Il rischio di svolte autoritarie motivate dalla necessità di far fronte alla pandemia comincia a diventare realtà. Con il voto di due terzi del Parlamento ungherese, Viktor Orbán ha sostanzialmente mutato la già debole democrazia ungherese in una dittatura che, come già successo più volte nella storia, inizia con un voto democratico. Il potere legislativo ungherese – che, come in tutte le democrazie, dovrebbe essere un potere altro e di garanzia rispetto a quelli esecutivo e giudiziario – ha votato per sospendere le proprie funzioni, trasferendo il potere in modo illimitato e senza scadenze al primo ministro.

Gli unici precedenti europei dell’ultimo secolo sono stati negli anni ’20 l’ascesa di Benito Mussolini e negli anni ’30 quella di Adolf Hitler, entrambi legittimati come dittatori dai rispettivi Parlamenti. Non è retorica parlare di dittatura nel caso ungherese: il primo ministro potrà governare a tempo illimitato decretando da solo, potrà sospendere elezioni, controllare gli organi di stampa e condannare fino a cinque anni di reclusione chi diffonde notizie “false” rispetto a quanto comunicato dal governo. L’accerchiamento degli autoritarismi ai confini dell’Unione Europea, di cui sono protagonisti i vari Putin, Erdoğan e al-Sisi, ha fatto breccia all’interno della Comunità. La risposta a quanto avvenuto in Ungheria sarà il vero banco di prova per gli altri 26 Paesi UE, che, in questo momento, non avevano bisogno di un nuovo fronte interno.

La svolta ungherese è stata preparata fin da quando è iniziata la pandemia. Le diverse batterie virtuali al servizio della galassia sovranista europea hanno da subito cominciato a sparare su due fronti. Il primo è quello del patriottismo, delle bandiere, del linguaggio militare, degli inni cantati dai balconi, colorando di nazionalismo patriottico quella che era ed è un’emergenza sanitaria. Il secondo è l’attacco sistematico all’Unione Europea, da sempre uno dei bersagli preferiti dai sovranisti. L’Unione, già provata dalla Brexit, in poco tempo ha fatto molto per la crisi, sospendendo il Patto di Stabilità e facendo pressione sulla Banca Centrale Europea che, nonostante le resistenze iniziali, ha lanciato un quantitative easing senza tetto. Il punto dolente è quello degli eurobond, cioè della socializzazione dei debiti nazionali dovuti alla crisi. Tema delicatissimo, perché la condivisione del debito è un tabù per molti Paesi europei. Ma al netto del giusto dibattitto, e della mediazione che alla fine si troverà, le batterie dell’odio hanno inondato il web di fake news sull’Europa matrigna, dalla quale uscire senza indugio.

In questo clima, la mossa di Orbán scivola via più facilmente. Da una parte l’UE è seriamente impegnata nel contrastare la pandemia, dall’altra si è formato un consenso trasversale antipolitico, anti-istituzionale e pro-soluzioni drastiche che rischia di trasformare Orbán nel simbolo della mitologica “mano forte” che dovrebbe sistemare tutto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che una svolta del genere, per certi versi inedita, avvenisse all’interno dell’Unione Europea, considerata ancora come un bastione della democrazia. Anche su questo bisogna riflettere, cioè su come la democrazia non si stia affatto diffondendo, ma anzi stia addirittura vacillando nel continente dov’è nata. La prima precauzione, per evitare la diffusione di questo virus potenzialmente più letale del Covid-19, è ammainare le bandiere, ignorare gli appelli che parlano di patria o di nazione e, soprattutto, cancellare il linguaggio militare. Il coronavirus è una pandemia, non una guerra. I cittadini non sono soldati ma si adeguano alla situazione, adottano le misure richieste solo se sono consapevoli. La patria non c’entra nulla, conta la solidarietà. E chi solleva qualche critica alla gestione della crisi, infine, non è un criminale, ma un cittadino, una persona che esercita il diritto di parola: senza il quale non si è più in democrazia.

 

Le regole che non si è voluto stabilire per gestire la globalizzazione degli anni ’90 non esistono neppure quando si tratta di far fronte a una pandemia. Ci sono dei protocolli, certo, e più o meno tutti, alla fine, faranno le stesse cose: ma in tempi diversi, senza sincronizzarsi, ripetendo i medesimi errori. Per affrontare un’emergenza come quella del Covid-19 tutti gli esperti più autorevoli dicono che, in mancanza di farmaci specifici, sono vitali il coordinamento e il tempismo. Quelli che ha messo in campo la Cina, dove tutto è iniziato, e dove un regime autoritario ha potuto applicare restrizioni draconiane a tempo di record senza che nessuno protestasse. O almeno, senza che giungesse notizia di proteste.

In Europa, in America Latina, negli Stati Uniti è guerra tra sindaci e governatori, tra governatori e governi centrali. Tutti in disaccordo sui tempi e sulla portata delle misure da intraprendere. Chi vorrebbe chiudere tutto da subito con i cittadini bloccati a casa, come i medici, e chi invece vorrebbe continuare a lavorare come se niente fosse o quasi, come gli industriali. Ma la litigiosità non si ferma agli organi di governo. Anche tra i cittadini scoppiano liti, virtuali o reali, circa i divieti di spostarsi. Un’opinione pubblica avvelenata dalle fake news circolanti in rete chiede di spingersi oltre rispetto a quanto i governi vogliono o possono fare. Il caso dei runners accusati di essere “untori”, in contrapposizione ai “passeggiatori di cani” che almeno per ora sono visti bene, la dice lunga su questa psicosi collettiva.

Umberto Eco diceva, poco prima di morire, che Internet aveva dato diritto di parola a legioni di imbecilli. In queste settimane, oltre agli imbecilli tout court, anche i complottisti, i dietrologi, i terroristi virtuali hanno una vasta platea. Si usano gli stessi copioni usati per l’AIDS negli anni ’90, per Ebola negli anni 2010, per la SARS poco tempo fa. Laboratori segreti dai quali sarebbero sfuggiti virus letali, potenze che attraverso la diffusione del Covid-19 vorrebbero conquistare il mondo, governi che nasconderebbero la verità. Come in un brutto film di James Bond, nel quale però non si sa se, alla fine, il criminale di turno che vuole conquistare il mondo sarà sconfitto dall’agente 007.

E purtroppo è normale che sia così, perché i seminatori di falsità e di panico sono attivi da sempre sulla rete. Se di solito sono seguiti da una minoranza di persone, nelle crisi la platea si allarga, e ciò succede anche perché chi dovrebbe essere un punto di riferimento ondeggia o si nasconde. Primi ministri che un giorno si dicono preoccupati e quello dopo minimizzano. Leader come Trump e Bolsonaro che addirittura ci scherzano sopra. Governatori che imputano l’epidemia all’abitudine di altri popoli di mangiare pipistrelli vivi. Ecco, se le istituzioni vacillano, allora perché non potrebbero avere ragione gli apocalittici della rete? La stessa politica è pesantemente influenzata dal dibattito online, dove tutte le opinioni valgono, idiozie comprese. Se questa crisi ci sta già lasciando un insegnamento è quello dell’urgenza di ripensare l’informazione fruibile oggi, che non sta più sui giornali ma in rete. Ma quali strumenti ci sono perché chiunque possa valutare cosa sta leggendo?

L’altro insegnamento è che solo istituzioni pubbliche efficienti e con tutte le risorse a disposizione possono arginare le derive autoritarie. Un servizio sanitario nazionale – quella geniale invenzione europea! – in grado di fare prevenzione e preparato all’emergenza è più rassicurante dell’esercito per strada. Infine, non va sottovalutato che sono i cittadini oggi a chiedere a gran voce che questi fenomeni siano governati dalle istituzioni politiche, anche a livello internazionale: è un ottimo viatico per rimettere finalmente mano al dossier abbandonato delle regole e delle pratiche comuni per il governo del mondo. Per quanto oggi tutti si stiano chiudendo entro i propri confini nazionali, è chiarissimo ormai che da soli non ci si salva.

 

Nella nostra realtà colpita dalla pandemia di coronavirus, le notizie che riescono a superare la marea di racconti sulla chiusura degli esercizi pubblici, gli inni cantati a squarciagola dai balconi o i consigli dei vip per non ammalarsi ci parlano, come sempre, di un mondo contraddittorio. Da un lato si ha finalmente la prova pratica di ciò che gli ambientalisti e la scienza affermano da decenni: e cioè che la combustione di petrolio e di carbone è la principale causa dell’inquinamento atmosferico, e di conseguenza del cambiamento climatico. Nelle località colpite da Covid19, gli indici di inquinamento sono crollati per via della quarantena di massa. Dalla Cina alla pianura padana. È la tragica dimostrazione empirica di quanto già si sapeva.

Dall’altro lato, nel mondo continua ad avanzare il totalitarismo. La manovra a tenaglia di Vladimir Putin per perpetuarsi al potere in Russia sembra ormai riuscita. Nominalmente la Russia è una democrazia, pur essendo in mano a un piccolo gruppo di politici e di affaristi, e pur detenendo il triste record per numero di giornalisti ammazzati, trecento, negli ultimi vent’anni. E ha bisogno di continuare a rispettare le apparenze democratiche. Putin ha quindi fatto ricorso a uno dei più consolidati trucchi sporchi delle neodemocrazie dell’America Latina: cambiare le regole in corso d’opera. Ha varato una riforma costituzionale che permette a un cittadino di essere eletto per due volte presidente, ma conteggiando i mandati solo dalla data di promulgazione della riforma stessa. Ora che la Corte Costituzionale ha dato il via libera, manca solo la formalità di un referendum popolare, indetto per il prossimo 22 aprile, che ovviamente sarà vinto dal presidente in carica. Alla fine di questo iter, nel 2024 l’uomo che ha vinto in Crimea, Ucraina e Siria, Vladimir Putin, potrà ricandidarsi per altri due mandati. E continuerà a gestire un potere che è nelle sue mani ininterrottamente dal 1999: una carriera al vertice della Russia più lunga di quella di Stalin. Un potere così longevo concentrato nelle mani di una sola persona chiude ulteriormente gli spazi di libertà e di democrazia.

Lo stesso sta accadendo in Turchia e in Egitto, dove Erdoğan e al-Sisi fingono anch’essi di guidare Paesi democratici. In realtà questa situazione non interessa molto al resto del mondo: anzi, nel contesto caotico di oggi si sente ripetere in continuazione che i Saddam Hussein, i Gheddafi, i Mubarak garantivano almeno la stabilità. Siamo dunque di fronte a una riduzione degli spazi di libertà individuale in Occidente, prima per il terrorismo poi per il virus, e a un ritorno alle democrature, cioè delle dittature che si vestono di democrazia, altra invenzione del laboratorio politico latinoamericano. Le proteste si circoscrivono al Paese in questione, ma a livello internazionale, se non si ha il palato troppo fine, le cose vanno bene. Alla fine si cerca sempre stabilità: un bene che si può raggiungere con la coesione sociale e politica oppure con il totalitarismo. Purtroppo, la strada che oggi va per la maggiore è la seconda: è quella più semplice e che offre agli interlocutori internazionali le maggiori garanzie.

Per un Paese democratico però non è un grande affare vivere in un mondo sempre più affollato di dittatori o aspiranti tali. Sono contagiosi, diffondono un virus non meno letale di quelli biologici. Certamente la democrazia non si esporta e chi dice di farlo di solito nasconde seconde intenzioni. Ma le democrazie possono fare scelte, pensare al di là dei propri interessi contingenti. Avere permesso a Putin e a Erdoğan di mettere sotto ricatto l’Europa con il gas e con i profughi è stato un errore fatale. Per uscirne bisogna spezzare la nostra dipendenza energetica e farci carico del disastro umanitario del Mediterraneo. Si può fare, i due dittatori nostri vicini senza queste armi di ricatto sarebbero molto ma molto meno potenti. La democrazia è una scelta e deve fare scelte. Adagiarsi, lisciare il pelo, subire senza reagire i ricatti di regimi autoritari dimostra solo una cosa che non è però sempre vera, che chi usa la forza vince.

 

 

Il mondo disegnato dall’ultima ondata di globalizzazione degli anni ’90 è come un organismo vivente. I gangli che garantiscono il suo funzionamento sono distribuiti ovunque. Molto diverso da quello del periodo precedente, quando la divisione internazionale del lavoro era piuttosto rigida e la mobilità delle persone limitata. Diverse e profonde sono state le riforme che hanno riconfigurato il corpo dell’economia, fino a renderlo interconnesso: la possibilità di delocalizzare le produzioni e spostare i capitali, l’emergere di nuovi mercati consumatori, la rivoluzione tecnologica (alimentata da nuove materie prime strategiche), la deregolamentazione del traffico aereo. Anche i flussi migratori si sono per così dire liberalizzati. Dopo la fine dell’emigrazione europea vi erano stati forti innesti di manodopera dai Paesi ex coloniali verso l’Occidente e le possibilità di migrare per motivi economici si sono moltiplicate, anche come conseguenza del crollo demografico dei Paesi di vecchia industrializzazione.

Il mondo odierno funziona appunto come un organismo vivente che si alimenta di materie prime ma anche di industria di trasformazione, alta tecnologia, logistica, intermediazione e marketing. Tutto sparso in giro per i continenti, senza escludere praticamente nessun Paese. L’utopia dell’autosufficienza economica è tramontata da un pezzo e i nostalgici dell’autarchia sono sparute minoranze. E questo è stato possibile non solo per le grandi imprese transnazionali, che in prima battuta hanno cercato manodopera a basso costo per poi lanciarsi a conquistare anche i mercati dove avevano delocalizzato, ma anche per il segmento dell’economia sociale: il commercio equo e solidale è stato possibile grazie ai meccanismi che hanno permesso di spostare merci e investire in Paesi fino a ieri chiusi, fino a conquistare un proprio mercato consumatore mondiale, per quanto piccolo.

La globalizzazione dell’economia ha anticipato il bisogno di una globalizzazione delle regole, dei diritti e delle risposte collettive alle sfide mondiali. Tutti i problemi che oggi dovrebbero essere affrontati dalla politica internazionale richiedono una risposta multilaterale, che si tratti di cambiamento climatico, di moderne pandemie o di regolamentare il commercio. Resta aperto anche il capitolo della pace, con decine di conflitti più o meno dimenticati che continuano a provocare morte e distruzione davanti all’impotenza, o meglio all’arroganza, di chi vorrebbe risolverli senza coinvolgere tutti gli attori. Lo dimostrano il caso palestinese e quello libico, in cui i tentativi di mediazione escludono ora una delle parti in causa, e cioè i palestinesi, ora l’intera comunità, come accade in Libia.

La mancanza di consapevolezza, l’incapacità di capire che sarebbe ora di fermarsi per ripartire da regole e sforzi condivisi spinge la comunità mondiale verso l’impotenza. E si tratta di una sensazione motivata, perché senza unità di intenti nulla si può fare per reindirizzare l’andamento globale. La politica si divide tra chi resta muto, o al massimo ripete formule di circostanza, e chi invece pensa a come trarre vantaggio dal caos geopolitico. Alla fine sono tutti perdenti, perché in un clima così instabile ed emergenziale vi sono pochi spazi per ricavare benefici sostanziali. Ma tanto vale. Il termometro della Terra segna un pericoloso aumento della febbre ma i medici facenti funzione non se ne curano. È come se stessimo vivendo un dopoguerra traumatico, ma senza lo slancio che ha sempre caratterizzato i periodi di ricostruzione: e in questo clima le pubblicità dei consumi di lusso, l’esaltazione della banalità, il rifugio psicologico nei social network stridono più che mai. Il gioco si è fatto duro per tutti, ma al momento i duri non stanno giocando. O peggio, non hanno intenzione di farlo.

 

La morte di Ernesto Cardenal, sacerdote, poeta e guerrigliero nicaraguense scomparso il primo marzo, riporta di attualità una delle pagine della guerra fredda “a bassa intensità” che si è combattuta in America Latina tra gli anni ’60 e gli anni ’90 del secolo scorso.

La Teologia della Liberazione era nata tra il Sud e il Centro America dietro la spinta del Concilio Vaticano II, che aveva aperto le porte della Chiesa cattolica al mondo contemporaneo. Era stata una rivoluzione, per i cattolici latinoamericani, potersi esprimere per la prima volta fuori dai canoni di un’ortodossia che, in quel continente, aveva sancito il connubio tra Conquista e fede.

La Chiesa era sempre stata vicina a chi esercitava il potere: spagnoli e portoghesi prima, aristocrazie creole dopo. Salvo rare e magnifiche eccezioni, la Chiesa istituzionale non aveva mai ascoltato la voce dei poveri, degli oppressi dal colonialismo e dalla storia. Con la Teologia della Liberazione Cristo non era più biondo né aveva le sembianze dei conquistatori spagnoli, ma diventava meticcio, mulatto, nero, indio. Cardenal – così come Gustavo Gutiérrez, Pedro Casaldáliga, Carlos Mugica, Ignacio Martín-Baró, Helder Câmara, Evaristo Arns, Tomás Balduíno parlavano la lingua dei poveri e con i poveri vivevano. Si moltiplicavano le parrocchie nelle baraccopoli delle grandi città come nelle zone rurali. La Teologia della Liberazione parlava di un nuovo tipo di peccato, quello “sociale”, dal quale non era possibile liberarsi con la confessione e la penitenza, ma soltanto attraverso la giustizia. Non quella divina ma quella degli uomini, che dovevano avere una vita degna su questa terra.

Per molti cattolici vicini alla Teologia della Liberazione fu inevitabile mischiarsi con chi in quegli anni lottava per ottenere profonde riforme sociali, più democrazia e diritti. Il prezzo da pagare per questa scelta fu enorme. Massacri, stragi, uomini e donne spariti nel nulla e tanta incomprensione da parte del Vaticano, guidato da un papa forgiato nelle lotte del suo Paese, la Polonia, dove le parti erano invertite. E che per questo non poteva capire, non conoscendo, cosa succedeva nel continente con più cattolici al mondo. Gli aderenti alla Teologia della Liberazione furono espulsi dalla Chiesa, talvolta denunciati agli squadroni della morte. Il disegno di normalizzazione si completò con la nomina di vescovi conservatori, lontani dai poveri e amanti della ricchezza, molti dei quali membri dell’Opus Dei. La conseguenza di questa scelta fu il rapido successo di religioni carismatiche, come gli evangelisti e i pentecostali, oppure di vere e proprie sette che sbarcarono in America Latina grazie ai cospicui finanziamenti ricevuti dai loro fedeli negli Stati Uniti, e che andarono a occupare il vuoto lasciato dai cattolici.

Nel 2014 la scelta di un papa latinoamericano è stata dettata anche dall’inesorabile emorragia di fedeli: un tentativo di recuperare terreno, ma forse non sufficiente. Le nuove chiese cristiane sono giovani, dinamiche, aggressive, fanno politica e per la prima volta hanno fornito una base popolare ai partiti conservatori. Il fenomeno Bolsonaro in Brasile non si spiegherebbe altrimenti. La scomparsa di Ernesto Cardenal ci ricorda quella stagione di unità di intenti tra laici e credenti in nome del bene comune. Sembra preistoria, ma prima o poi la scintilla scatterà di nuovo, perché le ingiustizie provocate dall’ancestrale disuguaglianza latinoamericana sono ancora attuali. Augusto César Sandino lottò contro l’occupazione straniera del suo Paese a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. Cinquant’anni dopo, in suo nome si fece una rivoluzione contro un terribile dittatore. Oggi Ernesto Cardenal ci lascia, ma il suo esempio non è materia per gli storici. Farà sicuramente ancora strada.

 

 

 

L’annus horribilis è cominciato nell’estate 2019 con gli incendi dolosi in Amazzonia, conseguenza dell’attuale malgoverno brasiliano e della guerra commerciale tra USA e Cina, che lasciava presagire una crescita della domanda di soia per gli allevamenti del gigante asiatico, che non avrebbe comprato più dai farmers statunitensi. L’illusione è stata breve, perché Donald Trump ha presto capito che la sua era una guerra persa. Ma nel frattempo l’Amazzonia ha pagato un prezzo altissimo per le tensioni commerciali. Dopo pochi mesi altri incendi, questa volta dovuti al clima impazzito, hanno devastato l’Australia governata da un premier che nega il cambiamento climatico. E ancora l’invasione delle cavallette che ha distrutto l’agricoltura del Corno d’Africa e di vaste zone dell’Africa orientale.

Poi l’inverno più caldo di cui si abbia memoria, con punte di 20 °C nell’Antartide, ci ha regalato l’epidemia di coronavirus, originata in Cina e diventata in poche settimane quasi globale. Il regime cinese ha tenuto nascosta la notizia per un mese, lasciando circolare liberamente turisti e imprenditori cinesi e stranieri, prima di scegliere la via del pugno di ferro, come solo i regimi appunto sanno fare.

Ora gli economisti ci raccontano che nel 2020 si perderà quasi un punto e mezzo della crescita economica globale, ma sono dati provvisori. Si sta andando tutti dritti verso la recessione, che in realtà è già preannunciata da tempo. E non sarà soltanto un calo dei consumi e di conseguenza dell’occupazione: si vivranno momenti drammatici per quanto riguarda la sicurezza alimentare in diverse zone del pianeta dove cavallette, siccità, land grabbing e desertificazione avanzano. Sono fatti non necessariamente collegati tra loro, ma che insieme mettono paura. Situazioni drammatiche che ci ricordano qual è la vera agenda della Terra, che la politica continua a ignorare. I grandi del pianeta sono tutti impegnati in giochi di potere, chi per allargare la sua influenza come la Russia, chi per blindare i propri confini come gli USA. E c’è anche chi invece resta muto e impotente, come l’Europa. Si lavora sull’emergenza e sulle sue conseguenze, mentre da molto tempo si è abbandonata la prevenzione e ancora non si intravede una nuova stagione di riforme che porti la comunità internazionale a prendere in mano il destino collettivo.

C’è però una differenza rispetto al passato. Oggi si sa tutto. La scienza è univoca, ad esempio, sul cambiamento climatico. Ma già 20 anni fa i movimenti ambientalisti, contadini e per un consumo sostenibile hanno anticipato ciò che sarebbe successo, e nel frattempo hanno anche proposto idee e soluzioni. Come fece per esempio Alex Langer, il cui pensiero torna prepotentemente di attualità, chiedendo di agire localmente pensando globalmente. Invece oggi la dimensione locale diventa una gabbia autocostruita e quella globale è percepita solo come un pericolo: e così si rischia forte. Allo stato attuale, rivendicare uno sguardo internazionalista non è più una questione ideologica, ma semplicemente l’unico metodo per cominciare a costruire il mondo di domani, ponendo fine a questa lunga fase di transizione che rischia di riconsegnarci un mondo peggiore di quello che ci siamo lasciati dietro le spalle.

 

 

 

Spesso il dibattito politico si incaglia sui massimi sistemi perché viene influenzato dagli slogan anziché dai fatti. Nel 1994 Norberto Bobbio pubblicava il saggio Destra e sinistra: per il filosofo torinese, la differenza tra le due storiche categorie della politica passava dal concetto di uguaglianza, e cioè di quanto una forza politica tenda ad agire o no per ridurre le diseguaglianze. Da questo punto di vista, un’analisi anche solo per sommi capi della proposta di bilancio federale 2021 che Donald Trump ha girato al Parlamento di Washington inchioda il 45° presidente dell’Unione.

La manovra, che ha una consistenza di 4800 miliardi di dollari, è ricca sia di tagli sia di aumenti di spesa. I capitoli ridimensionati riguardano, tra l’altro, il sostegno ai giovani che chiedono prestiti per l’università: si tratta di un meccanismo che ormai vede la gioventù istruita statunitense gravata di un debito di 1500 miliardi di dollari, a carico soprattutto di minoranze etniche e donne. Inoltre si riducono del 15% i fondi per l’edilizia popolare, in un Paese che sta vivendo la moltiplicazione delle baraccopoli, come quelle sui marciapiedi di Los Angeles, dove sono accampate in tende oltre 80.000 persone che non possono fare fronte all’alto costo degli affitti. Vengono ridotti anche i buoni pasto e le prestazioni del Medicaid, il sistema sanitario per gli anziani poveri, e calano del 6% i fondi per l’istituto nazionale per la sanità. Sull’ambiente il taglio è ancora più deciso: -26% di fondi per l’EPA, l’agenzia statunitense per la protezione ambientale. Dopotutto, il cambiamento climatico non esiste.

In Finanziaria vengono invece aumentate le spese per prorogare fino al 2025 il taglio delle tasse per i più ricchi. Vengono premiati i veterani delle guerre con l’aumento dei pacchetti assistenziali. Aumenta del 3% il budget per la sicurezza interna, mentre quello per la sicurezza nazionale complessivamente balza in avanti del 19%. Poi ci sono fondi per costruire centri di detenzione per immigrati clandestini, e si torna alla carica con il famigerato muro che divide gli USA dal Messico stanziando 2 miliardi di dollari. Inoltre si aumenta dello 0,3% la spesa per le armi, che ormai raggiunge ben 740 miliardi di dollari all’anno, più del PIL della Svizzera. Parallelamente si riducono del 21% gli aiuti in cooperazione internazionale.

Probabilmente durante il dibattito parlamentare qualcosa di questa Finanziaria cambierà, ma l’impianto è chiaro e ci restituisce uno spaccato del moderno populismo. Trump è andato al governo con il sostegno massiccio dei ceti bianchi impoveriti dalla desertificazione economica seguita alla delocalizzazione dell’industria. Finora non ha prodotto nulla a vantaggio di questo elettorato, ma si è concentrato sulla riduzione delle tasse ai più ricchi, cioè a se stesso, e alle corporation, che già pagano poche tasse grazie a raffinati meccanismi di ottimizzazione fiscale. Altro sforzo costante di Trump è quello finalizzato all’aumento della spesa per la sicurezza e per lo sviluppo di armi. È evidente che tale impianto porta all’aumento delle diseguaglianze e alla crescita di una fascia di marginalità che avvicina alcune zone degli Stati Uniti a quello che una volta si chiamava Terzo Mondo.

Al di là dei discorsi, la politica va misurata sui fatti: e per questo possiamo affermare, utilizzando le categorie di Norberto Bobbio, che Donald Trump, presidente populista e abbastanza popolare, si colloca senza dubbio a destra. Non perché rivendichi ideologicamente il suo essere di destra, ma perché lo ha scritto a caratteri cubitali nella sua Finanziaria.

 

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a oltre 25 milioni: è il segmento del turismo che è cresciuto maggiormente nell’ultimo ventennio a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 20% all’anno. Mentre declinava il modello del beach resort “all inclusive”, perché i villaggi si scoprivano vulnerabili ad attentati terroristici, malattie e tsunami, il suo naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la massima sicurezza immaginabile. Il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra. L’unico punto debole delle crociere sono i batteri, come quello della salmonella, che ogni tanto colpiscono a bordo generando situazioni a dir poco spiacevoli. Oppure i nuovi virus, come il coronavirus, che ha portato alla quarantena di oltre 3.000 persone in crociera al largo del Giappone per via di due casi sospetti. Ma si tratta di episodi isolati e marginali rispetto alla massa di persone trasportate dalle navi da crociera ogni anno.

L’aumento vertiginoso della domanda sta travolgendo le stesse compagnie armatrici. Dopo anni di investimenti, la maggiore capacità ricettiva ha comportato il problema di garantire un’occupazione dei posti letto costante nei diversi periodi dell’anno. Per questo è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante sono i numeri e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata. Le crociere trasportano viaggiatori che rischiano di travolgere le città in cui si fermano per poche ore: migliaia di turisti scaricati tutti nello stesso momento e nello stesso punto, e che di solito si recano insieme a vedere gli stessi luoghi turistici. A Venezia, Miami, Barcellona o Atene ormai li temono, perché sono turisti che hanno i pasti e il pernottamento pagati a bordo, e sul posto si limitano a consumare, se va bene, qualche bibita e il gelato. Turisti che intasano le piazze, che rendono insostenibile la visita ai musei, che allontanano quei turisti che invece sarebbero disposti a spendere.

Ed è qui che si inserisce Ocean Cay, la prima destinazione inventata sulla quale scaricare turisti senza impatto ambientale. Si tratta di un isolotto artificiale creato negli anni ’70 nelle Bahamas per estrarre sabbia di aragonite, quella bianca per eccellenza. L’isolotto, abbandonato da tempo, e l’area marina circostante, per circa 100 chilometri quadrati, sono stati acquistati dal gigante delle crociere MSC per 50 milioni di dollari, ai quali si sono aggiunti circa 300 milioni destinati alle bonifiche. Ocean Cay è stata “ridisegnata” per i bisogni dei turisti da crociera che qui vengono portati per passare qualche giorno di mare. Su Ocean Cay lavorano 150 persone e sono state costruite otto spiagge, più una di servizio, tutte radiosamente bianche, essendo di aragonite. Sono stati inoltre piantumati 75.000 alberi e piante e costruiti 100 edifici in finto stile coloniale: bar, ristoranti e camere per il personale, visto che i turisti dormiranno sulle navi ancorate al largo.

Ocean Cay chiude il cerchio del mondo delle crociere. Non bastava la ricreazione di un mondo ideale a bordo: ora i turisti scenderanno a terra in un mondo altrettanto virtuale creato ex novo. Una finta spiaggia da cartolina in mezzo ai Caraibi. Se, oltre a rispondere a criteri di sicurezza, si punta sul serio anche a raggiungere obiettivi di sostenibilità, forse Ocean Cay potrebbe essere la prima risposta concreta ai problemi creati dal turismo di massa, allontanando dai luoghi vulnerabili coloro che dal viaggio si aspettano solo mare, sole e mojito. Non importa se in luoghi veri o falsi.

 

Le recenti elezioni legislative in Perù hanno confermato un dato che ormai è una costante in tutto il continente americano: lo sbarco in politica delle religioni carismatiche e delle sette religiose. Nel caso peruviano, la seconda forza uscita dalle urne, il Frepap, nasce dalla Missione Israelita del Nuovo Patto Universale, la chiesa millenarista e messianica fondata da Ezequiel Ataucusi Gamonal nel 1968. Nella vicina Bolivia, uno dei candidati che si contenderanno la presidenza il prossimo maggio è il predicatore evangelico Chi Hyun Chung, nato in Corea del Sud e trasferitosi da bambino insieme alla famiglia nel Paese sudamericano. Nel 2018 in Costa Rica arrivò al ballottaggio per la presidenza della Repubblica il cantante cristiano Fabricio Alvarado, sostenuto dal partito evangelico Restaurazione Nazionale, mentre in Colombia si registrava il flop di Todos Somos Colombia, il partito di Jorge Trujillo, fondatore della chiesa Casa del Regno. Ma in realtà queste chiese hanno già espresso presidenti: come l’ex dittatore e genocida José Efraín Ríos Montt, che fu poi democraticamente eletto presidente del Parlamento del Guatemala grazie alla sua conversione al pentecostalismo; oppure il più famoso di tutti, Jair Bolsonaro, presidente del Brasile e frequentatore della chiesa battista.

Tutte queste esperienze politico-religiose hanno molto in comune. Innanzitutto l’essere fortemente conservatrici e il considerare i diritti ottenuti dal mondo LGBT e la legalizzazione dell’aborto volontario come una dimostrazione del fatto che si è imboccata la strada che porta a Sodoma e Gomorra. Proprio questa avversione per i diritti civili diventa il principale punto di contatto con il mondo conservatore tradizionale, che da sempre dichiara di battersi per difendere i valori appunto “della tradizione”, che in America Latina equivale a difendere i diritti dei bianchi, maschi e benestanti. Ma lo stesso avviene anche negli Stati Uniti, dove i neocon, provenienti soprattutto dalle piccole chiese rurali, sostengono da anni i candidati repubblicani più restii a riconoscere i diritti civili.

Per questi nuovi protagonisti della politica americana, la discesa in campo è paradossalmente “apolitica”: dichiarano di volere solo vegliare sui principi morali. Ufficialmente, rivendicano dunque una funzione da controllori piuttosto che da forza candidata a governare. Usano le forme di rappresentanza offerte dalla democrazia ma non ne condividono il principio di fondo, e cioè il diritto all’esistenza di visioni diverse del mondo, e anche della famiglia. Sfruttano come ariete la democrazia, insomma, ma vorrebbero ridurla a specchio delle loro convinzioni. Finora queste chiese erano state dietro le quinte, limitandosi a portare acqua ai politici loro più vicini, ma da alcuni anni cominciano a esprimere propri candidati. Hanno così giocato un ruolo fondamentale nell’avvicinare una base popolare ai partiti conservatori: un elettorato che non si sentiva rappresentato dalla politica tradizionale e che ora partecipa alla politica con lo spirito del crociato che combatte il male.

Tutto ciò accade perché i poveri e i poverissimi hanno trovato in queste chiese ascolto e soprattutto una rete di protezione, laddove lo Stato non esiste. Chiese come cooperative, alle quali si versa la decima dello stipendio, ma dalle quali si riceve un aiuto quando c’è bisogno. È questa la conseguenza, l’onda lunga della politica vaticana che allontanò i sacerdoti che aderivano alla Teologia della Liberazione, spalancando così le porte ad altre religioni. Il punto è che non siamo di fronte a una disputa teologica: l’ingresso in politica di chiese organizzate in partito rinforza quei settori conservatori, finora minoritari, che finalmente possono candidarsi a vincere in democrazia. Democrazia che loro stessi mettono in pericolo una volta insediati. Non solo l’elenco dei Paesi democratici si è ristretto negli ultimi anni, ma all’interno di essi ci sono forze sempre più rilevanti che mirano a trasformare la democrazia in teocrazia. E non parliamo di Medio Oriente, ma di America.

Europa sfida gli USA

Pubblicato: 31 gennaio 2020 in Europa, Mondo
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Talvolta i primi passi, anche se in sé poco significativi, possono dare l’idea della direzione verso la quale si è diretti. Da tempo si discute di fine del multilateralismo, di spinte sovraniste che mettono a rischio il sistema di regole condivise. Non si erano individuate, però, le possibili contromosse da parte dell’Unione Europea, uno dei protagonisti più interessati, insieme alla Cina, a evitare guerre commerciali che potrebbero colpire il proprio export. L’antidoto individuato dall’UE è stato provare a rimettere in piedi l’organo di appello del meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali del WTO, paralizzato ormai da due anni. E cioè da quando Donald Trump ha cominciato a denunciarlo come lento e “di parte”, cosa totalmente falsa, e soprattutto a bloccarlo, impedendo che fossero nominati due nuovi giudici al posto di quelli il cui mandato era scaduto.

Quest’organo di appello si occupa, o dovrebbe occuparsi, dei ricorsi in appello presentati dopo le sentenze di primo grado nelle cause su dazi, dumping e sussidi tra i 164 Stati che fanno parte del WTO. Come tutto l’impianto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nasce nel 1995 sulla base dell’illusione, poi smentita dai fatti, che gli Stati fossero tutti così convinti delle magnifiche sorti di un mercato globale aperto e dotato di regole comuni da poter decidere sempre all’unanimità. Ed è proprio questo uno dei seri problemi del WTO: raggiungere l’unanimità su temi critici, come l’agricoltura, oppure resistere alle spinte sovraniste da parte di Paesi forti come gli Stati Uniti. L’UE, che preferisce continuare a lavorare dentro le regole – anche perché quelle attuali lasciano ampio margine di manovra ai Paesi comunitari, ad esempio in materia di protezioni del mercato interno – ha sparigliato il gioco. Ha citato l’articolo 25 del protocollo per la risoluzione delle controversie, che prevede che i Paesi membri si possano rivolgere anche a forme volontarie di arbitrato, e così facendo ha lanciato l’idea di un tribunale parallelo, su base volontaria, rispetto a quello ufficiale bloccato dagli Stati Uniti.

All’appello comunitario hanno risposto positivamente al momento 16 Paesi extraeuropei, tra i quali alcuni alleati di ferro degli USA, come Australia, Nuova Zelanda e Messico, ma anche due dei pesi massimi dei Paesi Brics, come Cina e Brasile. A questo punto la mossa europea diventa la prima sfida in campo aperto agli Stati Uniti, che invece hanno scelto di usare come metro della loro politica commerciale soltanto i rapporti di forza, in modo da schiacciare, uno alla volta, i diversi partner. Esattamente com’è successo con la rinegoziazione dell’accordo NAFTA con Canada e Messico, condotto da Washington con un partner alla volta, che non aveva vie di scampo davanti alle richieste statunitensi. Non è sicuramente una novità che la Cina reciti la parte del Paese rispettoso delle regole e campione del multilateralismo. Lo è invece che si crei un asse tra Cina ed Europa per resistere alle spinte unilaterali degli Stati Uniti.

Sono gli Stati  Uniti, già usciti dall’accordo per il clima, latitanti in sede ONU e ora bypassati nel WTO, che rischiano seriamente di restare fuori dal sistema di relazioni internazionali. La mossa dell’Europa è un segnale forte in questo senso, e anche un segno inaspettato di vitalità. Questo gioco a mani libere guidato da Bruxelles va spiegato, però, anche in rapporto alla Brexit. Con il Regno Unito ancora dentro l’UE, probabilmente ci sarebbe stato un veto su questa mossa. Invece ora l’Unione Europea a guida tedesco-francese, senza la zavorra di Londra, torna a fare politica, almeno sul piano commerciale. È un giocatore che nessuno si aspettava ma che, se vuole, può modificare molti degli equilibri precari che si sono consolidati negli ultimi anni, e aggregare alleati insospettabili.