Archivio per la categoria ‘America Latina’

Le elezioni presidenziali 2014 in Brasile saranno ricordate non soltanto perché le due candidate con chance di vittoria sono entrambe donne – la presidente in carica Dilma Rousseff e l’ex ministro dell’Ambiente del Governo Lula, Marina Silva – ma anche perché, al di là del risultato, scrivono una nuova pagina della storia latinoamericana. Una pagina che si inserisce in un capitolo iniziato di recente: quello dell’“ascensore” sociale e politico che, dopo secoli e secoli in cui è rimasto inchiodato al piano dei discendenti dei conquistatori e delle oligarchie terriere e industriali, ha finalmente cominciato a muoversi.

La candidata ambientalista Marina Silva, alleata dei socialisti, ha sul piano personale molto più in comune con Lula che con Dilma Rousseff. Dilma, che è stata guerrigliera, detenuta e torturata dai militari, appartiene alla classe medio-alta di Belo Horizonte ed è figlia di un immigrato europeo. Lula apparteneva invece al popolo del profondo Nordest, la regione più povera del Brasile. Cresciuto insieme ad altri 7 fratelli dalla madre sola, emigrò verso São Paolo dove da bambino vendeva arance per strada per poi diventare operaio metalmeccanico, sindacalista e leader politico.

La vita di Marina Silva è ancora più incredibile rispetto ai “canoni del potere” ai quali siamo abituati. Figlia di una coppia di afroamericani che vivevano in una baraccopoli su palafitte nello Stato dell’Acre, nel cuore dell’Amazzonia, è una dei 3 fratelli su 11 a superare l’infanzia. Un’infanzia segnata da privazioni e malattie: epatite, malaria, avvelenamento da piombo. Analfabeta fino a 16 anni, viene accolta in un collegio di suore e il suo primo lavoro è quello di donna delle pulizie. Poi la laurea in Storia, la passione per l’ambiente, la fondazione del Sindacato di raccoglitori di caucciù insieme a uno dei martiri della lotta ambientalista mondiale, Chico Mendes. Infine il Partito dei Lavoratori e il ruolo di Ministro dell’Ambiente nel primo Governo Lula, fino alla rottura politica e alla sua corsa solitaria.

Una biografia davvero fuori dal normale, che perfino la penna di un romanziere avrebbe faticato a immaginare. Un “miracolo” in un Paese che crede sinceramente ai miracoli. E la dimostrazione che l’ordine sociale del vecchio sistema coloniale, sopravvissuto per oltre un secolo dopo l’indipendenza, alla fine della Guerra Fredda si è spezzato. A partire degli anni ’90 del secolo scorso, in America Latina sono arrivati al governo ex guerriglieri, ex torturati e perseguitati, e ancora più significativamente sono arrivati alle massime cariche politiche indios, donne, cittadini poverissimi.

Il Brasile che ha avuto come presidente il venditore di arance e ora ha come potenziale leader la bambina miracolata dell’Amazzonia fa il paio con la Bolivia di Evo Morales, bambino di strada cresciuto nelle baraccopoli della periferia di La Paz, e con l’Uruguay di Pepe Mujica, piccolissimo produttore agricolo che tuttora si accontenta con uno stipendio che in Italia sarebbe da pensionato sociale. La forza di queste leadership è l’identificazione, l’empatia che riescono a creare con il loro elettorato. I poveri, che fino a non molto tempo fa votavano per i leader televisivi, belli ricchi e vincenti, oggi votano persone che sono state come loro. In Sudamerica, infatti, i ceti più deboli sono tornati a votare a sinistra dopo avere sostenuto i Menem, i Fujimori, i Cardoso. Oggi l’essere stato povero è un biglietto da visita vincente, non più un marchio quasi d’infamia. Una clamorosa smentita alle certezze delle telenovelas, nelle quali l’unica redenzione per i poveri passa dal matrimonio con il giovinastro ricco e bello, disposto addirittura a piangere per fare accettare alla sua famiglia la colf diventata fidanzata. In politica, negli ultimi anni, in America Latina anche i poveri ridono. Almeno qualche volta.

 

Alfredo Somo0za per Esteri (Popolare Network)

 

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Lo statunitense Paul Singer, 69 anni, ha una fortuna personale valutata in 1,2 miliardi di euro grazie alla proprietà del Fondo Elliott Capital Management, gestore di 11 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i bond sul debito sono sottovalutati per poi tentare la causa contro lo Stato emittente per incassare il valore nominale più gli interessi. Grazie a questa “specialità”, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di paesi falliti, dando il colpo finale a economie già duramente provate. Ovviamente a questo campione e grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile solo ai diritti dei gay per motivi familiari, non preoccupa aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione di una società. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ‘90 acquisì debiti dello stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farseli pagare 43. E non solo America Latina, anche uno dei paesi più disperati al mondo, il Congo, ha dovuto rimborsare a Singer 67 milioni su fondi pagati 15. Con l’Argentina, questo avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NM Capital rastrella sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti cioè da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni. Poi denuncia il paese davanti al Tribunale federale di New York del suo amico, il Giudice Thomas Griesa (84 anni, nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due fondi come il suo. Dopo anni di dibattimenti, rinvii,  tentativi di mediazione si arriva alla sentenza del 2013 nella quale l’Argentina viene condannata a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli in loro possesso. Sentenza che viene confermata dalla Suprema Corte statunitense due mesi fa. A questo punto, i circa 50 milioni di dollari diventano 832 (+ 1608%). Un affare tondo per il fondo di Singer e una sentenza che crea giurisprudenza in un paese che si basa sul diritto consuetudinario. Una sentenza che dal punto di vista tecnico, crea un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo il Porto Rico (Stato libero associato agli USA dell’area dollaro) e poi la Grecia, l’Italia… Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Un mercato finanziario deregolamentato, di mani libere per intervenire sull’economia spingendo l‘acceleratore sul rischio e sfruttando le disgrazie altrui. Se c’è una riforma urgente da fare ora è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi speculativi e soprattutto non emettere più debito sotto la giurisdizione statunitense. Ma come sappiamo, le riforme sono sempre difficili quando anche la politica dipende dalla grande massa di risorse e di mezzi che sposta la speculazione. Paul Singer può essere contento, il suo motto “mettere la massima pressione sulla preda” è funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina che avevano accettato le condizioni, rispettate dal paese sudamericano, per riavere indietro almeno una parte dei loro risparmi. Le ripercussioni sociali, economiche, politiche e umane di questo nuovo default al quale spinto l’Argentina non sono un problema di Singer, lui fa parte a pieno titolo di quel famoso 1% dell’umanità.

 

Alfredo Somoza

 

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In Messico quello della privatizzazione parziale del petrolio, la principale risorsa estrattiva del Paese, è un tema ricorrente. Almeno dal 2000, quando le destre del PAN sono arrivate al governo per la prima volta nella loro storia. Eppure si dovrebbe trattare di un tema per così dire “tabù”, visto che la gestione pubblica del petrolio, di cui il Paese è tra i maggiori produttori mondiali, è sancita da un apposito articolo della Costituzione.

La nazionalizzazione del petrolio messicano fu una vera epopea della prima metà del ’900, e forse l’ultimo ruggito di quella Rivoluzione Messicana che aprì il ciclo delle grandi lotte popolari. Fu il governo nazionalista e socialista del generale Lázaro Cárdenas nel 1938 a espropriare le 17 imprese straniere che si spartivano l’oro nero degli aztechi. Una mossa coraggiosa che costò al Messico la rottura delle relazioni diplomatiche con il Regno Unito e l’embargo economico da parte degli USA e dei Paesi Bassi. Questa nazionalizzazione è rimasta nella storia latinoamericana come uno dei rari espropri riusciti ai danni delle multinazionali europee e statunitensi.

Il 54% del petrolio messicano si esporta come greggio. Paradossalmente però il Paese deve importare prodotti raffinati (benzine, gasolio), perché la capacità installata del colosso statale Pemex non è sufficiente a rifornire il mercato interno. È questa fragilità industriale la principale arma in mano a chi vorrebbe aprire ai privati. Secondo i fautori del libero mercato, infatti, l’annosa questione dei mancati investimenti dell’impresa di Stato per ammodernare e potenziare la propria capacità di raffinazione e lavorazione giustificherebbe l’ingresso dei privati.

Molto simile è il dibattito in corso in Venezuela, Paese nel quale, come in Messico, l’obiettivo principale del monopolio pubblico è garantire occupazione, in buona parte clientelare, e sostenere le finanze pubbliche, ma in una cornice di frequenti e clamorosi casi di corruzione.

I sostenitori dell’impresa pubblica pongono invece l’accento sull’importanza strategica del petrolio e sui benefici che il Paese e i cittadini perderebbero se venisse meno il monopolio pubblico. Una disputa ormai “classica”, tra finti modernizzatori che in realtà guardano al profitto dei privati e finti difensori dei beni pubblici, in realtà corrotti gestori del consenso politico clientelare. Una maledizione in America Latina come altrove, perché impedisce di affrontare il tema con criteri di pragmatismo, garantendo l’interesse pubblico e preoccupandosi della capacità industriale e della sostenibilità delle imprese.

Il senato messicano ha appena votato l’apertura ai privati grazie a una maggioranza bipartisan formata dal PRI, il partito-Stato risorto dalle sue ceneri e ora al governo, e l’opposizione di destra del PAN. Una maggioranza inedita, ma necessaria per modificare la Costituzione e rompere il monopolio pubblico. La nuova legge è stata salutata con favore dalle compagnie multinazionali statunitensi ed europee già operanti nella regione.

Il settore petrolifero messicano è il caposaldo di un Paese fortemente nazionalista e interventista in materia economica, che però negli anni ’80 del secolo scorso ha cominciato ad aprirsi in modo disordinato al mercato: soprattutto quando, nel 1994, ha aderito all’accordo Nafta con USA e Canada impegnandosi alla libera circolazione di merci e servizi in tutta l’America del Nord. L’onda lunga degli accordi con il potente vicino – che una volta era considerato il “diavolo” – arrivano ora al settore energetico che con ogni probabilità verrà ceduto progressivamente, senza un vero dibattito e senza che lo Stato provi a riformare e sanare l’impresa Pemex. Una mossa ideologica di segno opposto a quella del 1938 di Cárdenas, questa volta non a favore dei messicani ma delle grandi compagnie multinazionali. Che dopo oltre 70 potranno tornare a sbarcare nel Paese che fu di Villa e Zapata.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Come accade ogni 4 anni, la kermesse del calcio globale si rimette in moto per celebrare il business-evento dei Mondiali. La coppa del mondo dello sport che più ha avuto fortuna a livello mondiale è una grande opportunità di business per i produttori di articoli sportivi, per giornali e televisioni. Ma è anche una competizione davvero planetaria, alla quale partecipano nazionali scelte non solo in base alla competitività e alle qualità tecniche, come accade nel mondo del rugby, ma con l’obiettivo di rappresentare i diversi continenti.

Dietro l’evento si muove una vera macchina da guerra organizzativa nella quale non esiste ricambio generazionale e non c’è trasparenza. Anzi, sono stati accertati seri casi di corruzione e si sospetta che alcuni sorteggi relativi a sedi e partite siano stati poco limpidi. In questo periodo si sprecano le polemiche sulle tangenti versate dagli emiri per assicurarsi la vetrina dell’edizione del 2022, assegnata al Qatar e già ribattezzata “il mondiale all’inferno”, per via dei 50 gradi all’ombra della Penisola Arabica. Per la prima volta si giocherà in inverno e indoor. Ma tanto vale.

Le condizioni in cui versano le società calcistiche e la FIFA, la federazione mondiale, sono il prodotto dalla trasformazione di una passione in puro business. Un business che non guarda in faccia nessuno, che stritola giovani e meno giovani e scende a patti con quella nuova criminalità organizzata che si annida nelle curve degli stadi, offrendo rifugio e megafoni ai gruppi dell’estrema destra più rabbiosa. Un mondo in cui si prova a corrompere quando non si riesce a vincere da soli.

Il calcio però non è questo e non si merita questo. Il grande calciatore brasiliano Socrates, che giocò anche in Italia, a Firenze, diceva che «il calcio che in Europa è scuola, tecnica, schema, per i latinoamericani è liberazione dalla fame, dalla violenza, da una vita senza futuro». La differenza che passa tra il prato all’inglese e il campetto di terra battuta sul quale si gioca a piedi nudi con una palla fatta di stracci. Il calcio come urlo disperato di chi vuole emanciparsi e il calcio ridotto a business, normalizzato via etere.

Questa doppia valenza del calcio odierno si ritrova anche nell’anomalo G8 calcistico, cioè nell’esclusivo club dei Paesi vincitori di almeno un Mondiale. Che sono solo 8: Brasile, Italia, Argentina, Germania, Uruguay, Inghilterra, Francia, Spagna. Un G8 al quale siedono uno accanto all’altro Paesi di vecchia industrializzazione e Paesi emergenti, Stati PIGS dell’Europa e Stati piccoli, quasi immaginari come l’Uruguay. Una geografia della potenza calcistica che esclude i grandi protagonisti della scena economica mondiale, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Russia alla Cina, e che si concentra in due sole aree del mondo: Europa occidentale e America Latina.

Ed è forse proprio il calcio a spiegare perché l’Occidente più profondo sia storicamente costituito da queste due aree. Storie di andate e ritorni, di schiavitù e migrazioni, di calciatori oriundi e calciatori d’esportazione, di visioni diverse ma complementari del gioco. Una passione condivisa, un ponte che unisce e che costituisce un segno culturale profondo. “Noi” siamo quella parte del mondo dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico.

Ma il calcio è stato anche oppio dei popoli. I ricordi del Mondiale del fascismo nel ’34 e quello dei militari argentini del 1978 ci rammentano quanto il consenso possa scattare da una partita lunga 90 minuti. Eppure «l’uso che alcune dittature hanno fatto del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere – scrive il brasiliano Edilberto Coutinho – perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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In Centro America, a dividere e insieme unire il Nord e il Sud del continente c’è un piccolo Stato-cerniera con una storia che sembra il copione di una fiction. Un Paese il cui nome si può tradurre in due modi: in lingua indigena Panamá significa infatti sia “abbondanza di pesci e di farfalle” sia “aldilà”. Forse anche gli indios panamensi si raffiguravano l’aldilà come un luogo di assoluta bellezza e ricco di ogni bene. Ma si può provare a dare anche un’altra interpretazione: e cioè che il destino di Panamá sia scritto nel suo nome perché “abbondanza” e “aldilà” sono le due parole chiave con le quali si può definire il concetto di globalizzazione. L’abbondanza di materie prime, di terre, di minerali, che diventano però ricchezza al di là delle terre in cui si trovano, in Paesi o addirittura in continenti lontani.

Da quando la terra è stata scippata agli indigeni Chibcha, Panamá si trova al centro di movimenti internazionali di beni e capitali non sempre – anzi raramente – leciti. Qui si depositava il tesoro d’oro e argento strappato agli Incas in Perú prima di imbarcarlo sulla “Flota de Indias”, la flotta che annualmente portava in Europa il frutto del saccheggio americano. Una volta nel Vecchio Continente, qualcosa rimaneva in Spagna, ma la maggior parte delle ricchezze finiva a Londra, Rotterdam e Amburgo, e anche a Siena e Genova, per ripagare le banche che, con i loro prestiti, stavano finanziando la conquista. Si creò così la capitalizzazione che, due secoli dopo, avrebbe finanziato la Rivoluzione Industriale.

Tornando a Panamá: il tesoro rubato e provvisoriamente depositato lì risvegliava gli appetiti di altri predatori. Panamá eresse mura e fortezze per resistere agli attacchi dei pirati britannici, francesi e olandesi, ma con poco successo. Più volte i suoi porti furono messi a ferro e fuoco a vantaggio dei governi europei nemici della Spagna, quelli che fornivano bandiera e protezione alle imprese dei corsari. Tra i gentiluomini che ebbero fortuna nell’assalto a Panamá si contano i baronetti di Sua Maestà Sir Francis Drake e Sir Henry Morgan, due esempi di come non è sempre vero che “il crimine non paga”.

Panamá, “colpevole” di trovarsi nella parte più sottile del continente, una striscia di terra fra due oceani, continuò a rivestire un ruolo importante nella globalizzazione dopo aver ottenuto l’“indipendenza” dalla Colombia, nel 1903: Bogotá aveva rifiutato una proposta “che non si poteva rifiutare” da parte del presidente statunitense Theodore Roosevelt, il quale voleva costruire un canale tra gli oceani gestendolo direttamente da Washington. La soluzione fu rendere autonoma dalla Colombia la zona in cui si voleva creare il canale.

Iniziò quindi la storia della Repubblica del Panamá, che ebbe il suo primo presidente nominato dagli Stati Uniti. Questi, come primo atto di governo, autorizzò gli USA a costruire e gestire un canale tra gli oceani Atlantico e Pacifico, oltre a firmare un patto di reciproca assistenza militare e adottare il dollaro quale moneta nazionale. Il Canale, aperto nel 1914, diventò un grande volano per le comunicazioni marittime mondiali, insieme a quello di Suez, permettendo di accorciare i tempi e i costi del trasporto di merci: una forte spinta per il processo di globalizzazione e un ruolo centrale nei traffici mondiali.

Panamá aveva ancora molte carte da giocare per rimanere sulla cresta dell’onda. È infatti qui che è nata l’economia offshore. Uno spazio virtuale, ma saldamente ancorato ai confini nazionali dello Stato ospitante, nel quale registrare imprese e persone fisiche che vogliono evadere le tasse nei rispettivi Paesi o spostare capitali di dubbia provenienza. Anche la marina mercantile è stata rivoluzionata dalla possibilità di registrare le navi sotto bandiera panamense, soluzione che ha permesso agli armatori di sottrarsi alle imposte dei Paesi di origine. Non a caso, da oltre mezzo secolo, questo è uno degli Stati al mondo con più navi battenti bandiera nazionale, tutte (o quasi) di comodo.

Il modello Panamá è stato riprodotto velocemente nelle piccole isole caraibiche di fronte alle sue coste, già colonie degli stessi Paesi che un tempo proteggevano i pirati: Regno Unito, Francia, Paesi Bassi.

La possibilità di mettere al riparo soldi guadagnati in modo illecito non ha lasciato indifferenti le maggiori organizzazioni criminali latinoamericane (dopo i militari, ovviamente), e cioè i cartelli della droga colombiani. Negli anni ’80 del secolo scorso il quartiere degli affari di Panamá City è diventato “narcocity”: a Panamá entravano i soldi sporchi della droga che subito dopo uscivano ripuliti, bianchissimi, pronti per essere investiti nell’acquisto di terre, nell’edilizia, nei servizi. Panamá è rimasta a lungo la più importante succursale del sistema bancario della Florida, Stato USA, altra piazza utilizzata dai narcos per il riciclaggio.

La politica panamense non poteva che risentire pesantemente della ricchezza facile e delle condizioni di sovranità limitata: ne è derivato un Paese basato sulla corruzione, una corruzione condotta su scala globale. Il governo nazionalista del comandante Omar Torrijos (1968-81), che era riuscito a strappare a James Carter l’impegno alla restituzione del canale ai panamensi, è stato una parentesi. Torrijos è morto in uno dei tanti incidenti aerei, odoranti di CIA, ai danni di leader progressisti. Negli anni Ottanta il suo successore, il comandante Manuel Noriega, detto “faccia d’ananas”, è diventato un personaggio chiave negli intrighi di un’America centrale dilaniata dai conflitti armati.

Noriega, a libro paga della CIA, è stato al centro dell’affaire “Iran-contras-gate”, cioè dell’operazione illegale montata dallo spionaggio e da settori dell’esercito statunitense per procurarsi soldi e acquistare armi da fornire ai contras (che combattevano contro il governo sandinista nicaraguense) e a parte dell’opposizione iraniana. La fonte dei soldi? Un traffico di cocaina che si lasciava entrare negli USA in società con i cartelli colombiani. La cerniera dell’operazione? Panamá. Nel 1989 il momento magico del dittatore è finito. Pieno di segreti, è stato prelevato durante l’invasione del Paese da parte dei marines e condotto in prigione in Florida, per scontare una condanna all’ergastolo… per narcotraffico.

Ora che il canale è passato davvero sotto il controllo panamense le cose non sono cambiate di molto. Si parla già di un secondo canale costruito e gestito dai cinesi, i nuovi signori della globalizzazione. Panamá resiste: rimane luogo di grandi ambiguità e di “opacità”, come si usa dire. La differenza rispetto al passato è che oggi il Paese centroamericano ha molti concorrenti perché il “modello Panamá” si è rivelato vincente, e ancora nessuno ha provato seriamente a smontarlo.

Ecco perché questo Paese illustra perfettamente le contraddizioni, le connivenze pericolose, i doppi giochi e le doppie morali che, dal XV secolo in poi, hanno caratterizzato la globalizzazione dell’economia. Panamá è dunque un caso di studio, un punto di partenza per conoscere quei meccanismi che hanno impedito che la globalizzazione fosse un’opportunità per tutti, e anche per riflettere su come costruire un futuro diverso. Per cambiare modello, per voltare pagina, non bisogna dimenticare Panamá: la storia di questo piccolo Stato è lo specchio della nostra storia, almeno di quella degli ultimi quattro secoli. Uno specchio del mondo che ne riflette la parte meno bella, quella da cancellare.

Alfredo Luis Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Se si confronta con l’inglese, non sono tante le parole della lingua spagnola utilizzate senza traduzione in italiano. Parole con una caratteristica comune, che difficilmente hanno valenze positive, anzi: golpe, desesperado, pistolero, desaparecido, narcos. A queste parole ormai acquisite non solo dall’italiano si sta per aggiungere una nuova: retornados e cioè gli emigrati sudamericani negli Usa e in Europa ritornati negli ultimi anni ai loro paesi. Un fenomeno che si vorrebbe collegare quasi esclusivamente alla crisi che ha lasciato per strada in Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Italia anzitutto gli immigrati, l’anello più debole della catena dell’occupazione. Il fenomeno dei retornados è invece più complesso e ciparla invece delle dinamiche migratorie, sempre in evoluzione e mai statiche. Da alcunipaesi come la Spagna e il Portogallo, si tratta di vera e propria fuga verso il Perù, la Bolivia e l’Ecuador, il Brasile. Per legami storici, i flussi migratori tra i paesi iberici e il mondo andino sono stati in passato molto forti, ma il ritorno di oltre 400.000 sudamericani dalla sola Spagna va interpretato anche alla luce delle ottime performance economiche di questi paesi che non solo hanno schivato la crisi, ma agganciandosi all’economia dell’area del Pacifico, registrano tutti alti livelli di crescita economica e quindi di opportunità lavorative. Paesi tutti che hanno varato in questi anni leggi apposite per favorire il rientro dei loro emigrati, mentre i paesi europei hanno agevolato  l’uscita, anche con l’utilizzo di fondi europei a copertura dei costi. E’ così che oggi l’Europa si sta impoverendo del punto di vista della manodopera che con tanta fatica e investimento aveva formato negli ultimi decenni, mentre per la prima volta nella storia, i paesi del Sudamerica si arricchiscono con l’esperienza e la professionalità accumulata dai loro cittadini di ritorno. Emigrati di ritorno che per lunghi anni avevano sostenuto l‘economia locale attraverso le rimesse che ogni mese trasferivano alle loro famiglie.  Anche per questo, i retornados esigono dai loro paesi di origine, ora che sono loro ad avere bisogno, facilitazioni e sostegno. Gli incentivi finora offerti per tornare sono molto variegati e in molti casi solo promesse, l’unico paese che fa una seria politica per il ritorno è il piccolo Uruguay che arriva fino a farsi carico del costo di  due anni di affitto dell’abitazione della famiglia rientrata. Nel caso del Perù, per ora le facilitazioni sono sulla carta, ma il miglior incentivo è una crescita economica media annua del 6,5% da ormai 10 anni e previsione rosee per almeno altri 5 anni. Le statistiche del paese andino riferiscono che in media, un lavoro si trova entro 4 mesi. Un miraggio per chi dopo anni di lavoro in Spagna è rimasto disoccupato e può godere di soli 6 o 12 mesi di sussidio di disoccupazione prima della nulla.

Gli aeroporti sudamericani in questi anni di crisi offrono uno spaccato di un mondo incostante movimento. Retornadoscon al seguito  figli con i tasca un passaporto europeo e che non conoscono il paese dei genitori, mescolati  con una figura che ritorna, gli emigrati, cioè gli europei  dei paesi del Mediterraneo che tornano a calcare le rotte degli antenati alla ricerca di lavoro: portoghesi, spagnoli, greci, italiani che provano fortuna in Brasile, Argentina, Perù o Cile. Come nel film Pane e Cioccolata con Nino Manfredi, nel quale si raccontava l’emigrazione paragonandola a una ruota sulla quale si è su e giù senza soluzione di continuità, gli scambi di persone tra paesi delle periferie del mondo, siano esse americane o europee, ci parlano di una storia comune, spesso più solida e culturalmente più salda di quelle che uniscono molti stati più vicini dal punto di vista geografico.  Per questi motivi, la xenofobia in Europa, patria di paesi che per secoli e secoli hanno scaricato le proprie miserie altrove, se non fosse drammatica, sarebbe da ridere.

 

Alfredo Somoza

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Il lobbismo è un’azione esercitata da gruppi economici o da corporazioni su pubblici funzionari, su uomini politici e sulle istituzioni pubbliche per orientarne a proprio vantaggio le decisioni. È un’attività regolamentata da leggi negli Stati Uniti e a livello di Commissione Europea, ma non in Italia. Nel passato le lobby hanno influenzato la grande storia e la geografia. Lo fece, per esempio, la lobby britannica dell’oppio nell’800, quando la Cina non volle autorizzare sul proprio territorio lo smercio della droga proveniente dalle coltivazioni indiane. Il rifiuto fu superato con le due Guerre dell’Oppio: le truppe di Sua Maestà piegarono il Celeste Impero e diedero il via all’espansione dell’alcaloide in Cina e poi nel resto del mondo. Hong Kong, un souvenir di guerra, divenne la base dalla quale i gruppi commerciali inglesi controllarono a lungo l’economia del gigante asiatico.

Altre lobby – decisamente a noi più vicine – sono quelle del tabacco, del gioco d’azzardo, dell’alcol e delle armi. Tutti prodotti che hanno gravi conseguenze sulla salute umana e, nel caso delle armi, anche sul mantenimento della pace nel mondo. Oggi in Europa una delle lobby più attive è però un’altra: quella delle grandi imprese dell’agrobusiness transgenico. Portano avanti una battaglia perché anche il mercato agricolo europeo si apra agli OGM, affrontando le resistenze della normativa comunitaria in materia di sicurezza alimentare: l’UE, applicando il principio di cautela, finora è riuscita ad arginare la produzione e la commercializzazione di prodotti transgenici. Un divieto in realtà più volte aggirato e che, tra l’altro, non riguarda l’alimentazione animale: con il risultato che buona parte del bestiame nostrano è alimentato con i 41 milioni di tonnellate di soia transgenica ogni anno importata in Europa.

Oggi la diga sta cedendo. Pur tra mille polemiche, la variante OGM Mon810 di mais, prodotta dal colosso statunitense Monsanto, è già legalmente coltivata in Europa. La lotta degli ambientalisti e dei consumatori anti-OGM contro le multinazionali ha però ottenuto un risultato notevole. Infatti la stessa Monsanto, numero uno del settore, ha ritirato la domanda con cui chiedeva alle autorità comunitarie di poter commercializzare altri tipi di sementi OGM nell’UE. Ufficialmente per le resistenze dei consumatori europei a questi prodotti, ma molto probabilmente perché il settore ha cambiato strategia e si prepara a una battaglia di lunga durata.

E qui tornano le lobby. I principali lobbisti del transgenico sono oggi gli scienziati che in nome della ricerca affermano, forse a ragione, che finora non sono stati rilevati problemi alla salute dovuti al consumo degli OGM. Altro argomento “forte” è che, attraverso la manipolazione genetica, si possono aumentare le proprietà vitaminiche di alcune specie per combattere la malnutrizione in Africa. Si tratta di argomenti sicuramente interessanti, ma che eludono il problema centrale.

Il problema fondamentale, infatti, non è la qualità intrinseca del prodotto OGM, bensì la natura del complesso industrial-agricolo che pratica le coltivazioni transgeniche. Là dove si è diffusa (Stati Uniti, Brasile, Argentina), l’agricoltura OGM ha eliminato la piccola proprietà, ridotto al minimo l’impiego di manodopera, ammazzato la biodiversità, costretto i coltivatori a una dipendenza mai esistita nei confronti dell’azienda produttrice. Un’agricoltura senza agricoltori insomma.

Ed è proprio questo il punto che la lobby pro-OGM non vuole che si discuta: perché in questo caso le prove da contrapporre ai benefici portati dalle coltivazioni biotech sarebbero schiaccianti. In Europa, unico continente al mondo, per ora queste lobby hanno trovato un ostacolo insormontabile nei movimenti ambientalisti e contadini, ma soprattutto nell’opinione pubblica. Sarà quindi proprio sui cittadini che esse si concentreranno nei prossimi anni, con un paziente lavoro finalizzato a convincerli che un mondo con una decina di specie alimentari coltivabili – registrate e commercializzate da 4 aziende – sia un mondo migliore e più sicuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Visto che alla Grecia, per ora, è stato vietato di fallire, a livello mondiale l’ultimo default di uno Stato sovrano è stato quello argentino del Natale 2001. Dopo un periodo di deflazione, dovuto all’aggancio del peso al dollaro che aveva reso proibitiva la produzione nazionale, il no del Fondo Monetario al rifinanziamento di una rata del debito in scadenza portò al default tecnico del Paese. Il peso perse il 75% del suo valore in 24 ore e si arrivò alla rinegoziazione, ovviamente al ribasso, del pagamento dei titoli di Stato in possesso di risparmiatori, banche e fondi di investimento nazionali e internazionali.

Dal 2004, però, l’economia argentina è ripartita a ritmi asiatici, con una crescita vertiginosa della produzione industriale e la creazione di molti posti di lavoro. Ma una delle conseguenze ancora evidenti di quel fallimento sono gli “impoveriti”: soprattutto disoccupati e cittadini in precedenza appartenenti ai ceti medi, che non sono riusciti a risalire la scala sociale e che oggi sopravvivono di espedienti, assistiti dallo Stato attraverso un welfare ancora emergenziale.

La partita che non si è mai veramente chiusa, a distanza di 12 anni, è quella ingaggiata tra l’Argentina e i fondi cosiddetti “avvoltoi”. Cioè i fondi di investimento a rischio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare una causa contro il Paese sudamericano, pretendendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi.

Una lotta a colpi di denunce nei tribunali statunitensi, perché negli USA era stata collocata una buona fetta del debito argentino denominata in dollari. Una storia giudiziaria che ha visto anche diversi colpi di scena, come l’illegittimo sequestro di una nave-scuola della marina argentina in Ghana, fino all’impossibilità per la presidente Kirchner di recarsi in Europa o negli USA con l’aereo presidenziale, per timore del sequestro del mezzo in quanto bene dello Stato argentino.

Nel 2013 questa storia infinita ha visto la vittoria parziale dei fondi avvoltoi, in virtù di una sentenza del Tribunale di New York che ha destato grande preoccupazione negli ambienti della finanza internazionale. La sentenza impone all’Argentina, che ha presentato ricorso alla Corte Suprema statunitense, il rimborso agli hedge fund di una cifra pari a 1,5 miliardi di dollari, ma soprattutto sancisce la fine del default come strumento di risoluzione conclusiva di una seria crisi economica. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se uno Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia.

Se a giugno ribalterà la sentenza del Tribunale di New York, la Corte Suprema Federale di Washington potrà chiudere l’incubo argentino durato più di un decennio. Altrimenti getterà nuovamente nel caos il Paese sudamericano, creando un precedente che peserà come un macigno sul futuro.

La prima morale di questa storia è che non è facile farsi perdonare un fallimento, in questo mondo governato dalla finanza speculativa. La seconda è che è meglio non fidarsi degli allegri promotori dell’arma del fallimento come via di uscita fattibile ai problemi creati da debiti sovrani insostenibili.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A protester strikes the blind of the Galicia Bank

In un lontano Paese alla fine del mondo, il sogno dell’antiproibizionismo si sta realizzando. Il parlamento del piccolo Uruguay, infatti, ha approvato la legalizzazione della marijuana per togliere una fetta di guadagno alle mafie e strappare i consumatori dalla condizione di illegalità. Per il Paese del Río de la Plata, schiacciato tra Argentina e Brasile, non è una novità trovarsi all’avanguardia rispetto all’intero continente americano.

Questa porzione della Pampa fu per secoli un cuscinetto tra i due imperi che si spartivano il Sudamerica – quello spagnolo e quello portoghese – e successivamente passò sotto l’ala del Regno Unito, interessato a tutelare i suoi grandi interessi economici nella zona.

Eppure l’Uruguay è anche, da sempre, terra di libertà civili e politiche. L’eroe nazionale che lottò contro la Spagna, il generale Artigas, non a caso venne battezzato “protettore dei popoli liberi”; e quando si verificò lo strappo con Buenos Aires, che portò all’indipendenza dall’Argentina, qui combatté e visse Giuseppe Garibaldi nella sua fase più libertaria.

L’Uruguay, infatti, è uno Stato laico nel continente più segnato dal cattolicesimo spagnolo. Un Paese nel quale il divorzio esiste da decenni e dove oggi sono ammessi i matrimoni omosessuali. Un Paese che già nel 1917 sancì la separazione totale tra le istituzioni e la Chiesa, e nel quale la Pasqua si chiama “settimana del turismo”.

Soprattutto, l’Uruguay è storicamente un’isola di democrazia in un continente in tempesta, anche se questa nobile tradizione si interruppe drammaticamente mentre i “vicini di casa” si trovavano sotto lo stivale dei militari. In quegli anni bui per Montevideo, un guerrigliero fu tenuto in prigione per 15 anni. Quell’ex detenuto, che non ha mai rinnegato le proprie idee di giustizia sociale, oggi è presidente del Paese, a capo di una coalizione formata da socialisti, comunisti, cattolici progressisti ed ex Tupamaros. Un presidente amatissimo che continua a vivere nella sua modesta casa di campagna, che tiene per sé soltanto 800 euro di stipendio, gira con la sua auto di trent’anni fa e in tutti i forum internazionali è diventato un faro per chi si batte contro il modello dominante di sviluppo consumistico. E contro la mancanza di etica nella politica.

L’Uruguay che oggi legalizza la marijuana compie un passo da gigante nella storia americana, anticipando una decisione che – per forza di cose – prima o poi dovrà essere presa da tutti i Paesi dell’area per debellare le mafie, che non soltanto delinquono e inquinano la società, ma sono diventate veri contropoteri antagonisti della democrazia.

In Uruguay la marijuana di Stato costerà un dollaro al grammo e i proventi andranno a sostenere il welfare. Come scrisse anni fa uno dei grandi scrittori di questo Paese, Eduardo Galeano, l’utopia serve a camminare senza perdere l’orientamento. Il piccolo Uruguay, patria di tangueros, calciatori e romanzieri, si è permesso ancora una volta di raggiungere l’utopia, ricordando a tutti noi la direzione verso la quale camminare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Uruguay boy

Quando nel 1994 nasceva il Nafta, l’accordo di libero commercio fra i tre Paesi del Nord America (Canada, Stati Uniti e Messico), si era in una fase di piena espansione dell’economia globale. Con questo accordo si sanciva l’esistenza di un’area economica che, nei fatti, era costituita dalla prima potenza mondiale e da due suoi satelliti, almeno sotto il profilo dell’economia. Il Nafta era anche una grande opportunità, soprattutto per gli Stati Uniti, che potevano “legare” al loro mercato un’area con costi del lavoro sensibilmente inferiori a quelli interni (il Messico), e un’altra area ricca di materie prime energetiche fondamentali dal punto di vista strategico (il Canada).

Questi tre Paesi si sono infatti integrati velocemente, al punto che Messico e Canada hanno presto indirizzato la stragrande maggioranza del loro export verso gli USA, mentre l’industria statunitense ha iniziato proprio dal Messico ad attuare il suo processo di delocalizzazione produttiva. Poi l’interesse per questo accordo è molto calato, soprattutto per l’emergere della Cina come grande esportatore globale e come nuovo territorio di delocalizzazioni.

Ora tutto pare cambiare di nuovo. La nuova rivoluzione energetica determinata dalle tecnologie che consentono di recuperare gas e petrolio da scisti argillosi e da sabbie bituminose lascia prevedere che, in un futuro molto ravvicinato, Stati Uniti e Canada non soltanto diminuiranno le loro importazioni energetiche, ma addirittura diventeranno esportatori netti.

Il Messico, nella morsa della guerra tra Stato e narcotraffico, diventa invece di nuovo strategico per le imprese che lo avevano abbandonato negli anni scorsi, ingolosite dai costi ancora più stracciati della manodopera in Asia. L’aumento degli stipendi e della fiscalità cinese, insieme a quello dei costi dei trasporti, rende infatti di nuovo conveniente produrre lungo la linea di confine tra USA e Messico per poi vendere sul mercato del Nord con il solo costo del trasporto su gomma.

L’uscita degli Stati Uniti dalla crisi passa anche da qui. Dal ritrovare una loro centralità produttiva sostenuta dagli investimenti in ricerca – in verità sempre mantenuti – da un costo della manodopera inferiore a quello europeo e dall’abbondanza di energia a basso costo. Una nuova chance per gli Stati Uniti, insomma, che ora per consolidare questa tendenza rilanciano con due mosse.

La prima è il tentativo di creare una zona di libero commercio del Pacifico, la Trans Pacific Partnership, che oltre ai Paesi del Nafta include il Giappone e una serie di Stati emergenti latinoamericani e asiatici, escludendo la Cina. La seconda è la proposta di accordo di libero scambio con l’Europa. Un accordo che l’Europa non ha cercato, ma che sta celebrando come una grande opportunità senza valutare che, nel grande gioco internazionale, rinforzerebbe di nuovo il ruolo egemonico globale degli Stati Uniti.

Il momento felice degli Stati Uniti pare confermato dalle intenzioni degli investitori internazionali. Per il 2013, l’indice stilato annualmente da A.T. Kearney mette in evidenza come gli USA siano diventati di nuovo la prima destinazione mondiale per gli investimenti, seguiti dalla Cina (che scende al secondo posto) e dal Brasile, che rimane in posizione invariata. È interessante notare anche i progressi registrati dal Canada e dal Messico, i “soci” più stretti degli USA.

Nelle tendenze di investimento l’Europa è presente con l’ottavo posto della Germania e il nono del Regno Unito, per poi praticamente scomparire. Per quanto riguarda gli altri Paesi Brics, India e Russia superano la Francia, e il Sud Africa si piazza meglio di Spagna e Italia.

Da questi dati e dalle mosse degli Stati Uniti, ormai decisi a combattere con la Cina la lotta per la supremazia commerciale mondiale, si evince facilmente che il mondo che uscirà dalla crisi avrà qualche protagonista nuovo e molti protagonisti in meno. Tra questi ultimi ci sarà inevitabilmente buona parte di un’Europa incapace di immaginarsi come una singola realtà, composita ma unita, anziché come una litigiosa sommatoria di Paesi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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