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Al momento l’unico sicuro perdente degli annunci del neo-presidente Donald Trump in materia di commercio estero è il Messico. Non tanto per le affermazioni xenofobe anti-messicane utilizzate in campagna elettorale per scaldare la parte peggiore dei suoi elettori, ma perché la fine annunciata, o almeno il ridimensionamento, dell’accordo NAFTA che unisce i paesi nordamericani, minaccia la stabilità complessiva del Messico.

Sono bastati gli annunci di penalizzazione delle aziende americane che producono oltre il rio Bravo per svalutare il peso di oltre il15%. Ora si passa a questioni ancora più serie, come la decisione della Ford di cancellare un investimento di 1,6 miliardi di dollari in Messico, dirottando 700 milioni nel Michigan. Stiamo assistendo forse all’inizio della crisi della globalizzazione delle merci, alla messa in discussione del mercato mondiale. Ma il caso del Messico è ancora diverso. I legami che uniscono i due paesi vicini sono molto profondi. Il Messico ha “regalato” all’Unione del nord importanti e ricchi territori come il Texas e la California e ha contribuito allo sviluppo dell’economia statunitense attraverso l’immigrazione che è stata decisiva nei settori dell’agricoltura e dei servizi in diversi stati. Il Messico oggi conta 122 milioni di abitanti, ai quali si sommano almeno altri 15 che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Un piccolo gigante demografico del Nord America che nel 2004 ha fatto la mossa più impegnativa della sua storia contemporanea, firmare il trattato NAFTA insieme a Stati Uniti e Canada. Un accordo di libero scambio di merci e servizi, non di persone, che segna l’avvio della delocalizzazione dell’industria statunitense ingolosita dal basso costo della manodopera messicana. A distanza di 23 anni, il bilancio del NAFTA è molto controverso. Lo scambio commerciale tra i due paesi è aumentato del 534%, ma la dipendenza del Messico dagli acquisti statunitense è da record, oltre il 75% delle sue merci vanno oltre confine.  Un legame che non ha risolto i problemi fondamentali del paese Latinoamericano, come ad esempio la disoccupazione che ufficialmente è del 4%, ma che raggiunge il 14% tra sottopagati e lavoratori saltuari. La calata delle industrie statunitensi, soprattutto nel settore meccanico, automobilistico e tessile non ha trasferito particolari competenze al comparto industriale messicano e il valore aggiunto di queste esportazioni è molto basso. In sostanza, l’industria messicana a distanza di 24 anni dalla nascita del NAFTA non è riuscita a rompere lo schema della “maquiladora”, cioè delle imprese-capannone nelle quali si assemblano semilavorati arrivati dall’estero per poi riesportare il prodotto finale. E questa è ancora la regola per il 75% dell’export messicano. Unico vantaggio è stata sicuramente la nuova occupazione che si è creata, che però nel suo insieme non raggiunge i 2,5 milioni di lavoratori. Anche l’arrivo di capitali, massicciamente nei primi anni del NAFTA fino a posizionare il Messico al 4° posto mondiale per attrattività, si sono spostati in Oriente fino a fare scivolare la piazza messicana al 20° posto. Il dato più clamorosamente negativo è che la pretesa iniziale del NAFTA, quella di indurre processi di sviluppo nel mercato più debole, migliorando il livello di vita e fermando l’emigrazione è stato clamorosamente smentito. La differenza di salario tra gli Stati Uniti e il Messico è rimasta la stessa di 24 anni fa, mentre la popolazione messicana che vive nel paese del Nord è passata dai 6,5 milioni del 1994 ai 15 milioni attuali. Altra ricaduta negativa per il Messico è stata la devastazione della piccola e media produzione agricola, rovinata dall’arrivo senza dazi sul mercato locale delle eccedenze agricole sovvenzionate negli Stati Uniti e quindi più economiche. Una parte di quel tessuto di terre coltivate a mais è stata riconvertita all’economia della droga, marihuana e papavero da oppio destinati al mercato del nord. I Cartelli della droga messicani, insignificanti 20 anni fa e potentissimi oggi, sono stati tra i principali beneficiari delle aperture dei confini per le merci, tra le quali non sempre viaggiano prodotti legali.

Le promesse di Trump, di neo-protezionismo, ridiscussione dell’accordo NAFTA e penalizzazione delle imprese che hanno delocalizzato è un macigno pesantissimo sul futuro del Messico. Un rischio non solo per la sua economia fortemente dipendente dal vicino, ma addirittura per la sua stabilità. Un paese in preda alla violenza dei Cartelli, con una classe politica screditata e corrotta, con occupazione di bassa qualità e sottopagata, se privato dal suo polmone esportatore rischia di cadere in un processo di instabilità critica. I discorsi di Trump sul commercio mondiale possono funzionare, fino a un certo punto però, con la Cina che rimane comunque il primo creditore di Washington, ma nel caso del Messico dovrebbe considerare oltre l’interesse economico la geopolitica e la sicurezza nazionale. Un Messico abbandonato alla deriva può diventare una bomba ad orologeria lungo 3.000 chilometri di frontiera. E non ci sarebbe muro che tenga.

 

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Anno dopo anno il Natale si allontana sempre di più dal suo significato originario, cioè ricordare la nascita in Medio Oriente di quel bambino ebreo che sarebbe diventato “figlio di Dio” per una nuova religione, quella cristiana, che si sarebbe sviluppata soprattutto in Europa e poi dall’Europa nel mondo grazie al colonialismo. Il Natale, nel senso religioso della ricorrenza, è una festa di preghiera e di speranza: in questi termini coinvolge però solo i cristiani, e cioè una parte dell’umanità. Invece la festa del Natale, intesa in senso laico, coinvolge miliardi di persone in più.

Per diventare veramente globale, una ricorrenza religiosa come il Natale doveva essere depotenziata dal punto di vista della fede e caricata di nuovi significati e di nuovi simboli. I significati acquisiti sono quelli fiabeschi classici: il giorno di Natale “si torna tutti buoni” e la speranza di un futuro migliore è permessa per 24 ore. A Natale è tutto possibile, ma dura poco. Il simbolo laico è ormai planetario: Babbo Natale, ovvero Santa Claus trasformato in un omone vestito di rosso che abita nel Circolo polare artico circondato da renne e da un esercito fantastico di elfi che costruisce giocattoli. È la libera reinterpretazione di un’altra figura religiosa, san Nicola di Mira, il vescovo della Licia che, secondo i resoconti disponibili, nella sua vita fu protettore dei bambini e diede esempio di grande generosità, donando ai più poveri nei momenti del loro massimo bisogno. Dal santo caritatevole all’icona della Coca Cola il passo è stato relativamente breve, e il giorno di Natale diventiamo tutti buoni come san Nicola. Ecco il nuovo significato della festa, ormai depotenziata dal suo aspetto religioso.

Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno, periodo nel quale si registrano per esempio i picchi di acquisti di prodotti di elettronica. Arriviamo infine così alla festa globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget e di cibi pregiati. Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il Natale, nella sua versione contemporanea, ha anticipato di decenni la globalizzazione e il suo valore fondante, quello dell’uguaglianza universale a partire dell’omologazione nei consumi. Un mondo forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente. È una festa antica e insieme del futuro, che domani potrebbe vedere insidiato il suo primato da Halloween o dal capodanno cinese, ma che oggi gode di una popolarità difficile da scalfire. Ma visto che al momento non ha concorrenti, buon Natale anche quest’anno!

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Gli impegni presi da Donald Trump in campagna elettorale, parzialmente confermati nel suo video sui primi cento giorni di governo, hanno gettato nel panico le istituzioni comunitarie europee, che hanno capito di dover archiviare per molto tempo ogni ipotesi di accordo transatlantico di libero scambio con gli USA. E che probabilmente dovranno mettere mano al portafoglio per ripagare l’ombrello militare a stelle e strisce della NATO, incluse le armi di deterrenza nucleare.

Anche il Giappone è preoccupato per gli stessi motivi: maggiori costi per mantenere le truppe statunitensi presenti nel Paese fin dall’epilogo della Seconda guerra mondiale e fine annunciata del TPP, l’area di libero scambio del Pacifico con la quale Barack Obama riconosceva un ruolo importantissimo a Tokyo per mettere fuori gioco la Cina.

In pochi giorni, infatti, questi scenari sono radicalmente cambiati. Anche se l’annunciato muro al confine meridionale pare non rientrare  fra le priorità di Trump, la minaccia di imporre un dazio del 35% alle merci importate negli USA dal Messico potrebbe praticamente annichilire il Paese latinoamericano, che per il 70% del suo commercio estero dipende dall’export verso nord, nell’ambito dell’accordo Nafta che include anche il Canada.

Uno solo dei Paesi minacciati di ritorsioni anti-dumping e di barriere doganali non ha fiatato: anzi, è tornato a giocare a tutto campo, sperando che il “vuoto” americano finisca con l’offrirgli ulteriori opportunità. Si tratta della Cina che, per quanto Trump possa minacciare, detiene 1.270 miliardi di dollari in bond emessi dal Tesoro statunitense.

Ma è sul piano produttivo che i rapporti tra i due Stati difficilmente potranno cambiare di molto. Il 20% della produzione cinese finisce sul mercato statunitense, ma il 60% di queste merci è prodotto da aziende a stelle e strisce. Imprese che hanno delocalizzato, ma che continuano a pagare le tasse negli Stati Uniti. Questo grande sbilanciamento produce 350 miliardi di dollari annui di deficit commerciale, ma al tempo stesso favorisce in buona parte imprese americane. Insomma, siamo di fronte a un grande pasticcio e a una dipendenza reciproca tra potenze come non era mai esistita prima: l’esatto opposto di quanto succedeva durante la Guerra Fredda tra l’URSS e gli USA.

L’apparente serenità cinese davanti a un presidente statunitense ostile nasconde in realtà un grande lavorìo diplomatico che si è svelato a Lima durante i giorni della Conferenza dei Paesi APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). Nella capitale peruviana, il presidente Xi Jinping ha dichiarato che l’obiettivo del suo Paese è assumere la direzione esclusiva nei negoziati per il libero scambio nell’area del Pacifico, colmando il vuoto che sicuramente sarà provocato dalla sospensione dell’accordo TPP.

Torna prepotentemente d’attualità una delle sigle meno conosciute a livello internazionale, il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), del quale fanno parte la Cina, l’India e una dozzina di altri Paesi che assommano il 48% della popolazione mondiale e il 30% del PIL planetario. Ora questo accordo di libero scambio fa gola agli stessi Paesi che avevano scommesso sul TPP e che si vedono costretti a correre ai ripari. Il primo a compiere il passo formale per aderire alla cordata cinese è il Perù: sarebbe il primo Stato americano a entrare in questo partenariato cui già aderiscono Australia e Nuova Zelanda.

Nel rompete le righe generale si segnala anche l’accordo raggiunto tra 6 Paesi centroamericani e la Corea del Sud.

Insomma, la globalizzazione e le interconnessioni dell’economia mondiale non si fermano perché un presidente, pur se a capo della prima potenza mondiale, decide di mettere i bastoni tra le ruote. Anzi, i primi danneggiati dal nuovo corso sarebbero le aziende del suo Paese (multinazionali che la globalizzazione dei mercati l’hanno voluta e gestita) e i consumatori statunitensi, che pagherebbero carissimi quei prodotti arrivati dall’estero che acquistano tutti i giorni. Ora Trump ha tutto il tempo per esibirsi in una di quelle capriole che i populisti ci regalano spesso, e di fare il contrario di quanto promesso. Ma è bastata la sensazione che il gatto volesse ritirarsi per dare il via alle danze dei topi.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il 2016 che si chiude è stato un anno ricco di eventi internazionali, di svolte e di sorprese. Il conflitto mediorientale ha prodotto ancora morti, distruzione, tragedie. Nel 2015 il protagonista era stato l’Isis, nel 2016 sono tornate in campo le potenze mondiali, la Russia e gli USA, e quelle regionali, come Turchia e Iran. La svolta bellica in Iraq e in Siria ha visto anche il protagonismo dei curdi che, in mezzo al grande caos, si stanno ritagliando pezzo dopo pezzo la tanto agognata costruzione di uno Stato. Uno scenario nel quale si sono incrociate e mescolate guerre intestine tra minoranze etniche e religiose, tra governi e governati, e sul quale sono tornati a misurarsi gli eterni contendenti della Guerra Fredda in versione aggiornata. Uno scenario nel quale la democrazia e il rispetto dei diritti umani, storici paraventi per le scorribande neocoloniali, sono ormai sfumati. Si rinforzano gli Assad e gli Al Sisi, i talebani diventano interlocutori sempre meno nascosti, e l’Arabia Saudita ridimensionata nella Mezzaluna fertile si rifà sullo Yemen. Il Medio Oriente si incammina velocemente verso la ridefinizione dei confini e delle rispettive signorie, ma la consolidata ricetta dei tiranni che garantiscono stabilità, a prescindere dai metodi, si riconferma l’unica strategia delle potenze per quella martoriata zona del pianeta.

In Europa la costruzione comunitaria traballa e si riaccendono paure di ritorni a un passato che si pensava sepolto. La Brexit, la crescita dei partiti estremisti, la fine annunciata dell’ideale europeista mettono a nudo l’inconcludenza di una politica che si è accontentata di gestire l’esistente, dimenticandosi delle sofferenze, delle paure, dei bisogni dei cittadini. Cittadini sempre più esclusi dal dibattito relativo all’economia e alla globalizzazione, ma che detengono ancora l’arma più efficace per punire o premiare: il voto.

L’evento che ha creato più rumore mediatico in assoluto, l’elezione del candidato antisistema Donald Trump, un nome uscito dal cuore del sistema, va letto in quest’ottica. Le contraddizioni che hanno portato il magnate di New York a diventare presidente degli Stati Uniti si spiegano soltanto nel clima generalizzato di ritorno al protezionismo, dovuto al fallimento di una parte delle promesse della globalizzazione: quelle che riguardavano i Paesi occidentali, dai quali sono usciti capitali e competenze per andare a creare economia altrove, lasciandosi alle spalle deserti sociali nelle vecchie città manifatturiere.  Nuovi ceti medi in Oriente e nuove povertà in Occidente sono le due facce della stessa moneta. Ma la moneta è stata accumulata solo da pochi soggetti, transnazionali, che hanno dato vita a un gigantesco impero mondiale esentasse senza mai farsi carico dell’impatto delle loro politiche industriali.

Il 2016, insomma, è stato un anno pieno di segnali negativi, e non solo per la crisi che si trascina. La pazienza è finita in molti Paesi, la politica lo ha capito ma ormai non ha più il potere di invertire la rotta: i giochi sono fatti da altri, il “si salvi chi può” diventa una tentazione di massa. In questo panorama, una sola potenza è rimasta stabile e agisce da forza stabilizzatrice. La Cina. L’unica potenza che prescinde dal consenso popolare, che garantisce continuità alle sue politiche, che continua a investire capitali in giro per il mondo. È però impensabile un unipolarismo basato solo su Pechino, il mondo ha bisogno di altri pesi e contrappesi. E nell’anno che arriva sarà questa l’urgenza per la comunità internazionale: pensare lungo, uscire dalla logica dell’emergenza e del volare basso, tornare a immaginare e a fare politica globale.

 

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Il concetto di interdipendenza applicato alla politica estera compare nel dibattito internazionale in coincidenza con la fine della Guerra Fredda. Prima c’erano le aree d’influenza delle due superpotenze, USA e URSS: senza dubbio all’interno di ciascuna di esse esisteva un grado di interdipendenza più o meno accentuato, ma rimaneva sempre in posizione subordinata rispetto agli interessi della potenza dominante.

A cominciare dagli anni ’90, invece, nelle relazioni internazionali si afferma una progressiva interdipendenza globale che rende meno definito non solo il confine tra politica estera e interna, ma anche il confine tra interessi commerciali e interessi pubblici. Non che gli Stati forti non tutelassero gli interessi delle loro aziende sul piano internazionale (anzi!), ma fino a quel momento non si era mai verificato il contrario: cioè che fossero gli interessi economici a determinare in modo massiccio l’agire delle nazioni. E questo è uno dei risultati più tangibili dell’odierna globalizzazione, fenomeno che ha reso meno protagonisti gli Stati, chiamati costantemente a misurarsi con gli interessi del mondo dell’economia, a finanziarsi sul mercato, cercare nuove aperture commerciali, tutelare il proprio mercato interno.

Tradizionalmente si diceva che i Paesi post-coloniali del Terzo Mondo, al momento di operare scelte politiche, avevano le mani legate non solo per l’oggettiva debolezza ma anche perché la loro economia era determinata esclusivamente da forze esterne. La globalizzazione ha reso più liberi questi Stati, che hanno ridotto la loro dipendenza dalle ex potenze colonizzatrici costruendo – per esempio – rapporti commerciali con Paesi come la Cina. Paradossalmente, però, proprio la globalizzazione sta ora legando le mani alle vecchie potenze occidentali. Un caso macroscopico è quello dell’Unione Europea, dove questo insieme di interessi esterni alla politica incide fortemente sulle istituzioni comunitarie. Il Regno Unito sta sperimentando sulla propria pelle la difficoltà, non ben calcolata al momento del voto per la Brexit, di ritrovare una sua autonomia essendo stata per decenni una parte importante della rete costruita insieme ai partner europei.

Ma il paradosso più grande nel campo dell’interdipendenza è dato dai cambiamenti che il neopresidente statunitense Donald Trump, al netto di qualche gesto simbolico, dovrà necessariamente attuare rispetto agli impegni presi in campagna elettorale. Tutte le sue promesse in materia di politica estera e commerciale vanno infatti a cozzare con gli interessi degli Stati Uniti. Se introdurrà nuovamente i dazi per le merci provenienti dal Messico, danneggerà sia i consumatori statunitensi sia le aziende del suo Paese che negli anni hanno delocalizzato dall’altro lato della frontiera. Se dichiarerà la guerra commerciale alla Cina, rischierà ritorsioni da parte del primo creditore e sostenitore del debito pubblico a stelle e strisce. Se si ritirerà dal TPP, l’accordo del Pacifico, regalerà quell’importante area del mondo proprio a Pechino. Se taglierà fondi alla NATO, potrebbe dare il via a un ripensamento da parte europea nei confronti di quel dispositivo residuato della Guerra Fredda. E se davvero espellerà 10 milioni di clandestini, rischierà di danneggiare l’agricoltura di tutto il Sud-ovest del Paese, oltre a diversi settori dell’industria.

Insomma, anche Washington ha le mani legate. Questo perché gli USA sono stati il Paese nel quale, da Ronald Reagan in poi, la politica si è maggiormente allineata agli interessi dell’economia, dimenticando spesso quelli del popolo. Questa distorsione, che Trump ha compreso e cavalcato in campagna elettorale, potrebbe diventare il suo grande problema ora che deve governare. Farà gli interessi dei suoi elettori o quelli del “sistema”? Per uno nato e cresciuto nel mondo degli affari sarà un vero dilemma. Per la comunità internazionale potrebbe trattarsi di una vera rivoluzione, oppure della conferma dell’inconsistenza della politica nel XXI secolo.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La guerra che il neo-presidente statunitense Donald Trump dice di volere condurre contro i “trucchi” della Cina, che sarebbe la responsabile della perdita di lavoro negli Stati Uniti, in realtà è in corso da tempo. È stato l’uscente governo Obama, infatti, a denunciare la Cina presso il WTO per le modalità con le quali eroga i suoi sussidi all’agricoltura. Secondo gli USA, Pechino avrebbe ecceduto di 100 miliardi di dollari USA la soglia consentita dal WTO. La rabbia di Washington non è motivata solo dalla quantità di aiuti concessi agli agricoltori, ma anche e soprattutto dalle modalità con le quali lo Stato asiatico ha erogato le sovvenzioni.

Fino al 2014 la Cina pagava a prezzi gonfiati i prodotti agricoli locali, distribuendo risorse al suo settore primario tramite questo sovraprezzo. La conseguenza era, però, che i prezzi dei prodotti cinesi risultavano artificialmente alti anche sui mercati, rendendo più competitivi quelli importati. Ciò aveva aperto ai farmers statunitensi un mercato da 20 miliardi di dollari USA all’anno e in costante aumento. Ma poi Pechino è corsa ai ripari, erogando gli aiuti non più attraverso il gioco sui prezzi, ma direttamente al produttore: proprio sul modello di ciò che accade negli Stati Uniti. Ed è qui che si entra nel paradosso. I due Paesi si fanno la guerra accusandosi l’un l’altro di scarso liberismo, ma entrambi spendono miliardi per sostenere i propri agricoltori secondo le stesse modalità.

A livello mondiale la torta delle sovvenzioni agricole è gigantesca: ben 260 miliardi di dollari all’anno solo per i Paesi OCSE. Una torta che però mangiano in pochi, perché il grosso di questo fiume di denaro va a finire nelle mani delle grandi aziende agricole. Nel 2015, l’80% delle aziende agricole statunitensi ha ricevuto in media 5000 dollari, 10.000 aziende hanno incassato tra 100.000 e 1 milione di dollari, e solo 26 più di un milione. Questo perché il sistema dei pagamenti diretti, anziché supportare i piccoli coltivatori, contribuisce all’arricchimento esclusivo delle grandi realtà. Infatti a ricevere i maggiori benefici finanziari sono gli agricoltori che possiedono o affittano più terreni. In Europa siamo di fronte allo stesso fenomeno: non a caso il principale percettore di sovvenzioni agricole comunitarie nel Regno Unito è… la Regina Elisabetta! Circa 15 milioni di euro all’anno.

Le sovvenzioni agricole sono fiorite dappertutto in seguito ai conflitti mondiali del ’900. L’idea, giusta all’epoca, era garantire la sicurezza alimentare dello Stato per non far rischiare la fame ai propri cittadini. Da questa nobile ambizione sono nati sistemi sempre più complessi che hanno istituzionalizzato il trasferimento di risorse immense verso le grandi aziende agricole: al punto che oggi, per l’Unione Europea, questa è la principale voce di spesa. In sostanza, mentre calava l’occupazione nel settore agricolo, aumentavano i sussidi.

Oggi è difficile spiegare ai cittadini che il 44% delle risorse comunitarie finisce in mano a un settore produttivo che occupa soltanto il 5% della popolazione attiva europea. Ma questa non è una bizzarria della sola Europa, anzi. Molti Stati adottano sistemi sovvenzionatori di pari portata, come gli USA, o addirittura ancora più massicci, come il Giappone, Paese in cui l’80% del valore agricolo è costituito da aiuti pubblici.

Ora gli Stati Uniti di Trump potrebbero trasformarsi da costruttori in distruttori del sistema multilaterale in materia di commercio. Soprattutto in relazione a quel WTO che avrebbe dovuto guidare la globalizzazione dei mercati e che invece langue, perché è stato depotenziato non appena ha cominciato a occuparsi delle contraddizioni dei Paesi occidentali.

Donald Trump ha due strade possibili, fermo restando che tenga fede alla promessa di uscita dagli accordi continentali e globali: costruire una rete di accordi bilaterali, anche con la Cina, oppure intraprendere solitarie battaglie isolazionistiche. Dalla sua scelta dipenderanno l’andamento del mercato mondiale e il futuro della globalizzazione. In ogni caso, a breve il mondo sarà diverso da come lo si immaginava fino a 10 anni fa.

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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In questi giorni il mondo è rimasto senza fiato. La domanda che da anni i cittadini statunitensi ponevano alla politica senza ottenere risposte si è trasformata in milioni di voti a favore di chi, senza peli sulla lingua, ha promesso di ribaltare il tavolo a favore degli impoveriti, degli emarginati dal benessere, dei dimenticati della globalizzazione. Come poco prima quei milioni di cittadini britannici che avevano votato a favore della Brexit, come gli europei che a milioni hanno firmato contro gli accordi di libero scambio commerciale o che vorrebbero il ritorno alle frontiere chiuse per impedire l’immigrazione. Insomma, è diventata all’improvviso dirompente la richiesta esplicita di rassicurazione da parte dei più deboli davanti alle difficoltà del mondo globalizzato, alle paure e ai rischi concreti che questa trasformazione ha comportato, all’innegabile fatto che i principali vincitori di questa fase sono stati i grandi gruppi transnazionali, la finanza offshore, i miliardari.

L’apertura dei mercati dopo la fine della Guerra Fredda ha avuto la positiva conseguenza di mettere in moto economie arcaiche e chiuse, come quella cinese o indiana, offrendo loro l’opportunità di strappare dalla miseria milioni e milioni di persone. A conti fatti, la povertà nel mondo non è aumentata ma diminuita. Il punto è che le medie sono, appunto, soltanto medie: e a un calo della povertà consistente nell’Estremo Oriente corrisponde un calo del benessere in Occidente, legato soprattutto alla migrazione del lavoro. Ed è questo il problema: mentre nel resto del mondo si sviluppavano nuovi apparati industriali che offrivano impiego più qualificato e meglio retribuito rispetto a quello agricolo, in Europa e in Nordamerica si abbassavano la qualità e la quantità del lavoro. Dalla crisi del 2008 a oggi la crescita economica si è arrestata, non si sono create nuove opportunità di lavoro, gli investimenti internazionali sono al palo, e chi ha perso il lavoro in Occidente non lo ha più ritrovato.

A questo quadro già di per sé preoccupante si aggiungono l’invecchiamento inarrestabile delle nostre società e le crisi politiche e ambientali che hanno generato flussi migratori da sud verso nord. La percezione che si aveva dell’immigrazione in Europa o negli USA, come fonte di forza lavoro necessaria per trainare le locomotive produttive, ora è totalmente mutata: gli immigrati sono visti come nuova concorrenza per accedere al welfare, all’abitazione, al lavoro superstite. Sono questi gli ingredienti della grande paura che taglia trasversalmente le società moderne. Paura di non farcela, di tornare a essere poveri come i nonni, di finire sommersi da flussi di migranti disperati.

La grande paura è figlia anche, e soprattutto, della mancanza di governo della globalizzazione e dell’eterna conflittualità tra gli Stati. Per molti, il mondo che doveva essere più sicuro dopo la fine della minaccia nucleare è diventato in realtà più pericoloso. Non solo per i cittadini di quei Paesi che in questi anni si sono dissolti in seguito a conflitti terribili, ma per chiunque dipenda da un impiego, da una pensione, da una piccola attività commerciale o artigianale.

Da qui l’urgenza di rimettere mano all’architettura internazionale, aggiornando strumenti oggi fuori uso, come le Nazioni Unite, per regolare e prevenire le guerre e le violazioni dei diritti. Ma anche di discutere la missione e gli obiettivi di organismi come il WTO, che servono a poco se si limitano a regolare gli scambi economici dimenticandosi l’impatto che questi ultimi hanno sui popoli.

Governare la globalizzazione – o meglio, governare la complessità – è la prima e principale sfida per una politica diventata progressivamente meno credibile, sempre più sospettata di fare gli interessi di pochi, in cui vanno scomparendo le differenze tra i vari schieramenti. È un film già visto, ogni volta che la politica ha rinunciato alla sua capacità di governo e di cambiamento, lasciando il posto agli arruffapopoli, si sono sempre verificate tragedie. Siamo ancora in tempo per impedire la prossima?

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

Leave supporters hold banners and flags as they stand on Westminster Bridge during an EU referendum campaign stunt in which a flotilla of boats supporting "Leave" sailed up the River Thames outside the Houses of Parliament in London, Wednesday, June 15, 2016. A flotilla of boats protesting EU fishing polices has sailed up the River Thames to the Houses of Parliament as part of a campaign backing Britain's exit from the European Union. The flotilla was greeted by boats carrying "remain" supporters. (AP Photo/Matt Dunham)

 Il WTO (World Trade Organization) ha appena pubblicato uno studio che conferma, dati alla mano, una realtà ormai percepibile a occhio nudo: il rallentamento degli scambi commerciali mondiali, motore della globalizzazione dei mercati. Per il 2016, infatti, il WTO rivede le previsioni sulla crescita degli scambi commerciali globali abbassandole dal 2,7% al 1,7%. Un dato inferiore all’attesa crescita economica mondiale, che era stata stimata al 2,2%. Un dato così basso non si registrava da 15 anni, ad eccezione di quel “maledetto” 2009 in cui si registrarono per la prima volta le conseguenze della crisi iniziata l’anno prima con lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA.  In alcuni casi la portata del calo è impressionante. Per esempio l’America meridionale, colpita per ultima dalla crisi, nel 2016 importerà l’8,3% in meno di merci e servizi rispetto all’anno prima. Una lettura superficiale di questi dati porterebbe ad attribuire tutte le colpe alla crisi, che dopo quasi 10 anni non accenna a chiudere il suo ciclo… confermando di non essere affatto ciclica, come tante altre crisi prima, ma di avere caratteristiche di tipo strutturale.  Il direttore del WTO, Roberto Azevêdo, però la pensa diversamente. E spiega che si tratta di un rallentamento che «deve dare la sveglia contro il diffondersi di idee anti-globalizzazione». La sua è quindi una lettura politica. Il calo degli scambi internazionali sarebbe il risultato del combinato disposto tra la crisi economica e il ritorno alle chiusure protezionistiche anche in Paesi come gli Stati Uniti, paladini mondiali dell’apertura dei mercati. Quando parla di idee non global, Azevêdo non si riferisce di sicuro ai reduci dei forum sociali di Porto Alegre, come lui stesso, ma all’azione di governi che in tutto il mondo, senza fare troppo rumore, negli ultimi cinque anni hanno introdotto centinaia di dazi e di barriere non tariffarie.  Ciò che sta andando in crisi, allora, è il concetto stesso di globalizzazione così come lo intende il WTO, cioè di un mondo totalmente aperto e senza ostacoli agli scambi di merce e servizi (ma non di persone, ovviamente). Anche se molto è stato fatto in direzione della globalizzazione, questa utopia sta definitivamente cedendo sotto i colpi dei neo-protezionisti. Quelli insospettabili, come Barack Obama, e quelli palesi, come Putin o la Cina.  In questo clima vanno lette le difficoltà che hanno portato alla paralisi non solo del TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa, ma anche di altri accordi già sottoscritti e non ancora ratificati, come il CETA tra UE e Canada e il TPP tra Stati Uniti e Paesi del Pacifico. È figlia di questo clima anche la voglia di autonomia da Bruxelles manifestata da molti Stati europei: dalla clamorosa Brexit inglese al malessere serpeggiante nei Paesi dell’Est. Un sentimento che trova il suo apice nel programma economico di Donald Trump: fine di tutti gli accordi commerciali, imposizione di barriere tariffarie ai prodotti di importazione, strangolamento economico della Cina.  Insomma, le merci vengono percepite come straniere perché danneggiano la produzione nazionale, proprio come le persone migranti rovinerebbero l’armonia delle società del benessere. Davanti a fenomeni che non si riesce a decifrare, ancora una volta l’insicurezza sociale diffusa trova sfogo e “spiegazione” nell’autarchia, nella xenofobia, nell’isolazionismo. Il sogno della globalizzazione che risolve tutto degli anni 2000 sta andando velocemente in soffitta, ma ciò che sta arrivando al suo posto assomiglia a un incubo. Forse non sbagliavano i reduci di Porto Alegre quando, per tempo, invitavano a lavorare per un altro mondo, per un’altra globalizzazione possibile.

 Alfredo Somoza

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Nella notte del 13 febbraio 1933 il Reichstag tedesco andò in fumo. Il “colpevole” fu trovato seminudo e nascosto dietro il palazzo, era un militante comunista. Hitler prese la palla al balzo per fare approvare al vecchio presidente von Hindenburg il Decreto dell’incendio del Reichstag che aboliva la maggior parte dei diritti civili contenuti nella Costituzione di Weimar. Fu l’inizio del totalitarismo in Germania.

Nella notte del 15 luglio 2016, in Turchia è andato in scena un tentativo maldestro di colpo di Stato rientrato dopo poche ore e dai contorni ancora tutti da chiarire. Soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza dei soldati che vi parteciparono (soprattutto quelli di leva),  il ruolo degli Stati Uniti e della Russia, il ruolo dei servizi d’intelligence turchi. Dubbi e misteri di una lunga notte funestata dal sangue di oltre 300 persone.

Al netto delle dinamiche e delle responsabilità del golpe mancato, ciò che ricorda da vicino l’incendio del Reichstag è stato il dopo. Stato di emergenza, liste già pronte di migliaia di persone da incarcerare o da radiare (militari, giudici ordinari, giudici costituzionali, giornalisti). Torture, linciaggi e vendette ai danni dei soldati arresi. Un progetto di Costituzione presidenzialista di stampo autoritario già scritta. Stato di emergenza permanente con divieto di espatrio per i dipendenti pubblici. Possibile reintroduzione della pena di morte. Distruzione progettata dei simboli della laicità turca di Istanbul (Centro culturale Ataturk, Piazza Taksim) per costruire nuove moschee e caserme militari per i fedelissimi.

La Turchia in bilico tra l’Europa e Asia sta definitivamente rompendo gli ormeggi con l’Europa per posizionarsi saldamente in una nuova collocazione, a cavallo tra i Balcani, la Russia e il Medio Oriente. Progetta una politica da potenza regionale autonoma, ma sotto l’ombrello della NATO, in quella parte del mondo che gli Stati Uniti non riescono più a influenzare e che l’Europa ha praticamente data per persa.

Non è indifferente in questo disegno la configurazione politica che assumerà il nuovo sultanato. Presidenzialismo forte, libertà di stampa e di opposizione controllata o repressa, Parlamento addomesticato. Un modello che Erdogan non ha fatto fatica a individuare, è bastato voltarsi verso Mosca per trovarlo. Sarà un regime più “democratico” di quello di Al Sisi, caposaldo dei regimi “anti islamisti”, ma meno rassicurante di quello putiniano. Anche perché nel caso turco gioca un ruolo non indifferente la vicenda religiosa che collega Ankara con le monarchie sunnite e con i gruppi dell’estremismo salafiti sul campo nei diversi scenari di guerra.

E’ l’Europa? Dopo il sollievo per il golpe mancato si è passati velocemente alle perplessità. La minaccia più pesante nei confronti di chi sta violando ogni diritti umano nella gestione del dopo-golpe e mettendo a tacere ogni forma di opposizione è stata “così non entrerà in Europa”.   Ma qualcuno pensa seriamente che oggi l’ingresso all’UE, che per la Turchia come si sa è solo un miraggio, possa garantire qualcosa di più dei vantaggi di istaurare un regime? L’Europa in crisi profonda, che non sa ancora come risolvere i problemi posti dalla Brexit, dalle tensioni ad est e dalla crisi economica è ancora convinta di essere attrattiva per qualcuno?

L’unico legame della Turchia con le democrazie occidentali rimane la NATO, che come sappiamo non si strappa le vesti sulla democrazia nei paesi membri. I turchi (ma anche i portoghesi e i greci) sono stati nella NATO in democrazia e sotto le giunte militari, indistintamente. Dobbiamo temere per i diritti umani e civili in Turchia e, con molta probabilità, si intensificherà la guerra strisciante contro ogni ipotesi di autonomia dei kurdi. Un Erdogan più forte è anche una pessima notizia per gli equilibri mediorientali. Nella spartizione siriana in corso, tra aree di influenza russo-alauiti, sciite e kurde anche la Turchia rivendicherà la sua fetta che con ogni probabilità coinciderà con quella kurda.

La balcanizzazione del Medio Oriente è un orizzonte sempre più attuale, e dalle macerie dei confini disegnati dagli accordi post-coloniali emergerà anche una potenza geografica, demografica, a cavallo tra Europa e Asia che avremo potuto includere per tempo nella costruzione europea “sganciandola” da tentazioni islamiste e autoritarie, ma che la miopia della politica nostrana ha regalato a quel mondo sempre più ostile e caotico che chiude da Ovest e da Sud il Vecchio Continente.

 

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La geografia del turismo, cioè la mappa delle destinazioni in cui si reca il miliardo e 200 milioni circa di turisti che scelgono di trascorrere il tempo libero fuori dai propri confini nazionali, è cresciuta e si è arricchita negli ultimi 30 anni. Prima degli anni ’80, l’Europa attirava quasi il 75% dei flussi, mentre nel 2015 ne richiama “solo” il 51%. Questo perché la rivoluzione del traffico aereo, la fine della Guerra Fredda, la globalizzazione, l’aumento della speranza di vita e del reddito in Occidente hanno triplicato i flussi turistici, ai quali cominciano a dare un importante contributo anche i paesi emergenti come Cina, Russia e Brasile.

Negli ultimissimi anni, però, questa crescita si è arrestata e anzi, la mappa delle destinazioni si sta restringendo. Interi Paesi sono diventati off-limits per via di conflitti, come la Siria, l’Afghanistan o la Libia. Altri vengono evitati a causa della violenza nelle città, come il Venezuela o la Nigeria. Altri, infine, perché ritenuti poco sicuri dopo episodi terroristici che hanno colpito i turisti. La Tunisia è stata più volte colpita e ora anche l’Egitto, dove sul Sinai è stato fatto esplodere un charter russo con il tragico bilancio di 224 persone morte. Ma non solo. Anche i villaggi sul Mar Rosso sono stati attaccati più volte da gruppi terroristici che sanno bene dove puntare: per l’Egitto, il turismo e i diritti di passaggio dal Canale di Suez sono la prima voce del bilancio dello Stato.

Il paese sul Nilo, che è una delle più antiche destinazioni di turismo culturale del Mediterraneo, a partire dagli anni ’80 aveva aperto anche al turismo da spiaggia sulle coste del Mar Rosso. Raggiungendo numeri di tutto rispetto, come erano i 14 milioni di visitatori registrati nel 2010. Poi è cominciato il declino, dovuto all’instabilità politica e al terrorismo. Oggi i turisti internazionali si possono stimare in non più di 7 milioni all’anno, la metà rispetto a 6 anni fa. Tra i grandi Paesi di provenienza per il turismo egiziano c’è l’Italia, con circa un milione di presenze annue ai tempi d’oro. Ora si aggiunge un’ulteriore  variabile negativa per il Cairo: il caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso dopo sevizie inenarrabili, ha innescato in Italia un movimento d’opinione che chiede di utilizzare la leva turistica per ottenere risposte veritiere dal governo egiziano.

È dai tempi della dittatura in Birmania e della carcerazione del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi che non si ipotizzava di utilizzare il turismo come arma di ritorsione contro una dittatura. Il turismo non è soltanto una voce importante dell’economia globale, ma è anche un veicolo per la conoscenza e lo scambio pacifico tra i popoli. Il turismo si è dotato in questi anni di strumenti etici per condannare, ad esempio, lo sfruttamento sessuale o lo scempio ambientale. La domanda che si è posta l’Associazione Italiana Turismo Responsabile, il network italiano degli operatori del turismo sostenibile, al momento di annunciare la sospensione della programmazione di viaggi verso l’Egitto, è stata: è lecito portare turisti italiani a conoscere un Paese nel quale un nostro connazionale è stato torturato e ucciso senza che ci siano date spiegazioni? È corretto sostenere indirettamente, con i soldi dei viaggiatori, un regime responsabile della sparizione di centinaia di oppositori dei quali non si sono più avute notizie?

La risposta, per AITR, è stata no. E ciò ha aperto un dibattito con il settore turistico convenzionale, che in Egitto ha investimenti miliardari. Ma a prescindere dalle polemiche sull’opportunità di chiedere ai turisti di evitare di andare in Egitto, i consumatori stanno scegliendo da soli, mettendo sul piatto della bilancia aspetti che riguardano sia la sicurezza personale sia l’irritazione per le manovre di depistaggio attuate dal regime egiziano. Il turismo torna così alla ribalta come qualcosa di più di una semplice attività economica, per diventare anche strumento di pressione e di politica internazionale. Gli stessi turisti che sempre più spesso sono nel mirino dei terroristi possono a loro volta, da consumatori responsabili, mettere nel mirino i regimi con una semplice azione. Decidere di cambiare destinazione, verso Paesi più aperti, più tolleranti, più democratici.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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