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Il 2012 si apre sotto i peggiori auspici. Le notizie dall’Europa e dagli Stati Uniti confermano che si tratterà, se va bene, di un anno di recessione per l’Occidente e di rallentamento della crescita per i Paesi emergenti. Se invece va male, il fallimento dell’euro porterà a una serie di default di Stati nazionali con pesanti conseguenze per il progetto di unificazione continentale.

Un’Europa ulteriormente divisa e indebolita, proprio mentre gli Stati Uniti provano a gestire la fine del loro ruolo di potenza mondiale, determinerebbe sicuramente l’aggravarsi dei conflitti in corso e favorirebbe l’insorgere di nuovi scontri dettati da ragioni economiche e geopolitiche. Si delineerebbe un orizzonte di dissoluzione dello scenario internazionale, con il ritorno ai protezionismi e alle autarchie, in un contesto nel quale la democrazia diventerebbe un optional e i diritti umani una variabile secondaria.

Eppure c’era da aspettarsi che la fine del predominio economico secolare delle nazioni occidentali avrebbe prodotto gravi scompensi. È il conto salato che ci lascia in eredità il ventennio liberista: un periodo durante il quale si è pensato di fare a meno della politica per governare i conflitti, per sedare gli estremismi, per ripianare le disuguaglianze. Le stesse medicine che si sono somministrate per decenni ai Paesi periferici vengono ora riproposte ai grandi Stati, e i media scoprono quanto siano amare e soprattutto pericolose.

Debito, deficit pubblico, interessi, default, disoccupazione, precarietà: fino a 10 anni fa erano concetti e parametri utilizzati per l’analisi dei Paesi del Sud del mondo, mentre oggi diventano l’incubo di Spagna, Italia, Stati Uniti, Francia. Troppo grandi per fallire, si dice di questi Paesi. Ma ne siamo sicuri?

I ritardi nello sviluppare un pensiero economico alternativo ai dogmi degli anni Novanta sono notevoli. Nazionalizzare l’economia è oggi fuori discussione e i pochi palliativi che si possono mettere in campo, come la Tobin Tax, trovano più ostacoli che sostenitori.

Dalla crisi dei subprime in poi, nulla di nuovo è stato fatto se non trasferire quote miliardarie di capitali pubblici verso il settore bancario, aumentando il debito che i cittadini, magari precari o disoccupati, dovranno onorare. È come se non ci fosse una via di uscita allo schema tradizionale dell’economia di mercato che considera come unica molla dello sviluppo la crescita infinita della produzione e del consumo di beni. I cittadini assistono in silenzio, per ora, alle conseguenze delle decisioni prese in luoghi senza legittimità democratica.

È un meccanismo inceppato, quello della crescita infinita: l’unica riflessione possibile deve svilupparsi attorno al concetto di decrescita, cioè di ripensamento del modello produttivo e dei consumi. Esiste infatti un sistema di pensiero che teorizza una ridistribuzione delle risorse in base ai bisogni reali e non a quelli indotti, considera la socializzazione e la partecipazione come risorse strategiche, prende in considerazione il riciclo e riutilizzo dei beni manufatti e la transizione energetica. Un pensiero che in questa crisi ogni tanto affiora, ma alla fine non viene mai presso in considerazione dagli economisti “seri”: quegli stessi che non solo non hanno previsto il rischio di default, ma non hanno neppure la minima idea di come uscirne.

Oggi l’unica rivoluzione possibile è quella del coraggio. Il coraggio di fare e non più di subire; di uscire dai dogmi ideologici in materia economica e di incentivare e sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di consumo e produzione. Se il mondo troverà questo coraggio, il 2012 potrebbe essere l’anno della svolta. Se invece continuerà la navigazione a vista, forse la profezia dei Maya si avvererà, non perché il pianeta sarà distrutto da un gigantesco meteorite, ma perché finirà il mondo che abbiamo conosciuto finora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi mesi stiamo vivendo una situazione che rasenta la fantapolitica. Il debito degli Stati Uniti declassato, la Grecia tecnicamente fallita che cede la propria sovranità politica all’UE, i cinesi che diramano comunicati stampa di fuoco dando lezioni di economia di mercato e fanno pesare, per la prima volta pubblicamente, la loro posizione privilegiata in quanto “fabbrica del mondo” e principali creditori dell’Occidente. Paesi di calibro medio-grande, come la Spagna e l’Italia, “commissariati” di fatto dal nuovo-vecchio asse europeo formato da Francia e Germania.

Siamo di fronte a un capovolgimento delle certezze che si erano consolidate nei decenni precedenti, e in qualche caso, nei secoli: i paesi “centrali” non possono fallire a differenza dei paesi “periferici”; gli organismi finanziari (FMI, Banca Mondiale, BCE) possono elaborare (e imporre) ricette per i paesi periferici indebitati ma mai azzardarsi a dare consigli ai “Grandi”; le agenzie di rating non mordono la mano del padrone. Il contrario di tutto questo è successo in queste settimane di follie finanziarie e ancora di più. Negli USA, il leghismo dei tea party è quasi riuscito a fare andare il paese in default, mentre il leghismo di casa nostra, dimenticando per un momento i “grandi temi” della lotta alle donne velate e ai chioschi di kebab, ora diventa forza dell’antipolitica che a differenza del grilliamo, è ben rappresentata nelle istituzioni. I media continuano nella loro incessante campagna per fare passare il concetto che i veri guai dell’Italia sono gli stipendi dei deputati e i possessori di SUV di lusso.

Ma si poteva prevedere questa tempesta perfetta? Nei dettagli forse no, soprattutto perché molte di queste cose erano inimmaginabili, ma se allarghiamo lo sguardo sì. La radice più profonda della crisi odierna va cercata nella progressiva ritirata della politica a favore dell’economia. L’ubriacatura post Muro di Berlino che, secondo tanti, confermava l’inutilità dello Stato incapace, predone, antieconomico. Il paradosso è che oggi l’unico Stato in grado di fare la voce grossa e richiamare all’ordine gli occidentali è la Cina, paese nel quale il partito unico ha sì liberalizzato l’economia, ma tenendo saldamente le redini del controllo sul mercato e agendo su disegni decennali senza mai contraddirsi. In secondo piano, altri paesi emergenti oggi si sentono più forti. Il Brasile che durante gli otto anni di Governo Lula ha dato una nuova centralità allo Stato, rendendolo protagonista del rilancio industriale e strategico del paese. Oppure l’India, che malgrado i suoi mille problemi e complessità, non ha mai licenziato lo Stato quale regolatore del mercato.

Noi paghiamo invece lo stop sulla via della costruzione europea. Abbiamo una moneta senza Stato, caso unico nella storia, e 27 Stati senza potere di controllo effettivo sulla propria moneta. Un’entità monetaria, l’euro, che non ha dietro di sé un governo che possa decidere, ma una miriade di stati con le proprie politiche, logiche e situazioni debitorie. Una moneta senza un Ministero delle Finanze e una politica fiscale unica dietro è un rischio gigantesco, che in questa ore si sta materializzando con caratteristiche esplosive: il “commissariamento” di interi paesi. Ma chi sono i “commissari”? Anzitutto sono politici che hanno una legittimità  nei paesi (Francia, Germania) in cui sono stati eletti, ergo, non hanno nessuna legittimità democratica nei paesi “commissariati”. Sono commissari autoproclamati in base alla consistenza delle loro economie, ma soprattutto alla consistenza dell’esposizione del proprio sistema bancario nei confronti dei paesi commissariati. Sono quindi interessati soltanto al rientro dei capitali esposti senza fare distinguo sulle modalità che verranno utilizzate dai commissariati per trovare i soldi. In sostanza, così come il FMI per decenni ha imposto le sue “ricette” ai paesi indebitati del Sud del Mondo, per tutelare i capitali dei creditori e senza fare caso a come si raggiungeva la stabilità, lo stesso fa oggi la BCE, l’arma dei commissari nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. In questo caso però vengono intaccati alcuni principi sacrosanti del processo europeo, come la creazione di uno spazio sociale e la parità dei diritti tra i cittadini della comunità. Tutto ciò viene a cadere davanti agli interessi dei commissari e delle banche dei loro paesi.

Questa situazione rende il ben servito definitivo alla politica tremontiana delle piccole furbizie, dei condoni, degli scudi fiscali e infrange il mito del bravo Ministro che “sa tenere i conti in ordini”. All’Italia non serve un ragioniere, non serve semplicemente tenere i conti in ordine. L’Italia deve ripensare il proprio profilo produttivo, capire cosa tagliare e in cosa investire, immaginare come ricollocarsi nella globalizzazione e come avvicinare all’Europa, per quanto riguarda opportunità e diritti. Tutto questo manca da anni e oggi viene presentato il salato conto. Il Governo “tecnico” si presenta come grande fustigatore di evasori e caste mediovali, peccato che sulla crescita ancora nulla si ipotizza, che i giovani laureati emigrino, che le imprese scappino mentre le multinazionali di altr paesi europei continuino a fare shopping in Italia, che l’evasione fiscale continua a togliere risorse, che la criminalità continui a occupare vaste fette di territorio.

Ora siamo “in sicurezza” ci dicono, ma di vera patrimoniale non si vuole parlare, almeno a “Palazzo Merkel”, e si cominciano a scontare i “inevitabili” all’assistenza, alle pensioni, al mondo del lavoro. La cosa più preoccupante è che in questo si salvi chi può, non c’è nemmeno l’ombra di idee per andare oltre lo tsunami. Il mondo, che non è mai fermo, non aspetta.

Alfredo Somoza

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Il settimanale statunitense Time ha scelto la sua persona dell’anno 2011. Per la prima volta questa persona non ha un volto preciso: è, semplicemente, “The Protester”, il manifestante. Dopo aver eletto nel 2010 l’ideatore di Facebook, Mark Zuckerberg, la rivista ha dunque deciso di dedicare la sua copertina più importante alle folle che sono scese nelle strade e nelle piazze di mezzo mondo, dai Paesi arabi all’Europa, fino agli Stati Uniti in piena crisi economica.

«Sembra il 1989», ha scritto Time, «ma oggi è tutto più spettacolare, più democratico, più globale». Una tesi riduttiva, perché non si tratta soltanto di spettacolarità: la riscoperta della piazza come luogo della politica ha motivazioni profonde e chiama in causa la democrazia rappresentativa. Nel mondo arabo la piazza è stata la valvola di sfogo per cittadini che in passato non si potevano esprimere senza essere repressi. Ora è il ricorso alle urne che riserva nuove sorprese, perché a ottenere chiari vantaggi elettorali non sono quei movimenti laici e democratici che hanno promosso attivamente la caduta dei regimi, ma discutibili forze politiche che potrebbero risultare ancora più repressive di quelle crollate. Sulla sponda Sud del Mediterraneo la distanza tra la grande piazza e le campagne, o le periferie delle città, è ancora molto marcata.

Le piazze statunitensi ed europee esprimono invece una nuova modalità dell’azione diretta dei cittadini, che anche in questo caso non si tradurranno automaticamente in cambiamenti “positivi” al momento del voto. L’avanzata dei repubblicani e del Tea Party negli USA interroga tutti sul significato e sull’efficacia della protesta, e lo stesso fanno in Europa le vittorie elettorali o “di palazzo” delle forze ideologicamente più vicine all’armamentario neoliberale.

Il grande circo mediatico di questi mesi, e la copertina di Time lo conferma, sta provando a far passare l’idea che un movimento possa incidere realmente sugli equilibri politici soltanto perché riesce a bucare il video, o a conquistare visibilità su Twitter.

Le cose non stanno così, e non stavano così nemmeno in passato, ai tempi delle guerriglie in America Latina, dei vari movimenti riformatori dell’Europa post-comunista o dei leader dell’Africa usciti dalle guerre di liberazione. Si trattava quasi sempre di avanguardie (più o meno illuminate) che proponevano vie politiche. E queste vie politiche, alla fine, si sono regolarmente scontrate con la volontà libera o condizionata di elettori disinformati, culturalmente succubi dell’oppressione, impauriti dal cambiamento.

L’abusato concetto del “lavorare dal basso” per riuscire a capovolgere gli equilibri è sempre attuale. Per questo, più che addentrarci nei meandri delle risposte tecniche alla crisi, senz’altro importanti, dovremmo ragionare sul come rivoluzionare una democrazia stanca, spesso malandata, ma che rimane pur sempre la migliore forma di governo possibile.

Non saranno Facebook o You Tube a cambiare le cose finché non si chiarirà che si tratta soltanto di mezzi che non raggiungono, o comunque non spostano, le opinioni della maggioranza delle persone. Quando i movimenti, dopo la sbandata virtuale, torneranno al reale, i compiti in sospeso che troveranno saranno moltissimi. Nel mondo virtuale può bastare un clic per cancellare un debito pubblico, per tutelare il welfare, per rovesciare un regime. Nel mondo reale, il “mi piace” che si traduce in voto e quindi in cambiamento reale arriverà solo dopo un lungo lavoro di condivisione e di partecipazione. Sempre che, nel frattempo, non ci saremo fatti distrarre dai cinguettii della rete.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

L’annuncio dell’arrivo in Australia di 2500 marines statunitensi entro il 2017, e quindi del crescente interesse strategico americano per l’Asia, è il segnale di un’altra pagina di geopolitica che si sta definitivamente voltando.

Dal 7 al 13 novembre si è tenuta alle Hawaii la riunione dell’APEC, l’associazione dei Paesi del Pacifico, un grande evento oscurato dalla crisi del debito sovrano degli Stati europei. Il padrone di casa Barack Obama ha dichiarato che quest’area, che diventerà a breve di libero scambio, è cruciale per la crescita degli Stati Uniti; Hillary Clinton ha rincarato la dose affermando che nei prossimi 10 anni lo scenario del Pacifico sarà prioritario per la politica estera di Washington.

I numeri confermano l’importanza di questo nuovo blocco: 21 Paesi che producono il 60% del PIL globale e sono abitati dal 40% della popolazione mondiale. Circa 3 miliardi di persone che conoscono soltanto marginalmente la disoccupazione e che stanno diventando velocemente consumatori, grazie agli altissimi tassi di crescita economica.

Per gli USA, ormai da tre anni gli scambi di beni e servizi con i Paesi APEC hanno superato i flussi con l’Europa. In questo raggruppamento la potenza finanziaria e produttiva di Stati Uniti, Cina e Russia convive con la vitalità di alcuni Paesi emergenti dell’America Latina (Cile, Perù e Messico), senza trascurare le potenze agricole come Australia e Nuova Zelanda. Nelle intenzioni c’è l’allargamento dell’organismo a tutti i Paesi latinoamericani e all’India: un’evoluzione che conferma come l’Oceano Pacifico sia un alibi per gli Stati Uniti, che hanno fortemente caldeggiato la nascita dell’APEC per sancire una loro leadership tra i Paesi emergenti.

Questo significa che lo storico legame atlantico tra l’America Settentrionale e il Vecchio Continente sarà molto ridimensionato, e che per l’Europa, incapace di firmare accordi commerciali internazionali perché paralizzata dai veti incrociati, sarà sempre più difficile relazionarsi con il resto del mondo.

L’operazione “APEC allargata” rilancia gli Stati Uniti come potenza globale dinamica ed è un grande punto a favore della politica estera dell’amministrazione Obama. La stessa amministrazione che, per essere rieletta, ha un disperato bisogno di far uscire il Paese dalla crisi rilanciando la crescita. Obama ha dunque capito che la crescita può essere trainata soltanto dal polo asiatico, lo stesso che ha impedito che la crisi colpisse Africa e America Latina; nel frattempo, per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è diventata un problema.

Paradossalmente, proprio il problema-Europa sta diventando un ulteriore elemento di rilancio per Washington: poiché la crisi potrebbe addirittura mettere in discussione l’euro, il dollaro rimane (per ora) la moneta di riferimento internazionale. Gli Stati Uniti hanno quindi trovato una nuova chance per rimanere a galla in questo nuovo mondo dai tanti protagonismi, una possibilità che per il nostro continente in affanno al momento non si intravede.

Nel secolo scorso eravamo abituati a individuare i momenti risolutivi dei grandi cambiamenti nei conflitti bellici e nelle rivoluzioni. Il XXI secolo ci offre invece la novità di una geopolitica che non si muove se non marginalmente grazie agli eserciti, ma si costruisce attraverso geometrie commerciali, associazioni tra Stati, guerre tra monete, policentrismi, multipolarismi.

Un mondo nel quale il Ministero degli Esteri non è più “l’ufficio di rappresentanza” di un Paese all’estero, ma una competenza uguale o più importante di quella economica. Gli Stati che continuano a ignorare questa realtà, e che invocano ancora il protezionismo a prescindere, pagano e pagheranno un caro prezzo.

Alfredo Somoza

40 minuti di dignità

Pubblicato: 16 novembre 2011 in Mondo
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40 minuti non sono molti, sono meno di un tempo di una partita di calcio. Ma nel mondo in tempesta che stiamo vivendo, 40 minuti potrebbero cambiare la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 30 anni. Dallo scorso 17 ottobre, 1300 operai cinesi dell’impianto di Shenzhen della multinazionale nipponica Citizen, la stessa azienda che da mesi riempie i giornali italiani spiegando come i suoi orologi siano ecologici, sono in sciopero.

Uno sciopero che formalmente non esiste, perché in Cina, da quando è entrata in vigore la costituzione del 1982, l’astensione dal lavoro per protesta non è più un diritto riconosciuto: se i lavoratori decidono di incrociare le braccia, c’è addirittura un regolamento interno del Partito comunista che sanziona i funzionari responsabili della giurisdizione. In realtà quando sono coinvolte aziende private si tende a chiudere un occhio, ed è per questo che negli ultimi anni si sono succeduti diversi scioperi che hanno coinvolto imprese straniere, spesso conclusisi con la vittoria degli operai.

La negazione del diritto allo sciopero è stata una delle misure grazie alle quali la Cina si è “aperta” con successo all’investimento straniero, mettendo sul piatto il basso costo della manodopera, le esenzioni fiscali e, appunto, una classe operaia “mansueta”. Un pacchetto di durata decennale, quindi ormai scaduto per le numerose multinazionali che hanno aperto i propri impianti nel periodo d’oro delle delocalizzazioni.

La Citizen, per esempio, era nel mirino dei suoi operai da anni, perché sospettata di non versare quanto dovuto al fondo pensionistico aziendale. A ciò si è aggiunta, fin dal 2005, la decurtazione dal salario dei dipendenti dell’equivalente di 40 minuti giornalieri per “compensare” le pause trascorse nei bagni. Questa logica, che in Cina non stupiva negli anni in cui l’obiettivo primario era attirare capitali, ora non può più essere tollerata: per gli operai, con la decurtazione dei 40 minuti si è passato il limite. Alla fine l’azienda degli eco-orologi che si caricano con la luce ha dovuto riconoscere il diritto al bisogno fisiologico, ma non è riuscita a riconquistare i suoi operai, che chiedono anche un aumento degli stipendi (vicini alla soglia della sopravvivenza).

Quella dell’impianto della Citizen a Shenzhen è soltanto l’ultima della lunga serie di proteste che quest’anno si sono scatenate nelle province più industrializzate del Paese, quelle del Sudest: motivi del malcontento, i bassi salari e le pesanti condizioni di lavoro. In questi mesi hanno dovuto fronteggiare gli scioperi anche imprese che lavorano per Honda, Kentucky Fried Chicken, Adidas e Apple.

L’atteggiamento tenuto dal governo oscilla generalmente tra il tentativo di trovare una composizione e “mantenere l’armonia”, una certa enfasi data alle proteste che coinvolgono società straniere, e l’adozione di misure repressive in altri casi. La causa scatenante della protesta è l’inflazione (attorno al 6%), che ha effetti pesanti su chi percepisce stipendi modesti. È interessante notare, però, che le rivendicazioni non mirano soltanto all’aumento della busta paga, ma mettono in discussione l’organizzazione e i ritmi di lavoro.

Una classe operaia cinese che diventa protagonista di una nuova stagione dei diritti sindacali non era stata messa nel copione della globalizzazione, e gli effetti potrebbero essere travolgenti. A lungo si è teorizzato che la globalizzazione avrebbe inesorabilmente spinto al ribasso i diritti di tutti: in ogni Paese sono stati modificate le condizione di lavoro, precarizzando e deregolamentando, per fare fronte ai famosi bassi costi della manodopera del gigante asiatico. Forse non è fantapolitica immaginare che alla guida della lotta contro la precarietà e per la dignità del lavoro presto ci saranno gli operai cinesi, quelli che oggi cominciano a dire basta. Se così sarà, la lotta dei dipendenti della Citizen sarà ricordata a lungo, per molto più di 40 minuti.  Alfredo Somoza

Nei suoi scarsi 12 anni di vita, Il G20 è ormai diventato il vertice mondiale che rappresenta i nuovi equilibri del potere economico mondiale.  Un gruppo di 19 nazioni più l’Unione Europea che ospitano due terzi dell’umanità e l’80% del PIL mondiale, nato per coordinare le politiche macroeconomiche e che ha mandato in soffitta il vecchio club euro-americano del G8. Tra l’altro, se il G8 dovesse tornare in vita, ci sarebbero delle sorprese, con l’esclusione di Italia e Canadasuperati da Cina e Brasile. In questo nuovo scenario, l’ONU si dimostra sempre di più un contenitori svuotato, o mai riempito, di ogni potere decisionale da utilizzare per le cause perdute e per dare diritto di tribuna ai piccoli paesi. Ma tanto vale, anche se il G20, come ancor di più prima il G8, provoca una forzatura delle regole democratiche che vorrebbero che ogni stato abbia voce nel concerto internazionale, i suoi membri rappresentano una platea vastissima e sono infatti i protagonisti dell’economia mondiale. Finita la pessima presidenza francese del gruppo, il ruolo di coordinamento passa al Messico, ed è la prima volta che una responsabilità di questo genere passa a un paese dell’ex Terzo Mondo. Il Messico però non è in grado di incidere sui grandi cambiamenti in corso. E’ un paese che ha deciso negli anni ’90 di consegnare la sua sovranità economica e politica agli Stati Uniti e che vive da 10 anni in uno stato di guerra civile strisciante aggredito dai potenti cartelli della droga. Chi comanderà quindi il G20 nei prossimi messi e quali interessi rappresenterà? Con grandissima probabilità vedremo un G20 sempre più influenzato dall’asse USA-Cina e con il Brasile in posizione preminente.  L’Europa è prevedibile che sarà sempre di più, almeno nell’immediato, ripiegata sui propri problemi  economici e finanziari diventati ormai un macigno che rischia di affondare l’euroe di conseguenza lo stesso disegno europeista. Il G20 sotto la guida messicana diventerà sempre più “liberista” in diverse materie, ma tutelando, almeno per ora, gli interessi commerciali e le barriere protezionistiche statunitensi. Fino a pochi anni fa le liberalizzazioni erano il cavallo di battaglia dell’Europa e degli USA, che volevano tutelare le loro politiche protezionistiche, ma spingevano il resto del mondo a spalancare i propri mercati. Ora il gioco si è rovesciato e sono Cina, India, Brasile a spingere perché le loro merci possano entrare liberamente sui ricchi mercati del nord. Dal punto di vista politico, i pesi interni saranno determinati dal ruolo che potrà giocare l’Europa nel suo insieme. Senza un’Europa unita, i paesi del vecchio continente rischiano di diventare ininfluenti, mentre per gli Stati Uniti si porrà molto presto il dilemma di allentare gli storici legami con la Vecchia Europa per stringere accordi con la Cina, il suo principale creditore. Il peso specifico economico e demografico della Cina, e prestissimo anche dell’India, sarà determinante negli equilibri futuri e, come afferma il Prof Chanda della Yale University, la globalizzazione che ci aspetta sarà molto diversa di quella che abbiamo finora conosciuto. A partire dal nome, non più globalizzazione ma bensì “asiatizzazione”. Alfredo Somoza per Esteri – Popolare Network

Sarà per la crisi, sarà che la crisi colpisce per la prima volta l’Europa, ma quanto sta succedendo a Cannes rimarrà nella storia delle relazioni internazionali. Per la prima volta è chiaro e lampante che il G8 è morto e che il G20 è diventato il nuovo governo del mondo, almeno nelle intenzioni dei partecipanti. Il vecchio G8 aveva un copione fisso: si discuteva delle tensioni monetarie tra i Grandi, si sancivano le politiche che l’FMI avrebbe applicato ai paesi del terzo mondo e poi, all’ora di cena, si faceva sfilare qualche presidente latinoamericano o africano tanto per dare un po’ di colore al cocktail. Un direttorio a tutti gli effetti, un club ristretto dei paesi che detenevano contemporaneamente il potere militare, quello economico e quello finanziario.

Il G20 è quindi un primo e importante superamento di questa logica post coloniale. In esso sono rappresentate tutte le potenze emergenti e alcune che in futuro lo saranno. Sono rappresentati i vari continenti e non c’è da pagare il prezzo dell’adesione al pensiero unico in materia economica per avere il biglietto d’ingresso. Il G20 è soprattutto un gruppo di paesi che rappresenta ben oltre metà dell’umanità e quindi infinitamente più democratico del G8, un forum plurale nel quale non esiste l’unanimismo neoliberale.

A Cannes si sta consumando da una parte una sorta di riparazione storica e dall’altra, per la prima volta in un vertice di questo tipo, risuonano idee progressiste non lontane dalle parole d’ordine dei movimenti. Riparazione storica perché, ora che tocca all’Europa, tornano in campo ipotesi di riforma delle politiche del FMI, di solito recessive e punitive, e dei pesi politici all’interno dell’organismo multilaterale. E’ anche un momento di protagonismo per i latinoamericani, forti dell’esperienza di passati default e crisi economiche. Dilma Roussef, presidente del Brasile, ha affermato che se si pensa di uscire dalla crisi licenziando lavoratori e massacrando la spesa sociale non si è capito nulla. L’argentina Cristina Kirchner, che per prima cosa ha voluto incontrare i sindacati europei, fa oggi appello a “un capitalismo serio” per cambiare questo “anarcocapitalismo finanziario dove nessuno controlla nulla”, mentre il presidente messicano sostiene l’idea di introdurre la tobin tax, ma solo se insieme alla chiusura dei paradisi fiscali che per la maggior parte battono bandiera britannica.

Basta guardare in video il volto di Sarkozy ieri sera mentre aspettava infastidito il premier cinese in ritardo, forse voluto, per capire che il club non è quello di prima. Chi era ricco ora chiede aiuto e chi era povero non solo lo offre, ma ha anche delle ricette da proporre e dei consigli da dare. Una volta si sarebbe detto “il mondo alla rovescia”, ma invece dovremo abituarci in Europa al fatto che questo è già ormai il mondo in cui viviamo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

 

Ora che l’iniziativa bellica neo-coloniale di Francia e Gran Bretagna sta raggiungendo il suo scopo immediato, e cioè eliminare il clan tripolitano di Gheddaffi per mandare al potere i cirenaici di Bengassi oltre a  1) assicurarsi che la Libia non si intrometta più negli affari delle ex-colonie francesi e dell’Africa in generale, 2) approfittare della debolezza del governo Berlusconi per scippare un po più di petrolio e dare qualche appalto alle proprie multinazionali.

In queste ore gira in rete il dibattito su cosa avrebbero potuto fare i movimenti pacifisti davanti all’ennesimo conflitto giustificato da “motivi umanitari”.  Non riesco più a immaginare il mondo “pacifista” come
un’entità consolidata in grado di fermare da sola una guerra, soprattutto quando è così chiaro, come nel caso libico, il perché la si fa. Come nel caso della crisi economica, anche nella politica estera “manca la politica”.    E manca il coraggio. La tendenza a sdraiarsi sulle “bizzarrie” dei regimi pur di perpetuare succosi affari lascia il tempo che trova.  La Cina in queste ore sta discutendo una legge che permetterà allo Stato fare “scomparire” i dissidenti per un periodo di tempo senza dovere informare nessuno. Una specie di Guantanamo gigantesco. Abbiamo sentito proteste dai difensori “della libertà”? Il mondo “civile”, fortemente indebitato con la Cina, sta zitto  e si augura che Pechino compri bond. Al resto casomai, in futuro, ci penseremo con una guerra umanitaria.

Gli accordi economici che legano l’Italia con la Libia sono stati perfezionati lungo 10 anni e ricevettero una spinta decisiva durante la gestione degli esteri di D’Alema. Berlusconi ha semplicemente
firmato. Nessuna forza della sinistra si è mai opposta a questi accordi e oggi è nauseante leggere le inchieste di Repubblica sulle torture agli oppositori libici e altre nefandezze del regime di
Ghedaffi che, apparentemente, sono iniziate qualche mese fa, e comunque dopo la visita trionfale a Roma con tanto di predicazione islamica, amazzoni e tende beduine.
La politica estera dovrebbe riscoprire una sua dimensione etica e questo penso sia la grande sfida per le forze progressiste. Qual’è è il giusto punto che può tenere insieme gli interessi nazionali e l’idealità di un mondo più giusto, equo e democratico? Nell’esercizio e nello sviluppo di una politica estera seria e lungimirante risiede la principale prevenzione delle guerre.  Non abbiamo riflettuto seriamente ancora  sul susseguirsi di conflitti, e la loro
natura,  che hanno costellato il post Guerra Fredda, continuando ad affermare che basti la protesta di piazza per “fermare” un conflitto.
“Questo” conflitto libico andava fermato molto prima, perché prevedibile (a intervalli regolari la Cirenaica si ribellava a Ghedaffi e la cosa finiva con bagni di sangue) e l’Italia avrebbe potuto introdurre nel negoziato economico, utilizzando il suo peso politico nel paese nord africano, clausole sull’apertura politica, sulla democrazia a la libertà di espressione e perché no, di riforma dello Stato prevedendo un’aggregazione di tipo federale tra
Tripolitania e Cirenaica. L’Italia s guardò bene  dal farlo. E su questo, allora, nessuno disse nulla.

Alfredo Somoza

Da quando l’uomo ha iniziato la sua avventura intelligente sulla terra, una delle costanti del suo agire è stata la ricerca di spazio vitale per sopravvivere e prosperare. Non è esistito periodo storico a noi noto che non sia stato attraversato da grandi o piccoli spostamenti umani in fuga da condizioni, climatiche o politiche, avverse. Dalla conquista degli spazi vuoti dell’Africa, dell’Asia e poi via via fino alle Americhe, all’Oceania e ai Poli i movimenti di riassestamento e rimescolamento della popolazione mondiale non hanno conosciuto intervalli. Anche la tratta negriera dall’Africa verso le Americhe, che studi prudenti stimano in 15 milioni di persone, ha avuto a posteriori effetti simili a quelli dei flussi migratori sul futuro dei Paesi di destinazione, gravando anche i discendenti dei migranti dell’eredità negativa della schiavitù.

In tempi moderni, sono state le tecnologie militari e dei trasporti a segnare la più grande operazione di occupazione di terre della quale si abbia memoria: l’Europa, tra il 1815 e il 1914 espulse 60 milioni di cittadini poveri verso il Nord e il Sud America, l’Africa australe e l’Oceania, mentre altri 10 milioni di persone si spostavano dall’Europa mediterranea verso quella settentrionale. Intere regioni si svuotavano in Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, Gran Bretagna per dare vita a “neo europe” agli antipodi o per alimentare la rivoluzione industriale nei Paesi centrali. In quel periodo anche India e Cina contribuivano ai flussi mondiali fornendo manodopera a basso costo all’Impero Britannico o agli Stati Uniti. Flussi giganteschi di braccia che hanno ridisegnato intere regioni, alimentato l’economia globalizzata dell’Ottocento, ridando fiato ai Paesi d’origine grazie all’abbassamento della tensione demografica e al contributo delle rimesse allo sviluppo.

Le migrazioni hanno anche rivitalizzato la cultura mondiale rendendola universale. Nuove visioni, nuovi suoni e gusti che da espressione di piccole realtà territoriali divennero globali. La gastronomia italiana, senza l’emigrazione, sarebbe oggi tanto importante internazionalmente quanto quella svedese o polacca. La musica brasiliana, senza l’apporto africano, sarebbe ancora una variante di quella portoghese. Questo fenomeno inarrestabile è stato accompagnato da violenze, soprusi, drammi individuali e collettivi. I migranti, anche negli Stati che richiedevano la loro presenza, non hanno mai avuto vita facile. Gli italiani ne sanno qualcosa. Sono state però spesso le popolazioni dei Paesi “ospitanti” a vedere calpestati i propri diritti e a dover arretrare fino quasi a scomparire. I nativi dell’intero continente americano, i neri sudafricani e dello Zimbabwe, gli aborigeni australiani e i maori neozelandesi pagarono un prezzo altissimo per l’arrivo dei coloni europei: la perdita della propria terra e libertà.

Fin qui una storia che tutti conosciamo e che spesso dimentichiamo. Le migrazioni oggi, da almeno 40 anni, continuano, come sempre, ma hanno invertito strada e natura. Da Nord-Sud a Sud-Nord e non per occupare spazi a discapito dei locali, bensì per farsi carico del funzionamento di società invecchiate, a natalità quasi zero e bisognose di manodopera. Non si può più parlare di “invasioni”, ma di lento ricambio demografico di società ricche che hanno perso, o stanno perdendo, la loro spinta vitale.

Da qui le tensioni e i conflitti: non ci sono diritti nuovi da conquistare o terre da rendere produttive, ma diritti da condividere e spazi da spartire. Gli studi di antropologia sulla psicologia dei gruppi etnici ci spiegano che un popolo in arretramento demografico vive sempre con ostilità un altro popolo in espansione. Anche su questo tema troviamo abbondante letteratura d’epoca sul vissuto di statunitensi, inglesi o argentini nei confronti dell’immigrazione italiana, non soltanto considerata fonte di delinquenza e corruzione, ma temuta perchè la prolificità degli immigrati metteva in discussione gli equilibri sociali. Più figli significa più potere e più opportunità di arrivare a condurre l’economia e la res publica. Le paure che serpeggiano nella vecchia Europa e negli strati conservatori degli Stati Uniti passano fondamentalmente da questa equazione, che troviamo esasperata in uno Stato di Israele assediato, prima ancora che dall’ostilità dei Paesi vicini, dalla crescita della popolazione araba entro i propri confini.

I tentativi di arginare la paura dell’immigrato si ripetono nella storia quasi sempre nello stesso modo: cercando di limitare i diritti dei “nuovi arrivati” e considerando questi ultimi un fattore temporaneo che non inciderà sull’identità locale. Le conseguenze di queste politiche le conosciamo: non c’è stato Paese al mondo che abbia potuto tenere ai margini i migranti per più di una generazione. Le lotte per la conquista del diritto al voto, per condizioni di lavoro decenti, per la scuola e l’assistenza medica hanno segnato il Novecento in Europa e in America, e in molte realtà sono stati proprio gli italiani i più agguerriti e coraggiosi portabandiera. Sono pochissimi gli Stati che hanno scommesso sull’integrazione da subito, come il Canada o l’Australia, e non se ne sono mai pentiti.

Oggi in Occidente è in corso una battaglia perdente in partenza, perché già combattuta e persa altrove. Le poche voci lungimiranti vengono sommerse da fischi e urla quando dicono quello che la ragione sa, ma l’opportunismo elettorale nega. Soltanto negli Stati Uniti un gruppo di miliardari ha avuto recentemente il coraggio di denunciare la politica restrittiva sui clandestini, che nasconde lo sfruttamento economico, come una politica cieca e contraria allo spirito con il quale venne fondato quel grande Paese. Problemi veri, come quelli della convivenza con l’Islam, della lotta tra poveri nelle periferie, del futuro dei figli degli immigrati, si scansano con fastidio per far luogo a lunghe e sterile polemiche su permessi per costruire moschee o aprire chioschi di kebab.

L’Europa deve attingere a piene mani dalla propria esperienza migratoria per trovare quelle risposte che oggi, nel XXI secolo, una società moderna, democratica e con un tasso di benessere relativamente alto e ben distribuito, è obbligata ad avere. Se si coniugano bisogni dell’economia e diritti delle persone si può cominciare a dipanare una matassa molto intricata. Se si pensa di continuare a immaginare l’immigrato come una risorsa “usa e getta”, tollerando sacche di illegalità delle quali beneficiano imprenditori senza scrupoli, e consegnando il pacchetto dei diritti in mano agli estremisti e agli xenofobi, la lotta è persa. Ci vuole coraggio anche per fare cose che oggi possono essere impopolari, come per esempio estendere il diritto di voto o attuare nuove politiche per la casa non discriminatorie. Se vinceranno l’immobilismo e la demagogia, le banlieus in fiamme di Parigi saranno ricordate come l’inizio di una nuova stagione di conflitto sociale in Europa dalle conseguenza oggi imprevedibili.

di Alfredo Luis Somoza

 

Quando, nella notte fra il 9 e il 10 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino, finì simbolicamente l’ordine internazionale che aveva preso il nome di bipolarismo. Si apriva una nuova era nella quale la dimensione geografica delle relazioni tra Stati passava dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud, per un breve periodo in modo unipolare, cioè sotto la guida esclusiva degli Stati Uniti, per approdare poi all’attuale multipolarismo, nel quale una serie di potenze fino a ieri regionali, come il Brasile, la Cina e l’India, hanno acquistato un ruolo di attori globali di primo piano.

Gli Stati Uniti rimangono al centro del grande gioco, ma in una posizione intermedia rispetto al passato, che viene definita di “egemonia selettiva”. Gli USA, senza più una potenza altrettanto forte dal punto di vista militare quale fu l’URSS, scelgono liberamente dove e quando intervenire in base a una “selezione” dei loro interessi nazionali o commerciali. L’odierna mappa geopolitica del mondo è sempre meno omogenea, sempre più a macchia di leopardo: si alternano aree di pace e aree di conflitti, potenze regionali e Stati rimasti tali soltanto sulla carta, alleanze nuove e fortissime tra Paesi asiatici, Cina in primis, e Paesi africani e latinoamericani.

Un solo dato resta fermo: nel mondo si contano oggi 26 conflitti armati, tutti con antiche radici, che comportano un costo economico e di vite umane altissimo. Più guerre di quelle che affliggevano il pianeta durante il precedente ordine bipolare. C’è chi parla di una situazione di guerra civile internazionale, conteggiando non soltanto gli scontri militari veri e propri, ma anche le crescenti tensioni tra popolazioni autoctone e immigrati, le potenziali guerre dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico.

Questo mondo multipolare è anche frutto della globalizzazione, fenomeno secolare, ma che negli anni Novanta del Novecento ha ripreso velocità e consistenza. La globalizzazione tende a frammentare il mondo, per ricompattarlo sotto il segno dell’economia transnazionale. Ora stiamo invece registrando l’arroccamento di antichi aggregati di Stati: è il caso dell’Unione Europea, ma anche del moltiplicarsi di nuove associazioni regionali (Mercosur, Unione Africana, Asean). Il dato di novità più vistoso rimane però il superamento dell’esercizio della governance mondiale da parte del club delle vecchie potenze. Il G8 è ormai un ricordo. Oggi la politica globale si decide nel G20 e nel BRICS, il club delle nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che annovera tra i suoi membri il più grande creditore degli Stati Uniti, il Paese che da solo avrebbe la possibilità di mandare in default il gigante americano: la Cina.

La transizione che si è aperta nel 1989, da un vecchio a un nuovo ordine, non si è ancora conclusa. Ma alcune linee guida sono evidenti: l’esplosione di conflitti latenti in mancanza di governance, il riequilibrio tra vecchie e nuove potenze, la tentazione del ritorno al protezionismo, il ripensamento di norme per governare la globalizzazione e l’agonia delle istituzioni finanziarie (FMI e Banca Mondiale) quali regolatori mondiali dell’economia. È difficile ipotizzare come sarà il mondo tra 10 anni, ma la grande notizia è che il pianeta è di nuovo in movimento, dopo che l’equilibrio del terrore nucleare lo aveva paralizzato per 50 anni.

Alfredo Somoza

per http://www.dialoghi.info