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Nel rumore mediatico generato dai mille conflitti sociali o bellici in corso, si è persa una notizia incoraggiante. È l’ennesima dimostrazione dell’importanza e dell’efficacia delle politiche multilaterali, cioè eseguite di comune accordo da un grande insieme di Paesi. La notizia è che tra il 2008 e il 2018, secondo uno studio dell’OCSE, sono diminuiti del 34% i depositi bancari offshore. Cioè i soldi che privati e società depositano in paradisi bancari e fiscali per evadere il fisco o, nei casi più gravi, per riciclare soldi sporchi. Si parla di 531 miliardi di dollari in meno, una cifra praticamente pari al PIL di uno Stato come il Belgio. Questo successo, anche se ancora insufficiente, è stato raggiunto per il semplice motivo che oltre cento Paesi hanno aderito alla proposta dell’OCSE di scambiarsi automaticamente, dal 2017, i dati dei conti correnti dei non residenti. Tra gli aderenti si annoverano diversi ex paradisi fiscali come Svizzera, Uruguay e Isole Cayman. La schiera dei pirati della finanza globale si è infatti assottigliata, per quanto non sia ancora scomparsa.

Un problema globale può essere affrontato solo in modo globale. Anche in passato, quando si è raggiunto un accordo multilaterale i risultati sono arrivati velocemente: per esempio con il Trattato di Montreal del 1987, che mise al bando i gas CFC, clorofluorocarburi responsabili del cosiddetto “buco nell’ozono”. L’accordo, con le sue successive revisioni, è stato finora sottoscritto da 196 Stati più l’Unione Europea e ha portato alla riduzione progressiva, accertata scientificamente, dei CFC sull’Antartide a un ritmo dello 0,8% annuo. Un risultato eccezionale ottenuto soltanto grazie alla cooperazione internazionale.

Paradisi bancari e gas CFC sono due esempi delle potenzialità gigantesche del multilateralismo per il destino dell’umanità. Tra i grandi problemi che potrebbero essere risolti, o almeno fortemente mitigati, da un’azione collettiva ci sono il cambiamento climatico, la fame, i conflitti, la grande criminalità. Ma, per cecità o per interessi di bottega, non si trova l’accordo per procedere su nuovi fronti. È come se il concerto delle nazioni si fosse interrotto senza darsi una scadenza per la riprogrammazione.

Alcune grande potenze, come gli Stati Uniti e la Russia, boicottano attivamente le istituzioni multilaterali, favorendo il ritorno alla politica delle “mani libere”: ciascuno detta legge secondo la propria potenza, e comunque non accetta vincoli esterni. È un’idea molto antica, ottocentesca, di un’epoca in cui – non a caso – la politica internazionale si faceva a colpi di cannone. Ma le grandi questioni planetarie del XXI secolo, dopo l’ultima ondata di globalizzazione, non sono più risolvibili individualmente e nemmeno con il potere delle armi. A problemi globali, risposte collettive.

In sintesi, malgrado la vulgata sulla fine della politica, ciò che bisogna temere è proprio il vuoto politico: la perdita di capacità di esprimere una posizione e di trovare una mediazione in nome di interessi generali, è il problema dei nostri tempi. In termini di capacità politica, l’attuale classe dirigente globale è una delle più deboli di cui si abbia memoria. Sarà il compito di una futura generazione di statisti riaprire i tavoli del dialogo. Nel frattempo, è affidato alla società civile il compito di continuare a ricordarci che il nostro mondo potrebbe essere migliore, se soltanto lo si volesse.