È una battaglia silenziosa che si combatte da anni: l’Unione Europea, contro i desiderata dell’agroindustria continentale, resta l’unica area al mondo nella quale è vietata la coltivazione di prodotti geneticamente modificati. Il divieto, però, riguarda il consumo umano e non quello animale: la soia e il mais consumati quotidianamente nei nostri allevamenti provengono per il 95% da Argentina, Brasile, Canada e USA, dove si coltiva con semi transgenici; e solo per il 5% sono prodotti in Europa, e quindi non OGM. È questa la prima contraddizione dell’Europa, che impone regole ai propri agricoltori ma deve fare i conti con un mercato mondiale delle commodities ormai quasi interamente OGM. Nel mondo sono infatti ben 190 milioni gli ettari di suolo coltivati a soia, mais, cotone, canna da zucchero o barbabietola geneticamente modificati.

La normativa europea che ha stoppato gli OGM risale a quasi vent’anni fa, e oggi in Europa ci sono solo due piccole eccezioni, per un totale di 120.000 ettari di mais transgenico coltivati in Spagna e Portogallo. In base al principio di precauzione l’UE ha vietato anche la sperimentazione in campo aperto, in modo da evitare contaminazioni: gli OGM non saranno autorizzati finché la scienza non chiarirà le loro ricadute sulla salute umana. Ma dopo vent’anni non ci sono ancora risposte definitive, anche se molto si è discusso, ad esempio, sulle conseguenze dell’impiego del diserbante glifosato, utilizzato per questo tipo di coltivazioni e ancora legale in Europa.

Il fronte di lotta per ottenere l’apertura dei campi europei agli OGM si sposta ora sulla ricerca. È stato chiesto, in particolare, di rivedere la regolamentazione distinguendo tra OGM e forme di innovazione scientifica non OGM. La Corte di Giustizia europea ha però chiarito che le restrizioni sugli OGM sono da intendersi come riguardanti tutte le tecniche di mutagenesi, estensibili cioè anche a tutte le pratiche che vanno a modificare una parte di una molecola di DNA. Secondo i sostenitori della ricerca, la differenza starebbe invece nell’introdurre nel DNA un gene della stessa specie anziché di un’altra, come avviene con gli OGM propriamente detti. E così questa possibile “scorciatoia” verso l’apertura agli OGM per via scientifica è stata respinta. Il problema, infatti, era e resta squisitamente politico.

Il divieto introdotto in Europa nel 2001 nasceva da preoccupazioni relative alla sicurezza alimentare, ma col passare del tempo è diventato uno strumento della politica agricola comunitaria, che cerca di favorire i piccoli e medi produttori, penalizzando invece le imprese agricole di grandi dimensioni. Soltanto i grandi proprietari, infatti, potrebbero realmente beneficiare degli OGM. Inoltre, attraverso il divieto si protegge la produzione locale rispetto al mercato mondiale. L’Unione Europea deve in ogni caso tenere conto del fronte dei consumatori, che è sicuramente d’accordo sul divieto ai prodotti transgenici, anche se probabilmente ignora che la carne europea è nutrita quasi esclusivamente da OGM.

Fuori dall’Europa, invece, le voci contrarie agli OGM sono state molto deboli, e soprattutto si sono concentrate su specifici aspetti riguardanti l’uso del glifosato oppure il modello agricolo OGM, che ha favorito il grande agro-business a discapito dell’agricoltura familiare. Oggi nessuno considera più l’ipotesi che l’OGM, in sé, produca danni alla salute umana.
A distanza di vent’anni dall’emanazione del divieto, anche in Europa il principio di cautela dovrebbe essere ormai largamente superato. Eppure da noi si continua ufficialmente a parlare di scienza, quando quella degli OGM è una questione di politica agricola e di qualità del prodotto. In questo modo si continua a rimandare il dibattito, senza prendere in considerazione – per esempio – il fatto che oggi il principale produttore mondiale di sementi transgeniche è la tedesca Bayer, che ha acquistato Monsanto. Il muro anti-OGM, in realtà già franato per i mangimi, continuerà così a contraddistinguere l’Europa rispetto alle dinamiche globali.

 

L’ingerenza aperta e non contrastata di Russia e Turchia in Libia conferma, se ce ne fosse bisogno, la previsione contenuta nel lavoro del 2013 di Charles Kupchan, docente di Relazioni internazionali alla Georgetown University, intitolato Nessuno controlla il mondo. Kupchan scrive che il secolo che stiamo vivendo non apparterrà a nessuno. Non sarà degli Stati Uniti né dell’Europa, perché l’Occidente attraversa un declino economico e politico che lo priverà di quella preminenza di cui gode fin dal Rinascimento. Ma non sarà neppure di Cina, Russia o India, perché nessuno dei Paesi emergenti ha i numeri per imporsi come nuova potenza dominante. Sarà più libero, nel senso che ognuno potrà svilupparsi secondo il modello che preferisce, ma anche più complesso, perché non esisterà un baricentro capace di garantire la stabilità, e i vari attori coprotagonisti sul palcoscenico non parleranno la stessa lingua in termini di valori “universali” condivisi. I Paesi emergenti sulla scena internazionale, infatti, non seguono più necessariamente il modello della democrazia liberale e del capitalismo. In Medio Oriente i movimenti islamisti hanno tratto quasi ovunque benefici dalle cosiddette “primavere arabe”. In Cina c’è un regime autocratico che adotta l’economia di mercato, mentre India e Brasile scivolano verso il populismo. La Russia, piegata la resistenza europea, sta riconquistando velocemente lo spazio geopolitico dell’Unione Sovietica e torna a essere un giocatore globale. Costruire una politica di alleanze multilaterali è sempre più difficile, come si è potuto verificare con il fallimento dei vertici sul cambiamento climatico. Insomma, questo secolo non sarà di nessuno. E dire che, visto dal Novecento, il XXI secolo doveva essere l’era della Cina oppure dell’India. Qualche economista era perfino pronto a scommettere sul Brasile, mentre i neoconservatori americani puntavano sul ritorno alla supremazia degli Stati Uniti.

Oggi le democrazie occidentali rappresentano meno della metà della ricchezza mondiale, e il loro rallentamento economico va di pari passo con la crescita di altre potenze, “minori” fino a ieri, ma che oggi dispongono di arsenali di tutto rispetto e soprattutto, nel caso della Cina, di un potere economico immenso. Quali strutture politiche e sociali s’imporranno, se le democrazie dei due lati dell’Atlantico non si ergeranno più a controllori dell’ordine globale? Vivremo certamente in un mondo più instabile e complicato. Presto la maggior parte delle dieci principali potenze economiche non sarà democratica. O meglio, si tratta di Paesi nei quali la democrazia si declina in modo diverso rispetto all’ortodossia: sistemi a partito unico, come in Cina; o a leader unico, come in Russia o Turchia; populismi e nazionalismi di destra, anche violenti, come in Brasile e India, e Stati controllati dal potere religioso come l’Iran.

Da dove cominciare? Fermo restando che le istituzioni multilaterali globali, come il WTO o le Nazioni Unite, in questa fase non sono agibili, l’unico modo per provare a porre rimedio alla deriva in corso è ripartire dalle istituzioni regionali, come l’Unione Europea, il Mercosur e i trattati asiatici. Per l’Occidente la missione storica – se mai è davvero stata tale – di “esportatore della democrazia” si è esaurita. Non potendo imporre un modello di democrazia, è però importante che resti alta l’asticella della difesa dei diritti umani e ambientali. È quasi l’unico piano sul quale si può riuscire a costruire un ponte se non verso le istituzioni, almeno verso la società civile di questi Paesi.

Sarà davvero – e anzi lo è già – un mondo di nessuno, e bisogna attrezzarsi. Un mondo nel quale non ci si può aspettare nulla da nessuno, dove ogni certezza, perfino quella della solidarietà atlantica, è ormai saltata. Un mondo più difficile e pericoloso, nel quale occorre sforzarsi di tenere in vita la speranza di ricreare un concerto tra le nazioni, per trovare insieme un nuovo ordine condiviso, basato su rapporti pacifici e di cooperazione.

Il 2019 che scivola via non sarà ricordato di certo per i traguardi raggiunti in materia di politica internazionale. Anche se il bilancio, come sempre, presenta chiaroscuri.

Con la fine della parte più drammatica del conflitto siriano si è riacceso lo scontro decennale tra turchi e curdi, e diverse forze jihadiste, che sulla carta sarebbero state tra gli sconfitti, sono invece finite sotto l’ala di Erdoğan nell’offensiva per il controllo delle frontiere. Il despota di Ankara è riuscito nell’impresa di riposizionarsi in Siria, per tornare a contare in Medio Oriente: ora le sue mire si estendono sulla Libia, a dimostrazione della volontà di fare diventare la Turchia un giocatore di peso nell’intera regione. Anche la Russia di Putin, dopo aver incassato il risultato nella vicenda siriana, ora sta intervenendo direttamente su diversi fronti africani con l’arma dei contractors, o meglio dei mercenari, seguendo l’esempio inaugurato dagli Stati Uniti con la guerra dell’Iraq.

Fuori da questo contesto, è scomparsa dai radar la questione nordcoreana. Dopo gli incontri tra Donald Trump e Kim Jong-un è come se l’armamento nucleare del Paese asiatico si fosse volatilizzato. Non è stato annunciato il disarmo, non è stato consentito l’accesso di ispettori ai siti nucleari nordcoreani, eppure la diplomazia USA canta vittoria. Questa vicenda conferma ancora una volta che, per i regimi ostili agli Stati Uniti, l’unica assicurazione sulla vita è l’arma nucleare. E proprio perché non la possiede, l’Iran sta pagando il prezzo salato di sanzioni economiche che hanno creato un diffuso malessere tra la popolazione. Si tratta della stessa arma economica utilizzata contro Cuba, rimpiombata nei tempi bui del “periodo speciale”.

Le linee di frattura esistenti si sono ulteriormente aggravate. Fratture sociali, come quelle che hanno alimentato le rivolte in Ecuador, Cile e Libano; fratture politiche, che hanno destabilizzato la Bolivia e Hong Kong, fratture del sistema multilaterale di relazioni, con il fallimento della conferenza Cop25 sul cambiamento climatico e l’agonia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota come WTO. Il mondo che, secondo la retorica della globalizzazione, marciava sempre più compatto verso un futuro di crescita, prosperità e superamento dei confini, a fine 2019 si ritrova invece con rigurgiti nazionalisti e razzisti pressoché ovunque, con l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, con oltre 6.000 chilometri di muri vecchi e nuovi, che tentano inutilmente di arginare le conseguenze del grande disordine. Sono, queste, tutte conseguenze del mancato raggiungimento di un nuovo ordine dopo la fine di quello bipolare della Guerra Fredda. Davanti al fallimento del tentativo degli Stati Uniti di reggere da soli l’equilibrio internazionale, le medie e grandi potenze scalpitano per occupare, influenzare, determinare gli equilibri di singole parti del mondo, nel tentativo di consolidare i propri cortili di casa.

L’unica altra grande potenza globale oltre gli USA, la Cina, basa la sua forza sul commercio e quando interviene su altri fronti, come in Africa, lo fa sempre per tutelare i rifornimenti di materie prime del suo apparato produttivo. Tutte le altre potenze, dalla Russia alla Turchia passando per l’India, possono solo permettersi di consolidare i loro hinterland, operando al massimo interventi “spot” fuori contesto geografico, come fa Putin in Venezuela o a Cuba. Nulla di solido, nulla di duraturo.

Il 2020 sarà anno di elezioni negli Stati Uniti e il risultato potrebbe confermare o modificare questo quadro. Ormai, nel campo occidentale, resta solo Washington. Dopo la Brexit, l’Unione Europea conta ancora meno, e soprattutto non riesce a superare la sua crisi di identità. Come si diceva una volta del Giappone, l’UE è sempre più un gigante economico e un nano politico. Questo vuoto di politica, che nessuno per ora è in grado di colmare, resta il grande punto interrogativo sul futuro prossimo. Se l’Europa si dovesse svegliare, questo racconto andrà riscritto. Se invece continuerà a dormire, avremo ancora sogni agitati.

 

Per la prima volta un premio Nobel per la Pace è dovuto comparire davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Il triste primato è toccato ad Aung San Suu Kyi, simbolo della lotta per la democrazia in Myanmar, a lungo vittima della dittatura militare e poi leader del movimento tuttora al potere nel Paese asiatico. È stato il Gambia, a nome di 57 Stati del mondo musulmano, a presentare l’accusa contro il governo del Myanmar per quello che da molti è stato qualificato come genocidio: la brutale azione di repressione nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya e la sua espulsione dal Paese. Nella denuncia si parla di crimini e stupri di massa ai danni di una popolazione inerme, costretta a fuggire nel vicino Bangladesh. Una vicenda insieme complessa e drammatica, che ha fatto tornare tristemente attuale il concetto di “pulizia etnica”.

Anche se in Myanmar, dove l’azione contro i Rohingya ha goduto di un diffuso sostegno, si sostiene che alla base di ciò che è accaduto non ci siano motivazioni religiose, la persecuzione di questa etnia non rappresenta un caso isolato. In Cina si sta compiendo una delle più grandi violazioni contemporanee dei diritti dei popoli, la “rieducazione” forzata di oltre un milione di musulmani nello Stato nord-occidentale dello Xinjiang. Basta una barba sospetta o l’uso del velo islamico per finire in campi di concentramento e subire un processo di de-islamizzazione forzata che mira a cancellare cultura e lingua. Del caso cinese si parla ancor meno che di quello birmano: da una parte perché anche le vittime di Pechino sono di fede musulmana, dall’altra perché nessuno vuole compromettere i rapporti commerciali con il gigante asiatico. Restando nello stesso continente, anche in Sri Lanka si registrano costanti minacce e atti violenti contro la minoranza musulmana.

Il circo mediatico occidentale, così ligio nel denunciare le persecuzioni ai danni dei cristiani, ignora o sottovaluta la gravità di quanto sta accadendo a diverse minoranze islamiche in Asia. Questo perché si tratta di notizie che incrinano le certezze post 2001, e cioè l’equazione secondo la quale l’Islam, generalmente inteso, preparerebbe le azioni dei terroristi jihadisti “armandoli” ideologicamente. L’identificazione tra Islam e terrorismo ha gettato pesanti sospetti su 1,9 miliardi persone (cioè più del 24% della popolazione mondiale), che secondo questa visione distorta sarebbero potenzialmente pronte a colpire l’Occidente cristiano. Si ignora non solo che il terrorismo jihadista colpisce principalmente civili di religione musulmana, ma anche che nel mondo esistono minoranze musulmane perseguitate quanto e talvolta più di quelle che professano altre religioni. Questa dimenticanza fa il paio con quella della stampa filo-jihadista, che parla solo delle violenze commesse dai “crociati” occidentali: in entrambi i casi, è molto utile nel processo di creazione del nemico esterno.

Storicamente, la creazione della figura del nemico esterno è sempre servita a sollevare cortine fumogene così da evitare di parlare dei propri problemi interni. I sospetti, le “verità indiscutibili”, la sindrome da accerchiamento fanno digerire più facilmente ai cittadini misure che restringono le libertà fondamentali. Mai siamo stati controllati e schedati come oggi, complici anche le moderne tecnologie, eppure non si leva nessuna protesta, perché nella lotta al terrorismo ogni mezzo è giustificato. La parola terrorismo è diventata un passe-partout che consente di bypassare il rispetto dei diritti umani e di introdurre limitazioni sia alla libertà personale sia al diritto alla difesa degli imputati. Con le extraordinary renditions a Guantanamo, ma anche nei lager rieducativi cinesi o nei campi di detenzione in Siberia, il terrorismo di qualsiasi segno, vero o di fatto inesistente, ha fatto fare enormi passi indietro alla civiltà del diritto. Per questo si preferisce ignorare la politica cinese nei confronti dei musulmani, oppure la pulizia etnica birmana. È meglio non impicciarsi nei problemi degli altri per non attirare l’attenzione sulle proprie responsabilità.

 

Un paio di mesi fa il quotidiano inglese «The Guardian» pubblicava un approfondito reportage di Samanth Subramanian per rispondere alla domanda: l’equo e solidale esiste ancora? Il giornale prendeva spunto dalla fiducia calante dei consumatori nei confronti del marchio FairTrade, a lungo quasi monopolista della distribuzione dei prodotti dichiaratamente rispettosi dell’ambiente e soprattutto dei diritti dei contadini.

Il commercio equo e solidale, partito con pochi produttori in Asia, Africa e America Latina, arrivava per la prima volta nelle città dell’Occidente alla fine degli anni ’80 attraverso la rete delle “botteghe del terzo mondo”. Un patto tra produttori e consumatori introduceva per la prima volta la dimensione ambientale ed etica tra i “valori” delle merci, fino a quel momento esclusivamente valutate dagli acquirenti sulla base di qualità e prezzo. Il resto della storia è noto, con l’aumento dell’offerta e della domanda, la moltiplicazione dei prodotti, anche freschi, e lo sbarco nella grande distribuzione. Evento, quest’ultimo, che all’epoca suscitò diverse polemiche: nei supermercati veniva infatti meno la formazione del cliente, la possibilità di far conoscere al consumatore che cosa c’è dietro il prodotto acquistato. Una dimensione che i pionieri del commercio equo e solidale ritenevano imprescindibile.

Nel 2017 il fatturato globale di FairTrade ha raggiunto i 9 miliardi di dollari: un successo visto il dato di partenza, ma anche una goccia nell’oceano del mercato. Il passaggio successivo, quello che secondo «The Guardian» ha fatto da detonatore per la crisi odierna, è stata la creazione di linee “equo-solidali” o “sostenibili” da parte delle grandi multinazionali dell’alimentare, con la moltiplicazione di marchi di garanzia che molto spesso sono ambigue operazioni di marketing: come il marchio “fairly traded” del colosso inglese dei supermercati Sainsbury’s. Altre aziende, come Nestlé è Mondelēz, hanno messo in atto modelli di certificazione interna per creare l’illusione di un certificato di garanzia che, in realtà, è solo un’autocertificazione. Per i consumatori distratti dei supermercati, evidentemente, è quanto basta per scegliere un prodotto. Magari anche di un brand come Nestlé, da tempi remoti accusato di pratiche non proprio sostenibili.

La domanda da porsi è perché aziende palesemente fuori dai canoni della sostenibilità stiano facendo a pugni per posizionarsi sul mercato green o etico. Forse perché il commercio equo e solidale non è stato affatto un fallimento. Pur senza essere mai diventato concorrenziale rispetto al grande business, ha ottenuto un grande successo nel formare una generazione di consumatori che oggi sono inclini a premiare l’azienda che si impegna a favore dell’ambiente e rispetta i diritti delle persone.

Resta il fatto che gli scaffali traboccano di promesse sulla qualità anche etica delle merci che il consumatore non può verificare, e che la voluta moltiplicazione di marchi e marchietti ha disorientato tutti. Forse per questo è scattata l’ora di ripensare il commercio equo e solidale rilanciandone la storica missione di formare i consumatori. Anche smascherando i truffaldini, sottoponendo a fact-checking le promesse dei produttori. Ma soprattutto restituendo voce ai produttori perché, nell’attuale quadro della crisi dell’agricoltura mondiale, i loro margini di guadagno si sono ulteriormente ridotti. Per questi motivi, e per molti altri ancora, il ruolo del commercio equo e solidale non si è esaurito. Soprattutto perché le ragioni che portarono alla sua nascita sono ancora valide.

 

La situazione boliviana di ora in ora sta diventando più complicata e drammatica. Il governo che si è insediato a La Paz, senza voto parlamentare e con il solo compito di portare il paese alle elezioni entro 90 giorni, sta dando dei passi che lo qualificano sempre di più come un governo “politico” e non di scopo. L’esecutivo presieduto da Jeanine Añez infatti ha deciso, senza passare dal parlamento, di fare uscire la Bolivia dall’Alba, cioè dall’alleanza tra i paesi cosiddetti “bolivariani” (Venezuela, Nicaragua, Cuba) e cosa più grave, ha stabilito una sorte di “scudo penale” per le forze dell’ordine nel lavoro di repressione del dissenso. Una misura duramente e giustamente criticata dalla Commissione Interamericana per i diritti umani (CIDH). Sono stati enunciate anche misure che riguardano la cultura, l’economia e le relazioni internazionali.

Evo Morales, dall’esilio messicano, in un’intervista con BBC afferma che in “Bolivia si è instaurata una dittatura, complici gli Stati Uniti”, e difende il risultato delle elezioni dello scorso 20 ottobre, contestate dall’opposizione, non scartando di potersi candidare di nuovo a presidente del paese. Da parte loro, i gruppi estremisti di Santa Cruz che in questi giorni si sono visti in azione anche nella capitale, parlano di mettere al bando il MAS (il partito di Evo) e di giudicare tutti i suoi dirigenti per frode elettorale. In mezzo ci sono i cittadini che dal 2017 hanno protestato contro Morales per la forzatura alla sua Costituzione per potersi ricandidare, ma anche dei movimenti sociali che criticano da anni l’impronta “estrattivista” del suo governo, che ha portato all’apertura di strade in Amazzonia, alle proteste dei minatori sull’accordo con la Germania per il litio e alle responsabilità per i giganteschi incendi di foresta amazzonica di quest’estate. Per molti, le dichiarazioni di principio sulla protezione della Pacha Mama sono state più volte smentite.

Ormai è inutile fare dietrologie, ma malgrado la spaccatura del fronte popolare e l’innegabile calo di consensi di Morales (il 20 ottobre si è fermato, dando per buoni i risultati, al 47% contro il 63% del 2014) se un suo successore fosse stato candidato avrebbe potuto lo stesso vincere le elezioni come successo con Dilma Rousseff dopo Lula in Brasile, con Maduro dopo Chavez in Venezuela o con Moreno dopo Correa in Ecuador. Comunque ora sono ragionamenti inutili perché la situazione sta degenerando e le vittime mortali sono oltre 20. Soprattutto non si capisce quale potrebbe essere il risvolto democratico quando da una parte si chiede di tornare a ricandidarsi, malgrado questa sia stata la scintilla, e dall’altra si governa senza consenso, ma si comincia a prendere pesanti misure politiche.

Negli ultimi giorni, chi si sta mettendo velocemente fuori da quel barlume di legalità che aveva accompagnato la sua autoproclamazione a Presidente (riconosciuta dal Tribunale costituzionale, ma anche da USA e Russia) è la senatrice Jeanine Añez. Se il suo governo insisterà nel volere governare decidendo questioni delicate senza essere passato dal voto e senza fare deliberare il parlamento gli ingredienti per il dramma successivo sono già pronti. Una totale e assoluta rottura della legalità oggi potrebbe dire due cose, l’intervento diretto dell’esercito prendendo il potere, oppure l’inizio di una guerra civile con l’aggravante del rischio di perdita di integrità territoriale. A Santa Cruz sono tornate prepotenti le voci di avvio, come in passato, di un tentativo di secessione. Tutti questi scenari sono pessimi, soprattutto per un paese che era riuscito a scampare alla recessione che sta colpendo il subcontinente da qualche anno. Per questo motivo la crisi boliviana non è equiparabile a quella ecuadoregna o cilena, qui non c’è una crisi sociale, ma squisitamente politica. Senza dimenticare ovviamente le tensioni razziali tra indigeni e bianchi e le spinte separatiste.

Quale sarebbe invece l’unica soluzione viabile per evitare questa deriva? Che entrambi i bandi riconoscano le regioni dell’altro stabilendo un patto molto semplice: quando si va al voto e come si va al voto. Scartando che Evo Morales si possa ricandidare, il suo movimento deve essere libero di presentarsi alle elezioni e anche di vincerle, cosa peraltro non impossibile. Se invece si insisterà da una parte a governare da soli come se si fosse legittimati dal voto e dall’altra a non riconoscere che è finita, politicamente, l’era di un grande leader e che qualsiasi movimento con tale radicamento deve reagire e rinnovarsi, la deriva sarà inarrestabile. Purtroppo sarebbe presto una deriva funestata ancora di più da lutti che colpiranno tutta la comunità boliviana.

 

Nel rumore mediatico generato dai mille conflitti sociali o bellici in corso, si è persa una notizia incoraggiante. È l’ennesima dimostrazione dell’importanza e dell’efficacia delle politiche multilaterali, cioè eseguite di comune accordo da un grande insieme di Paesi. La notizia è che tra il 2008 e il 2018, secondo uno studio dell’OCSE, sono diminuiti del 34% i depositi bancari offshore. Cioè i soldi che privati e società depositano in paradisi bancari e fiscali per evadere il fisco o, nei casi più gravi, per riciclare soldi sporchi. Si parla di 531 miliardi di dollari in meno, una cifra praticamente pari al PIL di uno Stato come il Belgio. Questo successo, anche se ancora insufficiente, è stato raggiunto per il semplice motivo che oltre cento Paesi hanno aderito alla proposta dell’OCSE di scambiarsi automaticamente, dal 2017, i dati dei conti correnti dei non residenti. Tra gli aderenti si annoverano diversi ex paradisi fiscali come Svizzera, Uruguay e Isole Cayman. La schiera dei pirati della finanza globale si è infatti assottigliata, per quanto non sia ancora scomparsa.

Un problema globale può essere affrontato solo in modo globale. Anche in passato, quando si è raggiunto un accordo multilaterale i risultati sono arrivati velocemente: per esempio con il Trattato di Montreal del 1987, che mise al bando i gas CFC, clorofluorocarburi responsabili del cosiddetto “buco nell’ozono”. L’accordo, con le sue successive revisioni, è stato finora sottoscritto da 196 Stati più l’Unione Europea e ha portato alla riduzione progressiva, accertata scientificamente, dei CFC sull’Antartide a un ritmo dello 0,8% annuo. Un risultato eccezionale ottenuto soltanto grazie alla cooperazione internazionale.

Paradisi bancari e gas CFC sono due esempi delle potenzialità gigantesche del multilateralismo per il destino dell’umanità. Tra i grandi problemi che potrebbero essere risolti, o almeno fortemente mitigati, da un’azione collettiva ci sono il cambiamento climatico, la fame, i conflitti, la grande criminalità. Ma, per cecità o per interessi di bottega, non si trova l’accordo per procedere su nuovi fronti. È come se il concerto delle nazioni si fosse interrotto senza darsi una scadenza per la riprogrammazione.

Alcune grande potenze, come gli Stati Uniti e la Russia, boicottano attivamente le istituzioni multilaterali, favorendo il ritorno alla politica delle “mani libere”: ciascuno detta legge secondo la propria potenza, e comunque non accetta vincoli esterni. È un’idea molto antica, ottocentesca, di un’epoca in cui – non a caso – la politica internazionale si faceva a colpi di cannone. Ma le grandi questioni planetarie del XXI secolo, dopo l’ultima ondata di globalizzazione, non sono più risolvibili individualmente e nemmeno con il potere delle armi. A problemi globali, risposte collettive.

In sintesi, malgrado la vulgata sulla fine della politica, ciò che bisogna temere è proprio il vuoto politico: la perdita di capacità di esprimere una posizione e di trovare una mediazione in nome di interessi generali, è il problema dei nostri tempi. In termini di capacità politica, l’attuale classe dirigente globale è una delle più deboli di cui si abbia memoria. Sarà il compito di una futura generazione di statisti riaprire i tavoli del dialogo. Nel frattempo, è affidato alla società civile il compito di continuare a ricordarci che il nostro mondo potrebbe essere migliore, se soltanto lo si volesse.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso. Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.

 

Il Risiko è un gioco di società nato in Francia nel 1957 e arrivato in Italia undici anni dopo.  Il suo nome originale era “La conquista del mondo”, e proprio di quello si tratta: conquistare una serie di territori raggruppati in modo casuale. Nel Risiko non conta la potenza economica – e nemmeno le alleanze, che non sono previste – ma solo la forza militare, espressa in carri armati a disposizione. All’epoca il Risiko era davvero un gioco di fantasia, perché nel contesto della Guerra Fredda e dei rapporti Nord-Sud le conquiste militari dovevano sempre fare i conti con il peso delle economie e con l’appartenenza all’uno o all’altro dei due blocchi in cui il mondo era diviso.

Quelle stesse caratteristiche rendono invece il Risiko molto simile alla situazione odierna, soprattutto a quella siriana, ma non solo. Le conquiste oggi possono davvero essere random, prescindendo da blocchi ideologici che non esistono più, e possono essere portate a termine anche da potenze relativamente modeste sotto il profilo economico. La stessa Russia di Putin, che ha un PIL inferiore a quello brasiliano, è un nano economico, eppure grazie alla sua forza militare riesce a esercitare un potere di intervento decisivo in aree disparate come l’Ucraina, la Siria, il Venezuela o Cuba. Se vogliamo invece, per gioco, equiparare occupazioni militari e “occupazioni” economiche, anche la strategia mondiale cinese ricorda molto il Risiko, con la conquista di territori apparentemente marginali, come l’Africa e l’America Centrale, per tenere sotto scacco la grande potenza USA.

In questo mondo deregolamentato e deideologizzato la forza militare, o almeno la sua rappresentazione, ha un peso determinante. Anche per essere lasciati in pace, come ha dimostrato la vicenda della Corea del Nord, che ha sapientemente sfruttato la minaccia nucleare. A risentirne è la politica, e di conseguenza la democrazia. Lo scenario favorisce infatti l’affermazione di figure che, una volta al potere, si trasformano in autocrati e perpetuano se stessi, anche barando sulle regole. Erdoğan e Putin sono due validi esempi, ma anche Trump e Bolsonaro sono sospettati di avere utilizzato carte truccate per vincere le elezioni nei rispettivi Paesi. I cittadini sono invece sempre più lontani dalle stanze dei bottoni: vengono relegati dal potere al ruolo di gregari, di follower sui social.

In questo contesto, l’Ecuador è in controtendenza. I movimenti indigeni raggruppati nella confederazione Conaie hanno infatti riportato una pesante vittoria sul governo di Lenín Moreno che, dopo avere firmato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, tra le altre misure aveva deciso di eliminare le sovvenzioni statali sui carburanti. Combustibile che serve non solo al traporto dei privati, che in genere non hanno problemi economici, ma anche a muovere i mezzi di trasporto collettivi e i camion che trasportano le merci prodotte dalle comunità rurali. Insomma, una misura che colpiva i ceti più bassi della società, quindi gli indigeni, in un Paese che esporta petrolio. La mobilitazione indigena ha prima obbligato il governo a traslocare dalla capitale Quito a Guayaquil, e poi lo ha indotto a eliminare il decreto incriminato e a ridiscutere gli accordi con il FMI.

La vittoria appartiene soltanto agli indigeni, ma il governo l’ha festeggiata come positiva e addirittura il FMI l’ha definita “salutare”. Perché anche questa è la cifra dei nostri tempi: raccontare le cose come conviene, se necessario falsando la realtà, per apparire sempre vincenti.

La vicenda ecuadoriana può apparire marginale, ma insegna che a essere potenti non sono soltanto gli Stati dotati di forti eserciti, quelli impegnati nel nuovo Risiko. Possono esserlo anche i cittadini organizzati. Gli indigeni che hanno piegato governo e FMI non avevano a disposizione carri armati, ma tanta determinazione. Una forza che ancora può fare la differenza.

 

L’orso in Africa

Pubblicato: 8 novembre 2019 in Mondo
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Da anni ormai si scrive e si discute sulla presenza cinese in Africa. Un continente nel quale Pechino ha individuato non soltanto un produttore di materie prime strategiche, ma anche un mercato quasi vergine. Ed è proprio questa l’importante novità: oltre a estrarre e importare minerali, petrolio e prodotti agricoli, la Cina ha effettuato grossi investimenti acquistando terre e, soprattutto, impiantando apparati industriali di discreto livello. Ciò, in molti Paesi, ha consentito di avviare per la prima volta una trasformazione in loco delle materie prime grezze.

Meno attenzione si presta invece alla presenza africana di altri grandi Paesi, come India, Brasile e soprattutto Russia. È stata proprio Mosca, recentemente, a lanciare un’offensiva diplomatica attraverso la quale punta a recuperare un ruolo importante in Africa, come ai tempi dell’Unione Sovietica. La Russia ha da offrire soprattutto cooperazione militare, cioè armi e addestramento. Merce sempre richiesta e che Mosca si impegna a fornire, dopo aver siglato 20 accordi di cooperazione militare negli ultimi quattro anni. Oggi la Russia di Putin è il primo fornitore di armi in Africa con il 35% del mercato, contro il 17% della Cina e il 10% degli Stati Uniti. Ancora, le agenzie russe di mercenari sono attivissime nel sostenere il generale Khalīfa Haftar in Libia, in cambio di petrolio, e anche il governo della Repubblica Centrafricana. Proprio in questo Paese potrebbe essere costruita la prima base militare russa in Africa.

Ma l’interesse russo non si esaurisce qui. Il Cremlino ha messo a punto un pacchetto che propone di fornire tecnologia e know how per sfruttare meglio i minerali, ovviamente in cambio di concessioni minerarie e commesse per la costruzione di ferrovie, strade e centrali nucleari, una delle specializzazioni dei russi. Che sono già impegnati nella costruzione della prima centrale nucleare egiziana, mentre sono molto avanzate le trattative per dotare anche l’Etiopia di questa tecnologia.

Lo scambio economico tra l’Africa e Mosca resta comunque molto modesto: 20 miliardi di dollari di scambi commerciali all’anno contro i 200 della Cina e i 300 dell’Unione Europea, ma l’intenzione è raddoppiarlo in due anni. Nel recente forum Russia-Africa, tenutosi a Sochi sulle rive del Mar Nero, sono stati firmati contratti e intese per un controvalore di 11 miliardi di dollari, accompagnati dall’annuncio della cancellazione dei debiti, a dire la verità inesigibili, accumulati dai Paesi africani nei confronti dell’Unione Sovietica. La diplomazia commerciale russa si pone dunque esplicitamente in continuità con quella sovietica. Da un lato, Mosca si concentra su quegli Stati che un tempo erano “amici” dell’Urss, come Angola, Mozambico, Etiopia o Libia; dall’altro lancia un messaggio ai leader africani, in buona parte illegittimi o sospettati di gravi violazioni dei diritti umani, lasciando intendere che non solleverà mai problemi legati a questi temi. Con Mosca non si rischia l’embargo né altre sanzioni. Anzi, arriveranno armi a qualsiasi condizione, ed eventualmente anche mercenari.

In questo senso l’amicizia con la Russia appare molto più interessante, almeno in certi contesti, rispetto a quella con la Cina che, per via degli stretti rapporti con gli Stati Uniti, almeno formalmente deve “stare attenta” al comportamento che tiene in Africa. Putin gioca invece a tutto campo, approfittando della disarticolazione del mondo di oggi, rinverdendo la geopolitica dell’Unione Sovietica, riconvertita però a pura politica di potenza. Il risultato è che, in Africa, Russia e Cina sono complementari. Una fa ciò che l’altra non è in condizioni di fare: la Cina degli investimenti miliardari e la Russia delle mani libere, per rifornire tutti di armi. È un’accoppiata che in altri scenari si fa più fatica a vedere, ma che nel fragile contesto africano si fa sentire, eccome.