli Stati Uniti lo hanno fatto per motivi geopolitici e non economici. La Germania sta costruendo un terminal di rigassificazione che non è giustificato dall’andamento del mercato, ma è una risposta a Trump che ha accusato Berlino di essere sotto il controllo di Mosca dal punto di vista energetico. Poi ci sono Lituania e Polonia, che storicamente dipendevano al 100% dal metano russo e puntano a crearsi un’alternativa.

Più interessante è l’impatto che lo sbarco statunitense sul mercato europeo del gas ha avuto sulla politica dei prezzi dei fornitori storici. Russia, Algeria e Norvegia hanno rivisto le loro politiche, finora quasi da monopoliste, per venire incontro ad alcune richieste dei clienti, per esempio la fine dell’indicizzazione dei prezzi del gas al costo del petrolio. Dunque per l’Europa la concorrenza energetica rappresenta sicuramente un vantaggio, mentre per gli Stati Uniti è un buco nell’acqua: anziché penetrare nel mercato più ricco del mondo, hanno stimolato i Paesi concorrenti a migliorare la loro offerta. L’idea di Donald Trump, e cioè che le questioni geopolitiche potessero pesare più di quelle economiche, si è dimostrata solo un’illusione: è l’ennesima constatazione dell’allontanamento progressivo degli USA dall’Europa, al quale fa da contraltare un avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Oriente. Dopo 500 anni di protagonismo, l’Atlantico sta progressivamente perdendo la sua centralità a vantaggio del Pacifico.